Venite a Lampedusa

  • Martedì, 28 Aprile 2015 08:10 ,
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Comune - info
28 04 2015

di Giacomo Sferlazzo

Lampedusa subisce da anni lo stesso processo coloniale che ha subito nei secoli l’Africa. I paesi africani sono ricchi di risorse e il colonialismo europeo prima e l’imperialismo Usa/Nato dopo, hanno sfruttato queste terre e questi popoli e continuano a farlo: distruggendo intere aree, uccidendo, depredando (per un breve resoconto rimando a La grande ipocrisia di Alain Goussot) e creando quell’immigrazione di massa di cui vediamo sempre di più la catastrofica natura.

Lampedusa non ha petrolio, non ha coltan, non ha gas né acqua; Lampedusa ha una cosa però che è fondamentale nelle strategie di guerra e nelle nuove politiche coloniali: la sua posizione geografica. Sull’isola ci sono ben dieci radar e il tasso di malattie tumorali è al di sopra della media nazionale. Su soli 22 chilometri quadrati di isola troviamo: polizia, esercito, carabinieri (una caserma), guardia di finanza (due caserme), aeronautica militare (due caserme), guardia costiera (una caserma, marina militare, con la zona della ex base militare Usa ancora recintata e ad uso militare), perfino un corpo speciale che si occupa di spionaggio e guerra elettronica, navi e elicotteri militari, Frontex, aerei militari e camionette di tutti i tipi. «Una presenza che garantisce sicurezza a Lampedusa – la definisce Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa – ma assolutamente non invasiva e ben integrata con le esigenze delle mie isole».

 

La posizione di Lampedusa è dunque una risorsa da accaparrarsi, di cui approfittare in modo monopolistico e banditesco, come il petrolio per la Nato o per l’Ue. Anche in questo caso occorre sfruttare retoriche securitarie, umanitarie, ricorrendo pretestuosamente alle stragi ed alle emergenze che gli stessi governi dei paesi imperialisti provocano e determinano. Da questa isola si possono fare operazioni di spionaggio che altrove sarebbe molto più difficile riuscire a portare a termine: il nostro porto ed il nostro aeroporto sono punti di appoggio importantissimi per le operazioni militari in atto, così come lo sono già stati in passato. Il “fronte sud”, del resto, è quello più caldo, sul quale l’occidente ha investito da decenni le proprie risorse militari per depredare il continente africano. A Lampedusa è inoltre possibile produrre emergenze e retoriche che altrove sarebbero impossibili da riprodurre, da gestire e da mettere in scena. L’enorme set “cinemediatico” mobile, che si monta e si smonta secondo le esigenze del potere, vede in Lampedusa un luogo da raccontare in poche ore, con la fretta del Tg che ha bisogno del servizio pronto per l’ora di pranzo o di cena. Un enorme set, dunque, dietro le cui quinte si affollano frementi giornalisti, fotografi, registi ma anche artisti, scrittori, studiosi ed esperti di varia natura: tutti accomunati dalla magica capacità di raccontarci l’isola e i suoi abitanti dopo un soggiorno che nella migliore delle ipotesi dura appena una settimana. Bisognerebbe leggere Edward Said per capire meglio come la costruzione e la rappresentazione culturale di un luogo da dominare siano le premesse fondamentali della sua sottomissione politica, economica e militare. Intendo dire che quello che vedete nei Tg, che leggete in molti libri, in molte mostre e spettacoli teatrali che ormai proliferano su Lampedusa, non sono altro che rappresentazioni basate su stereotipi funzionali alle scelte politiche ed economiche dei paesi “occidentali”.

