LezPop
12 06 2015

Sono iniziati da pochi giorni i Mondiali di Calcio Femminili, e ci eravamo perse il bellissimo video che la Nike ha dedicato al calcio femminile, con tanto di claim geniale “Strong Alone, Unstoppable Together”.

Da quando lo abbiamo visto non ci siamo chieste altro che: come sarebbe un video fatto in Italia per il calcio femminile? E dopo le dichiarazioni di Belloli, c’è chi ci ha tolto le parole di bocca e risposto al nostro quesito in maniera “amara”, ma altrettanto geniale!

Il Parlamento Europeo pioniere sulle famiglie Lgbt

Il Fatto Quotidiano
11 06 2015

Due giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato, con 341 voti favorevoli e 281 contrari e su proposta della socialdemocratica tedesca Maria Noichl, una risoluzione sulla strategia dell’Unione Europea sulla parità tra uomini e donne dopo il 2015 (2014/2152(INI)). Tale risoluzione è stata riferita nelle cronache italiane come un importante documento in materia di diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT), ma in realtà è molto più di questo: è un vero e proprio manifesto della parità di genere.

“Il diritto alla parità di trattamento”, recita il primo considerando (A) della risoluzione, “è un diritto fondamentale riconosciuto dai trattati dell’Unione, emblematico e profondamente radicato nella società europea, imprescindibile per l’ulteriore sviluppo di quest’ultima, che dovrebbe applicarsi tanto nella legislazione, nella pratica e nella giurisprudenza quanto nella vita reale.”

È questo infatti il tratto più significativo del documento che, con buona pace dei timorosi di cataclismici sconvolgimenti sociali, non è vincolante ma costituisce un’importante piattaforma giuridica di partenza per eventuali proposte della Commissione, che finora se n’è occupata troppo timidamente, e per interventi politici e normativi degli Stati membri sul tema.

Vi sono diversi aspetti sui quali il Parlamento concentra la propria attenzione: la violenza contro le donne, che ne mette in gioco la dignità; la disparità nel rivestire ruoli di potere e decisionali, che genera un deficit democratico a sfavore del genere femminile; la necessità di parificare anche di fatto il godimento di congedi parentali a favore dei maschi, consentendo così alle donne di accedere maggiormente al mondo del lavoro; la povertà femminile (“la povertà in Europa ha troppo spesso il volto di una donna“, si legge nel considerando O), che è causa di esclusione sociale; soprattutto, il perdurare dei tradizionali ruoli e stereotipi di genere, che “influenzano ancora profondamente la ripartizione dei compiti in famiglia, nell’istruzione, nella carriera professionale, nel lavoro e nella società in generale” (cons. R).

Non un documento sui diritti LGBT, dunque, ma un manifesto dal respiro più ampio. Certamente, il primo manifesto di questo tipo, capace di prestare attenzione specifica non solo alle problematiche giuridiche connesse all’attuale disparità di genere, ma soprattutto alle origini sociali di tale disparità, e dunque ai comportamenti socio-culturali di natura discriminatoria, sui quali il Parlamento auspica le istituzioni europee e nazionali ad intervenire incisivamente anche a livello educativo (v. i par. 61-66).

Chiaramente, il mancato riconoscimento delle realtà LGBT (famiglie monoparentali e omogenitoriali, tanto per intenderci) rafforzano gli stereotipi di genere, che il Parlamento ha deciso di combattere. Chi non concepisce la possibilità di una famiglia con due madri o due padri, infatti, non fa altro che rifiutare di vedere come la complementarietà dei ruoli di genere non sia affatto un requisito necessario per costituire un ambiente familiare solido e sano. Non è solo una questione sociologica, ma una semplice lettura della realtà: queste famiglie non vanno immaginate, perché già esistono. La loro esclusione dal riconoscimento dei diritti, come avviene attualmente in Italia, getta un’ombra sulla consistenza democratica e la reale capacità inclusiva di un determinato Paese. Il Parlamento Europeo non fa altro che prendere atto di tutto questo. Ma, ripeto, lo fa con riguardo al tema più ampio della disparità di genere.

