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La Repubblica
04 03 2015

I corpi di 10 migranti, vittime del ribaltamento di un gommone carico di profughi, sono stati recuperati nel Canale di Sicilia dalla nave Dattilo, che sta facendo rotta verso Augusta. Sull'imbarcazione ci sono altri 439 extracomunitari.

In totale sono circa un migliaio i migranti soccorsi in diverse operazioni nel Canale e che stanno per approdare in alcuni porti siciliani. Oltre alla Dattilo, sono impegnate una petroliera che sta portando 183 persone a Pozzallo. Altri 319 migranti approderanno su un'altra nave intorno alle 10.30 a Porto Empedocle. Complessivamente sono stati soccorsi 5 gommoni e 2 barconi carichi di migranti di sedicente provenienza siriana, palestinese, tunisina, libica e subsahariana. Tra le persone tratte in salvo oltre 30 bambini e più di 50 donne, di cui una incinta per la quale si è resa necessaria l'urgente evacuazione medica con una motovedetta classe 300 della guardia costiera di Lampedusa.

Parte delle 500 persone imbarcate dalla "Dattilo" erano sul gommone che si è ribaltato, le altre su un secondo gommone raggiunto dall'unità della Guardia costiera. Contestualmente, la sala operativa del comando generale delle Capitanerie di porto ha dirottato in soccorso di un terzo gommone con 200 immigrati circa a bordo la petroliera che è stata poi indirizzata a Pozzallo. Ad Augusta è stato già predisposto dalle forze dell'ordine il dispositivo per lo sbarco dei cadaveri e dei superstiti.

La Procura di Siracusa ha aperto unìinchiesta sul naufragio che causato la morte di 10 migranti dopo il ribaltamento di un gommone nelle acque del Canale di Sicilia. L'ipotesi di reato è omicidio. Le indagini, condotte dal Gruppo interforze della Procura, hanno accertato che le vittime erano insieme ad altre 120 migranti sul natante che si è rovesciato mentre altre 309 si trovavano su un'altra carretta del mare. Le salme e tutti i profughi sono stati trasbordati sulla nave "Dattilo" della Guardia Costiera che è nel porto di Augusta per le 19

Lampedusa, quanto costa l’umanità?

Il Fatto Quotidiano
19 02 2015

A Lampedusa oggi c’è il sole.

I morti in mare non ci stanno, i turisti si fanno il giro in barca e io con un mucchietto di persone me ne vado in giro ad intervistare gli abitanti dell’isola per capire come funziona la vita su questo scoglio a un passo dall’Africa.

Ci racconta Veronica, che ha lavorato nel centro di accoglienza e ha “fatto degli incontri che sono rimasti impressi nella mia mente, ma non capivo cosa stava accadendo intorno a me, ma il personale era sempre quello. Sempre sei o sette persone eravamo a gestire tutto quanto… un centro che era per 180 posti doveva bastare per 1000.
Chi faceva la fila per la colazione, doveva iniziare quella per il pranzo e poi doveva mettersi in fila per la polizia.
Faceva la fila per mangiare, fila per il dottore e fila per la polizia.

Qui vediamo l’aspetto più tragico. Vedere arrivare una barca strapiena di persone che appena scendono… svengono, non è una situazione bella.

E loro nemmeno parlano e dagli occhi capisci di cosa hanno bisogno. Di vestiti asciutti, di qualcosa di caldo da bere.
Non c’è bisogno di parole per raccontare la propria esperienza.
Rischiano di morire, eppure qui sono solo all’inizio… chissà dove arriveranno.
Ma per loro essere a Lampedusa significava essere salvi.
Tutto il giorno dicevano: grazie Lampedusa!

Il prete di Lampedusa, Don Mimmo, ci dice “che dobbiamo fare? O spostiamo l’isola o ci prendiamo la responsabilità di essere uno scoglio in mezzo al Mediterraneo”.

Quelli che scappano coi barconi non cercano soldi o lavoro, ma solo una maniera qualunque per non morire. Sappiamo che scapperebbero anche se mandassimo le motovedette a sparargli addosso. Vengono via da una morte sicura e si buttano in braccio a una vita incerta.

Lampedusa non può essere un confine o una periferia, ma un’opportunità per un occidente che è stato per troppo tempo imperialista e violento e che può diventare una porta aperta attraverso la quale far passare esseri umani che cercano di salvarsi la vita.

Quanto ci costa questo pezzetto di umanità riconquistata?

Ascanio Celestini

Le persone e la dignità
17 02 2015

La sera del 7 febbraio, dopo aver pagato agli scafisti 650 euro a testa 400 migranti vengono portati a Garabouli, 40 chilometri a ovest di Tripoli e fatti salire con la minaccia delle armi su quattro gommoni. Il giorno dopo inizia l’incubo.

Nel primo pomeriggio dell’8 febbraio la Guardia costiera italiana riceve un Sos da un punto localizzato a 120 miglia nautiche a sud di Lampedusa e a 74 miglia nautiche a nord della Libia. Nella telefonata, pressoché incomprensibile, si capiscono solo le parole “pericolo, pericolo” in lingua inglese. Ma bastano quelle.

In quel momento, la principale imbarcazione usata nell’ambito dell’operazione europea Triton è ormeggiata a Malta, a centinaia di chilometri di distanza, per manutenzione. Ecco la tanto proclamata risposta dell’Unione europea alla chiusura di Mare nostrum!

