Communia Network
24 03 2015

Parto con un po’ di apprensione, comunque. Andare fino all’estremo sud oriente della Turchia, sulla frontiera con la Siria… Ma anche molto curiosa di conoscere da vicino il Kurdistan, le organizzazioni delle donne kurde – di cui ho già intravvista la forza durante la giornata delle donne che precedeva il FSM nel 2010 ad Istanbul – e l’esperienza del Rojava. Il quadro organizzativo mi è familiare: partecipo alle mobilitazioni internazionali della Marcia mondiale delle donne dal 2000 e so che mi troverò in buone mani. Anche questo fa parte dell’interesse di appartenere ad una rete femminista internazionale: il potersi affidare a delle donne sconosciute che vivono e lottano dall’altra parte del mondo, per condividere un pezzetto di vita, rafforzarsi reciprocamente e prendere nuovi impegni con rinnovato entusiasmo.

Il volo di andata prevede uno scalo obbligatorio di una notte a Istanbul. Ne approfitto per incontrare Fabio che vive ormai da due anni nel quartiere malfamato ma molto simpatico di Fener e Balat. Mi racconta dei mille mondi che convivono in questa città di 22 milioni di abitanti, con divisioni forti e contraddizioni incrociate, di classe, di cultura, di religione, di provenienza, di genere, e non ultima quella provocata dalla massa di rifugiati/e siriani/e, poveri/e o benestanti, arrivati con la guerra. I ricchi sono oggetto della speculazione edilizia di una megalopoli che non smette di seminare grattacieli. Dei poveri si vede traccia nel quartiere di Fabio, con i bambini di strada, senza documenti, che per questo motivo non hanno diritto alla scuola e non imparano nemmeno la lingua.

L’indomani all’aeroporto mi imbatto subito nella delegazione francese che prende lo stesso volo per Mardin, la cittadina dove si svolgerà la grande conferenza dell’8 marzo. Sorvoliamo le montagne innevate della Turchia centrale dove si intravvedono paesini minuscoli isolati collegati tra loro con un esile lineetta nel bianco e cerco di immaginarmi la vita delle donne in quell’ambiente, ricordando il bellissimo film di Yilmaz Guney, “La strada”.

Mardin, pronunciata con una “a” lunga e una “r” all’inglese, è una bellissima città mesopotamica che deve avere almeno 3.000 anni. Il municipio è in mano al BDP, il partito della pace e della democrazia – l’organizzazione larga intorno al PKK, il quale invece è sempre fuorilegge – che ha avuto un grosso successo alle ultime elezioni, sia a livello locale in Kurdistan che a livello nazionale dove ha fondato l’HDP, una coalizione con vari frammenti della sinistra e dei movimenti sociali pro kurdi. Il municipio ci riceve all’aeroporto e ci ospita nella sua guesthouse. Ormai siamo una trentina, provenienti da Euskadi, Portogallo, Stato spagnolo, Serbia, Brasile, Mozambico, oltre che Francia e Italia.

La sera scopro con mio grande piacere che a Mardin si produce un ottimo vino rosso bio, ovviamente non venduto nei locali di stretta osservanza musulmana ma in molti altri ristoranti sì. Qui l’ISIS sembra ancora lontano. Il clima è rilassato, le donne con i foulard colorati, o qualche giovane senza, sono ben presenti – contrariamente a quello che mi avevano detto a Istanbul, che a Mardin avrei visto solo uomini per strada. E mi rendo conto che il clima di paura che viene creato intorno al Kurdistan fa parte della guerra di bassa intensità portata avanti dal governo turco.
Il giorno seguente partiamo, in autobus, ormai una cinquantina, con le greche, libanesi, tedesche, turche, a Nusaybin, sulla frontiera con la Siria, dove un’immensa folla di donne kurde ci riceve festosamente nel centro culturale mesopotamico, addobbato per l’8 marzo. Le bandiere del KJA, il congresso delle donne libere (kurde) sono dappertutto. Musica dagli altoparlanti, vestiti colorati e divise militari si mescolano danzando, tenendosi per mano. Donne giovanissime e anziane ci sorridono, ci toccano, si mettono in posa per una fotografia e impariamo subito tre parole in kurdo: jin, jyan, azadì: donne, vita, libertà.

La conferenza tratterà i temi classici della Marcia: violenza, lavoro, ecologia ma anche la costruzione della confederazione democratica di Rojava e la “ginealogia” – un tentativo di coniugare il femminismo a partire dalla realtà delle donne della Mesopotamia.

