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Il Fatto Quotidiano
19 06 2015

Il Family Day, previsto domani a Roma, è stato accompagnato da un vero e proprio tam tam sui social network in cui si denuncia l’imposizione del cosiddetto gender nelle scuole, con corsi di educazione sessuale da imporre sin dalla più tenera età, in cui verrebbero per altro attuati “corsi di masturbazione collettiva”, secondo quanto previsto da un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Attraverso una semplice ricerca online – ad alcuni stupirà saperlo, ma basta saper usare Google – ho reperito il documento in questione intitolato Standard per l’Educazione Sessuale in Europa, il cui sottotitolo è Quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti. Già queste prime informazioni ci suggeriscono che l’allarme è ingiustificato, ma entriamo più nel dettaglio.

Le linee guida sono destinate non alle scuole, ma ai governi. Sono cioè “istruzioni per l’uso” qualora i ministeri preposti decidessero di avviare delle politiche di educazione sessuale da affidare a specialisti. Questi dovrebbero intervenire, in un secondo momento, insieme a famiglie, insegnanti e dirigenti scolastici. Si parte quindi da quel documento, si attua un programma d’intervento per classi d’età e lo si propone alle scuole. Nessuna imposizione, ma una procedura che si serve di una metodologia scientifica, con tanto di bibliografia di riferimento.

Il documento consta di sessantotto pagine, è diviso in due parti – una introduzione ragionata e una parte operativa – è organizzato in capitoli, fornisce le informazioni su cos’è l’educazione sessuale, individua gli obiettivi specifici e i gruppi a cui sottoporre il piano di intervento. Fornisce, inoltre, le matrici sulle informazioni da veicolare e sulle competenze da raggiungere. Si aiuterà il bambino o l’adolescente a capire come funziona il corpo umano, sotto il profilo medico, igienico e sessuale. Ciò non significa avviare corsi di masturbazione in classe: più semplicemente, ad esempio, se ci si dovesse trovare di fronte a casi di precocità sessuale l’operatore dovrà essere in grado di fornire le informazioni più adeguate. Una bella differenza rispetto a quanto prospettato nel volantino diffuso.

Al di là di questi aspetti, c’è da chiedersi come sia possibile che un documento così complesso sia stato ridotto a una sintesi grossolana – forse dovuta a una cattiva lettura del testo o a chissà quali pruriti sessuali da parte di chi lo ha letto – che non solo veicola informazioni false, ma ha creato un clima di terrorismo psicologico. Nessun organismo ha vigilato su quello che potrebbe prefigurarsi come procurato allarme? La scuola, per altro, è un settore delicatissimo: certa gente si è permessa di diffondere notizie fuorvianti e ha generato un clima di sfiducia nei confronti di un’istituzione dello Stato e di un’intera categoria di professionisti/e (insegnanti, dirigenti, figure professionali di sostegno, ecc). Non dovrebbe essere cura del Ministero della Pubblica Istruzione vigilare per evitare questo tipo di situazioni? Spiace dirlo, ma se avessimo un ministro dell’istruzione serio, avrebbe già preso posizione da tempo contro tutto questo. E invece…Preoccupa, inoltre, non solo il silenzio delle istituzioni – insieme alla complicità di una Chiesa che utilizza le sue parrocchie per far cassa da risonanza a teorie ascientifiche e a proclami allarmistici – ma anche quello degli attori politici, che mostrano tutta la loro ignavia di fronte a questo scempio.

Ci troviamo di fronte un gruppo che strumentalizza il tema dell’istruzione per veicolare sentimenti di omofobia contro le persone Lgbt. Lo scopo del Family Day, infatti, è quello di dire no alle unioni civili. Per fare ciò si è creato allarme sociale dipingendo gay e lesbiche come persone pericolose per l’infanzia (e c’è da chiedersi se questa non sia diffamazione). Stupirà allora scoprirlo, ma in quelle linee guida tanto invise al fan club della “famiglia tradizionale” si tratta anche il tema della lotta agli abusi sessuali sui/lle minori, aspetto sul quale la piazza di sabato 20 non ha i titoli per dare lezioni a nessuno, almeno finché non si intesterà una battaglia altrettanto fervente contro la pedofilia nella chiesa o nella famiglia tradizionale, dove si consuma la stragrande maggioranza delle violenze.

