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Come il rizoma

  • Martedì, 15 Ottobre 2013 08:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Sud de-genere
15 10 2013

Maneggiare con cura.

Una bellissima lettura di Ida Rende cui va prestata attenzione. Ritrovo in essa moltissimo del dibattito attuale tra femministe (forse, soprattutto tra quelle della stessa generazione). Pur partendo da contro versa, Ida rilancia, e come nel gioco dei 4 cantoni….come il rizoma…

Potete scaricare il documento in PDF qui.

“ CONTRO VERSA. GENEALOGIE IMPREVISTE

DI NATE NEGLI ANNI 70 E DINTORNI”

La lettura di un libro in movimento

 

Sono passati molti anni da allora, ma questo incontro mi riconduce in qualche modo a quel pensare in presenza che nel passato ha segnato il mio modo di vivere e di fare politica con altre donne. Allora leggere, studiare le scritture di donne significative del passato e del presente, e discuterne insieme, non era solo un incontro tra corpi, ma anche tra i corpi delle relazioni che ci segnavano e che ci portavamo dentro. Forse per questo, come dice Chiara Zamboni, la parola era, come oggi, sempre un pò come improvvisata, nonostante gli appunti, a volte mancante, a volte eccedente, ma sempre si nutriva della reciproca fiducia.

Oggi per me il parlare in presenza è anche riannodare ciò che è lontano con ciò che è vicino, pezzi significativi del mio passato con il presente. Nelle pagine di questo libro riaffiorano, inaspettati, tra la memoria e l’oblio, alcuni miei ricordi, come foglie e fiori conservati tra le pagine e inaspettatamente ritrovati. Sento il particolare profumo di ciò che è stato custodito e che re-siste al tempo.

Non so se è perchè siete nate “negli anni 70 e dintorni”, e, come dice Doriana nella presentazione, nascevate proprio nel momento in cui “altre solcavano le piazze e si riunivano per l’autocoscienza, interpellando se stesse con la verticalità della prima volta, in Italia”. Non so se è perché io ho sentito i vostri vagiti e voi gli urli dei miei slogan, ma, lo dico subito, trovo il vostro libro particolarmente bello.

Certo, mi piace per la motivazione che lo sottende. Nel testo, afferma sempre Doriana mentre lo presenta, le autrici vogliono interloquire con le proprie genealogie o quelle di riferimento, ripensare a quella trama di relazioni preziose tra donne di diverse generazioni, madri, sorelle, amiche, compagne incontrate sulle strade del femminismo e della politica delle donne. Ma ciò che rende il libro prezioso è, a mio parere, il come questo interloquire avviene.

Le autrici usano la modalità del partire da sé, una pratica consolidata nel movimento delle donne negli anni 70 che, lungi dall’essere un mero esercizio solipsistico, va a scardinare l’opposizione tra individuale e collettivo. Partire da sé è partire dai nostri desideri, dai nostri sentimenti e dalle nostre contraddizioni, e pertanto dalle relazioni che instauriamo con gli altri, dai legami che abbiamo con il mondo. Scrivere e parlare ‘partendo da sé’ significa scrivere e parlare del mondo in cui abitiamo.

Ma partire da dove se non dal nostro corpo? Da un corpo che non è in opposizione alla mente, da un corpo, dicevamo, sessuato e pensante. E, ancora, partire da sé è partire da lì dove si è, dalla vita quotidiana che ci vedeva confinate nel solo ruolo biologico, espulse dalla polis, e che per molte di noi era stretta nelle maglie di una doppia militanza e di una politica a cui non interessava la trasformazione della relazione tra generi, considerata semplicemente “una questione piccolo borghese”. Allora per prendere la parola è stato necessario partire proprio dal luogo originario della propria espropriazione, dal corpo, fare i conti con la sessualità, la maternità, questioni per noi tanto private quanto pubbliche, mettere in discussione l’idea di una economia solo ‘pubblica’, svelare che il lavoro di cura è lavoro ed è lavoro gratuito. Come ricorda e analizza Lea Melandri in Amore e Violenza, il corpo, il desiderio, l’autocoscienza, la malattia, la sessualità erano per noi parole appartenenti a pieno titolo al lessico politico perché nella politica si spostava l’intera vita e perché soggetti politici non erano solo gli operai, ma anche i giovani, le donne, i marginali.


E, allora, come non sentire assonanza, pur nella diversità dei contesti e delle nostre storie, con il partire da sè delle autrici?

Nella mia esperienza, il partire da sé, il partire dal corpo, pur sentendone il richiamo, è lontano dalla ricerca di una presunta identità originaria, in quanto un corpo, mentre porta dentro di sé altri corpi, è, sempre e comunque “un corpo tra altri corpi”, come diceva Marian Chace, danzaterapeuta esperta del movimento dei corpi e della relazione tra individuale e collettivo. E’ nel gioco delle dislocazioni e dei posizionamenti tra corpi che il partire da sé non si svuota e non perde senso, diventa una pratica di trasformazione. Nell’alternanza del movimento e del posizionamento sentiamo la presenza, il peso del nostro corpo nel mondo, ne riconosciamo la fragilita’, incontriamo altri corpi, ne percepiamo le differenze. Il posizionamento richiede attenzione come ten-sione verso, scelta della direzione, l’esercizio alla distanza e alla vicinanza, la capacita’ di gestire quel che nell’incontro non ci aggrada, il con-trasto, o l’inciampo, come lo chiamano le autrici, spazio in cui si delineano forme diverse e si ritrova un diverso posizionamento.

Il femminismo degli anni 70, nel mettere in discussione il patriarcato e la stereotipata relazione tra femminile e maschile, la differenziazione originaria tra maschile e femminile, inciampava nella dolorosa consapevolezza del nostro stesso accomodamento ad una vita quotidiana che ci voleva assoggettate. Si avvertiva il bisogno di liberarsi da modelli e da illibertà interiorizzate attraverso un complesso processo di liberazione che richiedeva confronto, incontri e riflessioni tra corpi simili, una danza di presenza/compresenza attraverso gli antichi giochi del rispecchiamento e della risonanza, senza la presenza del maschile, con cui altre e non facili danze si aprivano. La ricerca di spazi separati non esprimeva separatezza bensì il bisogno di ricercare una soggettività femminile ignorata dal mondo e da noi stesse.