In coda per il pranzo sento parlare italiano e ho la fortuna di incontrare una giovane coppia siciliana che vive da ormai due mesi sul posto tra la cittadina di Nusaybin, i campi profughi di Suruç e Urfa, e Kobane. Kobane è all’80% distrutta; tutta la popolazione civile è rifugiata nei campi o ha preso le armi per difendersi. Il paese e i villaggi nei dintorni sono liberati ma ancora disseminati di mine e bombe inesplose per cui il ritorno non sarà né semplice, né immediato, anche se la voglia di ricostruire è grande. Con gli attacchi dell’Isis sono fuggiti anche i grandi proprietari terrieri e la confederazione democratica di Rojava intende approfittare dell’assenza loro e dello Stato siriano per procedere ad una riforma agraria e costruire i consigli di autogoverno.
La mattina successiva partiamo in marcia verso la frontiera siriana, dove ci aspettano, dall’altra parte, a Qamislo, le donne kurde siriane. Oltre il filo spinato c’è una striscia di 500m di no man’s land, piena di mine, che ci separa. Ma ci vediamo in lontananza e le ondate di musica e di solidarietà si sentono da entrambe le parti della frontiera. 5.000 donne delle organizzazioni di base si sono radunate sullo spiazzo per ascoltare il comizio, festeggiare l’8 marzo e la vittoria di Rojava.

Grazie a Nicola e Francesca che se la cavano ormai un po’ con il kurdo riesco a scambiare un minimo di parole con le donne del Rojava che hanno attraversato la frontiera (non del tutto impermeabile) nei giorni precedenti. Si parla di figli e compagni, con l’umorismo delle donne che ne hanno viste di tutti i colori. Purtroppo la barriera linguistica non permette di approfondire il discorso su altri temi. Ma mi faccio promettere dai giovani siculi che presto attraverseranno di nuovo la frontiera per conoscere l’esperienza dell’autogoverno in Cizire (il terzo cantone del Rojava, dopo Kobane e Efrin) che descriveranno questa realtà – rimasta fuori dalla guerra e quindi più avanti nel processo di costruzione della confederazione democratica autogovernata – con i dovuti particolari.

Una grossa delegazione delle varie zone kurde ci accompagna nel pomeriggio di ritorno a Mardin dove per la prima volta una manifestazione di donne attraverserà la città nella giornata internazionale delle donne.

Domenica 8 marzo è il turno di Dyarbakir (Amet in kurdo), la capitale del Kurdistan, due milioni di abitanti, ad organizzare il comizio in piazza, dove prenderà la parola anche la rappresentante della MMD. Di nuovo migliaia di donne di tutte le età partecipano attivamente alla manifestazione. Qui nessun segno di stanchezza o di routine. L’8 marzo è sentito come giorno di lotta, un mondo da conquistare, la solidarietà internazionale da festeggiare. Dyarbakir, a parte le antiche mura del centro storico, è una foresta di grattacieli, di cemento e asfalto dove le donne stanno lottando, tra le altre cose, per salvaguardare un minimo di spazio verde e di orti popolari.
All’indomani la carovana della MMD continuerà il suo giro attraverso la Turchia, verso Istanbul, per poi raggiungere la Grecia e il resto dell’Europa. Ma questa è un’altra storia

Prima scuola aperta a Kobanê

  • Martedì, 17 Marzo 2015 09:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Uiki Onlus
17.03.2015

Come parte dei lavori di ricostruzione di Kobanê, una scuola elementare è stata aperta sotto la guida di 10 insegnanti che si occupavano dell’insegnamento nelle scuole della città, prima che gli attacchi delle bande dell’ISIS iniziassero.

Migliaia di cittadini di Kobanê sono tornati nella loro città natale liberata dalle YPG/YPJ (Unità di Difesa del Popolo/delle Donne), dopo tre mesi di eroica resistenza contro il tentativo di occupazione e gli attacchi delle bande dell’ISIS.

Mentre le esigenze dei rimpatriati vengono raggiunte attraverso una modalità collettiva, le persone stanno cercando di ricostruire la vita della città contando su possibilità limitate. I volontari stanno effettuando un intenso lavoro, anche per quanto riguarda la scolarizzazione, di fronte al numero crescente di bambini tra cui quelli tornati nella città devastata dalla guerra.

