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Algeria, minacce contro l'appello per i diritti LGBT

  • Giovedì, 19 Settembre 2013 13:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

il grande colibrì
19 09 2013

Appena una settimana fa su molti mezzi d'informazione, perlopiù in lingua francese, è comparsa una notizia che sembrava suscitare speranze: l'attivista-blogger Zak Ostmane aveva reso pubblico un manifesto per la depenalizzazione dell'omosessualità in Algeria ►, firmandolo con nome e cognome e suscitando un vivace dibattito anche sui social network, a partire da Facebook (algerie-focus.com).

Non era la prima volta che si parlava dell'argomento: da oltre un anno è attivo il sito gayalgerie.net, mentre da sei anni il 10 ottobre si celebra, con una candela alle finestre, una giornata dedicata alle persone LGBT nel paese e promossa originariamente dalle associazioni Abu Nawas e Alouen (ilgrandecolibri.com). Ma è la prima volta che qualcuno ci mette la faccia e il nome. E rivendica con orgoglio di lottare per tutti i diritti.

"In Algeria ciascuno combatte la sua lotta - ha scritto Zak nelle prime righe del manifesto - e io sono solidale con tutti: militanti per i diritti dell'uomo, per le cause femministe, per le libertà democratiche. Tuttavia queste persone non hanno mai mostrato la loro solidarietà nei miei confronti, per i miei diritti e per la mia richiesta di depenalizzare l'omosessualità". L'attivista si è poi scagliato con forza contro gli islamisti, definiti "fratelli alligatori", che vorrebbero la morte per i gay (lemonde.fr).

Tuttavia, pochi giorni dopo essere finita sotto i riflettori, la pagina dedicata all'iniziativa di Facebook è scomparsa. E Zak, con cui siamo subito entrati in contatto per seguire la sua lotta, ce ne spiega la ragione: "Ho cancellato io stesso la pagina, perché sono costretto in casa. Ho ricevuto serie minacce di morte e il regime dittatoriale degli islamisti mi sta facendo pressione indirettamente. Ma la cosa ancora più dura è l'essere isolato". Nonostante tutto, l'attivista continua a credere nella battaglia iniziata: "Sono venuto allo scoperto per dare ad altri il coraggio di solidarizzare con me".

Ma evidentemente, al di là dell'attenzione mediatica, la solidarietà non è stata granché diffusa, nonostante gli apprezzamenti della scrittrice Wasilla Tamzali, della giornalista residente in Danimarca Mouna Daadouche, della regista Nadia Al Fanni, dell'universitaria Raja Sen Slama e della blogger Lina Ben Mhenni (tutte donne tunisine). Evidentemente l'appello di Zak aveva colto nel segno nell'accusare, oltre alla classe politica e agli islamisti, anche "la stampa algerina, gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti di questo paese" che non vedono "le torture e il martirio quotidiano di una società omofobica". E così Zak ora vive in pericolo.

(E pensare che ci sono giornalisti italiani che chiedono a queste persone di esporsi in prima persona, mettendo la propria faccia a rischio della propria libertà, e li schifano se fanno proteste in forma anonima: era accaduto appena un paio di mesi fa per l'ondata di arresti in Tunisia di cui abbiamo raccontato su ilgrandecolibri.com).

Naturalmente non è solo nel Maghreb che l'Africa si mostra omofoba, come riferito ancora appena la scorsa settimana (ilgrandecolibri.com), ma non sempre la colpa è ascrivibile all'intolleranza degli islamisti. In Nigeria ► a fare la battaglia di retroguardia per impedire l'apertura del paese a principi giudicati come negativi (come aborto, diffusione dei preservativi e omosessualità) sono i vescovi cattolici riuniti nella Conferenza episcopale nigeriana, i quali denunciano le ingerenze straniere che sarebbero tese a pervertire "i sani valori della nostra società" (fides.org).

