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Huffington Post
27 09 2013

Da Ikea il coming out - ossia la propria dichiarazione di omosessualità, uno dei momenti più delicati nella vita di un essere umano - è diventato una procedura burocratica. E lo si fa tramite apposito modulo all’ufficio del personale.

È una di quelle notizie che normalmente farebbero saltare sulla sedia tutti insieme sindacalisti, avvocati dei diritti degli omosessuali e garante per la protezione dei dati personali. Invece non succede: per quanto dubbia possa apparire l’idea di una pratica volta a formalizzare il proprio orientamento sessuale, infatti, la modalità (del tutto volontaria) e le motivazioni paiono - per così dire - “buone e giuste”.

“Un anno fa abbiamo esteso alle coppie ‘di fatto’, sia etero che Lgbt , l’accesso agli stessi vantaggi di quelle regolarmente sposate”, spiegano da Ikea all’Huffington Post. E i più significativi fra questi sono: il permesso per la nascita dei figli del partner, quelli legati a emergenze famigliari e lutti del partner, il congedo matrimoniale, buoni acquisto riservati a chi si sposta o inizia una convivenza, estensione al partner dello sconto dipendenti, e della tutela sanitaria prevista per i dirigenti.

Insomma, la burocratizzazione del coming out, per la falegnameria multinazionale, si rivela solo un passaggio necessario a offrire questi benefit. Il risultato è che, con discrezione, un’apertura mentale tipicamente scandinava e un po’ di quel sano spirito capitalista che trae profitto dalla serenità sul luogo di lavoro, gli svedesi estendono di fatto dei nuovi diritti al lavoratore. Indipendentemente dal fatto che la sua famiglia rispecchi o meno i canoni “in voga” nel nostro ordinamento.

Ivan, ad esempio, lavora già dal 2006 al negozio Ikea di Bologna. Ha 36 anni e convive con il suo compagno da più di quattro. “Appena ho scoperto l’esistenza di questi benefit sono andato all’ufficio risorse umane e ho fatto richiesta sia del buono per le coppie conviventi che per l’estensione dello sconto al partner. Non l’ho fatto tanto per i 150 euro, ma per una questione personale. Per sentirmi riconosciuto anche sul lavoro, come in famiglia”. “La cosa positiva – racconta – è che a Ikea non noto alcuna differenza di trattamento. Né in positivo, tipo ‘effetto panda’, né in negativo, come invece succedeva quando lavoravo in banca, e dovevo stare attento a quello che dicevo e a dove lo dicevo”.

Un clima testimoniato anche da “Margherita”, che in un negozio Ikea ha lavorato di recente: “Ho intrapreso il percorso per il cambiamento di sesso tanti anni fa, ma in quell’ambiente lavorativo non ho mai incontrato problemi con nessuno, dal direttore dello store all’ultimo assunto. È un’azienda molto aperta”.

Ma come funziona questo insolito “coming out burocratico”? “Vai all’ufficio – spiega Ivan – gli porti un certificato anagrafico in cui viene indicato dove vivi tu e dove vive il tuo partner, e l’importante ovviamente è che l’indirizzo sia il medesimo. A quel punto l’ufficio del personale fa richiesta di emissione del buono”. Facile e indolore, quindi. Tuttavia l’iniziativa non sta ancora riscuotendo successo. Infatti il numero di dipendenti lgbt che hanno fatto richiesta di questi benefit è oggettivamente basso.

In particolare, se si prende i dati del congedo matrimoniale, a fronte dei 120 dipendenti etero che ne hanno fatto richiesta, solo tre dipendenti Lgbt hanno fatto lo stesso. “Quindi siamo 40 a 1. Davvero pochi – concludono dall’azienda – soprattutto se pensiamo che, secondo i risultati della ricerca svolta un paio di anni fa in collaborazione con Parks in tre punti vendita [cioè Bologna, Roma e Catania, ndr], la percentuale di chi si dichiarava lgbt era invece del 10% circa. Quindi a 9 dipendenti etero ne corrispondeva 1 lgbt”.

Come ci si riduce allora a quello sparuto gruppo che nel corso di un anno intero si è deciso ad affacciarsi all’ufficio del personale?
“Il fatto è – ipotizzano in azienda – che le risposte al questionario erano anonime. Quindi molto probabilmente c'è un tema legato all’outing sul posto di lavoro. Anche se siamo in Ikea”.

Interpretazione condivisa da Flavio Romani, presidente di Arcigay , che ricorda come queste aperture “d’importazione” arrivino in un paese dove il lavoratore è ancora restio a dichiararsi, perché scottato da una discriminazione con cui “è legittimo supporre che tutte le persone Lgbt si trovino prima o poi a fare i conti”. “Il riconoscimento offerto dall'azienda all'identità e alle relazioni dei lavoratori Lgbt viene quindi negativamente controbilanciato – riflette Romani – da una mentalità in cui quel riconoscimento non solo manca, ma porta tuttora con sé uno stigma sociale”.

