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Ripartire da Kobane

  • Mercoledì, 19 Novembre 2014 14:02 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
19 11 2014

Nel mezzo del conflitto siriano, nelle tre principali aree curde del nord della Siria, uno straordinario esperimento di democrazia ha folgorato tutti gli amanti della libertà. Dopo aver espulso gli emissari di Assad, e nonostante l’inimicizia di gran parte dei vicini, la Rojava non solo sta mantenendo la sua indipendenza, ma sta portando avanti la sua rivoluzione segreta. I corpi titolari del potere decisionale sono le assemblee popolari, in ogni governatorato le cariche vengono assegnate con il rispetto tanto delle diverse etnie quanto dei generi, ci sono consigli dei giovani e delle donne. Proprio le donne, unite nelle brigate delle YPG, stanno guidando l’eroica resistenza di Kobane contro l’avanzata dello Stato Islamico. Al califfo Al-Baghdadi non deve andare giù che a fermare il suo esercito siano proprio le donne che lui vorrebbe vendere come merci nei mercati di Raqqa. Non deve andar giù nemmeno che una città ribelle, con un esercito popolare e male armato, stia resistendo da oramai due mesi, quando grandi città come Raqqa e Mosul sono cadute in meno di 24 ore. Abbiamo l’impressione che Kobane da sola stia scompigliando le carte dei grandi attori internazionali nella regione, in una partita che va ben al di là della sua sopravvivenza.

Se fino all’attacco dell’ISIS sul monte Sinjar il mondo aveva ignorato la Rojava, la notizia dell’eroico salvataggio di migliaia di yazidi intrappolati in Iraq (il 3 Agosto) è stata celebrata in tutto il Medio Oriente, mentre è stata taciuta o mistificata dai media occidentali. In seguito, quando gli aerei da guerra americani hanno cominciato lentamente ad intervenire lo hanno fatto con occasionali e simbolici bombardamenti. Sappiamo però che per fermare l’ISIS sarà necessario che le popolazioni locali inizino a sognare di poter prendere in mano il loro futuro: la storia irakena degli ultimi dieci anni ci insegna che non serviranno nuove crociate a stelle e strisce per portare democrazia.

In un Medio Oriente in cui la geopolitica occidentale traccia da secoli confini sulle mappe geografiche basandosi su divisioni etniche, linguistiche e religiose, considerate a torto irriducibili, si scopre che proprio in questa terra, dove per definizione i popoli saprebbero vivere solo sotto l’egida di regimi autoritari, donne e uomini possono cooperare dal basso per una democrazia radicale, egualitaria, laica e anticapitalista. Una democrazia in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo e la padronanza dell’uomo sulla donna e sulla natura sono abbandonati per cercare di spezzare il circolo della violenza creato dai diversi nazionalismi in competizione per il controllo dello stato-nazione. Scopriamo che se in una società il più forte coopera con il più debole per fare rete e non per dominare l’altro possiamo intravedere “il regno della libertà”. Con la Carta della Rojava si sta mettendo in discussione un modello di civilizzazione vecchio di millenni, fondato ben prima della nascita del capitalismo. La Rojava è un esperimento pericoloso perché potenzialmente universale.

Il confederalismo democratico contiene diverse innovazioni teoriche molto interessanti, prima fra tutte il federalismo bottom-up, la possibilità dei commons di organizzarsi dal basso. Il PKK ha infatti dichiarato di non perseguire più la creazione di uno Stato-nazione kurdo indipendente. Inspirato dall’utopia insita nell’ecologismo sociale, in Rojava sono sorte comunità auto-governate basate sui principi della democrazia diretta e capaci di mettere in comune anche al di là dei confini dello Stato-nazione. Nella visione di Ocalan, il movimento curdo potrà diventare un modello per un movimento mondiale verso la democrazia diretta, la cooperazione economica e la dissoluzione delle burocrazie statali.