I naufragi a cui assistiamo impotenti e di cui vediamo crescere il numero di vittime per attirare l’attenzione di telespettatori assuefatti ad immagini di morte e disperazione, vanno inseriti in questa logica di creazione/spettacolarizzazione delle tragedie e delle emergenze. Basta osservare le scelte politiche che seguono ai periodici naufragi per accorgersi di come la questione delle migrazioni si sovrapponga a quella militare. Senza una giustificazione del tipo «dobbiamo salvare vite umane», senza una mobilitazione emotivamente forte come quella dovuta ai tanti morti, senza cioè il ricorso all’emergenza strutturale, alla eccezionalità, sarebbe infatti assai difficile giustificare un nuovo finanziamento di Triton/Frontex. Oltre alla paura e alla commozione di massa, serve sempre anche un Nemico per poter giustificare provvedimenti politici “straordinari”: ecco allora spiegato il ruolo che hanno avuto le demonizzazioni di Gheddafi e di Saddam, così come la funzione svolta dai vari e presunti gruppi terroristici (a proposito di paure, ricordate l’ebola?). Ora assistiamo ad una nuova figura di demone crudele, di Nemico assoluto, di anti-umano, di mostro contro cui indirizzare l’odio e le paure collettive: la figura dello scafista. Una figura usata anche, con la medesima funzione, in occasione della strage del 3 ottobre 2013, per provare ad agevolare una facile e sbrigativa chiusura delle indagini su quello che, per chi conosce i fatti, è stato un naufragio non ostacolato, se non addirittura provocato.


Pensate che chi ha soccorso i naufraghi quella mattina del 3 ottobre (amici che si trovavano sul posto per una battuta di pesca), è stato screditato e non ascoltato, perché dichiara che la guardia costiera arrivò sul luogo del naufragio ben quarantacinque minuti dopo la loro chiamata. Gli stessi superstiti dichiarano che tra le tre e le tre e mezza di notte due barche, di cui una molto simile ad una vedetta militare, accostarono l’imbarcazione dei migranti. Dopo avere puntato i fari sopra i migranti che erano a bordo le due imbarcazioni andarono via, contribuendo così a provocare l’agitazione che poi avrebbe fatto capovolgere e inabissare la barca.

Il Comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile contro gli scafisti ma il sindaco non ha mai voluto ascoltare chi aveva soccorso i naufraghi. L’anno dopo, per la giornata in memoria di quella strage, l’Arci insieme al “Comitato 3 ottobre” e al Comune di Lampedusa e Linosa, con i soldi del ministero dell’Interno e dell’Open Society di George Soros, organizzavano una pagliacciata: una farsa grottesca dove la Laura Boldrini dichiarava che vi sarebbe in atto «una guerra tra gli uomini e il mare», dove Martin Schulz elogiava l’Europa democratica, dove la sindaco Giusi Nicolini si profondeva nella solita cantilena con l’immancabile citazione di papa Francesco e dove i superstiti e i parenti delle vittime facevano da comparse a tutto quel coro di retorica e assurdità. In quell’occasione i ragazzi e le ragazze che avevano salvato i naufraghi ebbero una discussione accesa con Valerio Cataldi, cofondatore del “Comitato 3 ottobre” e giornalista della Rai. Cataldi si è occupato abbondantemente della strage, contribuendo a costruire la narrazione istituzionale di quei fatti e usando la voce registrata di uno dei ragazzi che aveva soccorso i naufraghi, senza mai chiedergli l’autorizzazione e senza mai parlare dei fatti di quella notte con loro. A seguito di quella accesa discussione alcuni dei soccorritori sono stati addirittura denunciati da Cataldi per aggressione. Ricordiamo che dopo quella strage venne finanziata e attuata l’operazione Mare Nostrum, operazione militare che costava 400 mila euro al giorno e che non fermò affatto i naufragi.

Lo stesso “Comitato 3 ottobre” si è fatto promotore della giornata della memoria per i migranti morti (nel loro primo comunicato si leggeva «per le vittime del mare», segno che la Boldrini fa scuola….) giornata che va ad arricchire di retoriche e di vuota e funzionale commozione i vaniloqui della Laura Boldrini e dei suoi soci assetati di diritti umani.


Proprio come nei migliori processi coloniali, c’è bisogno di una classe dirigente locale che si allinei alle scelte del governo colonizzatore che, si badi bene, non è quello dell’Italia ma quello a stelle e strisce degli Usa (avete notato come i naufragi sono coincisi con la visita di Renzi da Obama e come Obama spinga per la guerra in Libia?).