Mentre in Uganda ►, dove una petizione lanciata su Change.org ha chiesto alla Corte penale internazionale di arrestare i principali propugnatori della legge per la pena di morte ai gay con l'accusa di crimini contro l'umanità e dove - a quanto sembra - la corte starebbe prendendo in considerazione l'arresto di politici e religiosi di primo piano (gaystarnews.com), a sostenere una legislazione gravemente discriminatoria sono le chiese protestanti locali appoggiate dai movimenti religiosi cristiani più retrivi degli Stati Uniti ► (nbcnews.com).

A riconciliarci un po' con i testimoni di dio è, come spesso accade, Desmond Tutu, straordinario vescovo anglicano sudafricano ►, premio Nobel per la pace per la lotta contro l'apartheid, che in una bella intervista a religionnews.com difende i diritti di tutti gli oppressi, dagli omosessuali ai palestinesi e ai siriani, e manifesta grande fiducia nella figura di papa Francesco, che vede molto lontano dalle stanze del potere e vicino alla gente, nonostante le sue posizioni non proprio all'avanguardia espresse quand'era arcivescovo a Buenos Aires (ilgrandecolibri.com). Speriamo davvero che abbia ragione.

Senegal, attivista LGBT diventa ministro, ma tradisce

  • Venerdì, 13 Settembre 2013 14:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

il grande colibrì
13 09 2013

Non è raro, purtroppo, che dall'Africa ci arrivino brutte notizie e sorprese sgradite. Ma la nomina di Sidiki Kaba a ministro della giustizia in Senegal ► aveva illuso un po' tutti: il noto attivista per i diritti umani aveva infatti già da tempo richiesto la legalizzazione dell'omosessualità nel paese, dove oggi gli atti sessuali "impropri o contro natura" sono puniti con pene fino a cinque anni di carcere. Purtroppo l'attivista ha evidentemente lasciato spazio al politico, nella peggiore delle accezioni di questa parola, e qualche giorno fa Sidiki Kaba ha rilasciato un'intervista in cui sconfessa la sua richiesta di quattro anni fa ("Parlavo a nome dell'associazione che rappresentavo") e si dice in linea con la politica del resto della classe dirigente ("Sono un ministro della giustizia che lavora nel contesto di un governo e che esprime le sue opinioni attraverso quelle del capo di stato che si applicano a coloro che lo servono"). Insomma, un'autentica doccia fredda e un brusco stop alle speranze (www.thepost.co.za).

Ma come spesso succede dal continente africano le informazioni che giungono sono una peggiore dell'altra: dalla rielezione di Mugabe in Zimbabwe ► (www.allafrica.com) all'assalto, in Uganda ►, a una lesbica corsa in aiuto di una donna bisessuale che le avrebbe telefonato chiedendo soccorso, anche se nelle ricostruzioni si è fatta strada anche l'ipotesi di un vero e proprio agguato nei confronti della attivista (www.dailyxtra.com).

Ma le notizie più inquietanti vengono dall'Africa centro-occidentale. In Congo ►, a pochi mesi dall'imprigionamento illegale e dallo stupro dell'attivista Joseph Saidi, presidente di Rainbow Sunrise, una "casa sicura" in cui vivevano ventuno giovani LGBT è stata demolita a colpi di machete dalla polizia e dai vicini e la lesbica che li ospitava è stata avvelenata dopo aver subito violenze fisiche e verbali ed aver trovato successivamente rifugio da amici (www.gaystarnews.com).

In Camerun ► le violenze non sono da meno. Ad appena sei settimane dall'omicidio di Eric Lembembe, attivista gay e direttore esecutivo della CAMFAIDS (Fondazione camerunense per l'AIDS; www.ilgrandecolibri.com) e dopo la marcia anti-gay che ha avuto luogo a Yaoundé (www.76crimes.com), nuove minacce sono state portate ad altri attivisti e a semplici utenti di internet collegati a siti gay come GayRomeo, che si sono sentiti promettere la morte per la loro immoralità. Intanto uno dei componenti della commissione nazionale per i diritti umani ha avvisato gli attivisti, in procinto di partecipare ad una riunione delle Nazioni Unite in Svizzera per denunciare le violenze, che "chi chiede aiuto all'estero non deve aspettarsi di essere al sicuro, una volta tornato in patria" (www.76crimes.com).

