×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Lavoro, la laurea triennale non basta più

  • Mercoledì, 03 Dicembre 2014 10:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
03 12 2014

Puntare sulla formazione, sulla laurea, per trovare lavoro e per trovarlo stabile, magari con un contratto a tempo indeterminato che è sempre considerato un traguardo. Vale la pena proseguire gli studi dopo la maturità? ...

La Repubblica
06 10 2014

L'Osservatorio del calcolatore di Repubblica.it, JobPricing, permette di tracciare le remunerazioni degli ex studenti degli atenei tricolori. I privati possono far guadagnare il 20% in più del pubblico, ma costano quattro volte tanto. Ecco quando e dove conviene proseguire gli studi-

di RAFFAELE RICCIARDI

MILANO - Conviene laurearsi? E in quale Università? In periodo di spending review generalizzata le famiglie e i ragazzi si trovano a fare i conti con il costo della formazione e le aspettative di remunerazione, una volta portato a termine il percorso di studi e - tutti si augurano in breve tempo - iniziato quello lavorativo. Un'indagine di JobPricing, l'Osservatorio sulle retribuzioni curato da Mario Vavassori, professore aggiunto al Mip - Politecnico di Milano, con Repubblica.it risponde a queste domande. La sintesi della ricerca è che nell'universo dei lavoratori, i laureati in media guadagnano 10.700 euro in più di chi si è fermato prima negli studi. Le differenze sono però consistenti tra i vari gradi di specializzazione. Le Università private garantiscono assegni più pesanti del 20% circa rispetto a statali e Politecnici, e una grande differenza la fa la geografia: tra Nord e Sud "ballano" fino a 7mila euro di remunerazione.

Quanto paga il titolo di studio. Il report di JobPricing mostra innanzitutto che la retribuzione globale lorda annua (parte fissa + variabile) passa da 42.182 euro per i non laureati a 52.912 euro per i laureati, analizzando i profili di dipendenti del settore privato compilati nel periodo tra giugno e agosto scorsi. Se si guarda alla progressione della carriera scolastica, si vede come sia cospicuo il salto tra le retribuzioni di chi si è fermato alla scuola dell'obbligo
(31mila euro) e chi si è diplomato alle superiori (43mila). Il dottorato paga meno di un master, mentre la triennale non garantisce un livello retributivo superiore a quello dei diplomati. Visto però che la riforma del sistema universitario ha circa un decennio, in questa categoria di laureati rientrano solo persone giovani, quindi con meno "scatti retributivi di anzianità", a differenza degli altri livelli di istruzione che includono tutte le fasce d'età.

Quando rende la laurea. Andando più in profondità, si vede come la "forbice" tra laureati e non sia inizialmente minima, ma cresca per diventare sensibile al 35esimo anno d'età. Le differenze tutto sommato contenute nelle classi di età 15-24 e 25-34 sono riconducibili al fatto che i laureati entrano stabilmente nel mercato del lavoro non prima dei 25-26 anni, mentre chi ha un diploma o un titolo inferiore (scuola dell’obbligo o abilitazione professionale) al raggiungimento dei 24 anni ha già acquisito con tutta probabilità un certo numero di anni di lavoro, con conseguenti scatti retributivi e contrattuali.

Come lo studio impatta sulla carriera. Se si guarda ai vari inquadramenti professionali, si scopre che all'interno delle singole classi (dirigenti, quadri, impiegati e operai) non ci sono grandi differenze di retribuzione tra laureati e non. Smentiamo allora i vantaggi fin qui elencati? Non proprio. JobPricing mostra che non bisogna tanto confrontare gli stipendi di laureati e diplomati all'interno dello stesso livello contrattuale, ma verificare la presenza di persone con titolo di studio più elevato nei livelli contrattuali di maggiore rilievo. Si vede allora che la percentuale di dirigenti e quadri è molto più elevata tra i laureati con almeno 5 anni di carriera universitaria, in tutti i casi sopra il 40% (minimo del 43% per i lavoratori con laurea magistrale), mentre tra i non laureati la percentuale di profili collocati come dirigenti e quadri non supera mai il 30% (massimo del 27% per i diplomati di scuola media superiore).