Concludo con un’evidenza: è preoccupante che una cattiva lettura di un testo scientifico porti la gente a manifestare a Roma contro qualcosa che in buona sostanza non ha capito. Va bene che in certi settori sociali quel tipo di pubblico viene chiamato “gregge”, ma si dovrebbe interpretare il termine in chiave metaforica e non nella sua dimensione più letterale. Converrete.

Dario Accolla

Abbatto i muri
19 06 2015

L’ “omonormatività”, un fenomeno che esiste da molto prima del termine stesso, è considerato da molte persone qualcosa di distruttivo per il movimento dei diritti queer e per la comunità queer nel suo complesso.

“Omonormatività” è un termine che riguarda i problemi legati al privilegio che vediamo nella comunità queer di oggi, e che si intersecano con il privilegio delle persone “bianche”, con il capitalismo, il sessismo, la transmisoginia e il cisessismo, tutti elementi che finiscono per escludere molte persone dal movimento per uguali diritti e una maggiore libertà sessuale.

Quindi, cosa vuol dire e, soprattutto, come si manifesta l’omonormatività nelle nostre vite quotidiane?

Innanzi tutto, prendiamo in esame la sua controparte, l’ “eteronormatività”. E’ un termine che analogamente descrive il valore attribuito alla sessualità “normale”, che vediamo nella nostra cultura a partire dal livello istituzionale e delle politiche statali, fino al livello interpersonale.

Molto è stato scritto sull’eteronormatività, una parola che descrive come si assuma e si promuova l’idea che l’eterosessualità sia l’unico orientamento “normale” e “naturale” che esista, privilegiando così coloro che si adeguano alla norma e considerando chiunque ne sia al di fuori come anormale e “sbagliato”.

La nostra cultura è profondamente eteronormativa: però, a mano a mano che le esperienze e i diritti queer diventano più accettati al tempo stesso cresce, all’interno degli spazi LGBQ, una forma di controllo delle espressioni sessuali e di genere. Questa è l’omonormatività.

L’omonormatività spiega come mai alcuni aspetti della comunità queer possano perpetuare pregiudizi, valori e comportamenti che danneggiano e marginalizzano molte persone all’interno di questa stessa comunità, così come coloro con i/le quali la comunità dovrebbe lavorare ed essere solidale.

Riguarda l’assimilazione, così come l’intersezione, di interessi commerciali e consumistici all’interno degli spazi LGBQ.

Descrive anche il presupposto che la gente queer voglia far parte della cultura dominante, mainstream, eterosessuale, e quindi il modo in cui la nostra società premia coloro che vogliono farne parte, considerandoli i più degni di meritare visibilità e diritti.

L’omonormatività si vede ogni giorno, ma essa può essere talmente radicata nella cultura queer, che non la riconosciamo come un problema.

Quindi, come e in quali strutture si manifesta oggi l’omonormatività nella nostra cultura?

Chi è visibile?

A mano a mano che cambiano gli atteggiamenti della società riguardo alle relazioni queer, assistiamo a un aumento di rappresentazioni di persone queer nei media, anche se questa rappresentazione è incredibilmente limitata.

Se accendete la televisione o sfogliate una rivista, quando vedete una persona queer, con grande probabilità sarà una persona cisgender, con un genere normativo, bianca, borghese, che si autodefinisce gay.

Da serie tv come Modern Family a The New Normal, a personalità della tv come Anderson Cooper e Neil Patrick Harris, le voci a cui si dà spazio e visibilità sono di solito quelle di una particolare classe sociale, di una particolare espressione di genere e di una particolare “razza”.

Anche i tipi di relazioni queer che sono rappresentati nei media sono restrittivi, poiché tendono ad imitare le espressioni di genere binarie ed eteronormative.