Che cosa succederà ora? Si sbricioleranno le montagne? Il Po inonderà la Pianura Padana? L’Etna e il Vesuvio erutteranno in drammatica contemporanea? No. Semplicemente, si rifletterà a livello istituzionale sul da farsi. La via è tracciata, l’ennesimo muro è caduto. L’Europa si dimostra, come lo è già da tempo, molto più aperta e attenta dei Parlamenti nazionali, che invece latitano.

A tal proposito, il Sen. Giuseppe Marinello, in quota NCD e presidente della Commissione ambiente, ha così reagito alla notizia della risoluzione: “L’Italia se ne frega altamente.” Vette altissime, come al solito. Il 55% delle donne europee ha subito nella sua vita una o più forme di molestie sessuali? Il 33% delle donne europee subisce violenze fisiche o sessuali sin da 15 anni?

Chissenefrega. Il Parlamento Europeo riporta l’ovvia considerazione che “Una vita priva di violenze è una condizione essenziale per la piena partecipazione alla società” (considerando J). E chissenefrega.

Ieri la Camera ha sollecitato il governo, con riferimento alla trascrizione delle nozze tra persone dello stesso sesso contratte all’estero, “ad adottare le misure necessarie per garantire un eguale trattamento delle medesime situazioni su tutto il territorio nazionale“. Un impegno di una genericità e astrattezza tali da far impallidire di fronte alla chiarezza d’intenti del Parlamento Europeo e del sonoro “chissenefrega” lanciato da un altro partito di governo ieri.

Matteo Winkler

Sono bisessuale. Amo lui e lei. Qualcosa da ridire?

  • Venerdì, 05 Giugno 2015 13:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
05 06 2015

Io vita, bellezza, fuoco, aria, sensualità e pelle, carne, liquidi.

Io femminista, anarchica, queer, combattente, ribelle, resistente.

Io unguento, aroma, sapore, linfa, sangue, ferita, cura.

Non so come si ami una persona sola, perché io ne ho sempre amate molte e tutte assieme. Non so come si stia a contatto con un corpo se l’altro non mi è accanto contemporaneamente. Non so cos’è il dolore se non quando sono costretta a rinunciare ad essere quella che sono.

Hanno detto di me che sono sfida, capriccio, insulto, veleno. Perché allora, se vedo la mia immagine riflessa, vedo solo un corpo che attende di essere amato?

Non mi interessa quale forma, che misura, che genere di amore tu hai da offrirmi. Quello che so è che non amo stare con un uomo, con una donna, ma con entrambi, spesso, e questo dicono sia malattia, perversione. Ma se lui mi ama e mi ama anche lei, perché non dovrei riamarli allo stesso modo?

Io sorpresa, stupore, reazione, divergenza, lotta.

E non rinuncerò a quel che voglio perché tu vuoi incastrarmi, opprimermi, cambiarmi. Se non sei a tuo agio con la mia vita, sono cazzi tuoi. Non mi interessa. Non mi riguarda. Quel che faccio nel mio letto, invece, sono affari miei e di chi quel letto vuole condividerlo con me.

Vivo un rapporto a tre da un po’ di tempo. Non so come andrà a finire. Non so come e se il mondo capirà mai. Quello che so è che noi tre stiamo bene insieme. Sono io che amo entrambi. Loro si rispettano l’un l’altra, e per strada ci teniamo per mano, io, lui, lei.

Perché dovrei temere il futuro? Perché quel che mi dice qualchedun@ è che domani mi pentirò e poi rimarrò sola. Ma cosa posso farci se non mi adatto alle norme comuni? E chi l’ha detto che sarò io a restare sola e non sarai invece tu che resti accanto per la vita ad una singola persona?

Non sono indecisa, e me l’hanno detto in tant*. Scegli: puoi essere etero o lesbica, e io non sono nessuna delle due cose. Io amo lui e lei allo stesso modo. Mi piacciono, mi eccitano, e non ho modo di confidare questa nostra storia se non incontrando tanti musi storti e tanto moralismo da due soldi. Perfino dagli ambienti che dovrebbero essermi più affini. Ma lì è un gioco a incastro. O stai di là, o stai di qua. Non puoi restare dalle due parti. Sono le regole del branco. Se non aderisci a quest’altra norma non puoi entrare nelle loro grazie.