E mentre in Zambia ► una coppia detenuta da cinque mesi rischia la pena capitale perché, secondo un'accusa mossa senza alcuna testimonianza (e che dovrà essere "provata" solo da test anali), sarebbe colpevole di sodomia (www.amnesty.fr), grazie al Sudafrica ► riusciamo ancora una volta a mantenere viva qualche speranza. Mentre giunge la notizia che, nonostante gli attacchi alle leggi sull'uguaglianza, verrà introdotta una norma di condanna dei crimini d'odio per proteggere le persone LGBT (www.dailymaverick.co.za), la Unilever ha deciso di ritirare una pubblicità della sua margarina Flora, che era stata messa sotto accusa perché giudicata omofobica (www.thedrum.com).

Dalla Nigeria ►, patria del cinema africano che usa gay e lesbiche a profusione - sia pure (ufficialmente) per condannarli (www.ilgrandecolibri.com) - arriva invece una notizia surreale: uno studente universitario dell'università di Lagos, Chibuihem Amalaha, avrebbe dimostrato scientificamente l'improprietà del matrimonio gay. Considerato che il giovane si attribuisce la primogenitura dello studio di un'eclissi solare del 2006, l'attribuzione alle piogge acide del cancro alla pelle e un'infinità di ricerche, scoperte e invenzioni (www.thisdaylive.com), possiamo sorridere pensando che solo qualche religioso bigotto potrà dargli credito.

Per fortuna dal paese arrivano anche esempi di persone con la testa sulle spalle, come l'attivista Yemisi Ilesanmi, coordinatrice della Nigerian LGBT Community, che ha appena pubblicato il libro "Freedom to Love for All: Homosexuality Is not Un-African" (Libertà di amare per tutti: l'omosessualità non è estranea all'Africa). Ilesanmi, intervistata dalla rivista Tell Magazine, (www.tellng.com), ha risposto ad una domanda sul fatto che i nigeriani potrebbero non accettare i diritti per i gay dato che considerano l'omosessualità un peccato con queste parole: "Che i nigeriani lo accettino o meno, i diritti LGBT sono diritti umani. A meno che si riesca a provare che omosessuali, bisessuali e transessuali non sono esseri umani, beh, allora non esiste ragione per privarli dei loro diritti umani fondamentali".

Il libro è rivolto a tutti: "Molte donne etero e i loro compagni si sono ritrovati. Da sempre le persone omosessuali si sono dovute identificare con i personaggi etero. Alice dimostra che è possibile il contrario". ...

La fine della transfobia (non) è solamente un sogno

  • Venerdì, 06 Settembre 2013 07:37 ,
  • Pubblicato in Flash news

il grande colibrì
06 09 2013

Già a tre anni Wren, nato in un corpo femminile e battezzato Wrenna, chiedeva ai genitori quando sarebbe potuto diventare un maschietto. La sua infanzia è trascorsa in abiti maschili e con i capelli corti, ma la svolta decisiva è arrivata quando Avy, la sorellina minore, è andata dalla madre a spiegarle che Wren voleva davvero essere un uomo.

"Non posso essere una ragazza ed essere felice" ha confermato lui. I genitori hanno capito e si sono rivolti a degli esperti. Oggi Wren ha 11 anni e una serie di iniezioni ritarderanno la sua pubertà fino ai 16 anni: a quel punto potrà decidere se iniziare il percorso di transizione ormonale. A scuola Wren usa già da tempo i bagni maschili e tutti, insegnanti e compagni, conoscono la sua storia. Non è un problema per nessuno: i due anni di iniziative anti-discriminatorie funzionano egregiamente. Succede a Edmonton, in Canada ►, e non è una sogno (CTV Edmonton).

Anche la storia di Drew-Ashlyn Cunningham non è un sogno, ma una storia vera.

Lei, nata biologicamente maschio, ha cominciato a capire di volere un corpo femminile verso gli otto anni, ma solo con il raggiungimento della maggiore età, e solo dopo un'adolescenza scandita da depressioni, atti autolesionistici e violenze psicologiche, ha potuto iniziare il percorso di transizione.