Come nei migliori processi coloniali, infatti, l’autonoma economia locale deve essere scoraggiata e la vita sul posto sfavorita. Il turismo, la nostra prima forma di economia, è stato in questi anni messo a dura prova, dalle scelte politiche e dall’uso (come dicevamo prima) di Lampedusa come grande set mediatico. Un esempio concreto, fra i tanti: anche se un naufragio accade davanti le coste libiche, ad un centinaio di chilometri da Lampedusa, i giornali e i telegiornali titolano «Naufragio a largo di Lampedusa». Ovviamente chi non sa la reale situazione immagina che sulle spiagge dell’isola arrivino cadaveri e che le strade dell’isola siano invase di pericolosi infiltrati dell’Isis o malati di ebola. Chi conosce veramente Lampedusa sa che non è cosi, che Lampedusa è uno dei posti più belli al mondo, dove è vero che ci sono stati momenti tristi e difficili, momenti in cui non avrei suggerito a nessuno di venire in vacanza qui, ma che quei momenti sono stati episodi che hanno reso l’isola un luogo da conoscere, da vivere, di cui innamorarsi. Un’isola che vibra di un’energia magica che nessuno potrà portarle via. Un’isola dove molti hanno conservato un sentimento di umanità altrove invece andato perso. Dove ci sono anche i razzisti e perfino i leghisti, pensate…. Un’isola complessa dunque, piena di contraddizioni che sono le contraddizioni del mondo capitalista e globalizzato. Ma da qui si può capire il mondo e nonostante non sia un bel mondo, da qui osservando i riflessi di questo mare, la luce di questo sole, sembra ancora di intravedere una speranza, sembra ancora possibile la pace e la giustizia.

Inaugurazione del Festival alla Porta d’Europa. Lampedusa in Festival 2014. (foto di Alessia Capasso tratta dalla pagina fb di Lampedusa In Festival)
Noi lampedusani possiamo avere un ruolo importante oggi negli equilibri mondiali. Noi lampedusani dobbiamo avere la consapevolezza di potere incidere nella storia, di poter scrivere una nota di speranza. Il nostro sforzo deve essere prima di tutto lo studio e la conoscenza.

Mi rivolgo ai giovani, non sprecate il vostro tempo, impiegatelo per conoscere, per praticare la condivisione, per praticare non solo la solidarietà ma la prassi politica. Mi rivolgo a tutte/i voi: il nemico non è il migrante, il nemico è questo sistema economico, è l’Ue, è il Fondo monetario, è la Bce, sono le multinazionali.

Abbiamo fatto tanti errori, abbiamo anche noi tante responsabilità. Ma dobbiamo procedere verso l’unione (sappiamo che in questo momento è la cosa più difficile), dobbiamo procedere nella lotta alla militarizzazione, dobbiamo riprenderci i nostri spazi, il nostro porto, le nostre terre occupate dalle caserme e dai radar. Da soli, però, non potremo mai farcela. A tutte/i coloro che si chiedono cosa potere fare per sostenere Lampedusa, cosa fare per sostenere un’ altra idea idea del Mediterraneo, un’idea di pace, di condivisone, di dialogo, di conoscenza, se vi chiedete come fare, noi vi diciamo che un modo c’è: sostenete l’economia locale. Venite in viaggio a Lampedusa. Non vogliamo essere costretti anche noi a diventare migranti e lasciare l’isola ai mercenari dell’accoglienza e ai militari, vogliamo restare qui e costruire una Lampedusa ed un Mediterraneo di Pace.

Il 1 maggio è una prima occasione. Sosteneteci. Senza paura.

* Artista, antirazzista, cantautore, Giacomo Sferlazzo è tra i promotori del collettivo Askavusa di Lampedusa (nato nel 2009 dopo le proteste contro la realizzazione di un Centro di identificazione ed espulsione nell’isola) e del Lampedusa Filmfestival

Non è una tragedia è un crimine!

  • Mercoledì, 22 Aprile 2015 11:33 ,
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22 04 2015

NON È UNA TRAGEDIA MA È UN CRIMINE!

