×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Laboratorio di scrittura di esperienza con Lea Melandri

  • Domenica, 29 Novembre 2015 07:19 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa

Corriere della Sera
16 03 2014

Cambiare uno dei pilastri della cultura e dell'immaginario maschile presente nella Costituzione, l'articolo 37, che a proposito di donne recita: «le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare»


di Lea Melandri

Barbara Stefanelli nel suo articolo sul Corriere (12.03.2014) sottolineava il “non detto” degli uomini nell’offensiva sulla parità di genere – come se la questione non li riguardasse – e il rischio conseguente che l’equità in Italia diventasse «la battaglia di un genere per un genere.» Di qui la domanda sul perché sia così difficile dare priorità a «strategie capaci di destare autostima, fiducia, rispetto gli uni per le altre.» Io penso che la risposta sia già implicita nella scelta di fondare la richiesta di democrazia paritaria sulla stessa categoria di “genere” per cui le donne son state escluse dalla polis, considerate per “natura” inadatte a rivestire responsabilità intellettuali e morali proprie soltanto di chi è persona, individuo.

Sappiamo che non sono solo gli uomini a richiamare l’attenzione sul “merito”, come linea di difesa debole e contraddittoria dalla paura di perdere potere e privilegi. Dall’ascolto di dibattiti, microfoni aperti, emerge con chiarezza che sono tante le donne che, per ragioni diverse, rifiutano di pensarsi come parte di un tutto omogeneo o, tanto meno, di un gruppo sociale bisognoso di tutela e riconoscimenti negati per secoli. La frase che si sente ripetere più spesso è «Non siamo Panda», specie rara. La contrapposizione genere/individuo non è una novità, viene da lontano, parla la lingua del sesso vincente e della distanza che ha creduto di poter mettere tra la sua libertà, destinata al governo del mondo, e la sua dipendenza dalla materia che, attraverso il corpo della madre lo consegna ai limiti biologici degli altri viventi.

Avvalersi della categoria del “merito individuale” o, al contrario, rivendicare un’equa spartizione del “potere”, senza analizzarne l’origine e le forme che vi ha impresso sopra il lungo dominio maschile, significa tornare al dilemma senza via d’uscita tra “uguaglianza e differenza”, ridurre un problema di relazione tra i sessi al “valore/ disvalore” di uno solo. Riuscire a pensarsi come un soggetto “femminile plurale”, capace di porre la propria individualità senza cancellare ciò che ha significato l’appartenenza a un “genere”, è stata la svolta portata dal femminismo alla coscienza storica. È solo partendo da sé, dall’esperienza e dalle relazioni personali che si può, affrontando inevitabili conflitti, ritrovare tra uomini e donne “fiducia reciproca”.

Io non nego l’importanza della presenza femminile nei “luoghi dove si decide”, è sul modo di arrivarci che sollevo critiche e perplessità. Le “quote” anche se riconosciute obtorto collo (come forse sarà al senato) sono una resa alla logica dello svantaggio da colmare e di una “parità” che presuppone un metro maschile di confronto posto a priori. Se le donne che vogliono entrare nelle istituzioni ponessero da subito, senza temere le contrarietà a cui vanno incontro, condizioni dove è evidente il rapporto uomo- donna in tutti i suoi aspetti, dal modo con cui si fanno le leggi a come si intende la rappresentanza, ecc., otterrebbero sicuramente un largo consenso presso altre, deluse dalla facilità con cui le loro simili si omologano a modelli già dati pur arrivare a un posto di rilievo.

Tutto ciò che si ottiene per benevola concessione, per solidarietà o per adeguamento a ciò che è “politicamente corretto”, non è senza prezzo e, soprattutto, a mio avviso, non è da lì che passa un cambiamento reale e duraturo della convivenza tra i sessi. Non vedo perché un presidente di regione o provincia, un sindaco, un presidente del consiglio non dovrebbero desiderare nella loro squadra donne che hanno scelto e perciò legate a loro da gratitudine, preoccupate perché conservino quel ruolo.