Ora, a 24 anni, si appresta a realizzare un altro grande sogno: diventare una lottatrice di wrestling. "Sono stata ispirata dalla wrestler Lita, era il mio idolo e io voglio diventare come lei" spiega la ragazza che, con il nome di battaglia di Harley Ryder, si sta preparando per il suo primo match - il primo nel Regno Unito ► con una lottatrice transgender (Daily Mail).

E se c'è chi sogna ring, c'è invece chi vorrebbe salire in passerella. In Vietnam ► molte ragazze transgender si sono presentate ai provini del talent show "Next Top Model", iscrivendosi ovviamente come donne e spesso passando le pre-selezioni.

Purtroppo, però, il regolamento proibisce la partecipazione delle persone trans, dal momento che il concorso sarebbe dedicato solo alla bellezza "naturale" (sic!), come spiega il direttore di produzione dell'evento. Così, in un paese sempre più LGBT-friendly e vicino ad approvare le nozze omosessuali (Il grande colibrì), è scoppiata subito una feroce polemica. Secondo Thanh Nien ora "modelle e pubblico sono meno interessati a vedere come gli organizzatori si giustificheranno e più ansiosi di scoprire come difenderanno una regola inutile e discriminatoria".

Scavalchiamo l'Oceano Pacifico e passiamo bruscamente dai sogni agli incubi, come quelli vissuti dalle detenute transessuali migranti negli Stati Uniti ►, solitamente rinchiuse in carceri maschili e spesso impossibilitate a continuare il proprio processo di transizione.

Women's eNews ha raccolto dati impressionanti: negli ultimi cinque anni almeno 70 trans sono state violentate da altri detenuti o dalle guardie, altre 24 sono state gravemente molestate o malmenate. Gli istituti carcerari non danno certo il buon esempio: non solo in quasi il 90% dei casi si rifiutano di riconoscere il transgenderismo delle prigioniere, ma addirittura in meno del 10% dei casi attuano misure contro gli autori delle violenze. Di fronte ad una denuncia, la risposta tipica è mettere in isolamento, a tempo indeterminato, la detenuta transessuale.

Intanto, fuori dalle mura carcerarie, la società si dimostra ancora ostile, ma non mancano segnali positivi: a Portland, in Oregon, un bar ha ricevuto una multa di 400mila dollari (pari a 300mila euro) per essersi rifiutato di servire un gruppo di transessuali (PQ). Un caso simile è avvenuto anche a Lima, in Perù ►: una discoteca dovrà pagare 370mila nuevos soles (pari a 100mila euro) per aver impedito l'accesso ad una ragazza trans (Perú21). E mentre in Scozia l'agente di sicurezza di un centro commerciale ha proibito ad una diciottenne transgender di entrare nelle toilette femminili (Daily Record), in Nuova Zelanda ► un ragazzo gay affetto dalla sindrome di Klinefelter (Wikipedia) denuncia i rifiuti e le umiliazioni subite dai buttafuori di un bar a causa del suo abbigliamento femminile, "da travestito" (The New Zealand Herald).

Di transfobia si è parlato anche riguardo al dipinto di Konstantin Altunin: per protestare contro le nuove leggi che in Russia ► perseguitano persone e attivisti omosessuali, il pittore ha ritratto il presidente Vladimir Putin e il primo ministro Dmitry Medvedev con le tette e in biancheria intima femminile. Non tutti hanno apprezzato che si sia usato il transgenderismo (o il travestitismo) come elemento di ridicolizzazione del nemico ideologico: critiche esplicite sono arrivate da alcuni attivisti LGBT, mentre, per ragioni ovviamente opposte, il regime russo si è limitato ad arrestare per qualche ora il direttore del museo che aveva esposto l'opera (RIA Novosti). Altunin, invece, è fuggito in Francia, dove si trova in condizioni piuttosto difficili (Mirror).

Se le storie del resto del mondo non hanno sempre un lieto fine, è tuttavia importante notare come la stampa di molti paesi ormai denunci senza esitazioni i casi di discriminazione dovuta all'identità di genere.