Con ciò non si vuole dire che le cose non stiano cambiando – a poco a poco iniziamo a vedere rappresentate più persone transgender e più persone di colore, ma anche allora, la loro rappresentazione è limitata, spesso basata su stereotipi.

Gli stereotipi e i cliché relativi alle persone LGBQ nei media fanno di più che ridurre e semplificare le complesse realtà delle persone queer; essi contribuiscono a stabilire uno standard, un modo normativo di “essere” LGBQ.

Questo standard privilegia certe esperienze – quelle delle persone bianche, della classe media, gay, cisgender e le identità di genere normative – come se fossero rappresentative di tutte le esperienze queer.

Questa operazione di facciata va ben oltre ciò che si vede nei media riguardo le vite queer. Viene fatta anche nella rappresentazione dei movimenti per i diritti queer, oggi come in passato, come se fossero guidati per la maggior parte da uomini bianchi, mascolini e cisgender.

Questa cancellazione delle persone transgender, delle donne cisgender e delle persone di colore, non è soltanto un falso storico, ma pone gli uomini bianchi come i principali agenti di cambiamento, sia storicamente che al giorno d’oggi.

Il matrimonio egualitario come obiettivo principale del ‘movimento per i diritti gay’™

Dato che il tema del matrimonio egualitario ottiene sempre più successo in tutto il paese, elezione dopo elezione, dobbiamo mettere in discussione la centralità di questo tema come “il tema dei diritti gay” ™.

Lottare per uguali diritti e per la liberazione sessuale significa, ovviamente, molto di più che lottare per il diritto di sposarsi: ma in che modo presentare il matrimonio egualitario come il tema principale significa anche promuovere l’omonormatività?

Il matrimonio come tema principale presuppone l’esigenza che tutte le relazioni debbano imitare questo standard eteronormativo di sessualità e struttura familiare. Promuove l’idea che tutte le persone vogliano emulare le coppie monogame etero.

Quando ci focalizziamo su questo tema, escludiamo come inaccettabili altre strutture di relazioni, quelle poliamorose e altre strutture non-normative, così come, ovviamente, coloro che non vogliono sposarsi.

Nel momento in cui il matrimonio diventa inclusivo di un particolare tipo di relazione queer, esso perpetua una forma di controllo rispetto ad altri tipi di relazioni, mantenendo salda la linea di confine di quella che è una “relazione queer accettabile”.

Focalizzarsi sul matrimonio non costituisce una grossa sfida, poiché pone come priorità l’approvazione della propria relazione da un punto di vista legale rispetto a una reale trasformazione delle relazioni e della società.

Mostrando che la gente che sta al di fuori della norma eterosessuale vuole le stesse cose che vuole “l’America tradizionale e etero”, il movimento per il matrimonio egualitario lotta per ottenere l’accesso a questa istituzione sociale riproducendo, piuttosto che sfidando, il predominio eterosessuale e la normatività, e usa ciò come base per stabilire chi merita di avere i diritti.

La “Campagna per i Diritti Umani” (e altre principali no-profit)

La “Human Rights Campaign” (HRC), la “Campagna per i Diritti Umani”, che è una delle più grosse e influenti organizzazioni LGBT del paese, è un potente simbolo di omonormatività: molt* attivist* hanno contestato, e contestano tuttora, il suo ruolo nel movimento.

Ecco solo alcuni esempi del perché la HRC non è rappresentativa del movimento per i diritti queer, né corrisponde alle loro esigenze:

La HRC continua a escludere e a marginalizzare ulteriormente le vite delle persone trans e delle persone che non si conformano al genere. Il fatto più eclatante è che, nel 2007, la HRC ha scelto di sostenere una versione non-inclusiva della legge federale contro la discriminazione sul lavoro, che escludeva le tutele basate sull’identità di genere, mentre la maggior parte di altri gruppi di pressione LGBTQIA+ hanno scelto di sostenere la versione inclusiva.