I SOPRAVISSUTI SCENDONO IN PIAZZA DA ROMA A PARIGI

La Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo (CISPM-ITALIE) fa appello a tutte associazioni di difesa dei diritti umani, le forze sociali, politiche e sindacali laiche e religiose a scendere in piazze in tutta l’Europa:

GIOVEDÌ 23 APRILE PIAZZA MONTECITORIO ORE 15.30 ROMA

VENERDI 24 APRILE PLACE DE LA RÉPUBLIQUE ORE 15.30 PARIGI

Perché il dramma di queste ore nel mare Mediterraneo è l’ultimo atto criminale che si sta consumando nell’indifferenza totale e in presenza del teatrino delle dichiarazioni di circostanza dell’Unione Europea e dei suoi stati membri. Un atteggiamento ipocrita e privo di umanità. Perché l’Unione Europea da una parte è riuscita, in tempi immediati ad imporre le politiche di austerity alle popolazioni con risultati devastanti in termini di disoccupazioni in Europa e dall’altra, lascia morire nel Mediterraneo le persone. Senza parlare dei sopravvissuti ai quali riserva la gabbia del Regolamento Dublino III.

Come va sottolineato il fatto che gran parte di questi processi migratori sono la causa delle misure di impoverimento di massa determinate dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale (BM) e dai conflitti geo-politici dall’Africa al Medio oriente. Un contesto di guerra totale dal quale le persone sono costrette a fuggire per la salvaguardia della propria vita e della vita dei propri familiari.

Per la libertà di circolazione e di residenza in Europa

Per l’abrogazione del Regolamento Dublino III

Contro ogni forma di guerra

Per il permesso umanitario e la regolarizzazione ora e subito

Coalizione Internazionale dei Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo (CISPM)

Cronache di ordinario razzismo
20 04 2015

Fermare la strage. Subito!

21 aprile 2015
Giornata di mobilitazione nazionale

In una settimana più di mille morti in due stragi annunciate.
Stragi che hanno responsabilità precise: le scelte politiche e le leggi dei governi dell’UE (compreso quello italiano) che consegnano le persone in cerca di protezione nelle mani dei mercanti di morte.
Aumentando controlli e mezzi per pattugliare le frontiere non si fermeranno le stragi come dimostra quest’ultima tragedia con più di 900 morti avvenuta a poche ore da quella che ha portato a morire altre 400 persone. Chi scappa per salvare la propria vita e quella dei suoi cari non si ferma davanti al rischio di morire in mare.

Non c’è più tempo da perdere.
Si aprano subito vie d’accesso legali, canali umanitari, unico modo per evitare i viaggi della morte.
Il governo italiano, in attesa dell’intervento europeo, assuma le sue responsabilità e riattivi subito un programma di ricerca e salvataggio.

Chieda contemporaneamente all’UE di farsi carico di un programma di ricerca e salvataggio europeo.
Si sospenda il regolamento Dublino e si consenta alle persone tratte in salvo di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente con un fondo europeo ad hoc l’accoglienza in quei Paesi sulla base della distribuzione dei profughi.

Questi morti non consentono più rinvii, basta con le parole che non si traducono in azioni concrete e immediate.
Erano persone in carne e ossa. E invece sembrano fantasmi.

Domani 21 aprile 2015
Mobilitazione nazionale in tutta Italia

A Roma appuntamento a partire dalle 14,30 davanti a Montecitorio
Nelle altre città appuntamenti saranno articolati secondo quanto deciso dalle organizzazioni locali.

Internazionale
20 04 2015

Igiaba Scego, scrittrice
Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.

Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.

Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano. Niente carrette, scafisti, naufragi, niente squali pronti a farti a pezzi. I miei genitori avevano perso tutti i loro averi in un giorno e mezzo. Il regime di Siad Barre, nel 1969, aveva preso il controllo della Somalia e senza pensarci due volte mio padre e poi mia madre decisero di cercare rifugio in Italia per salvarsi la pelle e cominciare qui una nuova vita.

Mio padre era un uomo benestante, con una carriera politica alle spalle, ma dopo il colpo di stato non aveva nemmeno uno scellino in tasca. Gli avevano tolto tutto. Era diventato povero.

Oggi mio padre avrebbe dovuto prendere un barcone dalla Libia, perché dall’Africa se non sei dell’élite non c’è altro modo di venire in Europa. Ma gli anni settanta del secolo scorso erano diversi. Ho ricordi di genitori e parenti che andavano e venivano. Avevo alcuni cugini che lavoravano nelle piattaforme petrolifere in Libia e uno dei miei fratelli, Ibrahim, che studiava in quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia. Ricordo che Ibrahim a volte si caricava di jeans comprati nei mercati rionali in Italia e li vendeva sottobanco a Praga per mantenersi agli studi. Poi passava di nuovo da noi a Roma e quando era chiusa l’università tornava in Somalia, dove parte della famiglia aveva continuato a vivere nonostante la dittatura.