Come parte dei lavori di ricostruzione, una scuola elementare è stata aperta sotto la guida di 10 insegnanti che si occupavano dell’insegnamento nelle scuole della città, prima che gli attacchi delle bande dell’ISIS iniziassero. I materiali didattici della scuola, che ha 8 classi, sono costituiti soltanto dai materiali rimasti a disposizione dopo la battaglia lunga mesi.

Ad un totale di 250 bambini viene fornita istruzione nella scuola elementare Martyr Osman, la quale è già entrata nella seconda settimana di insegnamento.

Ospitando gli studenti in due sessioni separate, la scuola fornisce istruzione al mattino al gruppo di alunni di età tra i 7-10 anni e nel pomeriggio a quelli del gruppo di età di 11-15 anni.

Il programma giornaliero della scuola inizia con l’inno curdo ‘Ey reqip’.

I bambini che frequentano la scuola al mattino ricevono corsi di Vita e ambiente, matematica, educazione fisica, musica, mentre ai partecipanti del pomeriggio sono impartite lezioni di curdo, arabo e inglese.

Uno degli insegnanti, Ruken Muhammed, riferisce che tutte le istituzioni scolastiche della città sono state distrutte negli attacchi dell’ISIS, aggiungendo: “Abbiamo riaperto questa scuola attraverso i nostri propri mezzi, al fine di assicurarci che i bambini che sono stati duramente colpiti dalla guerra possano vivere la loro infanzia e continuare la loro formazione interrotta.

Muhammed osserva che manca loro il materiale per l’istruzione, aggiungendo; “Stiamo aspettando il sostegno di tutte le persone, le istituzioni e le organizzazioni per consentire ai figli di Kobanê di crescere con la formazione di cui hanno bisogno, non in una psicologia di conflitto.

Il Fatto Quotidiano
16 03 2015

E’ stata una battaglia violentissima, combattuta in inferiorità ma con grande tenacia, contro un nemico che vuole distruggere la libertà. L’abbiamo combattuta per tutto il mondo“. Ismet Hasan è il ministro della Difesa del cantone di Kobane. Snocciola numeri di morti e feriti (1.200 caduti per l’Isis, 670 per lo Yekîneyên Parastina35 Gel, l’Unità di Protezione Popolare) come un qualsiasi ministro, con la sola differenza che nelle mani tiene stretta la sua arma e ha gli occhi di chi dietro una scrivania non si è seduto spesso. Coordina la difesa della città, ma è anche responsabile dell’inseguimento delle truppe del Califfato nel deserto siriano. Racconta di scontri e combattimenti senza mai perdere la calma, con alle spalle il figlio che, vigile, gli fa da guardia del corpo.

Entrare a Kobane a pochi giorni dalla liberazione da l’impressione di piombare in un’apocalisse. Si capisce quasi subito che in questa città non è stata combattuta solo una battaglia per il suo controllo: una volta capito che l’assedio sarebbe durato più del previsto, i miliziani dello Stato Islamico, hanno messo in atto una campagna di distruzione totale 1della città e dell’esperienza politica rivoluzionaria di cui è portatrice. Camminando per le strade appena liberate si ha subito la sensazione che Kobane fosse una vivace e popolosa città di confine, con centinaia di negozi a colorare le strade polverose. Le merci sono rimaste intatte al loro posto, solo impolverate malgrado le vetrine e le serrande siano letteralmente esplose a causa dei bombardamenti. Gli edifici rimasti in piedi nonostante il volume di bombe cadute presentano i segni della battaglia: interi piani crollati, automobili scaraventate al secondo piano, fori di proiettile ai lati.

Kobane era una città di 60 mila abitanti, adagiata ai piedi delle colline, con il centro città schiacciato dal prossimo confine. Per mesi ha parlato attraverso il rumore delle bombe e delle mitragliatrici. Kobane è stata testimonianza di un assedio brutale, di uno scontro fra ideologie che si frappongono: da una parte i miliziani jihadisti dell’Isis e dall’altra i guerriglieri curdi, organizzati nelle Ypg. L’assedio è durato 134 giorni, dalla metà di settembre, quando le prime bombe dell’Isis sono cadute in città e i primi rifugiati curdi hanno attraversato il confine, al 26 gennaio quando lo Ypg ha dichiarato ufficialmente che Kobane era stata liberata.