La HRC sostiene grandi imprese e banche che danneggiano le comunità queer, come dimostra soprattutto la sua decisione di assegnare il premio per “l’innovazione nella parità lavorativa” nel 2011 alla Goldman Sachs, un’organizzazione che è il simbolo della rapacità commerciale e che favorisce le diseguaglianze economiche.

Cosa ci dice il fatto che un’organizzazione per “i diritti queer” renda omaggio a una compagnia corrotta e distruttiva come la Goldman Sachs, ignorando al tempo stesso i problemi causati dalle diseguaglianze economiche, come per esempio i/le tant* giovani queer che vivono per strada?

La HRC ha sempre ignorato, e continua a farlo, il razzismo come un problema che si intreccia con i diritti queer, tanto da non figurare neanche come uno degli “argomenti” nel loro sito web.

Hanno sempre taciuto anche a proposito dei problemi legati al sistema carcerario e alla violenza delle forze dell’ordine (che dovrebbe essere importante per loro, visto che una grossa percentuale di persone queer viene criminalizzata e incarcerata).

Ciò dimostra la mancanza di una consapevolezza intersezionale all’interno dell’organizzazione, dimostra come sia un’organizzazione gestita da persone bianche della classe media, che privilegiano le proprie esperienze, e come la HRC non intenda in realtà sfidare il regime di oppressione sistemica e strutturale.

Questi problemi non sono limitati alla HRC, ma riflettono il complesso dell’industria no-profit, che tende a richiedere che una maggiore energia sia convogliata nel reperimento di finanziamenti, nel costruire rapporti con le persone potenti e nel lavorare con un approccio dall’alto verso il basso, piuttosto che fare confluire le energie nel costruire un vero movimento per il cambiamento.

Vediamo che questo sistema di valori viene riprodotto in molte altre organizzazioni di attivist*.

Le organizzazioni come la HRC – che danno la priorità al denaro, al potere e alle riforme che favoriscono coloro che sono già persone privilegiate all’interno del movimento – devono essere messe in questione.

Non dovrebbero parlare per il nostro movimento, né dovrebbero trarre profitto dal movimento: e non ci porteranno verso una eguaglianza e una liberazione che siano reali e inclusive.

Il silenzio intorno a Chelsea Manning

Il movimento mainstream per i diritti queer è stato in larga misura zitto riguardo alla questione di Chelsea Manning, una gola profonda dell’esercito che ha reso pubbliche informazioni riservate circa l’ingiusta detenzione e tortura di alcune persone a Guantanamo da parte degli USA, le vittime civili delle guerre in Iraq e Afghanistan, il ruolo degli interessi corporativi nell’esercito e diplomazia e altro, per i quali sta attualmente scontando una pena di 35 anni in una prigione militare.

Al di là di ciò che un* pensa della decisione di Manning di rendere pubbliche queste informazioni, è importante parlare del peso che ha avuto il trattamento ricevuto da Manning sui media e in quanto donna transgender in prigione.

Per esempio la reazione dei media all’annuncio di Chelsea, lo scorso anno, della sua transizione è diventato un’opportunità per discutere del continuo sbagliare dei media l’attribuzione di genere delle persone transgender.

Più di recente, sta avendo luogo l’importante discussione se le persone transgender in prigione debbano avere o meno accesso alla terapia ormonale, e Chelsea e l’American Civil Libeties Union (ACLU), Unione americana per le libertà civili, hanno querelato il Dipartimento della Difesa per farle avere accesso alle cure più appropriate.

La storia e le decisioni di Chelsea Manning hanno portato a importanti conversazioni cambi di opinione nella comunità riguardo al cambio del nome e ai pronomi di genere, all’accesso alle terapie ormonali e al trattamento delle persone transgender nell’esercito e nelle prigioni.

Ma nonostante ciò, il movimento mainstream per i diritti queer è stato quasi sempre zitto – e a volte noncurante – anziché supportarla.

Omonazionalismo in Israele

Il termine omonazionalismo porta l’idea di omonormatività un passo avanti riferendosi al modo in cui le persone queer – per la maggior parte uomini bianchi occidentali – si sono allineate con le ideologie nazionaliste del proprio paese.