Anche le autrici in questo testo sono in movimento, si posizionano e ri-posizionano, danno consistenza al partire da sé che, come nei loro racconti, “non ci fa trovare lì dove gli altri ci aspettano, nel posto ovvio, perché la sua traiettoria cambia, si muove, cerca” (Zamboni). Trovo Lucia Cardone e Ivana Pintadu in una ‘Collettiva Femminista’, a Sassari, a praticare con entusiasmo l’autocoscienza e a riconfermare il femminismo come processo di trasformazione delle proprie vite.

Trovo e mi lascio coinvolgere da Loredana De Vitis, autrice dall’interessante blog “io sono bellissima”, luogo in cui prendendo distanza da quei giochi estenuanti che privano dell’autenticità la relazione tra donne e uomini, ma anche tra donne, si può curare l’ansia di perfezione.

Nel ritmo dolce dell’accoglienza e dell’ascolto le autrici danno valore alle donne venute prima di loro, donne in carne e ossa, maestre di pensiero, figure che dallo sfondo si stagliano e vanno ad abitare i paesaggi della narrazione. Sono “le figure che restano”, come quella di Lea Garofalo, dice nel suo bel racconto Doriana Righini che attraverso la storia di Lea, di Denise e di Marisa, mette in luce, riprendendo il pensiero di Luisa Muraro, come sia la necessità ad insegnarci ad amare la madre, ad interloquire con la nostra genealogia. Riaffiora in me il ricordo di quanto la potenza del materno, le genealogie materne, fossero allora indispensabili per poter rifondare un ordine simbolico in cui potesse essere rappresentato non solo il maschile. Mantenere la memoria della propria madre, fa “arretrare la vittimizzazione” dice Alessandra Pigliaru quando ci racconta di Daniela, una delle personagge di Fausta Cialente, fa attingere ad una sorta di “gioia generativa”.

Le autrici del libro sono pertanto consapevoli che saper amare la madre contribuisce a creare un ordine simbolico nel mondo, ma tutte, come nel gioco dei 4 cantoni, si dislocano e riposizionano, il ritmo si velocizza, e, nell’andare e venire, tra distanza e vicinanza, tra allontanamento e riconoscenza, affermano “ogni generazione ha un suo modo di saper amare la madre”, “l’ordine simbolico della madre non può essere punto di approdo” “solo così si può avviare un processo intergenerazionale”, “una storia che ho fatto mia ma da cui è necessario anche distanziarsi per scriverne una diversa che parli anche di me”.

Così di fronte all’inciampo con la problematica dell’autorità della madre simbolica, non si tirano indietro. Avviene un’ulteriore posizionamento. Sono ridiscusse da Alessandra Pigliaru la categoria dell’autorità della madre simbolica, a cui, mi piace ricordare si collegava la pratica dell’affidamento, e la categoria della sorellanza, la condivisione tra donne della propria condizione materiale, della propria oppressione, la condivisione della rivendicazione di diritti. Pur prospettando l’opportunità di una mediazione tra le due pratiche, alla fine, Alessandra Pigliaru individua nella sostituzione del riconoscimento con l’attenzione quella svolta che libera dal riconoscimento di autorità verso la madre simbolica, un riconoscimento che spesso ha reso, dice Monia Andreani, “le figlie pietrificate”.

E attenzione chiede Angela Ammirati alle femministe storiche affinché si misurino sul terreno della precarietà, della materialita’ della vita perché il partire da sè, il partire dal corpo delle nuove generazioni è il partire dai corpi stretti nei ritmi della precarietà e della flessibilità. La femminilizzazione del lavoro, considerata positiva negli anni 90, dice Angela, oggi svela tutte le sue contraddizioni, i bassi salari delle migranti, la differenza salariale tra uomini e donne, l’annullamento dello stato sociale, lo sfruttamento sul lavoro e in famiglia. Allora, “il femminismo deve recuperare la sua forza utopica che nasce proprio dalla sua capacità di rapportarsi alla realtà e di essere in essa radicata. …..La politica delle donne continua a dover essere inventata”…..Si tratta per la politica di mettere al centro la vita intera”.

Come non porre attenzione? Mi disloco, mi avvicino e condivido la necessità di partire dalla vita materiale, consapevole che partire dalla vita materiale, ancora una volta, con forme e in contesti diversi, vuol dire partire dal corpo. Oggi dallo spostamento del confine tra soggetto e organizzazione del lavoro dentro il carattere e la personalità dell’individuo. Oggi dal legame forte che si sta instaurando tra corpo e processo produttivo e il cui collante è costituito da sessualità e socialità, al punto che i fattori di crescita sembra siano imputabili all’attivita’ umana, alla sua capacita’ comunicativa, relazionale, innovativa e creativa. Oggi dall’interrelazione tra processo di femminilizzazione e processo di cognitivizzazione. Oggi, ancora, dalla defemminilizzazione dell’emotività. Oggi da una cultura del corpo che corre i rischi della manipolazione mediatica, dell’implosione del narcisismo, della obesità consumistica, dell’attivismo iperprestativo o del ripiegamento depressivo.

Ed ecco che ora ad un punto di incrocio, li’, tra il partire da sé e la parrhesia, un punto di incrocio, ricordo, abilmente descritto da Angela Putino della comunità filosofica Diotima, trovo Giovanna Vingelli. La pharresia è la libertà di parola, come diceva Platone, un dire franco nei rapporti con le istituzioni, che deriva dalla libertà di scegliere il proprio stile di vita o, come diceva Socrate, una relazione molto stretta tra la vita e il pensiero, tra ciò che si dice e ciò che si fa. Tra il personale e il politico, si diceva negli anni 70 quando si criticava la separazione tra pubblico e privato e si criticava la politica come categoria del pubblico separata dal privato. La pharresia contempla l’essere in grado di dire la verità sulla propria vita, di esporsi in prima persona e di agire nel conflitto. Ridà valore ad uno dei significati più pregnanti e più spinosi della pratica del partire da sé, l’andare a creare uno squilibrio rispetto al sapere costituito.