Pubblico o privato? Dal confronto dei dati dei lavoratori provenienti dalle università statali con il maggior numero di iscritti (La Sapienza, Bologna, Napoli Federico II, Torino e Milano), dalle 3 Università private principali (Bocconi, Luiss e Cattolica) e dai 3 Politecnici (Torino, Milano e Bari) emerge che aver frequentato un'università privata (però con costi di iscrizione mediamente più elevati di quattro volte) dà un ritorno economico superiore del 21% rispetto all'aver frequentato un'università statale, e del 19% rispetto all’aver frequentato un Politecnico.

Dove studiare. Grandi differenze si vedono anche dal punto di vista geografico: chi ha frequentato un'Università del Nord guadagna mediamente il 10% in più rispetto a chi ha frequentato un'Università con sede al Sud, mentre i valori sono più allineati al Centro. Da sottolineare poi il maggior legame degli atenei settentrionali con il mondo del lavoro: il 92% di chi ha studiato al Nord ha lì la sede del suo lavoro, contro un livello di corrispondenza tra la sede dell'Università e del lavoro che scende al 77% per il Centro e al 36% per il Sud.

Gli atenei. Ed ecco infine la classifica degli atenei in base alla retribuzione "garantita". Si nota come nella fase iniziale della vita lavorativa le differenze non siano poi così marcate, con l'eccezione della Bocconi. Ma con il procedere delle carriere si aprono vere e proprie voragini.

La laurea ultimo baluardo contro la disoccupazione giovanile

  • Lunedì, 22 Settembre 2014 13:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
20 09 2014

CRISTINA DA ROLD

Cresce il numero degli under 29 disoccupati. Eppure ancora oggi il titolo di studio fa la differenza: i laureati sono l'unica fascia fra gli under 29 in cui il numero di assunzioni a tempo indeterminato previste, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelle a tempo determinato. La fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato andrà ai laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriali (12%). Ma si tratta di pochi fortunati: solo il 5,6% dei laureati riesce a strappare un contratto di assunzione a tempo determinato o indeterminato

I dati sul lavoro parlano chiaro: la crisi non è finita. Sia per i giovani che per i meno giovani i contratti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato continuano a diminuire anno dopo anno, mentre aumentano quelli che una volta messa la corona d'alloro al collo assaporano il senso dell'horror vacui.

Le vecchie professioni “sicure” come il medico o l'avvocato non assicurano più i frutti di un tempo, ma ciò non significa che studiare serva sempre meno, anzi. I laureati sono l'unica fascia fra gli under-29 in cui il numero di assunzioni previste a tempo indeterminato, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelli a tempo determinato. Le cose vanno male insomma, ma vanno ancora peggio per chi ha un titolo di studio basso o non ne ha nessuno.

Non si tratta del solito allarmismo basato sui racconti dei molti che a più di un anno dal temine degli studi non sano più dove sbattere la testa, ma di un trend la cui evidenza è dimostrata dalla banca dati ufficiale Excelsior costruita da Unioncamere a partire dal 2010, che fa il punto sui nuovi contratti di lavoro dichiarati dalle aziende italiane. Il dato meno incoraggiante emerge considerando i contratti non stagionali a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, esclusi gli ”interinali”, i contratti di apprendistato e le sostituzioni.

È evidente che il mercato del lavoro è oggi assai più complesso rispetto al binomio indeterminato-determinato: ci sono parecchie tipologie contrattuali, oltre all'avanzare del fenomeno del lavoro sommerso e dei sempre più numerosi casi delle “false partite iva”. Quello che emerge dai dati Unioncamere è dunque un calo progressivo dei contratti di lavoro standard per come siamo stati abituati a intendere il lavoro negli ultimi decenni.