Le condizioni meteo in quella zona sono pessime da una settimana. I migranti, molti dei quali indossano vestiti leggeri, le temperature sono prossime allo zero, cade persino la grandine e le onde sono alte fino a otto metri. I quattro gommoni hanno piccoli motori fuoribordo che i trafficanti non hanno neanche riempito col carburante necessario alla traversata.

In modo ammirevole e con eccezionale coraggio dei suoi uomini, le imbarcazioni della Guardia costiera partono al soccorso. Ci mettono tempo, perché affrontare il mare in tempesta con mezzi di 18 metri è arduo. Riescono a trarre in salvo 105 persone da uno dei gommoni alle 21 di domenica 8, ma dopo il salvataggio 29 muoiono di ipotermia e per altre cause. Due navi mercantili che si trovano nella zona salvano nove sopravvissuti rimasti su due gommoni.

Una missione di ricerca di Amnesty International ha incontrato a Lampedusa alcuni sopravvissuti.

Ibrahim, un uomo di 24 anni proveniente dal Mali, è uno dei due soli sopravvissuti del suo gommone, soccorso da un mezzo mercantile:

“[Alle 7 di sera di] domenica il gommone ha iniziato a sgonfiarsi e a riempirsi d’acqua e chi era a bordo ha cominciato a cadere in acqua. A ogni ondata, cadevano due o tre persone. La prua si alzava e chi era a poppa finiva in mare. A un certo punto eravamo rimasti solo in 30. Ci siamo attaccati alla corda del lato che stava ancora a galla, l’acqua saliva fino alla pancia. Poi siamo rimasti in quattro. Abbiamo resistito tutta la notte. Pioveva. All’alba, due sono scivolati via. La mattina abbiamo visto un elicottero. Ho raccolto una maglietta rossa che galleggiava nell’acqua e l’ho agitata perché potessero vederci. Hanno lanciato un piccolo canotto gonfiabile ma non avevo più le forze per raggiungerlo. Abbiamo aspettato ancora. Un’ora dopo, è arrivata una nave, ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Erano le tre del pomeriggio [del 9 febbraio]”.
Lamin, a sua volta proveniente dal Mali, era sull’altro gommone soccorso da una nave mercantile:

“Eravamo in 107. In alto mare, le onde hanno iniziato a sballottarci. Avevamo tutti paura. Ho visto tre di noi cadere in acqua e nessuno ha potuto aiutarli. Hanno cercato di rimanere attaccati al gommone ma non ce l’hanno fatta. Quando è arrivata la grande nave commerciale a soccorrerci, eravamo rimasti solo in sette. Ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Durante i soccorsi, la nostra barca si è spezzata in due parti che sono affondate, portando giù tutti i corpi”.
I sopravvissuti hanno confermato che i gommoni erano quattro; il quarto risulta ancora disperso. I morti sono oltre 300.

È impossibile sapere quante vite sarebbero state salvate con maggiori risorse, ma il numero dei morti sarebbe stato probabilmente minore. La Guardia costiera ha fatto del suo meglio.

Le partenze di migranti e rifugiati sono aumentate nel corso del fine settimana e continueranno a farlo mentre la Libia sprofonda nella violenza. La Guardia costiera italiana ha confermato che i suoi mezzi, insieme alle navi mercantili, hanno soccorso tra il 13 e il 15 febbraio oltre 2800 persone a bordo di almeno 18 imbarcazioni; solo il 15 febbraio sono state soccorse 2225 persone a bordo di oltre 10 imbarcazioni.

Il direttore delle operazioni di ricerca della Guardia costiera ha parlato in modo franco ai ricercatori di Amnesty International a proposito delle limitate risorse a disposizione:

“Quando alla fine dell’inverno le partenze aumenteranno, non saremo in grado di prenderli tutti a bordo, se rimarremo gli unici a uscire in mare”.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si aspetta che i flussi di migranti che attraversano il Mediterraneo proseguano nel 2015. Nel 2014 hanno attraversato il mare 218.000 persone e i dati del gennaio 2015 mostrano un incremento del 60 per cento degli arrivi rispetto allo stesso mese del 2014. L’anno scorso quasi 3500 persone sono morte in quello che è il più mortale percorso marittimo del mondo.

Amnesty International sollecita gli stati dell’Unione europea a prevedere operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte usate dai migranti, che siano quanto meno dello stesso livello di Mare nostrum. Nel frattempo, fino a quando ciò non accadrà, l’organizzazione per i diritti umani chiede all’Italia di fornire risorse aggiuntive di emergenza.

"Triton non serve a nulla"

Keith_Haring"Questa nuova, ennesima, strage di migranti nel Mediterraneo purtroppo non sarà l'ultima. Ci saranno altri morti se il governo italiano e l'Unione europea non cambieranno direzione in fretta e proseguiranno nelle attuali politiche di difesa dei confini". Ne è convinto monsignor Francesco Montenegro, [...] "Abbiamo detto tante parole, ma questa triste storia continua. Gridare non è servito a nulla. Allora forse dobbiamo fare silenzio per sentire le urla di queste persone che muoiono".
Luca Kocci, Il Manifesto ...

La strage annunciata

La conta macabra va avanti inesorabile, ora dopo ora. Come in una tragedia classica, come in un canto popolare dei primi del Novecento [...] o, ancor prima, come in un fosco dramma nibelungico (dove le onde davvero sembrano raggiungere il cielo). Ma siamo nel febbraio del 2015 e veniamo a sapere di centinaia di corpi raggelati, i nervi irrigiditi, i vasi compressi fino a spezzare il respiro e a fermare il cuore
Luigi Manconi, Il Manifesto ...

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