Le istituzioni universitarie, per Giovanna Vingelli, sono state una “finestra di opportunità”, ma le sue maglie sono molto strette: è difficile produrre saperi, “spesso ci è consentito solo di organizzarli”. Il suo racconto mette in luce come sia complessa la trasmissione dei saperi in quanto si tratta di tenere insieme il livello di astrazione teorica, la soggettività e delle donne che fanno ricerca e delle donne che a questi studi si avvicinano. Pur re-sistendo il valore della relazione tra donne in ambito istituzionale, l’autrice mette in luce come la stessa sia attraversata dalla richiesta di protagonismo e di riconoscimento reciproco e quanto sia necessario e al contempo difficile agire gesti di critica rispetto allo stesso ruolo, al fascino del potere che fa presa. Da una parte si tratta di tessere reti, dice Giovanna, dall’altra di disfarsi dello stesso ruolo di tessitrice.

Ma è forse vero come dice una delle studentesse intervistata da Giovanna, che il femminismo è scomodo e che metterlo dentro l’università è come contenere il mare?

E’ inevitabile che ora riaffori in me il ricordo della nascita di Nosside, il Centro Studi di Ricerca e Documentazione Donne, nato nel 1986 con sede all’Università della Calabria e in convenzione tra Università e Regione. Erano gli anni in cui avveniva il passaggio dai collettivi femministi al femminismo diffuso nelle istituzioni, nella politica, nella cultura, un sapere femminista che si andava a collocare con una forte conflittualità sul confine tra sfera pubblica e privata. Nosside nasceva dalla passione di un gruppo di donne del territorio e dell’Università tutte interessate alla produzione intellettuale dentro e fuori l’Università e animate dal duplice sogno di un sapere che partisse dall’essere donna e, insieme, dalla determinazione di abitare le istituzioni accademiche e politiche con uno sguardo critico, mantenendo la nostra autonomia. Volevamo indagare il personale con la nostra presenza nel sociale, consapevoli che il desiderio di un mondo sociale condiviso passa attraverso l’intreccio dell’elaborazione del dentro e del fuori di noi e, ancora, attraverso la messa in discussione della dicotomia tra il pensare e il sentire. Intervenire sul piano della produzione delle idee svelando la falsa neutralità e universalità della cultura era la sfida che faceva da sfondo al nostro agire mentre la contraddizione che il nostro agire attraversava era l’essere contemporaneamente soggetto e oggetto della ricerca, una contraddizione densa di fascino e di insidie che con il tempo si incuneava nella ancor più forte contraddizione della appartenenza /non appartenenza all’istituzione. Che dire? Anche la mia esperienza in Nosside, è stata connotata dal sentirmi stretta negli specialismi accademici, da un sentimento di tradimento della pratica originaria del movimento e dall’aver sperimentato la difficoltà alla reciproca riconoscenza.

Tra il partire da sè e la pharresia incontro anche Federica Timeto quando afferma che l’istituzionalizzazione degli studi di genere in Italia ha in qualche modo creato degli orticelli disciplinari e impedito una trasmissione del femminismo. Per Federica la resistenza da parte dell’istituzione si può ricondurre a due ragioni: all’importanza che gli studi di genere danno alla sfera del privato e alla poca importanza che alla sfera del privato, considerata poco scientifica, dà l’accademia; e, ancora, all’interdisciplinarietà, ovvero al carattere indisciplinato degli stessi studi di genere.

Ma partire da sè vuol dire anche partire dalla nostra terra, dall’amore per la Calabria dove molti anni fa anch’io ho scelto di ritornare e di restare. E qui, in Calabria, si posiziona Denise Celentano, straniera sempre in tutte le terre, doppiamente straniera come donna e come calabrese. Un’appartenenza contro-versa che in Nosside ci invitava a centrare la riflessione sul Sud nelle donne piuttosto che sul Sud delle donne. Il Sud dentro di noi come metafora del nostro desiderio e della spinta verso l’agire sociale, ci svelava la complessità del sentimento di appartenenza alla terra insieme all’inganno di alcune semplicistiche polarità: lontananza/vicinanza, estraneità/orgoglio, accettazione/rifiuto, forza/debolezza, tradizione/innovazione. E così che, animate dalla volontà di costruirci come individue, di agire la ‘cura di sé’, non negavamo quella “impudica passione” che attraversa l’esser madri e la cura degli altri.

Attraverso la lente di Nosside, mettevamo inoltre a fuoco un’altra più sottile contraddizione, quella tra l’essere e l’apparire: donne del sud potenti nella sfera familiare ma prive di potere nella sfera pubblica, forti nel ruolo materno ma fragili nelle relazioni intime, come poi affermavamo nel convegno “Donne del Sud, “Il prisma femminile sulla questione meridionale” svoltosi a Messina nel Maggio del 1992 e promosso dall’AIS . Più in particolare la ricerca di Renate Siebert su tre generazioni di donne E’ femmina però è bella, metteva in luce l’astuzia dell’impotenza femminile, una potenza cioè mai agita come potere, basata sulla forza delle relazioni familiari dando agli uomini l’illusione della loro superiorità. Una complicità distorta con il maschile, affermava Renate, che nelle donne del sud ha prodotto dolorose solitudini e un rapporto di svalorizzazione del proprio genere, un rapporto intriso di pettegolezzi, maldicenze, di controllo sociale, una lacerazione tra potenza e libertà che si trasmette alle generazioni successive.