Non è però il caso di fare di tutta l'erba un fascio. Se questo mercato del lavoro offre sempre meno, a ben vedere non pare però che i contratti a tempo indeterminato siano una mosca bianca, specie tra i giovani laureati.

Se consideriamo le stime sugli assunti per titolo di studio, scopriamo che i laureati sono l'unica fascia in cui il numero di contratti a tempo indeterminato dovrebbe superare quelli a tempo determinato. Se complessivamente nel 2014 Unioncamere prevede che ci saranno 32.610 nuove assunzioni a tempo indeterminato per gli under-29 e quasi 60.000 nuovi contratti a tempo determinato – i dati relativi al 2014 sono stime riferite all'intero anno sulla base di una rilevazione effettuata nel periodo marzo-aprile 2014 – per i laureati la previsione si ribalta. I nuovi contratti a tempo indeterminato dovrebbero superare quelli a tempo determinato: 8.710 contro 7.200. Previsioni, si direbbe. Certo, ma a ben vedere la stessa situazione si osserva anche esaminando i dati rilevati negli ultimi anni.

Secondo le statistiche dunque studiare paga. Pare. Il punto è che cosa studiare e qui la situazione è decisamente più sfaccettata e a tratti sorprendente, anche perché con buona pace delle varie statistiche sulle lauree più o meno “utili”, a fare la differenza sono molto spesso l'intraprendenza e la creatività del giovane, oltre a un'eventuale specializzazione post-lauream. Se è vero infatti che nel 2014 la fetta più grande dei nuovi contratti a tempo indeterminato sarà occupata dal laureati in discipline economiche (37%) seguiti da ingegneri elettronici e della comunicazione (16%) e industriale (12%) - mentre i vecchi laureati in discipline umanistiche se la passano decisamente peggio - nei contratti a tempo determinato stimati gli umanisti battono architetti, psicologi, ingegneri ambientali e civili e biotecnologi.

Queste cifre però si riferiscono comunque ai più fortunati, a quelli a cui è stato proposto un contratto di lavoro. Se consideriamo infatti le statistiche Miur sul numero dei laureati italiani degli ultimi anni ci rendiamo immediatamente conto che la statistica Unioncamere racconta, malgré soi, solo una parte dei giovani. 9.100 laureati sono stati assunti a tempo indeterminato nel 2013 e 7.800 a tempo determinato, una percentuale comunque bassissima sul totale dei 297.000 laureati nell'anno solare 2012.

Una forbice che si va progressivamente allargando dal 2010. Quattro anni fa i laureati italiani sono stati 292.810 e gli assunti a tempo indeterminato e determinato rispettivamente 13.420 e 10.940. Evidentemente, ancora una volta andrebbero considerati per una valutazione completa delle condizioni lavorative anche i liberi professionisti e, come si diceva, le “false partite iva”, ma rimane il fatto che per un giovane, laureato o no, entrare nel mondo del lavoro come dipendente è sempre più difficile.

Inoltre i laureati rimangono una piccola parte degli under 29 che cercano di entrare nel mondo del lavoro. La fetta più grande è costituita dai diplomati, seguiti dai giovani senza titolo di studio e infine da coloro che hanno un diploma professionale, con la percentuale più bassa di assunzioni a tempo determinato.

A discapito dunque dei luoghi comuni, pare che anche in questo Alto Medioevo del mercato del lavoro studiare o meno faccia ancora qualche differenza.

Le diseguaglianze - e questo non è certo un dato nuovo - sono ancora una volta anche geografiche. Se osserviamo la “mappa del tempo indeterminato” basata sempre sulla banca dati Excelsior di Unioncamere, notiamo immediatamente che le differenze regionali ci sono eccome, anche se a ben vedere i treni carichi di giovani che da sud vanno verso nord in cerca di fortuna non dovrebbero poi essere così pieni. Se proviamo a paragonare le regioni simili come dimensioni, vediamo che in Lombardia i contratti a tempo indeterminato per gli under-29 sono un numero molto maggiore rispetto al resto d'Italia, ma non pare sarà così in Piemonte, in Veneto e soprattutto in Toscana, dove l'offerta sembra si rivelerà, secondo le stime, minore rispetto a Lazio e Campania e non di molto maggiore rispetto alla Sicilia.