Quando è cominciata la campagna dell’UDI per il «50&50 ovunque si decide», pur con qualche riserva ho aderito, precisando che lo consideravo solo un modo per rompere simbolicamente il monopolio dei poteri decisionali o, se vogliamo, del governo del mondo da parte maschile. Visto l’uso che in seguito se ne è fatto, sono tornata su posizioni critiche. Se manca la consapevolezza che le “discriminazioni”, gli innumerevoli “svantaggi” femminili nella vita pubblica dipendono dai ruoli di genere e dalla divisione del lavoro che da essi ha tratto finora la sua legittimazione “naturale”, le donne possono solo tentare con fatica di fare propri linguaggi, competenze, poteri, creati in loro assenza e svincolati dai bisogni essenziali della conservazione della vita. Il conflitto che si è aperto in questi giorni tra posizioni che potremmo definire di tipo emancipatorio e richiami a un’autonomia di pensiero che richiede processi di liberazione più profondi, era già presente tra le donne impegnate di inizio ‘900.

A farsene interprete è Sibilla Aleramo in uno dei suoi Frammenti di lucida intuizione: «Gli uomini ai quali parlo non sanno, quando mi dicono con leale stupore che hanno l’impressione di discorrere con me da pari a pari, non sanno come echeggi penosa in fondo al mio spirito quella pur così lusinghevole dichiarazione, a quale insolubile dramma essa mi richiami. Per conquistare questa necessaria stima dei miei fratelli, io ho dovuto adattare la mia intelligenza alla loro, con sforzo di decenni: capire l’uomo, imparare il suo linguaggio, è stato allontanarmi da me stessa (…) In realtà io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù d’analisi.» (Sibilla Aleramo, Andando e stando, Mondadori 1942).

Sappiamo che la storia torna continuamente sui suoi passi. Si può solo sperare che non si limiti a replicare il già noto, e apra invece la strada a sviluppi nuovi e imprevisti. Se invece di inscrivere in una legge elettorale la parità numerica tra due sessi – perché di sessi si tratta e non di generi, in questo caso, di biologia e non di storia-, ci si impegnasse a cambiare uno dei pilastri della cultura e dell’immaginario maschile presente nella Costituzione, l’articolo 37? Non stiamo parlando di riforme costituzionali? Quale migliore occasione, per le parlamentari che vorrebbero mettere fine alle tante “discriminazioni” riguardanti le donne nella sfera pubblica, che mettere mano all’articolo che, nella sua contraddittorietà, ne costituisce il presupposto originario, e cioè la divisione sessuale del lavoro? Da un lato si dice che «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore»; dall’altro che «le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare».

Uguaglianza e differenza: ecco il dilemma, ma sarebbe meglio dire il tormentone, che la modernità ha messo sulle spalle delle donne, per non dover ammettere che affrontare le questioni dell’emancipazione femminile comporta affrontare punti di fondo della società in generale. Finché le “condizioni di lavoro”, così come costruite dai sistemi economici e politici maschili, si pensano svincolate dalla riproduzione della società – cura, conservazione della vita,ecc.- solo perché questo sarebbe compito e responsabilità dell’ altro sesso, non ci sarà numero di seggi parlamentari femminili sufficiente a garantire alle donne la libertà di esprimere a pieno la loro umanità, e agli uomini di procedere meno soli e distruttivi nel governo del mondo.

La rivista "L'Erba voglio" è stata digitalizzata

  • Martedì, 18 Febbraio 2014 08:40 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Lea Melandri, Zeroviolenzadonne
18 febbraio 2014

In una breve Introduzione a quella che avrebbe dovuto essere un capitolo dedicato alla rivista "L'erba voglio", nel libro L'orda d'oro, scritto da Nanni Balestrini e da Primo Moroni e pubblicato dal Saggiatore nel 1987, Elvio Fachinelli così riassumeva lo svolgimento storico della rivista:

L'attualità inattuale di Elvio Fachinelli

  • Lunedì, 23 Dicembre 2013 06:58 ,
  • Pubblicato in Il Ricordo
Lea Melandri*, minima&moralia
23 dicembre 2013

Una delle ragioni dell'oblio che è caduto sulla figura di Elvio Fachinelli, nonostante le sue analisi sulla modificazione dei confini tra individuo e società, natura e cultura, inconscio e coscienza, siano oggi più attuali che negli anni ’70 e ’80, va cercata proprio nell'originalità di una ricerca che ha contrapposto fin dall'inizio "prospettive impensate" alla "tragica necessità del dualismo".
Lea Melandri, La 27esima ora
28 novembre 2013

Care amiche della 27ora, perdonate se approfitto per comunicare con molte di voi che non conosco, se non per avervi letto sul blog e sul giornale, un pensiero che mi sta particolarmente a cuore.

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)