Mentre l’omonormatività descrive l’allineamento di persone, spazi e lotte queer con le norme culturali eterosessuali, l’omonazionalismo descrive questo allineamento all’interno dello stato-nazione, tramite patriottismo, nazionalismo e supporto per l’esercito nazionale, nonché altre forme di violenza di stato.

Proprio ora, il progresso queer viene usato come simbolo della benevolenza e modernità di alcune nazioni e giustificazione morale per guerre, colonizzazioni e occupazioni.

Abbiamo visto il caso dei diritti delle donne usati in modi simili dalle nazioni occidentali.

Con l’accettazione sempre maggiore dei soggetti queer iniziamo a vedere questo progresso usato per promuovere il diritto di specifiche nazioni ad usare la violenza su altre, spesso attraverso l’intenzionale perpetuazione di atteggiamenti islamofobici e anti-immigranti.

Per esempio, in Israele l’omonazionalismo è sempre più palese e messo deliberatamente in scena.

Anche chiamato “pinkwashing”, è omonazionalista il modo in cui Israele promuove regolarmente l’inganno che il paese sia una “utopia gay” in modo da sviare l’attenzione dalle sue continue violazioni dei diritti umani contro il popolo palestinese.

Qui i diritti queer sono stati co-optati e usati dal governo israeliano come strumento per le relazioni internazionali per normalizzare e supportare le espansioni dei propri insediamenti coloniali, i muri e le uccisioni extra-giudiziali – ossia la sua occupazione della Palestina.

Un esempio particolarmente impressionante è il tentativo della campagna “Brand Israel”, A marchio Israele, di attirare il turismo gay verso il paese.

Secondo il Ministero degli Affari Esteri, sono stati spesi 88 milioni di dollari in marketing internazionale per far diventare Tel Aviv il top delle destinazioni per le vacanze gay, per lo più attraverso i social media – Facebook, Twitter, etc.

Altri milioni sono stati spesi in tentativi di appellarsi al supporto internazionale liberale e giovanile, dipingendo Israele come una cultura queer-friendly come prova del proprio impegno a favore dei diritti umani.

Queers Against Israeli Apartheid, Queer contro l’apartheid israeliano, ha fatto luce sull’ipocrisia di chiamare Israele una “utopia gay” mentre la violenza della propria occupazione rende la vita molto più difficile per i queer arabi.

Hanno fatto notare come “l’omofobia (esista) in Israele, Palestina, e al di là di ogni confine. Ma i queer palestinesi affrontano delle sfide aggiuntive vivendo sotto occupazione, soggetti alla violenza e al controllo dello stato israeliano. Il sistema di apartheid israeliano estende i diritti omosessuali solo ad alcuni, basandosi sulla razza”.

In un tentativo di zittire i discorsi sulla responsabilità di Israele all’interno della comunità queer internazionale, non viene messa a tacere solo la questione dell’occupazione Israeliana, ma lo sono anche le voci dei queer arabi e musulmani.

Siccome gli Stati Uniti supportano Israele politicamente e finanziariamente – fornendo loro 3 miliardi di dollari in aiuti militari ogni anno – nei nostri spazi queer o sui media mainstream viene detto ben poco su questa questione.

Nonostante la messa a tacere, ci sono dei/delle grandios* attivist* queer nel mondo, inclus* quell* in Israele e Palestina, che lavorano duro per attirare l’attenzione sulla connessione tra i diritti queer e la fine dell’occupazione della Palestina.

***

Quelli qui sopra sono solo una manciata di esempi di omonormatività, ma ce ne sono innumerevoli altri.

Alcuni esempi comprendono l’assegnazione delle priorità all’interno dei movimenti mainstream per i diritti queer: l’abolizione del principio “Don’t Ask Don’t Tell” (non chiedere non dire, ndT) nell’esercito statunitense, l’esclusione e la svalutazione delle persone transgender e di quelle al di fuori del binarismo di genere all’interno degli spazi queer, il silenzio sul caso della donna trans nera CeCe McDonals, l’aumento del marketing dei prodotti di consumo che hanno come target la comunità queer, l’aumento della sponsorizzazione corporativa delle sfilate del Pride, e la partecipazione esasperante delle persone queer bianche che negano la loro posizione di privilegio e la loro complicità nell’attuale discorso sulla violenza della polizia contro le comunità nere.