Niente si è salvato dalla furia distruttrice del Califfato. Si cammina tra le macerie facendo attenzione a dove si mettono i piedi, la città è ancora disseminata di bombe inesplose e solo un minimo contatto potrebbe farle brillare. Agli incroci sono appesi teli e tappeti, sono un metodo rudimentale ma efficace per muoversi da una strada all’altra senza essere presi di mira dai cecchini dell’Isis. Le barricate invece sono costruite con le macerie delle abitazioni e con qualsiasi altro mezzo sia stato possibile recuperare: auto, trattori, furgoni e persino autobus. Tutti ovviamente crivellati di proiettili. Il silenzio è rotto dal rombo dei bombardieri della coalizione in cielo e da qualche esplosione o raffica di mitragliatrice che ancora viene sparata entro i confini cittadini. Si attraversano interi quartieri senza incontrare anima viva, solo in lontananza si scorgono alcuni mezzi dello Ypg che si muovono verso il fronte, ormai a qualche decina di chilometri.

5“Saremo sempre grati a chi ha combattuto per noi”
Sono loro, i combattenti dello Ypg, coloro che strenuamente hanno difeso Kobane. Sono per lo più ragazzi, tra i 20 e i 30 anni, indossano la divisa mimetica ma portano scarpe da ginnastica. Sulle loro spalle campeggia l’immancabile Kalashnikov, arma simbolo di tutte le rivolte. Lo personalizzano con adesivi tricolori: rosso, giallo, verde, i colori della Rojava. Hanno le facce tirate, tese ma non lesinano sorrisi e strette di mano. Si concedono anche in foto, però prima mettono bene in mostra l’arma. Sono curdi siriani, ma anche turchi, iraniani, iracheni. Sono venuti da tutte le regioni del Grande Kurdistan per aiutare i loro fratelli assediati, per portare loro solidarietà e competenza. Sono giovani ma hanno sulle spalle tutto il peso di una guerra, di un assedio immane, sono pronti a morire per la loro terra. “Sono venuti curdi da tutto il mondo per aiutare i propri fratelli a difendere Kobane. In città hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci a difendere la libertà e la democrazia nella Rojava. Gli saremo per sempre grati. Ogni qualvolta ci sarà bisogno di combattere per la libertà in altri paesi noi saremo sempre al loro fianco“, aggiunge Ismet Hasan.

Meglio affrontare Isis che scappare in Turchia “E’ un nemico”
I guerriglieri ostentano sicurezza anche quando in lontananza esplodo alcuni colpi di mortaio mentre tutti intorno abbassano la testa e cercano riparo. Alcuni di loro sono a Kobane dall’inizio dell’assedio perché non hanno voluto andarsene, hanno preferito prendere le armi per difendere le loro case piuttosto che cercare rifugio in Turchia, da molti considerata al pari di un nemico. In effetti in questi mesi i curdi asserragliati in città hanno dovuto combattere non solo l’Isis, ma anche con l’esercito turco42, guardiano non sempre imparziale del confine su cui Kobane è appoggiata. Più volte i militari di guardia si sono resi complici dei miliziani del Califfato, come a fine novembre quando un camion che avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari è stato fatto passare dal confine turco per poi rivelarsi un’autobomba dell’Isis che ha provocato morti e feriti tra i combattenti curdi.

Kobane, la furia di Isis contro il confederalismo democratico

Dall’altra parte c’è invece l’Isis, ora solamente Is. Per loro Kobane era solo un’altra piccola città sulla mappa, da conquistare per avere il pieno controllo della frontiera con la Turchia. Forse nemmeno si aspettavano una resistenza così forte, ma quando combatti per la tua terra e la tua casa, per i tuoi figli e con i tuoi figli, puoi immaginare che sarà più dura che altrove. Infatti l’Isis si era rivolto su Kobane solo dopo aver fatto razzia degli arsenali iracheni, potendo così schierare sul campo una potenza di fuoco che, si immaginava, solo un esercito organizzato avrebbe potuto contrastare. In città hanno combattuto tra le file dell’Isis miliziani provenienti da tutto il mondo, ma la maggior parte di loro era di origine cecena, mobilitati soprattutto nella parte est della città. Proprio in questi quartieri si sono svolti i combattimenti più aspri che non hanno lasciato un 32singolo edificio in piedi. Sono state le radio sottratte ai miliziani caduti a confermare la loro presenza in città. Per mesi, gli unici segni visibili dell’Isis sono state le bandiere nere, che sventolavano dagli edifici più alti, e le colonne di fumo che i loro bombardamenti provocavano in centro città. Ora rimangono solo alcuni cadaveri, segno tangibile della battaglia appena conclusa. I guerriglieri dello Ypg e le persone che fanno parte dell’organizzazione clandestina che li supporta non si stancano di ripetere quanto l’Islam propagandato dallo Stato Islamico non sia veritiero, originale, al contrario sarebbe l’Islam curdo quello che varrebbe la pena esportare. Un Islam che parla di uguaglianza di genere, di libertà di culto, di partecipazione: un Islam di pace che insieme all’ideologia politica alla base della rivoluzione in Rojava, il confederalismo democratico, può diventare un pericolo per il Medio Oriente contemporaneo perché scardina tutti quei principi sui cui si fonda la politica mediorientale. Insomma, un precedente pericoloso in un’area dominata da Emiri, Califfi e Generali, segnata dalla negazione di libertà individuali e collettive e dalle molte esecuzioni. Può darsi che anche per questo l’Isis, con l’avvallo di qualche paese dell’area, abbia deliberatamente e ostinatamente provato a radere al suolo Kobane.