Insomma, sebbene questi dati Unioncamere facciano riferimento solo al lavoro dipendente, permettono di mettere un po' d'ordine su cosa si salva e cosa no in questa complessa crisi che ha travolto il mondo del lavoro.

Scordiamoci dunque i benefici a breve termine dello scegliere la professione medica o l'avvocatura. Ma anche scordiamoci l'adagio tanto di moda oggigiorno secondo cui per assicurarsi un buon posto di lavoro è meglio un diploma professionale che una laurea. E pare dobbiamo scordarci anche che da questo punto di vista a sud si sta peggio che a nord.

Pagina 99
27 03 2014

Un tempo era la Calabria dove si andava per diventare avvocato più facilmente. Anche la Gelmini fece così. Ora le nuove frontiere sono Spagna, Romania. ma anche Svizzera e Albania, come fece Renzo Bossi. Adesso il fenomeno riguarda anche medici, dentisti e farmacisti. E ora una sentenza del Tar rende tutto più facile

(In un'inchiesta pubblicata l'8 marzo scorso pagina99 aveva raccontato il fenomeno dei professionisti e degli studenti che, per aggirare l'esame di Stato o il numero chiuso all'università, vanno a prendere il titolo all'estero. Oggi la pubblichiamo qua sul sito anche perchè on una recente sentenza il Tar del Lazio ha stabilito che uno studente iscritto da circa un anno all'Università Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana ha diritto a ottenere il trasferimento all'Università di Tor Vergata)

All’inizio l’Eldorado era la Calabria. Ottantasette per cento di promossi contro una media nazionale del 50 per cento. Così per tutti gli anni Novanta, all’avvicinarsi dell’esame di Stato, si assisteva a vere e proprie transumanze: migliaia di aspiranti avvocati che da tutta Italia si trasferivano nelle sedi di Catanzaro e Reggio Calabria. Tra i tanti che ne approfittarono, come noto, anche l’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Poi lo scandalo. Nel 2001 si scopre che a Catanzaro su 2.301 partecipanti all’esame scritto 2.295 avevano fatto esattamente lo stesso compito. Sull’onda dell’inchiesta della magistratura e delle polemiche, il governo Berlusconi fu costretto a riformare il concorso, introducendo il sorteggio delle commissioni d’esame. Game over, fine dei giochi, direte voi. E invece no. D’altronde si sa, fatta la legge, trovato l’inganno.

La nuova terra promessa degli aspiranti Perry Mason italici che faticano a farcela in patria sono la Spagna e la Romania. Si stima che dal 2010 a oggi siano 3.452 gli abogados e avocat che dopo aver preso l'abilitazione all'estero sono tornati nel Bel Paese iscrivendosi all’ordine. Troppi, per il Consiglio nazionale forense (Cnf), che li accusa di aver strumentalizzato le norme europee sulla libera circolazione del lavoro al solo fine di bypassare il nostro esame di Stato. Gli abogados, forti di una decisione favorevole dell’Antitrust italiana, rivendicano invece il diritto a esercitare dove meglio credono. Da una parte si contesta l’elusione della normativa interna a tutela delle professioni e dei clienti, dall’altra una discriminazione in nome di retaggi corporativi di impronta medievale. La questione è finita alla Corte di giustizia europea, che entro aprile deciderà se dichiarare l'abuso di diritto, mettendo fine all'escamotage del praticantato nei Paesi Ue dove non c'è esame di Stato, o dare ragione agli abogados.

