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L'uomo che non era Georges Simenon

Incontro con Pierre Assouline, il biografo dell'autore di Maigret. [...]"Il" biografo di Georges Simenon, il primo ad aver scoperchiato gli archivi privati del romanziere. Riassumere l'esistenza di Simenon in qualche centinaio di pagine poteva apparire una missione impossibile."Ha vissuto all'insegna dell'eccesso, pensandosi come il personaggio principale della sua vita" spiega Assouline, critico letterario e apprezzato scrittore in particolare di biografie.
Anais Ginori, La Repubblica ...

AAA donne nei premi letterari cercasi

Corriere della Sera
01 12 2014

Deprimente l’elenco dei Nobel per la letteratura: solo 13 donne dal 1901, contro 98 uomini

di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

È nato da un’idea di Maria Bellonci, animatrice di un celebre salotto letterario. E però, nelle sue quasi settanta edizioni, il Premio più famoso d’Italia, lo Strega, è stato vinto da appena dieci donne – l’ultima delle quali, Melania Mazzucco, nel 2003. Poi, da Ugo Riccarelli a Francesco Piccolo, tutti uomini, per undici anni: un record (per la prima vincitrice, Elsa Morante, nel 1957, si aspettò meno – “solo” dieci anni). Altrettanto sbilanciato è l’albo dei vincitori del Premio Bancarella: dal 1953 se lo sono aggiudicato solo otto scrittrici. E se la prima, Han Suyin, già nel 1956, per vederne un’altra passarono tredici anni (Oriana Fallaci, 1970). In dieci, invece, hanno vinto il Campiello, consegnato per la prima volta nel 1963. Dieci donne in 51 edizioni: ed è il risultato migliore.

È il sessismo furioso dei premi letterari, e ahinoi non è solo italiano. Lo stesso sessismo, casual o ben deliberato, che affligge alcuni tra i più raffinati colleghi (e colleghe) delle pagine culturali del Bel Paese quando si ostinano a reiterare che Elena Ferrante sarebbe lo pseudonimo di un uomo – nella fattispecie Goffredo Fofi o Domenico Starnone. Come se Ferrante fosse troppo brava per essere una donna. Scrive della forza dell’amicizia al femminile? Deve senz’altro essere un maschio! In barba al fatto che, in un ritratto sul New Yorker due anni fa che pubblicava stralci di una corrispondenza con Ferrante, l’autore, James Woods, facesse notare come la scrittrice si definisse “madre”, lasciando intendere il proprio genere femminile. Le quote blu della letteratura: perfino immaginate. Sviliscono i Premi più blasonati del pianeta, riducendoli a circoletti di commilitoni che si premiano fra loro.

Un pregiudizio, quello della critica letteraria, che freudianamente affonda le sue radici nel Medioevo, quando alle donne, considerate esseri inferiori, era impedito studiare, ed entrare in convento, quasi sempre, l’unica possibilità per accedere alla cultura. Vedi Herrade di Landsberg, badessa di Mont Saint-Odile, cui nella seconda metà del 1100 si deve la prima enciclopedia illustrata – un’opera colossale, che spaziava dalla teologia all’astronomia; o Ildegarda di Bingen; o Marguerite Porete, teologa francese autrice de Lo specchio delle anime semplici, condannata al rogo per eresia dopo un lungo processo in cui si rifiutò di non far più circolare il proprio libro. Che ne sarebbe stato del privilegio maschile se a tutte le donne, allora, fosse stata data l’opportunità di studiare – come a Eloisa d’Argenteuil, quella di Abelardo, la cui cultura, già ragazzina, era famosa in tutta Europa? Per non parlare delle centinaia di grandi autrici costrette, fin nel Novecento, a scrivere con pseudonimi maschili per farsi pubblicare e quindi leggere.

Qualche giorno fa, il New York Times ha fatto un po’ di conti sullo squilibrio di genere nei premi letterari, evidenziando per esempio come dal 2004 solo due donne abbiano vinto il francese Prix Goncourt. La cui giuria tutta maschile, già nell’anno di nascita 1903, scatenò una rivolta che diede luogo, pochi mesi dopo, alla creazione del Prix Femina (i francesi, si sa). E manco a dirlo, la giuria tutta al femminile del Femina è stata, negli anni, molto più generosa con gli autori maschili di quanto non sia stato il Goncourt con quelli femminili (otto vincitrici appena in più di un secolo di edizioni). Un po’ meglio del Goncourt fanno l’americano National Book Award (nato nel 1950 – quattro vincitrici e sette vincitori dal 2004 nella categoria fiction) e l’inglese Booker Prize, creato nel 1969 e andato, negli ultimi undici anni, a cinque donne e sei uomini. E se il Pulitzer per la narrativa, conferito dal 1918, conta 32 vincitrici (la prima Edith Wharton, nel 1921, l’ultima Donna Tartt – in mezzo Harper Lee, Toni Morrison e tante altre), un solo albo d’oro vanta più scrittrici che scrittori: quello del German Book Prize (6 a 4). Che come la versione International del Booker Prize, però, è stato creato in tempi molto più recenti (2005).