Se dovessi disegnare i viaggi di mio fratello Ibrahim su un foglio farei un mucchio di scarabocchi. Linee che uniscono Mogadiscio a Praga passando per Roma, alle quali dovrei aggiungere però delle deviazioni, delle curve. Mio fratello infatti aveva una moglie iraniana e viaggiavano insieme. Quindi c’era anche Teheran nel loro orizzonte e tanti luoghi in cui sono stati ma che ora non ricordo con precisione.

Mio fratello, da somalo, poteva spostarsi. Come qualsiasi ragazzo o ragazza europea. Se dovessi disegnare i viaggi di un Marco che vive a Venezia o di una Charlotte che vive a Düsseldorf dovrei fare uno scarabocchio più fitto di quello che ho fatto per mio fratello Ibrahim. Ed ecco che dovrei disegnare le gite scolastiche, quella volta che il suo gruppo musicale preferito ha suonato a Londra, le partite di calcio del Manchester United, poi le vacanze a Parigi con la ragazza o il ragazzo, le visite al fratello più grande che si è trasferito in Norvegia a lavorare. E poi non vai una volta a vedere New York e l’Empire State Building?

Per un europeo i viaggi sono una costellazione e i mezzi di trasporto cambiano secondo l’esigenza: si prende il treno, l’aereo, la macchina, la nave da crociera e c’è chi decide di girare l’Olanda in bicicletta. Le possibilità sono infinite. Lo erano anche per Ibrahim, nonostante la cortina di ferro, anche nel 1970. Certo non poteva andare ovunque. Ma c’era la possibilità di viaggiare anche per lui con un sistema di visti che non considerava il passaporto somalo come carta igienica.

Oggi invece per chi viene dal sud del mondo il viaggio è una linea retta. Una linea che ti costringe ad andare avanti e mai indietro. Si deve raggiungere la meta come nel rugby. Non ci sono visti, non ci sono corridoi umanitari, sono affari tuoi se nel tuo paese c’è la dittatura o c’è una guerra, l’Europa non ti guarda in faccia, sei solo una seccatura. Ed ecco che da Mogadiscio, da Kabul, da Damasco l’unica possibilità è di andare avanti, passo dopo passo, inesorabilmente, inevitabilmente.

Una linea retta in cui, ormai lo sappiamo, si incontra di tutto: scafisti, schiavisti, poliziotti corrotti, terroristi, stupratori. Sei alla mercé di un destino nefasto che ti condanna per la tua geografia e non per qualcosa che hai commesso.

Viaggiare è un diritto esclusivo del nord, di questo occidente sempre più isolato e sordo. Se sei nato dalla parte sbagliata del globo niente ti sarà concesso. Oggi mentre riflettevo sull’ennesima strage nel canale di Sicilia, in questo Mediterraneo che ormai è in putrefazione per i troppi cadaveri che contiene, mi chiedevo ad alta voce quando è cominciato questo incubo, e guardando la mia amica giornalista-scrittrice Katia Ippaso ci siamo chieste perché non ce ne siamo rese conto.

È dal 1988 che si muore così nel Mediterraneo. Dal 1988 donne e uomini vengono inghiottiti dalle acque. Un anno dopo a Berlino sarebbe caduto il muro, eravamo felici e quasi non ci siamo accorti di quell’altro muro che pian piano cresceva nelle acque del nostro mare.

Ho capito quello che stava succedendo solo nel 2003. Lavoravo in un negozio di dischi. Erano stati trovati nel canale di Sicilia 13 corpi. Erano 13 ragazzi somali che scappavano dalla guerra scoppiata nel 1990 e che si stava mangiando il paese. Quel numero ci sembrò subito un monito. Ricordo che la città di Roma si strinse alla comunità somala e venne celebrato a piazza del Campidoglio dal sindaco di allora, Walter Veltroni, un funerale laico. Una comunità divisa dall’odio clanico quel giorno, era un giorno nuvoloso di ottobre, si ritrovò unita intorno a quei corpi. Piangevano i somali accorsi in quella piazza, piangevano i romani che sentivano quel dolore come proprio.