Come affrontare tutto questo nella pratica politica? Denise Celentano intravede una genealogia possibile nella esclusione delle donne calabresi dalla sfera pubblica, nella loro maggiore distanza dai meccanismi clientelari, nell’essere portatrici di un modello di razionalità non integrato nel modello dominante, in quelle attitudini che “non si conciliano con lo spreco, il disprezzo per il valore d’uso.

 

Alla fine della lettura di “Contro Versa. Genealogie impreviste di nate negli anni 70 e dintorni” anch’io mi posiziono.

Ho letto questo libro in movimento, ne ho sentito il movimento nei racconti e sento di aver agito, nell’ascolto, il mio movimento. Un libro-azione, che dà inizio e che, interrompendo il continuum temporale, si colloca tra il passato e il futuro, nel tra, tra ciò che non è più e ciò che può accadere. E nel dare inizio, ci ricorda Hannah Arendt quando afferma che la libertà è la libertà di dare inizio, rimane sempre, come fanno le autrici, e come sto facendo anch’io, una parola per raccontare, per iniziare e per ricominciare, sempre e di nuovo.

 

Ma a cosa, dal mio punto di vista, questo libro dà inizio ?

All’accettazione del conflitto tra generazioni di femministe ma, direi, anche tra femministe della stessa generazione.

Faccio mia la consapevolezza di Angela Ammirati “Con il tempo ho capito che è la stessa libertà delle donne oggetto di conflitto simbolico, fatto che pone il senso del femminismo stesso nel conflitto”. Ritengo che la capacità di gestire il conflitto sia un percorso importante, una strada da intraprendere, uno spazio complesso e ricco di relazioni da cui, come nella narrazione di questo testo, si possa generare l’imprevisto, l’impensato. Ma, si sa, la capacità di gestire il conflitto non può fare a meno del coraggio della verità, la parrhesia, a cui accennavo precedentemente, e che, spesso lo dimentichiamo, non è mai soltanto il coraggio di chi parla ma anche il coraggio di chi accetta di accogliere come vera una “verità oltraggiosa”. Solo così, lo mette a fuoco Foucault, la messa a repentaglio della relazione diventa nello stesso tempo la sua forza.

Il libro, ancora, dà inizio a degli svelamenti: “alle genealogie non si possono imporre continuità cronologica, legami di causalità, dipendenze”, dice Giovanna Vingelli nel suo racconto.

Condivido con Giovanna che consegnare, trasmettere, tradere, condurre, far passare è sempre un po’ come tradire, si attivano infedeltà, stravolgimenti di senso, continuità e discontinuità, e che poi l’esercizio dell’esperienza richiede anche abbandoni di ciò che è stato, della tradizione e che, ancora, fedeltà significa prenderne il meglio, solo il meglio. Per certi versi si tratta, dice Giovanna con l’arte della pharresia, di sfuggire anche alla Storia del Femminismo, all’unicità della narrazione storica, nonchè alla ossessiva ricerca delle origini. E aggiungo, mentre accolgo l’oltraggio, alla ossessiva ricerca di introvabili radici che, ne facciamo spesso esperienza, , a volte escludono.

Così, mentre mi posiziono, mi piace pensare al rizoma, stelo sotterraneo, radice orizzontale che connette imprevedibilmente elementi eterogenei e che riconduce a quel sistema di connessione di cui parla Bateson, un sistema che pur non essendo struttura rivela la sua consistenza. Eduard Glissant, poeta e saggista di origine antillese, a cui si ispira questo mio ultimo pensiero, definisce le culture “a radice unica” quelle che tendono all’auto-conservazione (ataviques) ed invece “a rizoma” quelle nate da una recente creolizzazione (composites) e quindi coscienti della loro natura plurima.

 

Perché allora non parlare di processo transgenerazionale e di transculturalità, anche nella geografia del femminismo? Riconoscere come evidente la storia propria di ogni femminismo, ibridarsi con altri femminismi nella mutualita’ dello scambio, generare nuove forme creole e imprevedibili.

E’ una sfida che ci pongono anche le donne migranti ………tutte le donne migranti, tutte, anche noi che siamo qui che ci dislochiamo, posizioniamo, ci allontaniamo, ci avviciniamo….

Ida Rende

[Grazie Ida.

Questa lettura di Ida Rende ci è stata regalata durante la presentazione di Contro versa, il 14 giugno 2013 a Cosenza. L'idea di Ida del "rizoma" ci ha colpite al cuore. Denise, Giovanna ed io, che presentavamo il libro in una tre giorni calabrese, siamo rimaste folgorate dal fatto che un'altra donna - Amelia Morica - in un'altra città -Catanzaro- ci avesse parlato solo due giorni prima del femminismo(i), rappresentandolo come acque carsiche, come qualcosa di molto concreto, materiale, terreno...Un grazie a tutte le donne che abbiamo conosciuto e sentito parlare nel nostro tour.]

Nobel Letteratura 2013 ad Alice Munro

  • Giovedì, 10 Ottobre 2013 11:09 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
10 10 2013

"Maestra del racconto breve"

E' la canadese Alice Munro la vincitrice del premio Nobel per la Letteratura 2013. Lo ha annunciato l'Accademia di Svezia.

"Maestra del racconto breve contemporaneo", è stata la motivazione dell'Accademia.

La Munro, 82 anni, è nota in Italia per le sue numerose raccolte di racconti, tra cui "Chi ti credi di essere", "Segreti svelati", "In fuga".

In un tweet, l'Accademia svela di non aver potuto comunicare l'assegnazione del premio alla scrittrice: "Le abbiamo lasciato un messaggio telefonico".

Erano 195 gli autori nominati, di cui 48 per la prima volta, ha reso noto la Fondazione Nobel . Nel mese di maggio l'elenco era stato ridotto a cinque nomi.

Solo 12 donne hanno ricevuto il Premio Nobel per la letteratura dal 1901.

La Munro succede allo scrittore cinese Mo Yan, premiato nel 2012, e riceverà 8000 mila corone svedesi (916.000 euro).

