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Inside Kobanê. La parola alle immagini

  • Giovedì, 05 Marzo 2015 11:45 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
05 03 2014

Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra. Quattro italiani della Campagna Rojava Calling hanno varcato la frontiera turca e trascorso alcuni giorni a Kobanê. Poi hanno preferito far raccontare quei giorni alle immagini invece che alle parole, perché le parole a volte non bastano e spesso finiscono per annegare nella retorica. Un tentativo di restituire la verità della Rojava in una città che guarda il mondo con un punto di vista molto originale, quello di una rivoluzione possibile difesa quartiere per quartiere, anzi metro per metro.

Abbiamo preferito le immagini alle parole. Cinque giorni dentro Kobane sono abbastanza per scegliere un altro punto di vista sul mondo. Quello della rivoluzione possibile. Questo e’ il motivo per cui abbiamo paura della retorica e non riusciamo ad immaginare un testo in grado di contenere tutto quello che abbiamo vissuto correndo oltre il filo spinato per oltrepassare quella maledetta frontiera, con luci e fucili dell’esercito turco puntati alla schiena. Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra.

E invece la libertà, così difficile da immaginare realizzata per noi che abbiamo perso il sapore della conquista, ha trasformato quel disastro in nuove fondamenta. Sola come durante la guerra, Kobane lentamente si sta rialzando sulle proprie gambe e giorno dopo giorno raccoglie le migliaia di abitanti che aveva messo al sicuro a Suruç e che ora sono pronti a ricominciare dove il Daesh li aveva violentemente interrotti. Non siamo giornalisti. Siamo parte di un progetto collettivo, Rojava calling, che da mesi supporta e sostiene questa esperienza. Quello che raccontiamo e’ un tentativo di restituire la verità della Rojava anche attraverso l’atrocità del conflitto.

Sappiamo che la densità e l’intensità degli incontri e delle esperienze che abbiamo vissuto in questi giorni sono state un privilegio che dobbiamo ai fratelli e alle sorelle che abbiamo lasciato oltre il confine e che ci hanno accompagnato instante dopo istante. Abbiamo battuto quartiere per quartiere la città distrutta, addentrandoci tra i passaggi segreti che i combattenti e le combattenti hanno aperto tra i palazzi per non esporsi mai ai cecchini dell’Isis. Quegli stessi varchi grazie ai quali metro dopo metro i compagni hanno riconquistato la città. Siamo saliti fino alla cima della collina che oggi porta il nome di Arin Mirkan sulla quale è stata issata l’immensa bandiera che ha sancito la liberazione. Abbiamo chiacchierato con i combattenti e le combattenti dello YPG e YPJ di resistenza, pratiche rivoluzionarie, strategie di smantellamento della mentalità patriarcale, capitalismo e liberazione.

Abbiamo assistito alla prima riunione ufficiale dei tre cantoni che hanno scelto quel teatro apocalittico per discutere insieme non solo della ricostruzione di Kobane, ma pure del futuro della rivoluzione del Rojava. Abbiamo attraversato il cuore di una città senza moneta, che durante la guerra non ha mai smesso di produrre pane e garantire sopravvivenza a chi era rimasto in città. Abbiamo lavorato fianco a fianco ai ragazzi del media center, quei ragazzi che durante la guerra sono rimasti dentro Kobane per raccontare al mondo quello che accadeva istante dopo istante. Ma soprattutto di questi giorni non scorderemo mai la ricchezza delle discussioni politiche fatte al calar della sera davanti a un chai con alcuni protagonisti di questa rivoluzione di cui abbiamo promesso di cancellare volti e nomi.

Non dobbiamo dimenticare che Kobane, la Rojava, il confederalismo democratico sono il risultato di un esperimento praticato negli ultimi decenni da un’organizzazione, il Pkk, che oggi ancora viene accostata al terrorismo e costretta alla clandestinità. Tutte queste cose vanno tenute assieme perché Kobane non diventi solo una bandiera da sventolare ma una pratica che mira alla riproducibilità e alla moltiplicazione. Tutto il mondo e’ in debito con questa rivoluzione. Kobane, la sua gente e la sua resistenza sono patrimonio dell’umanità.