Nella Rojava ci siamo riconosciuti, abbiamo ritrovato quel filo che unisce esperienze lontane e non, la Comune di Parigi, le comunità zapatiste, le piazze del 15M e Occupy. Abbiamo riascoltato le voci di quei visionari palestinesi per cui la terza intifada sarà globale o non sarà affatto. Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di andare a Suruç, la città gemella di Kobane oltre il confine turco-siriano, per cercare le connessioni con la nostra storia e costruire un’opposizione comune all’austerity ed alla guerra. Sappiamo bene che la solidarietà internazionalista è inutile se non lottiamo nei nostri territori per liberare noi stessi dal sistema di sfruttamento e di dominio.

Guerra e crisi: mettere in discussione questo binomio significa reinventare modelli di coesistenza differenti, di integrazione non unilaterale, significa chiudere i tanti ghetti in cui finiscono i migranti in fuga dalla guerra quando sopravvivono alle tragiche traversate del Mediterraneo.

Andiamo anche per capire come viene affrontato l’arrivo di migliaia di profughi in un sistema di accoglienza autogestito ed in assenza della cooperazione internazionale. Andiamo alle porte dell’Europa per cercare di creare nuove connessioni e nuove prospettive con i movimenti euro mediterranei. Andiamo immaginando un nuovo movimento no war e lo vogliamo fare insieme alle tante delegazioni di cui si compone la staffetta.

Partiamo per Suruç con un gran desiderio di formazione politica e per continuare ad agire e sognare insieme a loro. Partiamo per rompere l'isolamento in cui il PKK è stretto da anni, per costringere le istituzioni europee a togliere il Partito dei lavoratori curdi dalle liste del terrorismo internazionale e ottenere il riconoscimento politico dei Cantoni della Rojava.

Viva la resistenza di Kobane!

La battaglia di Kobane negli occhi dei Kurdi

CateneOgni volta che si sente il rimbombo di un'esplosione, la gente si ferma e guarda verso Kobane. Qualche istante di silenzio e poi ricominciano a parlare. A Miirsitpinar, villaggio a un solo chilometro da Kobane, ogni giorno si ritrovano famiglie intere a osservare quanto succede di là dalla frontiera.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

In difesa di Kobane, laica multietnica e senza stato

Nuovi raid aerei contro gli uomini di al Baghdadi. "Per comprendere cosa succede a Kobane, vanno rigettate le semplificazioni dei media - spiega al Manifesto Murad Alcincilar, sindacalista e direttore dell'Istituto di Ricerca Politica e Sociale di Diyarbakir - Si deve tornare all'ideologia del Pkk per capire perché oggi quella città è un tale simbolo". In una Diyarbakir blindata, i kurdi sono impegnati a sostenere l'esperimento lanciato negli anni 90 dal Pkk...
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

L’Espresso
04 11 2014

Si chiama Meysa Abdo, ma il suo nome di battaglia è Narin Afrin. E' una delle comandanti della resistenza curda della città siriana di Kobane, sotto assedio da parte dell''Isis da metà settembre. Nelle ultime settimane, insieme a molte altre donne curde, ha prima assistito all'attacco del Califfato a villaggi e città curde dei dintorni (con una conseguente ondata di profughi siriani curdi verso il confine con la Turchia) e poi preso le armi per difendere la sua citta.

Ora, come in un duello a distanza con la sofisticata propaganda dell'Isis (ultima mossa, usare l'ostaggio britannico John Cantlie per un video reportage a suo favore) Meysa Abdo ha scritto una lettera aperta al New York Times per chiedere a tutto l'Occidente, e in particolare alle donne, di essere al fianco dei curdi di Kobane.

Per prima cosa, la comandante rivendica che il suo esercito di resistenti sta “difendendo una società democratica e secolare di curdi, arabi, musulmani e cristiani che hanno di fronte un imminente massacro” e spiega come la resistenza abbiamo mobilitato “una comunità intera: molti dei suoi leader, inclusa me, sono donne”.


Chi combatte in prima linea, spiega la comandante Narin, “è ben consapevole del trattamento che lo Stato Islamico riserva alle donne”. E proprio per questo, dice, i curdi di Kobane si aspettano che “le donne di tutto il mondo ci aiutino, perché stiamo combattendo per i diritti di tutte le donne, in ogni luogo”. E poi aggiunge: “Non ci aspettiamo che veniate a combattere qui (anche se saremo fiere se qualcuno lo facesse) ma chiediamo alle donne di promuovere la nostra causa nei loro paesi e di fare pressione sui loro governi perché ci aiutino”.