E non mi sento superiore, non li o le giudico. Semplicemente io sono diversa. Non seguo il loro esempio. Obbedisco a quel che mi dice il corpo, la mente, il cuore. Perché non posso trasgredire rispetto a quel che dice la mia carne. E’ lei che guida, chiama carezze, baci, abbracci, orgasmi, lingue, vagine, peni. E’ la mia pelle che mi consegna al desiderio, e il mio segue vie diverse, forse neppure tanto rispetto a chi la pensa come me, o forse è solo che non mi lascio incastrare e resto una cagna sciolta.
Io timida, impacciata, creativa, amante, puttana, amica, stella.

Quel che mi serve è solo un po’ di rispetto per la mia scelta autodeterminata. Non saprei dirlo in modo diverso. E’ questo il mio percorso. Non posso farne a meno. Non ho altre parole se non queste: fatevi una montagna di affari vostri, lo dico a tutt*, perché un po’ tutt* si impicciano. Per amicizia, preoccupazione, dovere militante o non so che altro. Se non accetto un prete a rovistare nelle mie mutande perché mai dovrei dare spazio a voi?

Io sono questa. Rispettami. Ed è veramente tutto qui.

ps: è una storia vera. grazie a chi l’ha raccontata.

laglasnost

la Repubblica
04 06 2015

Non mi chiamo "Matteo Sacchetti", ma per 48 ore mi metto nei panni di un ragazzo omosessuale, Matteo Sacchetti. Al centro di spiritualità Sant'Obizio, in mezzo alle montagne e a un passo dalle terme di Boario, il gruppo Lot (dal nome dell'uomo che scappò da Sodoma e Gomorra prima che venissero distrutte con fuoco e fiamme da Yahwè) si propone di guarire da questa "ferita" che - dicono - è l'essere gay. Le tre persone a capo del seminario si chiamano "leader", e il leader dei leader è Luca Di Tolve, che poi sarebbe il Luca era gay della discussa canzone di Povia del Sanremo 2009: un ex attivista dell'Arcigay, ballerino alla discoteca Plastic di Milano, inventore delle crociere per omosessuali. Ora impegnato in questa nuova missione che però parte da un assunto smentito in tutte le lingue dall'Oms: cioè che l'omosessualità sia una malattia. Si comincia il venerdì e si finisce il martedì. Cinque giorni di messe, canti, preghiere, invocazioni dello spirito santo, confessioni, meditazioni con la luce spenta e soprattutto slide e lezioni dai titoli tipo "I meccanismi della confusione sessuale", "Narcisismo e idolatria relazionale" e così via. Tutto al prezzo di 185 euro, più una ben nutrita biblioteca con libri, riviste e dvd da comprare e studiare una volta tornati a casa. I tre leader, tutti sedicenti ex gay, sono affiancati da un frate francescano (don Enrico, capelli corti e barba da mullah, neanche 40 anni) e da un padre passionista (don Massimo, tonaca nera e una croce dentro al cuore come simbolo, esperto in esorcismo).

Brescia, viaggio nella comunità dove "curano" i gay
Ma bisogna fare un passo indietro. Per partecipare al corso "Adamo ed Eva: dove siete?" si deve compilare e inviare un questionario all'associazione. "Descrivi il tuo problema dal punto di vista sessuale o emozionale"; "Come si manifesta il problema?"; "Hai già ricevuto una consulenza psicologica in merito? ". Dopodiché si allega la fotocopia di un documento di identità, così quelli del gruppo Lot controllano su internet che non siate agenti del nemico (militanti gay o giornalisti) in avanscoperta. Il mio "Matteo Sacchetti" passa le selezioni grazie a Photoshop.