Rojava Calling

Inside Kobane

  • Lunedì, 02 Marzo 2015 14:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Napoli Project
02.03.2015

Abbiamo preferito le immagini alle parole. Cinque giorni dentro Kobane sono abbastanza per scegliere un altro punto di vista sul mondo. Quello della rivoluzione possibile. Questo e’ il motivo per cui abbiamo paura della retorica e non riusciamo ad immaginare un testo in grado di contenere tutto quello che abbiamo vissuto correndo oltre il filo spinato per oltrepassare quella maledetta frontiera, con luci e fucili dell’esercito turco puntati alla schiena. Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra. E invece la libertà, così difficile da immaginare realizzata per noi che abbiamo perso il sapore della conquista, ha trasformato quel disastro in nuove fondamenta.

Sola come durante la guerra, Kobane lentamente si sta rialzando sulle proprie gambe e giorno dopo giorno raccoglie le migliaia di abitanti che aveva messo al sicuro a Suruç e che ora sono pronti a ricominciare dove il Daesh li aveva violentemente interrotti. Non siamo giornalisti. Siamo parte di un progetto collettivo, Rojava calling, che da mesi supporta e sostiene questa esperienza. Quello che raccontiamo e’ un tentativo di restituire la verità della Rojava anche attraverso l’atrocità del conflitto. Sappiamo che la densità e l’intensità degli incontri e delle esperienze che abbiamo vissuto in questi giorni sono state un privilegio che dobbiamo ai fratelli e alle sorelle che abbiamo lasciato oltre il confine e che ci hanno accompagnato instante dopo istante. Abbiamo battuto quartiere per quartiere la città distrutta, addentrandoci tra i passaggi segreti che i combattenti e le combattenti hanno aperto tra i palazzi per non esporsi mai ai cecchini dell’Isis. Quegli stessi varchi grazie ai quali metro dopo metro i compagni hanno riconquistato la città.

Siamo saliti fino alla cima della collina che oggi porta il nome di Arin Mirkan sulla quale è stata issata l’immensa bandiera che ha sancito la liberazione. Abbiamo chiacchierato con i combattenti e le combattenti dello YPG e YPJ di resistenza, pratiche rivoluzionarie, strategie di smantellamento della mentalità patriarcale, capitalismo e liberazione. Abbiamo assistito alla prima riunione ufficiale dei tre cantoni che hanno scelto quel teatro apocalittico per discutere insieme non solo della ricostruzione di Kobane , ma pure del futuro della rivoluzione del Rojava. Abbiamo attraversato il cuore di una città senza moneta, che durante la guerra non ha mai smesso di produrre pane e garantire sopravvivenza a chi era rimasto in città. Abbiamo lavorato fianco a fianco ai ragazzi del media center, quei ragazzi che durante la guerra sono rimasti dentro Kobane per raccontare al mondo quello che accadeva istante dopo istante. Ma soprattutto di questi giorni non scorderemo mai la ricchezza delle discussioni politiche fatte al calar della sera davanti a un chai con alcuni protagonisti di questa rivoluzione di cui abbiamo promesso di cancellare volti e nomi.

Non dobbiamo dimenticare che Kobane, la Rojava, il confederalismo democratico sono il risultato di un esperimento praticato negli ultimi decenni da un’organizzazione, il Pkk, che oggi ancora viene accostata al terrorismo e costretta alla clandestinità. Tutte queste cose vanno tenute assieme perché Kobane non diventi solo una bandiera da sventolare ma una pratica che mira alla riproducibilità e alla moltiplicazione. Tutto il mondo e’ in debito con questa rivoluzione. Kobane, la sua gente e la sua resistenza sono patrimonio dell’umanità.

Eleonora, Egidio, Teo, Valentina, Marta

Global Project
25 02 2015

La Campagna Rojava Calling, i movimenti e le associazioni, i movimenti e le associazioni coordinate nella Rete Kurdistan Italia che in questi mesi hanno messo in atto pratiche di solidarietà militante a fianco dei profughi di Kobané e del Rojava, proseguono l’intervento di supporto ai profughi ed alla resistenza del popolo kurdo.

Più di duecentomila profughi, fuggiti dalla regione del Rojava, nel nord della Siria, in seguito ai massacri perpetrati dalle milizie del califfato nero, sono stati accolti in campi e villaggi nei territori kurdi della Turchia orientale interamente gestiti e organizzati dalla rete di volontari e militanti delle associazioni kurde senza alcun aiuto dallo stato turco né di alcun organismo internazionale.