Meysa Abdo poi analizza la situazione militare e chiede ai governi occidentali di spingere la Turchia a tenere aperto un corridoio attraverso il quale i curdi siriani (e iracheni, come sta accadendo in queste ore con i primi 150 peshmerga curdo-iracheni in viaggio verso la città) possano raggiungere la resistenza di Kobane.


Con orgoglio da combattente, Narin Afrim conclude: “Abbiamo dato prova di essere l'unica forza in grado di battere lo Stato Islamico in Siria (…). La gente di Kobane ha bisogno dell'attenzione e dell'aiuto del mondo.

LEGGI La lettera integrale di Meysa Abdo sul New York Times

Chi è l'angelo di Kobane e i dubbi sulla sua storia

Corriere della Sera
03 11 2014

In rete circola la leggenda di Rehana, combattente curda che sarebbe morta decapitata da Isis. Ma molto probabilmente si tratta di propaganda e di superficialità dei media.

di Marta Serafini

Sui social è l’Angelo di Kobane, per molti è una leggenda. Per altri è solo strumento di propaganda. Bella, con lo sguardo fiero, in tuta mimetica. In una foto condivisa migliaia di volte fa il segno di vittoria diventando il simbolo della resistenza al femminile delle combattenti curde alla minaccia jihadista di Isis e viene presentata come colei che ha ucciso centinaia di jihadisti.

Una studentessa siriana
La sua storia però potrebbe essere molto diversa. Rehana - sempre che questo sia il suo vero nome - secondo quanto riporta la Bbc, è stata fotografata il 22 agosto a Kobane, mesi prima che la sua immagine iniziasse a circolare in rete. L'occasione era una cerimonia di volontari curdi arruolati per combattere contro Isis. Per il giornalista svedese Carl Drott, ai tempi unico reporter presente nell'enclave curda che ha scambiato qualche parola con lei, non si tratta di una combattente impegnata al fronte ma di volontaria della guardia curda. La ragazza, studentessa di legge ad Aleppo si sarebbe unita alle milizie curde dopo che suo padre è stato ucciso da Isis.

Nei giorni successivi all'adunata la sua immagine è stata pubblicata su un blog, Bijikurdistan, di propaganda filo curda. Ma è solo il mese dopo che la foto viene postata su Twitter da un giornale curdo in lingua inglese, lo Slemani Times. In ottobre sempre sui social inizia a circolare in rete la notizia che una donna curda è stata decapitata da Isis. L'immagine della sua testa in mano a un jihadista viene postata di fianco all'altra in cui Rehane sorride fiera all'obiettivo. In molti ipotizzano che la combattente morta sia lei. Il tweet viene condiviso 5.500 volte. Tra chi lo riprende c'è anche l'account ufficiale @KurdistanArmy. Ed è a quel punto che nasce la leggenda dell'angelo di Kobane. Ma è difficile stabilire quale sia la verità, potrebbe trattarsi di propaganda curda. Oltre a combattere sul campo di battaglia, anche Pkk e Ypg infatti usano i social network per cercare di contrastare la potente comunicazione di Isis e insistono molto sulla componente femminile dei propri battaglioni in funzione anti jihadista (per un soldato di Isis essere ucciso da una donna è la morte peggiore che si possa immaginare, è l'idea). E, c'è chi Dilar Dirik, attivista curda e PhdD all'Università di Cambridge, stigmatizza questa scelta, che verrebbe fatta per solleticare l'attenzione dei media occidentali, superficiali e più interessanti all'aspetto morboso della vicenda che alla verità storica. «Le donne combattenti curde ci sono sempre state, non sono certo una novità», scrive Dirik. Che sottolinea anche come la YPJ (le unità femminili di difesa curda) combattano Isis da due anni e che le storie di donne come Rehana, sempre ammesso che questo sia davvero il suo vero nome, non sono certo una novità.

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