In realtà, il fenomeno degli italiani che vanno all'estero per aggirare le limitazioni all'accesso alle professioni va ben al di là della sola pratica forense. Casi analoghi sono stati registrati, e subito stoppati, dagli ordini dei commercialisti e degli ingegneri. La nuova frontiera sono i medici, i dentisti e i farmacisti. Tutti settori dove l'accesso alla professione è arduo. E per i quali, quindi, più elevata è la probabilità di trovare chi, pur di centrare l'obiettivo, è pronto a scucire fior di quattrini. Gli istituti di formazione e le agenzie specializzate hanno fiutato il business, piazzando sul mercato offerte per tutti i gusti. Si va dall'università a pagamento in Svizzera (in realtà la base è a Sofia) a quella in Albania, senza trascurare le possibilità offerte dal mercato romeno.

Il tariffario? Il minimo è 4 mila euro, la retta annuale richiesta per frequentare la facoltà di medicina in alcune università della Romania, ma si può arrivare fino a 50-100 mila euro per l'intero corso di laurea se ci si vuole fregiare di un titolo con timbro elvetico. Il tutto, ovviamente, chiavi in mano, senza il bisogno di scomodarsi a mettere il naso fuori di casa. Emblematico il caso di Renzo Bossi, laureato in scienze sociali all'Universiteti Kristal di Tirana senza mai essere uscito dall'Italia, pare al modico prezzo di 77 mila euro.

«Da qualche mese», racconta Giuseppe Renzo, presidente della Commissione albo odontoiatri (Cao), «sono iniziate ad arrivare le prime richieste di iscrizione dei neolaureati, sia italiani, sia albanesi, provenienti dall'Università Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana». La quale, nel 2005, stipulò con diversi atenei italiani, quello di Roma Tor Vergata in primis, delle convenzioni per avviare corsi triennali in medicina, odontoiatria e altre professioni sanitarie destinati ai soli albanesi. «Il sospetto», afferma Renzo, «è che un accordo nato con il nobile scopo di aiutare un Paese in gravi difficoltà economiche e sociali si sia trasformato in uno strumento per favorire i soliti noti, i 'figli di' in grado di pagare la retta annuale di 8-9 mila euro pur di dribblare il numero chiuso previsto dai bandi italiani». Un sospetto che sembra trovare conferma nella recente sentenza con cui il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di una studentessa italiana che ha chiesto di potersi trasferire da Tirana all'Univeristà di Tor Vergata. Lo scorso anno accademico su 2.000 studenti che hanno frequentato i corsi dell'università albanese – che è gestita da una fondazione della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, un istituto religioso di diritto pontificio – almeno 300 erano italiani. E agli ultimi test di ammissione per le facoltà di Medicina e Odontoiatria e protesi dentaria si sono presentati 596 ragazzi provenienti da tutta Italia. Ignoto il numero di posti disponibili. In via ufficiosa è trapelata la cifra di 150-160 unità.

Ma secondo Renzo i numeri sono più alti. «Ogni anno sono 120-150 gli italiani che si iscrivono alla sola facoltà di Odontoiatria», sottolinea, «e, da quello che ci risulta, a Tirana si stanno preparando ad aprire altri trenta corsi di laurea in base ad accordi con una serie di università italiane. Mi sembra chiaro che la cooperazione c'entri poco: stiamo parlando di mercimonio se non, e mi auguro non sia così, di malaffare». Situazioni analoghe, segnala il presidente della Cao, «si sono verificati in passato in Romania, dove il Nas e il ministero della Salute hanno verificato che solo una piccola percentuale degli italiani iscritti frequentavano i corsi. L'ultimo caso», prosegue Renzo, «è quello di uno pseudo centro di formazione costituito in Svizzera che, in barba alle regole vigenti, predispone al superamento dell'esame di accesso a Medicina e Odontoiatria in base a un accordo con una università di Sofia. Si frequenta solo il fine settimana, il costo va dai 50 mila euro per il corso più breve ai 100 mila per la laurea quinquennale. Ovviamente abbiamo contestato tutto e pochi giorni fa il ministero dell'Università e della ricerca mi ha confermato che non esiste alcun accordo con l'ateneo in questione».