Intervista a Silvia Federici sulla caccia alle streghe

  • Martedì, 01 Ottobre 2013 10:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Info Out
01 10 2013

Proponiamo qui di seguito la traduzione di un’intervista a Silvia Federici pubblicata su Numeros Rojos sul tema della caccia alle streghe. (Il testo è di Maite Garrido Courel, la traduzione è a cura di Feminoska per il blog Intersezioni):

Qualche secolo fa, l’avrebbero bruciata sul rogo. Femminista instancabile, la storica e autrice di uno dei libri più scaricati della rete, “Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva”, parla con Numeros Rojos ed espone con rigore le ragioni politiche ed economiche occultate dalla caccia alle streghe. Il suo ultimo libro, “Il punto zero della rivoluzione”, è una collezione di articoli imprescindibili per conoscere la sua traiettoria intellettuale.

Lo sguardo attento, l’italiana Silvia Federici studia da più di 30 anni le vicende storiche che hanno portato allo sfruttamento sociale ed economico delle donne. Nel suo libro “Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva” (Traficantes de sueños, 2010), l’attenzione si concentra sulla transizione violenta dal feudalesimo al capitalismo, nella quale la divisione sessuale del lavoro venne forgiata col fuoco e dove le ceneri dei roghi coprirono di ignoranza e menzogne un capitolo essenziale della storia. Federici parla con Numeros Rojos di streghe, sessualità e capitalismo dal proprio ufficio presso il Dipartimento di Storia della Hofstra University di New York, e auspica di “stimolare nelle generazioni più giovani la memoria di una lunga storia di resistenza che attualmente corre il pericolo di essere cancellata”.

Come è possibile che l’uccisione sistematica delle donne sia stata affrontata come un capitolo aneddotico nei libri di storia? Non ricordo nemmeno di averne sentito parlare a scuola…

Questo è un buon esempio di come la storia venga scritta dai vincitori. A metà del XVIII secolo, quando il potere della classe capitalista si consolidò e la resistenza venne in larga parte sconfitta, gli storici cominciarono a studiare la caccia alle streghe come un semplice esempio di superstizioni rurali e religiose. Di conseguenza, fino a poco tempo fa, pochi furono coloro che indagarono seriamente le ragioni che si celano dietro la persecuzione delle “streghe” e la loro correlazione con la creazione di un nuovo modello economico. Come spiego in ” Calibano e la Strega … ” due secoli di esecuzioni e torture di migliaia di donne, condannate a una morte atroce, sono stati liquidati dalla Storia come il prodotto di ignoranza o relativo al folklore. Una indifferenza che sfiora la complicità, dal momento che la soppressione delle streghe dalle pagine della storia ha contribuito a banalizzare la loro eliminazione fisica sul rogo. Questo fino a quando il Movimento di liberazione delle donne degli anni ’70 espresse un rinnovato interesse per la caccia alle streghe. Le femministe si resero conto di trovarsi di fronte a un fenomeno molto importante che aveva plasmato la posizione delle donne nei secoli successivi, e si identificarono con il destino delle ‘ streghe’, in quanto donne che furono perseguitate in virtù della propria resistenza al potere della Chiesa e dello Stato. Speriamo che alle nuove generazioni di studenti si insegni l’importanza di questa persecuzione.

C’è qualcos’altro che turba profondamente, ed è il fatto che, ad eccezione dei pescatori baschi di Lapurdi, i parenti delle presunte streghe non si armarono in loro difesa, dopo aver combattuto insieme durante le rivolte contadine.
Purtroppo, la maggior parte dei documenti che abbiamo sulla caccia alle streghe sono stati scritti da coloro che detenevano il potere: gli inquisitori , i giudici, i demonologi. Questo significa che ci possono essere stati esempi di solidarietà che non sono stati registrati. Ma bisogna considerare che era molto pericoloso, per le famiglie delle donne accusate di stregoneria, venire loro associati e difenderle. In realtà, la maggior parte degli uomini che sono stati accusati e condannati per stregoneria erano parenti di donne sospettate. Questo, naturalmente, non minimizza le conseguenze della paura e della misoginia, conseguenza diretta della caccia alle streghe che divulgava un immagine della donna orribile, quale assassina di bambini, serva del diavolo, distruttrice di uomini, sedotti e resi simultaneamente impotenti.

Hai individuato due conseguenze evidenti della caccia alle streghe: che è un elemento fondamentale del capitalismo e che segna la nascita della donna sottomessa e addomesticata.

La caccia alle streghe, così come la tratta degli schiavi e la conquista dell’America, fu un elemento fondamentale all’instaurazione del sistema capitalistico moderno, poiché mutò in maniera decisiva le relazioni sociali ed i fondamenti della riproduzione sociale, a partire dalle relazioni tra donne e uomini e donne e Stato. In primo luogo, la caccia alle streghe ha indebolito la resistenza della popolazione ai cambiamenti che hanno accompagnato la nascita del capitalismo in Europa: la distruzione del comune possesso della terra, l’impoverimento di massa, la fame e la nascita, nella popolazione, di un proletariato senza terra, a partire dalle donne più anziane che, non possedendo terra da coltivare, dipendevano dagli aiuti dello Stato per sopravvivere. Ha inoltre ampliato il controllo dello Stato sui corpi delle donne, criminalizzando il controllo da queste esercitato sulla propria capacità riproduttiva e sessualità (ostetriche e donne anziane furono le prime sospettate). Il risultato della caccia alle streghe in Europa fu la nascita di un nuovo modello di femminilità e di una nuova concezione della posizione sociale delle donne, che svalutava il loro lavoro in quanto attività economica indipendente (un processo che era già gradualmente cominciato) e le poneva in una posizione subordinata rispetto agli uomini. Questo è il requisito principale per la riorganizzazione del lavoro riproduttivo necessario al sistema capitalista.
Parli del controllo dei corpi: se nel Medioevo le donne esercitavano il controllo indiscusso sul parto, nella transizione al capitalismo “gli uteri diventano territorio politico controllato dagli uomini e dallo Stato”.