Ognuno di questi punti meriterebbe un post a sé stante, e potrebbe sembrare separato dagli altri in quanto esperienza vissuta.

Ma è seguendo questa utile idea di omonormatività che si può esaminare come ogni problema è connesso al seguente, così da poter iniziare a lavorare per metterlo in discussione a partire da questa più ampia cornice di interpretazione.

Per poter mettere in dubbio le strutture omonormative ammucchiate contro di noi, si deve lavorare da un punto di vista che supporti l’inclusività, l’organizzazione attivista, la costruzione di coalizioni, una solidarietà queer globale e un’analisi intersezionale di un certo spessore.

Ed è importante che noi si ricordi della nostra stessa storia. Il movimento per i diritti queer era in principio fondato su una politica radicale che ha sistematicamente messo in discussione il capitalismo corporativista, l’esercito e la struttura eteronormativa del matrimonio.

È onorando questo lascito di politiche radicali e assegnazione delle priorità ai bisogni e alle voci di chi è più marginalizzato che possiamo realmente lavorare insieme per una migliore liberazione ed uguaglianza sessuale e di genere.

Laura Kacere è collaboratrice di Everyday Feminism, attivista femminista e organizzatrice, volontaria di supporto nelle cliniche per abortire, specializzanda universitaria e insegnante di yoga. Vive e studia a Chicago. Quando non studia, è solita pensare agli zombi, suonare, mangiare cibo libanese e desiderare di essere circondata da alberi. Seguitela su Twitter @Feminist_Oryx

laglasnost

LezPop
19 06 2015

Per sabato 20 giugno, il comitato “Difendiamo i nostri figli” ha organizzato una manifestazione a Roma contro la famigerata ideologia di gender. Siamo a giugno, il mese dell’orgoglio LGBT, e queste persone sperano di replicare il “successo” del Family Day che nel 2007 bloccò i Di.Co., l’allora proposta di legge sulle unioni omosessuali. Siccome sono per la per la democrazia e per la libertà di espressione, gli auguro ogni bene. Peccato che per portare gente in piazza il comitato di Adinolfi & Co. utilizzi tutti i mezzi possibili, leciti e meno leciti.

Qualche giorno fa, sui social girava questa lettera, spedita dalla preside un istituto scolastico romano ai genitori, in cui li si invitava ad andare alla manifestazione per difendere i loro figli dall’indottrinamento gender. Non è chiaro se si tratti di un falso o di un abuso d’ufficio - la circolare è la numero 289 e sul sito dell’istituto le circolari si fermano alla 288 – in più il nome della preside Anna Maria Altieri nelle ultime circolari è sempre barrato e sostituito con quello di Maria Lombardo, tranne in questa.

Grazie alla segnalazione di un nostro lettore, abbiamo anche scoperto che i gruppi neocatecuminali (quelli di Gandolfini, per intenderci) inviano messaggi su Whatsapp di questo tipo.

Insomma, un vero e proprio ricatto morale. Qualcosa che, sinceramente, mi lascia senza parole. È come se un’associazione LGBT per portare persone al Pride dicesse: «Se non vieni non farai mai più sesso in vita tua», oppure «Se non vieni non sei più gay».

Capisco che quando ti sta a cuore una battaglia, il tuo scopo è coinvolgere quante più persone possibili. Capisco che quest’anno, a differenza del 2007, alle associazioni ultra cattoliche manchi l’appoggio diretto della Chiesa, e capisco anche che, a differenza del 2007, questi signori si sentano “accerchiati”, se persino la “cattolicissima” Irlanda ha introdotto i matrimoni egualitari.