“Da questo punto di vista Ikea, inconsapevolmente, fa molto di più che riconoscere un benefit a un dipendente: in un certo senso lo affianca nel cammino di rivendicazione della propria identità. Perché contro le discriminazioni – conclude – tanto possono le leggi, ma altrettanto possono le buone pratiche, ammesso che vengano condivise nella rete delle imprese e non restino casi isolati".

Così in Italia, mentre la legge sull’omofobia arranca in parlamento, il diritto al matrimonio e a una famiglia per i lavoratori Lgbt, è già realtà. Almeno per seimila persone.

Stefano Pitrelli


Huffington Post
26 09 2013

"Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri", così Guido Barilla ai microfoni di Radio24, rispondendo a una domanda sul perché l'azienda non abbia mai fatto spot con protagonisti omosessuali.

Immediatamente sul gruppo si scatena una bufera, con le associazioni gay e alcuni deputati che invitano i consumatori a boicottare il marchio lanciando l'hashtag #boicottabarilla.

Più tardi arrivano le scuse di Guido Barilla. "Con riferimento alle mie dichiarazioni rese ieri a La Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia. Per chiarezza desidero precisare che ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità - conclude la nota - rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca".

Ormai, però, il patatrac è fatto. Sulla rete rimbalza l'audio delle dichiarazioni del presidente. "Abbiamo una cultura vagamente differente", spiega Mr Barilla a La Zanzara. "Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda. Non faremmo mai uno spot con una famiglia omosessuale, perché per noi la famiglia è quella tradizionale. Se ai gay piace la nostra pasta e la nostra comunicazione, la mangino. Altrimenti, se non gli piace quello che diciamo, non la mangiassero e ne comprassero un'altra. Non si può piacere sempre a tutti".

E ancora: "La famiglia a cui ci rivolgiamo noi è la famiglia classica, in cui la donna ha un ruolo fondamentale" ("quello di madre, moglie, amante, nonna, persona che si prende cura della casa", come specificato dal manager all'inizio dell'intervista). Parole che fanno infuriare la comunità gay italiana (e non solo). In poco tempo su Twitter si diffonde l'hashtag #boicottabarilla, e il social network è invaso da cinguettii contro l'azienda. "Dove c'è #Barilla c'è casa, ma non per gli omosessuali", recita un tweet.

L'azienda: "Parole strumentalizzate. Il presidente ha anche detto che rispetta il matrimonio gay". Dall'azienda fanno però notare come il presidente abbia anche detto di avere "rispetto per gli omosessuali" e anche per il matrimonio gay.

"Rispetto tutti, che facciano quello che vogliono senza infastidire gli altri. Ognuno ha diritto a casa sua di fare quello che vuole, senza disturbare le persone che sono intorno". E ancora: "Io rispetto il matrimonio omosessuale, perché tutto sommato riguarda persone che vogliono contrarre matrimonio. Una cosa che non rispetto assolutamente è l'adozione nelle famiglie gay, perché questo riguarda un individuo diverso dalle persone che decidono".

Mr Barilla: "Boldrini parla di pubblicità senza averne le competenze, è patetico". Ma Guido Barilla ne ha per tutti, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini. "La pubblicità è una cosa molto seria, va discussa da persone competenti", spiega il presidente della Barilla, secondo il quale l'intervento della Boldrini contro le pubblicità che mostrano donne servire in tavola è "patetico". "Un presidente della Camera che si mette a parlare di pubblicità, senza peraltro averne le competenze, è abbastanza patetico".

La protesta delle associazioni gay, #boicottabarilla. "Raccogliendo l'invito del proprietario della Barilla a non mangiare la sua pasta, rilanciamo con una campagna di boicottaggio di tutti i suoi prodotti", afferma in una nota Aurelio Mancuso, presidente dell'associazione omosessuale Equality Italia, sulle parole di ieri sera di Guido Barilla alla trasmissione radiofonica La Zanzara.

"Nessuno ha mai chiesto alla Barilla di fare spot con le famiglie gay, è evidente che si è voluta lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale, che è anche un segmento importante di consumatori", conclude Mancuso.

Alle critiche di Equality Italia si accompagnano delle del Gay Center. "Dopo le dichiarazioni di Guido Barilla ci chiediamo se dovesse scegliere come testimonial tra Obama e Giovanardi chi sceglierebbe. Il primo è a favore dei matrimoni gay, il secondo è un omofobo. Alla Barilla scegliere le strategie di comunicazione migliori", dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di gay center.