Non vi è dubbio che con l’avvento del capitalismo si comincia ad assistere ad un controllo dello Stato molto più forte sui corpi delle donne, realizzato non solo attraverso la caccia alle streghe, ma anche attraverso l’introduzione di nuove forme di controllo su gravidanza e maternità, e l’istituzione della pena di morte contro l’infanticidio (quando il bambino nasceva morto, o moriva durante il parto, la madre veniva accusata e giustiziata). Nel mio lavoro sostengo che queste nuove politiche, e in generale la distruzione del controllo che le donne, nel Medioevo, avevano esercitato sulla riproduzione, sono indissolubilmente legate alla nuova concezione del lavoro promossa dal capitalismo. Quando il lavoro diventa la principale fonte di ricchezza, il controllo sui corpi delle donne assume un nuovo significato; gli stessi corpi vengono quindi visti come macchine per la produzione di forza lavoro. Penso che questo tipo di politica sia ancora molto importante oggi, perché il lavoro, la forza lavoro, restano fondamentali all’accumulazione del capitale. Questo non significa che i datori di lavoro di tutto il mondo vogliano più lavoratori, ma certamente vogliono controllare la produzione della forza lavoro, quanta ne deve essere prodotta e in quali condizioni.

In Spagna, il ministro della Giustizia vuole riformare la legge sull’aborto, escludendo i casi di malformazione del feto, proprio quando gli aiuti stanziati dalla Ley de Dependencia (legge che regolamenta e sostiene la non-autosufficienza) sono stati cancellati.
Anche gli Stati Uniti stanno cercando di introdurre leggi che penalizzano gravemente le donne e limitano la loro capacità di scegliere se avere o meno figli. Ad esempio, molti stati stanno introducendo leggi che rendono le donne responsabili di ciò che accade al feto durante la gravidanza. C’è stato il caso controverso di una donna accusata di omicidio, perché suo figlio era nato morto e poi venne scoperto che aveva fatto uso di alcune droghe. I medici esclusero che la cocaina fosse la causa della morte del feto, ma invano, l’accusa è rimasta in piedi. Il controllo della capacità riproduttiva delle donne è anche un mezzo per controllare la sessualità e il comportamento in generale delle donne.

Lo dici tu stessa: “perché Marx non ha messo in discussione la procreazione come attività sociale determinata da interessi politici?”
Questa non è una domanda facile a cui rispondere, perché oggi sembra ovvio che la procreazione e la nascita dei figli siano momenti cruciali nella produzione della forza-lavoro, e non a caso sono stati oggetto di una regolamentazione molto dura da parte dello Stato. Credo, tuttavia, che Marx non potesse permettersi il lusso di vedere la procreazione come un momento della produzione capitalistica, perché si identificava con l’industrializzazione, le macchine e l’industria su larga scala, e la procreazione, come il lavoro domestico, sembrava essere l’opposto dell’ attività industriale. La trasformazione del corpo femminile in una macchina per la produzione di lavoro è qualcosa che Marx non poteva riconoscere. Oggi – in America, almeno – anche il parto è diventato un fatto meccanico. In alcuni ospedali, ovviamente non in quelli per persone abbienti, le donne partoriscono in catena di montaggio, con un tempo definito a disposizione per il parto, superato il quale viene chiesto un cesareo.
La sessualità è un altro argomento che tieni in considerazione da un punto di vista ideologico, dal momento che la Chiesa ha promosso con grande violenza un controllo ferreo e la criminalizzazione. Era così forte il potere che conferiva alle donne, da far sì che questo tentativo di controllo permanga tutt’ora?
Penso che la Chiesa si sia opposta alla sessualità (anche se sempre l’hanno praticata in segreto), perché ha paura del potere che esercita nella vita delle persone. E ‘ importante ricordare che, per tutto il Medioevo, la Chiesa è stata coinvolta nella lotta per sradicare la pratica del matrimonio dei preti, che era vista come minaccia alla conservazione del suo patrimonio. In ogni caso, l’attacco della Chiesa alla sessualità è sempre stato un attacco alle donne. La Chiesa ha paura delle donne, e ha cercato di umiliarci in ogni modo possibile, reputandoci la causa del peccato originale e della perversione negli uomini, costringendoci a nascondere i nostri corpi come se fossero contaminati. Nel frattempo, si è cercato di usurpare il potere delle donne, presentando il clero come elargitore di vita e indossando la gonna come indumento.

In un’intervista hai detto che è tuttora in atto una caccia alle streghe. Chi sono gli eretici oggi?

La caccia alle streghe ha avuto luogo per diversi anni in vari paesi africani e in India, Nepal, Papua Nuova Guinea. Migliaia di donne sono state uccise in questo modo, accusate di stregoneria. Ed è chiaro che, proprio come nei secoli XVI e XVII, questa nuova caccia alle streghe è collegata con l’estensione dei rapporti capitalistici in tutto il mondo. Fa molto comodo aizzare i contadini l’uno contro l’altro, mentre in tante parti del mondo stiamo assistendo ad un nuovo processo di privatizzazione delle terre e un enorme saccheggio dei mezzi fondamentali di sussistenza. Esistono anche prove del fatto che la responsabilità di questa nuova caccia alle streghe, che a sua volta si rivolge in particolare a donne anziane, deve essere attribuita allo sforzo delle sette cristiane fondamentaliste, come il movimento pentecostale, che ha riportato nuovamente nel discorso religioso il tema del diavolo, aumentando il clima di sospetto e di paura generato dal deterioramento drammatico delle condizioni economiche.

“Omnia sunt COMMUNIA” , “Tutto è comune”, è stato il grido degli anabattisti la cui lotta e sconfitta, come racconti nel libro, è stata spazzata via dalla storia. E ‘ancora altrettanto sovversivo quel grido?