Deprimente, invece, è l’elenco dei Nobel per la letteratura. Solo 13 donne dal 1901, contro 98 uomini (l’ultima, nel 2013, quell’Alice Munro di meravigliosa nonchalance tutta femminile, cui l’Accademia di Svezia dovette lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica). Tredici: peraltro molte di più che nelle discipline scientifiche, per un totale di appena 46 Nobel sugli 867 distribuiti dal 1901 (il 5%, qui il breakdown per genere nei grafici del Telegraph). Prima vincitrice del Nobel per la letteratura fu la svedese Selma Lagerlof, nel 1909, poi, nel 1926, Grazia Deledda. Un gap di quindici anni. Ma lo scarto più grande fu tra il 1966, quando vinse l’ebrea tedesca Nelly Sachs, e il 1991, quando il Premio venne assegnato a Nadine Gordimer. Ventiquattro anni senza una donna al vertice della letteratura mondiale. Una generazione. Davvero non ce n’erano di valide? E com’è possibile che non siano state reputate meritevoli di Nobel Gertrude Stein, Virginia Woolf, Flannery O’Connor, Anna Achmatova, Edna O’Brien – ma veramente dobbiamo continuare? Forse sì.

Sessismo istituzionalizzato, perfino nella paritaria Svezia. Ma non è solo l’Accademia, o l’Académie. Nel 2011 ebbe meno eco di quanta meritasse, sulla stampa, una dichiarazione di V.S. Naipaul, Nobel per la letteratura dieci anni prima: nessuna scrittrice, disse, sarebbe mai potuta essere al suo livello, perché «le donne hanno una visione ristretta del mondo: non sono padrone neanche a casa loro, e questo si riflette nelle loro opere».

Il Fatto Quotidiano
23 11 2014

di Lorenzo Mazzoni - Scrittore

“Non voglio la pietà di chi si convinca da quanto sto per dire che è stato impiccato un innocente. Parlo senza scopo alcuno. Ed è una verità che non ha nulla a che fare con la giustizia. Tutta la questione era, prima ancora che la magistratura la esaminasse e dopo che ebbe emesso la sua sentenza, fuori dalla mia portata nonché dalla mia logica, perciò mi sono imposto di tacere, sempre, come sapete.”

Ghassan Kanafani è stato, probabilmente, lo scrittore più importante tra i rappresentanti di quel gruppo di palestinesi che dall’esilio (in arabo Ghurba) hanno contribuito a lottare per la causa del loro popolo tramite le loro opere artistiche. Fu assassinato nel 1972 a Beirut in un attentato in cui perse la vita anche una sua nipote sedicenne. All’epoca della sua morte, Kanafani, era portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, e l’attentato, si dice, fu ordinato dal Mossad per vendicare il Massacro dell’Aeroporto di Lod, attacco attribuito al suo gruppo politico e all’Armata Rossa Giapponese.

Tra le sue opere tradotte in Italia spicca il romanzo breve L’altra cosa (Chi ha ucciso Layla Al-Hayk?) (traduzione di Federica Pistono e pubblicato da Cicorivolta edizioni), apparentemente una storia poliziesca, in realtà una puntuale e bella metafora per raccontare alcuni tra le tematiche fondamentali della vita: l’amore, il tradimento, la giustizia. La trama è molto semplice e lineare: in un imprecisato paese mediorientale, negli anni Sessanta, un avvocato è accusato dell’’omicidio di una donna. Durante il processo si chiude in un inspiegabile silenzio, rifiutando di difendersi. Riconosciuto colpevole, viene condannato a morte. Prima dell’esecuzione scrive alla moglie un memoriale in cui racconta la sua verità sul delitto.