Quello che non capisco, e sinceramente vorrei non capirlo mai, è come si possa essere così meschini nell’usare dei mezzi di persuasione tanto infimi. E poi perché? Per costruire una montagna di menzogne con l’unico scopo di impedire a delle persone di ottenere dei diritti? Allora, cari Adinolfi & Co., mi auguro che la vostra manifestazione sia un successo. Ma ricordate che la vostra coscienza viene prima dei numeri. A maggior ragione se vi definite bravi cattolici.

Per i trans c’è un’isola da sogno a un passo da noi

  • Venerdì, 19 Giugno 2015 08:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

West
19 06 2015

Malta si conferma terra di elezione per gli LGBT. Dopo avere guadagnato il 3° posto nella Rainbow Map, il governo della piccola isola è il primo in Europa a lanciare nelle scuole un piano di educazione e formazione per la conoscenza e il rispetto dei transessuali e bambini intersex.

Individuando le loro esigenze e facendo in modo che vengano rispettate. Ispirate alla libera espressione della propria identità sessuale, le azioni si sviluppano su 4 pilastri principali.

1) riservatezza, 2) strutture adeguate, 3) inclusione, 4) possibilità di modificare i documenti nelle parti relative al genere.

A questo testo se ne aggiunge un altro in cui si descrive come quanto previsto debba essere attuato in modo uniforme in tutte le scuole del Paese.

Beatrice Credi

Huffington Post
18 06 2015

Quanto è difficile ancora in Italia riconoscere le differenze, in troppe famiglie i genitori non sanno affrontare l'omosessualità dei propri figli, magari perché convinte, come accade nelle nostre piazze, o nel silenzio delle nostre case, che siano sbagliati, non abbiano il diritto di esprimere il proprio amore, di essere ciò che sono. Chi mi conosce sa che non amo il vittimismo, perché ritengo la conquista dei diritti un difficile, ma anche entusiasmante, percorso personale e collettivo che tante lesbiche e tanti gay sono consapevoli esser necessario.

Ho colto come un segno che la Warner Music Italia abbia "regalato" alla nostra rete per i diritti di tutti e di tutte Equality Italia, il video sottotitolato in italiano, del nuovo singolo di Greg Holden "Boys in the street" che affronta il tema dei pregiudizi legati all'educazione che si basa sulla non conoscenza. Solo quando si riesce a vedere col cuore si può comprendere l'altro, in questo caso il proprio figlio, molte volte però si rischia di arrivare tardi, di accorgersi che per i casi della vita si è persa l'occasione di condividere la serenità e il coraggio del proprio figlio.

Questo brano così delicato, che non ha la pretesa di convincere, ma è un'occasione di riflessione, è la "risposta" più profonda e delicata alle anacronistiche chiamate alle armi per crociate, che hanno anche l'effetto di colpire nell'intimo tanti ragazzi, che si sentono soli, non compresi, in balia di una dolorosa esclusione, proprio dalle loro famiglie. Spero che molti fratelli e sorelle nella fede che sabato si riuniranno a piazza San Giovanni, avvertano nel proprio cuore, dopo l'ascolto di questo brano, la necessità di non prestarsi all'odio, ma di far riemergere l'amore.

Greg Holden è nato in Scozia ad Aberdeen, cresciuto nel Lancashire e si è poi trasferito a New York City nel 2009. Negli ultimi anni si è guadagnato la fama di cantautore indipendente, pubblicando due album (2009 "A word in edgeways" - 2011 "I don't believe you"). Il brano "The lost boys" - una poetica interpretazione ispirata dal romanzo di Dave Eggers su un rifugiato sudanese (Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng) - è arrivato al #1 in Olanda e ha raccolto 50.000 dollari per la Croce Rossa.

In Usa il brano ha venduto oltre 30.000 copie ed è entrato nella top40 di Billboard. Greg ha anche composto il brano "Home", il singolo di debutto del vincitore del talent show "American Idol" Philip Phillips, che ha venduto oltre 5 milioni di copie e che ha valso a Greg il premio ASCAP Pop Award. "Boys in the street" è racchiuso nel nuovo album "Chase the sun".

Aurelio Mancuso

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