Ora è tutto diverso.

Potrei dire che c’è solo indifferenza in giro.

Ma temo che ci sia qualcosa di più atroce che ci ha divorato l’anima.

L’ho sperimentato sulla mia pelle quest’estate ad Hargeisa, una città nel nord della Somalia.

Una signora molto dignitosa mi ha confessato, quasi con vergogna, che suo nipote era morto facendo il tahrib, ovvero il viaggio verso l’Europa.

“Se l’è mangiato la barca”, mi ha detto. La signora era sconsolata e mi continuava a ripetere: “Quando partono i ragazzi non ci dicono niente. Io quella sera gli avevo preparato la cena, non l’ha mai mangiata”. Da quel giorno spesso sogno barche con i denti che afferrano i ragazzi per le caviglie e li divorano come un tempo Crono faceva con i suoi figli. Sogno quella barca, quei denti enormi, grossi come zanne di elefante. Mi sento impotente. Anzi, peggio: mi sento un’assassina perché il continente, l’Europa, di cui sono cittadina non sta alzando un dito per costruire una politica comune che affronti queste tragedie del mare in modo sistematico.

Anche la parola “tragedia” forse è fuori luogo, ormai dopo venticinque anni possiamo parlare di omicidio colposo e non più di tragedie; soprattutto ora dopo il blocco da parte dell’Unione Europea dell’operazione Mare Nostrum. Una scelta precisa del nostro continente che ha deciso di controllare i confini e di ignorare le vite umane.

Nessuno di noi è sceso in piazza per chiedere che Mare Nostrum fosse ripresa. Non abbiamo chiesto una soluzione strutturale del problema. Siamo colpevoli quanto i nostri governi. Non a caso Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina ai tempi della dittatura, l’uomo che salvò molte persone dalle grinfie del regime di Videla, sui migranti che muoiono nel Mediterraneo ha detto: “Sono i nuovi desaparecidos. E il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere”.

LAMPEDUSAc

Redattore Sociale
16 03 2015

Roma - Dall'inizio dell'anno sono circa 470 le persone che hanno perso la vita o sono scomparse nel Mar Mediterraneo, rispetto alle 15 dello stesso periodo dello scorso anno. Per questa ragione l'Unhcr ha inviato una lettera all'Unione Europea contenente "una serie di proposte concrete volte ad affrontare le sfide poste dalle migliaia di rifugiati e migranti che ogni anno rischiano la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa". Tra le proposte dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in particolare, c'e' "l'istituzione di un'importante operazione di ricerca e soccorso europea nel Mar Mediterraneo, simile all'operazione italiana 'Mare Nostrum', e la realizzazione di un sistema europeo per compensare le perdite economiche subite dalle compagnie di navigazione coinvolte nel salvataggio in mare di persone".


L'Unhcr sollecita dunque l'Unione Europea affinchè "esplori soluzioni per affrontare le difficolta' in cui incorrono i rifugiati una volta che arrivano in Europa, assicurando loro un sostegno adeguato ed evitando che alcuni paesi debbano assumersi la responsabilita' in modo preponderante". Al momento, fanno sapere, le persone in cerca di sicurezza in Europa arrivano per lo piu' in alcuni Stati alle frontiere esterne dell'Unione Europea, mentre sono pochi altri i paesi, soprattutto Germania e Svezia, che ricevono il maggior numero di domande di asilo. "Per far fronte a questo squilibrio - si legge nella lettera inviata all'Unione Europea - e' necessaria piu' solidarieta' intra-europea: Paesi come l'Italia e la Grecia dovrebbero essere sostenuti in modo che possano accogliere adeguatamente i richiedenti asilo ed esaminare le loro domande di asilo".
Inoltre, l'Unhcr propone un progetto pilota che prevede il trasferimento in diversi paesi europei dei rifugiati siriani soccorsi in mare in Grecia e in Italia, sulla base di un sistema equo di distribuzione. "Tale progetto prevederebbe una migliore distribuzione dei siriani riconosciuti come rifugiati tra tutti i paesi dell'Unione Europea, contribuendo alla riduzione dei rischi di tratta e sfruttamento- conclude l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati- legati agli attuali movimenti all'interno dell'Unione Europea". (DIRE)

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