Attraverso la vicenda raccontata dal protagonista emergono problematiche filosofiche e psicologiche che ci riportano alla concezione della vita di Kanafani. Come scritto dalla traduttrice, Federica Pistono: “Kanafani vede l’’uomo, per quanto forte e intelligente, in balia degli eventi, dei “gran giochi del caso e della sorte” che possono annientarlo in qualunque momento. Pensiamo, per esempio, ai tre protagonisti di Uomini sotto il sole, che muoiono in modo atroce per il concatenarsi di una serie infernale di circostanze, o ai protagonisti palestinesi di Ritorno a Haifa, che perdono il figlio per una serie di circostanze casuali. Contrariamente ad altre opere dell’’autore, l’’ambientazione di questo romanzo è estremamente neutra: l’’azione si svolge in una imprecisata città mediorientale, probabilmente Beirut, come possiamo dedurre dagli scarni riferimenti al mare e ai grattacieli.”

Sempre per Cicorivolta Edizioni sono uscite le due opere teatrali Il cappello e il profeta e Ponte per l’eternità (entrambi pubblicati da Marco Criscuolo), il primo uscì solo un anno dopo la morte dell’autore ed è uno straordinario esempio di come, Kanafani, nonostante le privazioni che l’esilio gli ha dato, riesca a far emergere nelle sue parole una carica positiva, una sorta di speranza mai sopita che un giorno il popolo palestinese possa riavere la sua patria perduta. In un’aula di tribunale, dove si alternano luce e buio, (innocenza e colpevolezza), due giudici, o quantomeno presunti tali, vogliono condannare a ogni costo il protagonista. Attenzione però: le sbarre in ferro, che dividono il loro tavolo da quello del malcapitato, sono mobili; possono, cioè, spostarsi e andare a ingabbiare i giudici stessi, dimostrando implicitamente la loro nuda responsabilità per una parte delle colpe contestate. Coprotagonista di questo godibile pezzo teatrale, è una misteriosa Cosa, dall’aspetto alieno e dalla voce inumana, caduta dallo Spazio e proprio sul balcone dell’imputato. Questa Cosa, fragile e minuziosa nei suoi dettagli, è portatrice di un messaggio, in apparenza strano e incredibile, ma pure tanto semplice quanto concreto.

Ponte per l’eternità è un testo scritto per una rappresentazione radiofonica di eccezionale simbolismo e oggettivismo insieme, che tuttavia Kanafani non fece mai andare in onda e di cui non si conosce l’esatta data di stesura. L’opera alterna momenti di pacata e umana ironia con momenti di veemenza esagitata e di violento realismo. Si tratta di una metafora, oltremodo chiara visibile, in cui quel senso tragico di Palestina va di pari passo con un altro concetto di analogo e sottile valore, quello di morte, a cui è sottoposto il protagonista Fares, un profugo uscito da chissà quale campo palestinese, il quale viene investito dall’automobile di Raja’, una ragazza benestante, ma ignara dei giochi e delle similitudini del destino. Attraverso una storia fatta di dialoghi coinvolgenti e di rapida scorrevolezza, Fares descrive a Raja’ tutto l’orrore della sua personale (e tremendamente universale) vicenda, portandola, quasi senza che lei se ne accorga, (il tutto supportato da una mirabile freschezza linguistica), a prendere viva coscienza del peso insopportabile e oscuro della propria situazione. Entrerà così in scena l’amore, unico valido espediente, ad aprire gli occhi di Raja’ e a salvare Fares da una condanna infame, che oltretutto sarebbe stato costretto a subire lontano da lei, dalla sua comprensione e, si potrebbe dire, lontano dagli occhi del mondo intero.

“La prossima notte, quando lo Spettro si presenterà… tu sputagli in faccia e dagli dell’impostore… impostore… impostore…”.

Dall'Inferno a Sandokan confesso che ho sognato

Siamo fatti di carne, ma siamo "figli" di eroi di carta: l'analisi dello scrittore Alberto Manguel. Le guide turistiche offrono percorsi ispirati agli ardui sentieri di Ulisse e Don Chisciotte. Vetusti edifici ospitano l'alcova di Desdemona e il balcone di Giulietta. Un borgo colombiano sostiene di essere la vera Macondo di Aureliano Buendía e una delle isole Juan Fernàndez si vanta di aver accolto, secoli fa, un singolare imperialista, Robinson Crusoe.
Alberto Manguel, La Repubblica ...

Logos 2014. Festa della Parola

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 07:29 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
Dal 9 al 12 ottobre negli spazi del csoa eXSnia e Parco delle Energie si continuerà a esplorare, inventare e ricomporre un vocabolario comune, per immaginare e nominare il mondo che vogliamo vivere.

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