Alessandro Zan (Sel): "Parlamentari aderiscano al boicottaggio". Sulla polemica interviene anche Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento gay, che invita i parlamentari ad aderire al boicottaggio. "Ecco un altro esempio di omofobia all'italiana. Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri parlamentari, almeno quelli che non si dimettono, a fare altrettanto. Io comunque avevo già cambiato marca. La pasta Barilla è di pessima qualità".

Secondo il deputato Pd Ivan Scalfarotto, "è deprimente che un imprenditore abituato a fare affari e a vendere in tutto il mondo dica cose come quelle che ho sentito da Guido Barilla. Il rispetto per i suoi consumatori e i suoi lavoratori, tra i quali ci sono persone di ogni nazionalità, cultura e orientamento sessuale, avrebbe dovuto dargli la prudenza di non lanciarsi in una filippica omofobica".

Per il deputato Dem, quello di Mr Barilla è stato un vero e proprio autogol. "La comunità degli affari in tutto il mondo sa che le persone LGBT producono e consumano come tutte le altre persone. Rinunciare a vendere a quel segmento di mercato è un modo di fare ideologico e autolesionistico, se solo si considera che le parole di Barilla si sono rivolte non solo ai gay e alle lesbiche, ma anche ai loro amici e familiari. Un bel pezzo di mercato a cui rinunciare - prosegue Scalfarotto - Comunque, davanti a un invito così diretto non resta che aderire all'invito di Barilla di non acquistare più prodotti del suo gruppo, inclusi marchi come Voiello. Io, da oggi, certamente non li acquisterò più".

Giulia Belardelli



Si 24
26 settembre 2013

Barilla, con i suoi alti e bassi, è da sempre la marca di pasta più acquistata dagli italiani, dagli italiani all'estero e dagli stranieri. Suo lo stereotipo della famiglia tradizionale sempre felice davanti a un piatto di pasta, l'immagine più utilizzata nelle pubblicità con cui tutti noi siamo cresciuti. Uno stereotipo, appunto, che l'azienda, a quanto pare, non vuole aggiornare al passo coi tempi.

Dove c'è Barilla... non c'è casa, almeno per gli omosessuali

  • Giovedì, 26 Settembre 2013 08:04 ,
  • Pubblicato in Flash news
Si 24
26 09 2013

Barilla, con i suoi alti e bassi, è da sempre la marca di pasta più acquistata dagli italiani, dagli italiani all'estero e dagli stranieri. Suo lo stereotipo della famiglia tradizionale sempre felice davanti a un piatto di pasta, l'immagine più utilizzata nelle pubblicità con cui tutti noi siamo cresciuti. Uno stereotipo, appunto, che l'azienda, a quanto pare, non vuole aggiornare al passo coi tempi.
"Mai pubblicità con omosessuali", ha dichiarato il patron Guido Barilla.

Questa dichiarazione, che ha fatto infuriare il mondo Lgbt d'Italia, il presidente della multinazionale alimentare, l'ha rilasciata ieri durante la trasmissione La zanzara di Radio24. "Non faremo pubblicità con omosessuali, perchè a noi piace la famiglia tradizionale". Forse non era nelle intenzioni, ma è suonata come una dichiarazione di guerra.

Su Twitter #Barilla è immediatamente diventato un trend. "Mai più prodotti Barilla", "Boicottiamo", sono alcuni dei messaggi che le comunità omosessuali, e tutti gli etero gay friendly, si stanno lanciando attraverso i social network. Una decisione che si ripercuote anche sui prodotti del Mulino Bianco, altro must dello stereotipo "famiglia felice e rurale", anche se da mesi ormai il testimonial è il sex symbol - e icona gay - Antonio Banderas.

"L'omofobia - dice Daniela Tomasino, presidente di Arcigay Palermo - è ben radicata nel nostro Paese, a tutti i livelli. La Barilla negli ultimi decenni, con pubblicità e prodotti ha contribuito a condizionare il modello di famiglia nell'immaginario di milioni di Italiani. Ora sappiamo che si trattava di un modello ideologico, influenzato da odio e pregiudizi. Non posso non pensare che queste frasi siano emblematiche, in un Paese in cui l'impresa non assume su di sé nessuna responsabilità etica. Barilla sa che può diffondere il suo irresponsabile messaggio d'odio senza alcun freno: la legge glielo consente, e in Parlamento decine di "onorevoli" ne condividono le parole. Ne prendo atto, ma non mi rassegno. Io sicuramente da oggi sceglierò con più attenzione solo marchi locali, con principi etici più solidi: non voglio che i miei soldi arrivino a questa gente".