Lo è certamente, dal momento che viviamo in un tempo in cui ‘Omnia sunt Privata’. Se le tendenze attuali continueranno, presto non ci saranno più marciapiedi, spiagge o mari o acque costiere, o terreni o boschi che possano essere accessibili, senza dover pagare un prezzo. In Italia, alcuni comuni stanno cercando di approvare leggi che vietano alle persone di mettere i propri asciugamani sulle poche spiagge libere rimaste, e questo è solo un piccolo esempio. In Africa, stiamo assistendo al più grande accaparramento di terre nella storia del continente da parte dell’industria mineraria, agro-industriale, agro-combustibile… Il paese africano è in via di privatizzazione e le persone vengono espropriate ad un ritmo che corrisponde a quello dell’epoca coloniale. La conoscenza e l’educazione sono sempre più materie prime a disposizione solo di chi può pagare e anche i nostri corpi sono in corso di brevetto. Per questo ‘omnia sunt communia’ resta un’idea radicale , ma dobbiamo stare attent* a non accettare il modo in cui viene distorto questo ideale, per esempio da parte di organizzazioni come la Banca Mondiale, che con la scusa di ‘preservare la comunità globale’ privatizza terre e foreste dalle quali dipende il sostentamento di intere popolazioni.
Come affrontare la questione dei beni comuni oggi?
Il tema dei beni comuni riguarda il modo di creare un mondo senza sfruttamento, egualitario, dove milioni di persone non muoiano di fame mentre pochi consumano a ritmi osceni, e nel quale l’ambiente non venga distrutto: un mondo nel quale le macchine non aumentino il nostro sfruttamento piuttosto che ridurlo.
Questo credo sia il nostro problema comune e il nostro progetto comune: creare un nuovo mondo.

Corriere della Sera
29 09 2013

di Elisabetta Rosaspina

Se leggere è un vizio, la narrativa rosa è dolce come un cioccolatino. Confortante, come un bagno caldo. Lussuosa, come un pomeriggio in una spa. «Insomma, consolatoria», riassume Maria Paola Romeo, editor, agente letteraria e cofondatrice del festival letterario femminile che, da dieci anni, si consuma — per tre, voluttuosi, giorni — nella magia dei Sassi di Matera. Senza negarsi nulla.  

Senza complessi di inferiorità, senza imbarazzi quando si disserta di un genere rosa cui, in molti casi, viene perfino negato l’accesso in libreria e imposto il confino negli umili espositori delle edicole. Autrici e autori, lettrici e (non molti, in effetti) lettori, aspiranti scrittrici e scrittori, editor, talent scout hanno preso invece quest’appuntamento molto sul serio; e si ritrovano a tu per tu ai tavolini della terrazza delle Monacelle, con vista a strapiombo sulla città scavata nella pietra. Eppure intimi come confessionali. Qui chi ha una trama nel cassetto trova finalmente il coraggio di esporla e orecchie per ascoltarla.
 
Ma soprattutto l’opportunità di recapitarla in mani appropriate e di ottenere un giudizio competente. E chi cerca il nuovo fenomeno letterario ha dieci minuti di tempo, quanto dura ogni colloquio, per capire se il destino gli ha benevolmente servito il prossimo bestseller. O almeno una storia piacevole come un massaggio shiatsu. «Dieci minuti possono bastare per capire se un’idea funziona, o perlomeno se si può inserire in un filone di successo»: Jacopo De Michelis, direttore editoriale di Marsilio, per esempio, è ripartito ieri da Matera con almeno due o tre sinossi, su venti proposte esaminate, che potrebbero interessare la casa editrice. Ma ammette di non essere sicuro che, nelle stesse circostanze, avrebbe riconosciuto vent’anni fa le potenzialità di Federico Moccia. Gli «speed date», gli appuntamenti veloci con gli autori, sono un’idea dell’americana Elizabeth Jennings, promotrice del Women’s Fiction Festival nel 2003, e lei stessa prolifica autrice di «romanzi consolatori»: «Seguendo la trafila abituale, l’autore di un nuovo Gattopardo impiega anni per essere pubblicato. Qui, in un pomeriggio, parla con cinque case editrici. Ma il futuro della narrativa per me è digitale e nell’autopubblicazione».  

Interprete e traduttrice da oltre trent’anni, trasferita a Matera da 25, ovviamente per amore, Elizabeth Jennings non si considera un epigono di Barbara Cartland: scrive di passioni, sì, ma soprattutto con passione ed è «pronta a cavare gli occhi a chi dica che la letteratura rosa è di serie B. Non è un sottoprodotto». E lei non si aggira in vestaglie vaporose come Meryl Streep, penna sentimentale per fiction in La morte ti fa bella: «La scrittrice di narrativa femminile sta in pigiama davanti al computer per 12 ore al giorno, a produrre».  

Meglio parlarle di Amazon, Kindle, Kobo, Whispernet e di biblioteche virtuali: «A Matera, posso scaricarmi a mezzanotte lo stesso romanzo che sta uscendo in libreria a Seattle. Ma soprattutto pubblicare un ebook costa molto meno di un libro di carta e quasi non comporta rischi per l’editore. Ecco perché non c’è mai stato un momento più felice per diventare scrittori». Ieri è stato il giorno dei premi: a chi ci ha creduto fin dall’inizio, come Laura Donnini, nel 2003 alla guida di Harlequin Mondadori e attualmente amministratore delegato di Rcs Libri, e a Sveva Casati Modignani, prova vivente che il genere sbanca. A condizione di sapersi documentare, fino a immergersi nelle discariche se, per eroina, si sceglie una disinfestatrice, come nel caso di Cinzia Leone per il suo Cellophane (Bompiani).  

Ogni anno, a Matera, le emule di Agatha Christie si affidano a un esperto della scena del crimine e, stavolta, per essere sicure di non sbagliare veleno, al medico legale Francesco Introna. L’arsenico funziona sempre, anche senza i vecchi merletti.  
A Matera, tra scrittrici ed editori circolava anche una domanda. Ci si è interrogati sul significato della parola “intimità”. Secondo qualcuna gli uomini lo considerano il risvolto negativo della convivenza. E in ogni caso l’interpretazione maschile del termine è (spesso) diversa da quella femminile. La domanda è stata posta dalla scrittrice Carlotta Mismetti Capua a due dei pochi, audaci, uomini che si sono uniti al Festival.  