Sono necessari fondi per l’acquisto di strumenti e attrezzature sanitarie urgenti per l’assistenza ai profughi, in gran parte bambini, donne e anziani esposti alle condizioni avverse del clima invernale ed alla precarietà della situazione igienico sanitaria dei campi.
Dai primi di novembre numerose staffette partite da tutt’Italia hanno portato aiuti e riportato notizie e informazioni dirette sul conflitto siriano e la resistenza di Kobane. La prima Staffetta sanitaria per Kobane, partita a metà dicembre, ha supportato il lavoro nei campi dei medici volontari di Suruc, a pochi km dal confine siriano e da Kobane, ed ha raccolto le richieste dei materiali sanitari più urgenti per poter garantire l’assistenza minima alla popolazione dei campi profughi. A seguire, sono stati raccolti ed inviati quantitativi di farmaci indicatici come indispensabili per curare le malattie più diffuse nei campi e nei villaggi.

Ora è necessario uno sforzo ulteriore per raccogliere ed inviare le somme necessarie all’acquisto di attrezzature sanitarie ed organizzare a breve la partenza di staffette sanitarie.
Nello specifico è indispensabile assicurare nel più breve tempo possibile:

 Fondi per l’acquisto immediato di: defibrillatori, ecografi, elettrocardiografi, barelle, saturimetri, sfigmanometri, fonendoscopi e strumenti sanitari per i diversi tipi di intervento.
 Fondi per l’acquisto di un mezzo di trasporto attrezzato, da un’ Automedica ad una Unità Mobile di Primo Soccorso per consentire a medici e infermieri di raggiungere rapidamente tutti i campi profughi e i villaggi dislocati nel territorio della municipalità di Suruc e dintorni.
 Organizzazione e partenza di piccoli gruppi di medici e infermieri con specializzazioni ed esperienza in ambito pediatrico, ortopedico, ginecologico, odontoiatrico, chirurgico.
I fondi raccolti verranno inviati alla Associazione Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia onlus che provvederà al trasferimento e darà pubblicamente conto del loro utilizzo.

Per chi volesse inviare direttamente fondi a Mezzaluna rossa kurda: IBAN: IT63P0335901600100000132 226 - Causale “Assistenza sanitaria”
Per le disponibilità alle partenze nelle staffette sanitarie e altri contributi:
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - FB: Staffetta Romana per Kobane ; Rojava Calling

La linea

  • Martedì, 03 Febbraio 2015 13:59 ,
  • Pubblicato in Il Racconto
Serena Tarabini, Q Code Mag
3 febbraio 2015

Viaggio nella frontiera turco-siriana dove si incontrano la resistenza militare, la mobilitazione umanitaria e l’immaginario politico del popolo curdo; e dove l’unica linea di separazione è quella del confine.

Rainews24
03 02 2015

le milizie jihadiste dello stato islamico (isis) sono state "cacciate" quasi del tutto da kobane, città curda-siriana a ridosso della frontiera turca assediata dagli uomini del califfato nero dal settembre scorso. kobane è stata liberata ma questi mesi di violenta offensiva dell'isis hanno messo in fuga decine di migliaia di persone, molte delle quali sono arrivate in turchia.

I profughi nel campo di Mürşitpınar, sul lato turco del confine siriano, molti aspettano solo che la frontiera sia riaperta, per tornare a casa anche se la loro casa potrebbe non esserci più. secondo le cifre ufficiali di ankara, la turchia ospita attualmente nei campi profughi quasi 200mila persone provenienti dall'area di kobane.

Nella zona turca di suruc, ad una decina di chilometri dal confine, c'è la struttura più grande che ospita 35mila rifugiati. comprende sette cliniche mediche, due ospedali e aule per almeno 10mila bambini, provenienti principalmente da kobane.

Stanziati 3,9 milioni lo scorso ottobre la commissione europea ha stanziato 3,9 milioni di euro destinati alle organizzazioni umanitarie. ma per ora le autorità turche non lasciano passare nessuno anche se sono in molti a chiedere di tornare a casa per cominciare la ricostruzione. la città di kobane è liberata, ma i combattimenti proseguono in alcuni dei villaggi limitrofi.

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