Modernità di uno sterminio

La "modernità dell'Olocausto", con la sua burocrazia, i trasporti, le camere a gas, simili al funzionamento di una fabbrica della morte. [...] Quel che rende unica la Shoah è dunque davvero la sua modernità, il suo essere basata su una divisione tayloristica del lavoro di morte? Si domanda Engel.
Anna Foa, L'Osservatore Romano ...

Capirete cosa è il contagio del male

Non più di venti anni fa, e nel cuore di questa civile Europa, è stato sognato un sogno demenziale, quello di edificare un impero millenario su milioni di cadaveri e di schiavi. Il verbo è stato bandito per le piazze: pochissimi hanno rifiutato, e sono stati stroncati; tutti gli altri hanno acconsentito, parte con ribrezzo, parte con indifferenza, parte con entusiasmo. Non è stato solo un sogno: l'impero, un, effimero impero, è stato edificato: i cadaveri e gli schiavi ci sono stati.
Primo Levi, La Stampa ...

"Siamo scrittori grazie ai nostri pessimi padri"

I due premi Nobel si confrontano su alcuni temi comuni. Come l'infanzia infelice e gli esordi avventurosi. Hanno viaggiato per migliaia di chilometri verso tutti i punti cardinali, conosciuto decine e decine di luoghi, facendosi testimoni di quasi tutte le emozioni umane.
Mario Vargas Llosa, Jean-Marie Le Clézio, La Repubblica ...

Se il corpo del potere è solo un artificio

Fare del proprio corpo e della bellezza una vera propria arma della politica e del potere è oggetto non solo di dibattito politico tra donne, ma diventa uno strumento di politiche e di governance, come mostra il governo Renzi. Che, come Berlusconi, le usa, ma in una forma desessualizzata moderata e tranquillizzante, nota Dominínjanni. Perché anche il genere, nella presunta libertà performativa del neoliberalismo, è un trucco. Da smascherare.
Bia Sarasini, Il Manifesto ...

27ora
09 12 2014

Quando Helen Zimmern scriveva per il «Corriere della Sera», la testata non aveva che qualche anno di vita, e lei ne aveva 38. È verosimile supporre che il direttore di allora, Torelli Viollier, abbia accettato senza riserve la proposta di collaborazione della brillante anglo-tedesca che scriveva per il «Times» e traduceva Nietzche. Ha inizio così il Corriere di Londra: le centottanta corrispondenze dal Regno Unito pubblicate tra il 1884 al 1910 raccolte da Fondazione Corriere della Sera in un volume curato da Caterina Del Vivo. Ad Helen il «Corriere» riconosce una straordinaria possibilità di spaziare tra i temi politici, sociali e di costume; trattati sempre in maniera diffusa, compaiono in articoli firmati, per esteso o sigla, ma mai con uno pseudonimo. Un primato il suo, quello di una donna che viveva del suo mestiere e che non era giornalista per una passione da «coltivare nei pomeriggi più annoiati o di cui discutere negli incontri per il tè» scrive Caterina Del Vivo nell’introduzione.

Osservatrice attenta dei mutamenti di costume, positivista moderata, analitica nelle sue espressioni, meno radicali di quelle della sorella Alice, attiva suffragetta. La sua vicenda, ricostruita con rigore attraverso le poche corrispondenze e documenti sopravvissuti al passare del tempo, riporta a un tempo lontano che per certi versi contiene i germi della vita presente, ma anche le contraddizioni della sua compiutezza. Un tempo di fede nel progresso, di conquiste della tecnica e di tragedie umane, un tempo fondativo, in cui la nascita della società di massa viene raccontata ai lettori italiani con carattere e dovere di servizio. La propensione al racconto delle novità nei suoi articoli diventa analisi delle condizioni miserabili degli operai del sistema industriale in piena espansione, racconto delle eccentricità dell’intrattenimento, traduzione delle novità editoriali, ritratto di grandi artisti e commento di società. «Bisogna sempre tener presente che […] la maggior parte delle nostre idee sociali sulla modestia, la delicatezza, la libertà dei modi e via dicendo sono puramente relative. Se coloro che fanno legge in società s’accordassero che tenere le ragazze perpetuamente frenate è cosa ridicola […] nel termine di cinque anni le nostre idee in merito sarebbero mutate.» Era il 1889 e l’articolo dipingeva la maggiore liberalità nell’educazione delle fanciulle americane e la conseguente loro marcata capacità di indipendenza. Un tono moderato che riporta la nascita di un pensiero strutturato sull’educazione delle donne e sulle forme e modalità della loro partecipazione alla vita civile.

Una modalità che fa proprie tutte le scienze, incluso quelle naturali. In merito, Helen riporta l’analisi di Wallace che individua nell’indipendenza femminile il mezzo attraverso il quale non perpetrare «i vizi dell’umana specie». Darwinismo applicato alla scienza sociale.

Confini che si fondono, discipline che si mischiano di fronte alla complessità di un tempo veloce e carico di interrogativi; interrogativi a cui Helen rispose a suo modo, nei fatti: non si sposò mai e seppe amministrare la sua intelligenza. Un modo senza conflitti, un’affermazione naturale, né conciliante, né politicizzata e tantomeno legata a modelli precostituiti.

Era una «bella intelligenza», come la definì Nietzsche, e si comportò come tale. Un’invenzione la sua, al pari di quelle che raccontava sul «Corriere». Un’invenzione che sorprende a cento anni di distanza e che racconta più di oggi che non di allora. 

Helen Zimmern, Corriere di Londra, 1884-1910 a cura di Caterina Del Vivo con prefazione di Barbara Stefanelli è pubblicato da Fondazione Corriere della Sera.

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