Che cosa significa «intimità» dal punto di vista maschile? E gli sventurati hanno risposto. «Intimità, per me, è annoiarsi insieme una domenica pomeriggio» ha tentato Luca Bianchini, autore di Io che amo solo te (Mondadori). «Una lettera scritta a mano di una vecchia fidanzata» non ha esitato Raffaello Mastrolonardo, autore de La scommessa, per gioco o per destino (Tea). Perplessità in platea. E voi, che ne pensate? Ci sono modi diversi di vivere l’intimità tra uomini e donne?

Le nostre biblioteche (si', nostre)

  • Mercoledì, 18 Settembre 2013 10:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
18 09 2013

Mi segnalano un programma radiofonico della Bbc, Our Libraries, e quasi ci si commuove. Poi, certo, si diventa mesti: perché l’orgoglio bibliotecario non dovrebbe riguardare solo i diretti interessati, ma tutti.
Allora, lo spazio quotidiano di questo blog va a un comunicato sindacale firmato da tutte le sigle, che convoca per la giornata di oggi un’assemblea. Sì, ancora usano. Sì, si spera che servano. Leggete perché, romani e non solo.

MERCOLEDI 18 SETTEMBRE, ORE 11.00-14.00, via della Consolazione, 4.

Care/i colleghe/i,
La nostra preoccupata lettera del 3 luglio scorso, indirizzata all’Assessora alla Cultura di Roma Capitale, non ha ancora ricevuto risposta. Abbiamo purtroppo avuto recentemente varie conferme, sia pure in via informale, che il drammatico taglio al bilancio dell’Istituzione Biblioteche di Roma, deciso dalla precedente giunta Alemanno (da 21 mln. a 14 mln.: già operativo dal gennaio 2013), sarà reintegrato solo in parte. Ma, non essendoci finora alcun documento scritto, il taglio potrebbe persino essere interamente confermato.
Si tratta di una situazione e di una prospettiva drammatica, da cui deriveranno presto conseguenze molto gravi, per i servizi bibliotecari e ovviamente per i tantissimi cittadini che li utilizzano.

E’ NECESSARIO E URGENTE DIRE FORTE E CHIARO CHE NON ACCETTEREMO MAI LA DISTRUZIONE DELL’ISTITUZIONE BIBLIOTECHE DI ROMA!

Conosciamo bene la tragica situazione economica in cui le scelte governative degli ultimi anni hanno precipitato gli enti locali di tutta Italia. Roma, seppure in condizioni migliori di altre città grazie al suo status di Capitale, si trova comunque in una situazione difficilissima. Ci rendiamo conto della necessità di tagli e sacrifici, ma anche del fatto che - come sempre accade in questi casi - chi ha responsabilità politiche e quindi di amministrazione deve fare delle scelte.

L’Istituzione Biblioteche di Roma offre un servizio di qualità, gratuito e accessibile a tutti, all’intera cittadinanza, dal centro all’estrema periferia della capitale, con ben 37 sedi. Svolge un ruolo che non è solo culturale, ma anche sociale, informativo, aggregativo. Ha sempre gestito responsabilmente, con efficacia e correttezza, il proprio bilancio, senza mai registrare un passivo, dal 1996 a oggi, aprendo molte nuove sedi e ristrutturandone altrettante, ampliando il già esteso orario di apertura al pubblico, fornendo sempre più servizi culturali, stando al passo dei tempi dello sviluppo tecnologico. Tutto ciò è stato riconosciuto e molto apprezzato, sia dagli utenti che da tutte le amministrazioni che si sono succedute in questi anni, senza distinzione di colore politico.

Il nostro bilancio è già stato tagliato di oltre 1 milione di euro due anni fa. Due mesi fa abbiamo scritto alla nuova Assessora alla Cultura che non è possibile scendere al di sotto degli attuali 21 mln. di euro, senza conseguenze sui servizi bibliotecari. E non vogliamo neppure prendere in considerazione l’ipotesi di riduzioni di personale - sia capitolini che Zètema - che è già ben al di sotto del necessario.

Il Sindaco Ignazio Marino, nel suo programma elettorale, ha sottolineato il grande valore della cultura, anche come motore di sviluppo economico di Roma: crediamo quindi che non possa assistere passivamente alla chiusura di 13 o forse 18 o magari 24 sedi (dipende dall’entità dei tagli, naturalmente) del sistema bibliotecario più importante d’Italia.
Abbiamo quindi indetto questa assemblea, sotto il Campidoglio, per lanciare pubblicamente questo drammatico appello alla nuova Amministrazione di Roma Capitale, all’Assessora Barca e al Sindaco Marino, per salvare le Biblioteche di Roma. Già da otto mesi siamo in sofferenza economica, perché ogni mese la Ragioneria eroga 1/12 di 14 mln., nonostante il fatto che il taglio non sia stato ancora iscritto nel bilancio preventivo 2013 di Roma Capitale, tuttora da approvare. Non possiamo reggere oltre, avendo ormai consumato quasi completamente i risparmi che erano stati oculatamente accantonati negli anni.
Vi chiediamo perciò di essere presenti in tantissime/i all’assemblea, anche se lavorate a molti chilometri di distanza, anche se iniziate il turno di lavoro il pomeriggio, per evidenziare la preoccupazione ma anche la determinazione collettiva a non subire gli eventi senza reagire.

Vi chiediamo di raccogliere la solidarietà dei nostri utenti, magari iniziando una grande raccolta firme “Nemmeno una biblioteca sia chiusa!”, spiegando loro il senso di questa assemblea e dell’interruzione del servizio per alcune ore.
E’ necessario agire ora, prima che sia troppo tardi.
A prestosa di entrare.

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