La nuova tendenza non ha risparmiato i medici. «All'Università romena di Arad, in Transilvania», ricorda il segretario generale della Federazione nazionale medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) Luigi Conte, «ci sono stati 266 connazionali iscritti a Medicina e 320 a Odontoiatria. C'è poi il caso dell'Università Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana. Spesso l’iscrizione a questi atenei è un escamotage per bypassare il numero programmato. Una programmazione del numero dei nuovi professionisti sanitari è invece indispensabile. Anzi, con la libera circolazione dei pazienti e dei professionisti, dobbiamo cominciare a pensare a una programmazione a livello europeo». Al fenomeno non sfuggono neppure i farmacisti, gli infermieri e i fisioterapisti. Anche qui la Mecca dei viaggi della speranza di chi non supera l'esame d'accesso in Italia sono la Romania, la Bulgaria e l'Albania.

Ma il fenomeno più vistoso resta quello degli abogados. Le prime richieste di iscrizione risalgono al 2001, ma il boom arriva nel 2011, con ben 298 neo avvocati provenienti da Madrid che, in un triennio, diventano 1.022. Ad oggi su un totale di 3.759 legali “stabiliti” il 92% è italiano. L'83% ha preso l'abilitazione in Spagna, il 4% in Romania. «Queste pratiche», sostiene Andrea Mascherin, consigliere segretario del Cnf, «falsano la concorrenza tra avvocati nei paesi Ue. I giovani legali italiani che seguono le regole sono svantaggiati rispetto a coloro che ottengono il riconoscimento di un titolo acquisito all'estero con scorciatoie e furbizie. Per non parlare dei rischi per i diritti dei cittadini che si affidano a questi professionisti». Un tentativo analogo ci fu, nel 2010, per gli economistas, i commercialisti italiani abilitati in Spagna, ma andò a vuoto. Grazie ad Andrea Bonechi, all'epoca membro del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndcec) con delega alla riforma delle professioni. Il suo intervento alla conferenza dei servizi interministeriale di via Arenula – l'organismo che si occupa di valutare le domande estere di iscrizione agli ordini nazionali e le misure compensative necessarie a stabilire l'equipollenza dei titoli di studio – è rimasto negli annali. “Nella primavera del 2010”, racconta a pagina99, “si presentò il primo caso. Feci uno show, ancora se lo ricordano. L'Avvocatura si espresse in maniera favorevole, ma io dissi chiaro e tondo, e feci mettere a verbale, che quel sistema era una truffa per aggirare la normativa nazionale e che l'ordine non intendeva iscrivere alcun furbo all'albo: l'unica misura compensativa ammessa era l'esame di Stato italiano».

L'omologazione dell'iscrizione all'ordine del malcapitato fu, ovviamente, sospesa. «Ci fu un'altra decina di casi», ricorda Bonechi, «dei tentativi dalla Romania, dalle Repubbliche baltiche e dalla Bulgaria. Ma non ci fu nulla da fare. D'altronde certe cose succedono solo da noi. Negli altri Paesi europei l'iscrizione è ammessa solo se c'è la qualifica professionale. Qui, invece, si agisce con superficialità. È così che è nato il caso degli abogados. E se non ci fossimo messi di traverso sarebbe successo lo stesso anche con gli economistas». Stesso discorso per gli ingegneri. Nel 2009 ci furono alcuni casi di ritorni dalla Spagna, ma l'ordine emanò una circolare con cui si escluse la possibilità di iscriversi all'albo. Adesso è la volta delle lauree in Albania. Dopo la levata di scudi dei medici e degli odontoiatri sul caso Tor Vergata, con tanto di interrogazioni parlamentari, si è fermato tutto. Se ne riparlerà, forse, quando le acque si saranno calmate.

Domenico Lusi

 

"Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". E la rieducazione passa attraverso il lavoro e lo studio che - come confermano le statistiche - sono i migliori antidoti alla recidiva. ...

facebook