In Italia ►, invece, i giornali pubblicano solo storie di ricatti e furti, usando quasi sempre toni fortemente transfobici (Il grande colibrì): in questi ultimi giorni Romagna Noi ha narrato con divertimento la storia di un "padre di famiglia" con il "vizietto" di frequentare un "lucciolo" transessuale che avrebbe poi "preso gusto a spillargli denaro", Piacenza24 in una breve ha raccontato di "un transessuale" che avrebbe derubato un camionista, mentre PadovaOggi illustra la rapina fatta da "un transessuale" ad un automobilista. Nel nostro paese un giornalismo privo di stereotipi ce lo sogniamo...

Pier

Il Fatto Quotidiano
05 09 2013

L’Italia è tra i Paesi con il più alto tasso di discriminazione in Europa in termini di politiche dei diritti Lgbt, ma è anche quello che rileva il maggiore aumento di tolleranza nei confronti degli omosessuali. In merito al primo aspetto, a sostenerlo è Europe Annual Review 2013, l’ultimo studio dell’associazione Ilga Europe, che su 49 Paesi presi in analisi riserva all’Italia il 36esimo posto.

La classifica misura la tolleranza dei Paesi combinando variabili che rientrano in sei categorie: eguaglianza, famiglia, leggi contro i reati a sfondo omofobico, libertà di espressione e associazione, diritto di asilo.

Ai primi posti appaiono Regno Unito (77%), Belgio (67%) e Norvegia (66%), mentre l’Italia, al 19%, si posiziona tra Bosnia (20%) e Bulgaria (18%) e a soli 5 punti al di sopra della Turchia (14%).

Per spiegare il punteggio del nostro Paese, l’associazione riporta numerosi episodi e rilevamenti. Tra questi anche lo studio della Fondazione Rodolfo De Benedetti, che indaga la discriminazione in ambito lavorativo e dimostra, ad esempio, come un gay dichiarato abbia il 30% in meno delle possibilità di essere assunto rispetto a chi, a parità di curriculum, nasconde la sua omosessualità. Oppure il caso di Andrea, lo studente romano di quindici anni che lo scorso novembre si è tolto la vita a seguito delle vessazioni subite per il proprio orientamento sessuale.

Ma se nei fatti il Paese fatica a cambiare, è l’opinione pubblica che sembra muoversi più rapidamente.

L’ultima ricerca del Pew Research Center (“The Global Divide on Homosexuality”) ha chiesto attraverso un sondaggio in 39 paesi del mondo quanto l’omosessualità debba essere accettata e l’Italia, sebbene non appaia tra i paesi più accoglienti, è quello il cui tasso di tolleranza cresce più rapidamente tra i nove analizzati in Europa.

Per il Pew Research Center nel nostro Paese persiste una larga fetta di popolazione apertamente anti-gay (in Italia il 18% ha dichiarato l’omosessualità inaccettabile, contro l’11% di Spagna e Germania). Tuttavia, in sei anni la popolazione tollerante è passata dal 65% del 2007 al 74% del 2013. Una crescita del 9% che porta l’opinione pubblica italiana a essere quella che in Europa vive il cambiamento più rapido, e siamo quarti nel mondo dopo Corea del Sud (+21%), Stati Uniti (+11%) e Canada (+10%). Record negativo invece per Francia (-6%), Palestina (-5%), Turchia (-5%) e Russia (-4%).

Analizzando l’età degli intervistati emergono differenze sostanziali, con i giovani generalmente più tolleranti di adulti e anziani.

Gli italiani dai 18 ai 29 anni che accettano l’omosessualità sono l’86%, in terza posizione dopo Spagna (90%) e Germania (87%). Diversa la situazione tra gli adulti dai 30 ai 49 anni, che portano l’Italia al quinto posto con l’80%. Peggio ancora gli ultra-cinquantenni italiani, col 67% (sesto posto in Europa).

Per quanto riguarda la situazione interna all’Italia, infine, rimane considerevole la differenza tra Sud e Centro-Nord. Nelle regioni meridionali del Paese, secondo gli ultimi dati Istat, meno della metà della popolazione dai 18 ai 74 anni ritiene accettabile una relazione affettiva tra persone dello stesso sesso (49,2%), mentre nelle regioni centro-settentrionali ad accettarla è il 65,4%.

Jacopo Ottaviani 


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