Ismet Hasan si guarda intorno e sogna la ricostruzione, ma al momento è impossibile pensare di far rientrare tutti i rifugiati per i semplici motivi che non esistono più le 24abitazioni e le strade sono disseminate di bombe inesplose. Servirà una bonifica, ma soprattutto molto tempo. Anche l’elettricità è totalmente insufficiente per i bisogni di una città e manca l’acqua potabile. Per questi motivi stanno cercando di fermare l’afflusso di coloro che vogliono precipitosamente tornare nelle proprie case, nonostante la battaglia sia finita solo da qualche giorno. Nel prossimo futuro si attendo ancora battaglie e morti, c’è da riconquistare buona parte del territorio perso e le centinaia di villaggi curdi ancora in mano all’Isis.

di Davide Mozzato e Marco Sandi
Foto di Marco Sandi

(Mozzato e Sandi sono parte di una delegazione di Rojava Calling e sono entrati a Kobane il 30 gennaio, 4 giorni dopo la liberazione. Per entrambi era la seconda esperienza sul confine turco-siriano).

Il Manifesto
10 03 2015

“La nostra è una rivoluzione di di donne”, è il messaggio del leader curdo Abdullah Ocalan, letto ieri nella città siriana di Kobane, liberata lo scorso gennaio dall’assedio dei miliziani dello Stato islamico (Isis)

Un'asta per Kobane

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 09:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
09.03.2015

La città di Kobanê, dopo aver resistito oltre 100 giorni all’assalto dallo Stato Islamico, il 26 gennaio scorso è stata liberata. In questi mesi Kobanê è diventata un simbolo globale della lotta contro il fondamentalismo religioso e la repressione. La comunità curda del Rojava, la regione di Kobanê, in questi anni si è dotata di forme di autogoverno a sostegno dei pari diritti fra donne e uomini, dei diritti delle minoranze etniche e religiose, rappresentando un esempio unico di nuove possibili forme di autonomia.

Durante questo lungo periodo, attivisti dei centri sociali di molte città italiane, Venezia compresa, hanno avviato una staffetta di solidarietà che li ha portati direttamente nella città. La forte volontà di sostenere il progetto politico della Rojava e la resistenza, ha dato vita a una cooperazione politica attraverso aiuti diretti ai rifugiati. Oltre a un importante lavoro d’informazione, molto tempo è stato speso nei tre campi autogestiti della città di Suruç, assieme alle compagne e ai compagni curdi che si occupano degli aiuti umanitari indispensabili per la sopravvivenza dei rifugiati. Attualmente, questi luoghi sono totalmente dimenticati da enti, istituzioni e grandi organizzazioni internazionali.

Il desiderio di collaborare per la realizzazione di nuovi progetti nel territorio devastato, è stato fin da subito esplicitato da parte dei cittadini di Kobanê e dei villaggi limitrofi. Per questo come S.a.L.E. Docks abbiamo deciso di organizzare un’asta di raccolta fondi. Il ricavato sarà devoluto al progetto Rojava Calling il quale, attraverso i suoi attivisti, si occuperà di farlo pervenire a Kobanê a fine marzo 2015.
Oltre ai lavori presenti al catalogo consultabile in questa pagina, sarà allestita una parte dedicata alla vendita diretta di fotografie, serigrafie e pubblicazioni. Inoltre a tutti coloro che faranno un’offerta durante l’asta verrà regalato un disegno dell’artista Cesare Pietroiusti.
L’asta si terrà l’11 Marzo 2015 dalle ore 18.

L’intero ricavato verrà devoluto al progetto Rojava Calling.

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