come Tomasino, sono migliaia i consumatori italiani che su Twitter stanno annunciando il proposito di rinunciare ai prodotti Barilla: "Oggi - scrive Lucia Della Casa (@luci69dc) - i biscotti del MulinoBianco non li ho mangiati. Perché io credo nella famiglia. Punto". "Nel Mulino che vorrei - aggiunge Elia (@elijah85) - ci stanno tutti, pure i gay". "Barilla: 'Niente gay nei nostri spot, solo la famiglia tradizionale'. Peccato, avevo già pronto il sugo", scrive Radio_zek (‏@radio_zek). E giù così per tweet e tweet. Una "battaglia" che certamente qualche strascico, pubblicitario e commerciale, per la Barilla l'avrà. Nonostante Guido Barilla pensi che i consumatori, nella scelta della spesa, "sia molto lontana da quanto viene detto sui media".

Di seguito il link al podcast della puntata de La Zanzara con Guido Barilla:
http://audio.radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2013/130925-lazanzara.mp3

Maria Teresa Camarda

 

Il Fatto Quotidiano
24 09 2013

Timori, ipocrisie, accuse di fare pubblicità occulta e di utilizzare un linguaggio stereotipato, e la campagna contro l’omofobia nel calcio inglese sui rivela un flop clamoroso. L’associazione per i diritti Lgbt Stonewall – il cui nome rievoca la storica battaglia del Greenwich Village nel 1969 – pochi giorni fa ha invitato i giocatori della Premier League a vestire nelle partite del weekend dei lacci colorati arcobaleno sulle scarpette da gioco. Ma alla fine in pochi hanno aderito. Sabato giusto qualche giocatore, l’allenatore del Newcastle e un paio di commentatori televisivi hanno indossato le stringhe arcobaleno. Domenica Manchester United e Tottenham hanno impedito ai propri calciatori di utilizzarle, mentre le altre squadre hanno lasciato libertà di scelta, tendendo comunque verso il no. I motivi del boicottaggio sono stati diversi.

Dapprima alcuni club hanno spiegato come i laccetti fossero stati recapitati solo pochi giorni prima delle partite, senza che Stonewall li avesse contattati in precedenza per spiegare il significato della campagna. Poi, alle prime critiche, gli stessi club hanno detto che il no era dovuto al fatto che questa campagna sia stata patrocinata da una nota agenzia di scommesse, e che quindi si sarebbe trattato di fare pubblicità gratuita a questa azienda. E a dimostrarlo ci ha pensato l’Everton, che da questa agenzia di scommesse sportive è sponsorizzato, chiedendo a tutti i suoi giocatori di indossare i laccetti colorati. Infine c’è stato chi non ha aderito alla campagna a prescindere, come il West Ham, che ha dichiarato che i laccetti potevano urtare la sensibilità religiosa di alcuni suoi giocatori.

La Premier League sta cercando di organizzare da tempo apposite campagne, supportate dal Governo e dalla federcalcio inglese. Ma quest’ultima dei laccetti colorati è nata tra le polemiche. Non solo i problemi organizzativi e la sponsorizzazione più o meno occulta, ma anche uno slogan “right behind the gay players” che può essere letto come “tutti insieme ai giocatori gay” e “tutti dietro i giocatori gay”. Una chiara allusione sessuale che non è piaciuta a molti, tra cui gli attivisti di Football v. Homofobia che hanno detto: “Ci dissociamo da una campagna che mentre cerca di cambiare la cultura omofoba del calcio utilizza un linguaggio caricaturale che ne rinforza gli stereotipi”. A ricordare che nello sport, e nel calcio in particolare, l’omosessualità è ancora il tabù supremo.

Se c’è ancora qualcuno, come l’ex c.t. Marcello Lippi, che sostiene che nel calcio “non esistono giocatori omosessuali”, altri, tra cui il capitano della nazionale tedesca Philipp Lahm, hanno recentemente spiegato come per evitare discriminazioni nello spogliatoio un giocatore gay non dovrebbe dirlo nemmeno ai compagni di squadra, figuriamoci in pubblico. Negli ultimi anni ci sono stati i coming out dello svedese Anton Hyesen e dell’americano Robbie Rogers. Ma a smentire statistiche altrimenti ovvie a livello numerico, nessun altro calciatore professionista al mondo ha mai dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Primo e per ora unico giocatore a farlo nel calcio inglese, e unico tra i calciatori di un certo livello, fu negli anni ‘80 Justin Fashanu: immediatamente ostracizzato dall’intero mondo pallonaro e falsamente accusato di violenza, si suicidò pochi anni dopo impiccandosi nel garage di casa sua.

twitter: @ellepuntopi

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