La casa di spiritualità è una specie di convento gestito da Di Tolve insieme alla moglie, di proprietà della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth. È pensata soprattutto per incontri di gruppo, ogni mese c'è un seminario di "guarigione e liberazione interiore". Stavolta gli ospiti sono una decina: c'è chi è arrivato da Palermo, chi da Bologna, chi da Milano. Un idraulico, un imprenditore, un avvocato. Una sentinella in piedi, un ex protestante, una ex estremista di destra. Il problema è lo stesso per tutti: quelle pulsioni, quell'istinto, da sradicare in un qualche modo. "I primi due giorni saranno durissimi - premette Sandro (il nome è di fantasia, in famiglia non sanno del suo passato) - ma vedrete che poi starete meglio. Lasciatevi andare, lasciatevi aiutare dal Signore". Le regole del corso sono essere puntuali agli appuntamenti, non giudicare gli altri corsisti, non parlare all'esterno di ciò che qui si è detto, o almeno, non riferire le esperienze altrui. Il programma è serrato e si parte ogni mattina con la messa alle 7.45 (e solo dopo la colazione), mentre l'ultimo insegnamento finisce alle 22.30. Si pranza e si cena tutti insieme e almeno lì l'atmosfera sembra rilassata. Si gioca tutto sulla ripetitività: nello scaglionamento delle giornate, nelle canzoni, nei riti, soprattutto nel messaggio in sé.

Primo punto: "L'omosessualità non esiste e voi non siete gay, siete solo persone che hanno un problema", spiega Di Tolve. Secondo punto: se soffri non è perché non accetti ciò che è naturale, ma perché non hai ancora scoperto ciò che ti ha fatto nascere una certa inclinazione. "I bisogni insoddisfatti - continua - causano il danneggiamento della sessualità e della sfera relazionale ". Terzo punto: quel peccato ("un abominio ") fa star male Dio, e quindi "bisogna sfidarlo ed essere coraggiosi". Già alla seconda lezione qualcuno piange e non trattiene le lacrime. Si parla delle "ferite della madre". Senti di essere gay? "Magari quando sei nato sei stato lasciato in incubatrice, quindi hai perso l'affetto iniziale della mamma, e in quel dolore inconscio è germogliata l'omosessualità", ragionano i leader. Si parla dei padri: il non essersi sentito accettato, l'aver provato rancore nei suoi confronti, ecco, anche lì, si finisce per diventare gay "perché si cerca in altre figure maschili quell'antico sentimento non corrisposto". Un impasto di psicologia spicciola e fondamentalismo religioso, come il continuo richiamo a Satana, alle sue tentazioni, al suo potere, "al dominio delle tenebre". Il mondo dei media, ad esempio, "è chiaramente in mano al Diavolo". Con le associazioni gay che stanno perseguitando la famiglia naturale.

Di fronte a un particolare bisogno di consulenza, i partecipanti sono invitati a sfruttare le poche pause per parlare in privato con uno dei leader. "Come stai, come ti senti?", mi chiede un "collega" in cerca di guarigione. "Sai, io sto male, combatto questa cosa da sempre", aggiunge. E viverla per quello che è, invece? "Ci ho anche provato, ma mi sento sporco e indegno". Qualcuno prova a raccontarsi con gli altri, i più timidi invece tengono tutto dentro e non capisci mai quel che pensano davvero. La domanda da un milione di dollari è se alla fine di questo seminario esiste davvero chi, da gay, si trasforma magicamente in etero. "La guarigione dipende da quanto si apre il nostro cuore a Gesù e da quanto si è disposti a sacrificare il proprio corpo alla volontà di Dio", è la risposta. I leader - gli ipotetici guariti - adesso sono sposati e hanno figli. Ma che fatica trasmettono in quella loro ricerca di essere "normali". Durante le cerimonie si prostrano più di tutti e, ammettono, la loro è una battaglia giornaliera.

La sera i corsisti tornano nelle proprie stanze, in due o tre per ognuna. "So di gente che si è innamorata qui dentro. Di un altro uomo ovviamente", racconta Daniele (altro nome di fantasia). Viene da pensare che no, non si guarisce dalla malattia che non esiste. L'ultimo giorno ci sarebbe la gran chiusura con tanto di santa messa e di battesimo per "suggellare rinnovo e promesse". Prima, però, le ultime lezioni: "Ripristinare la mascolinità" e "ripristinare la femminilità". Ma Matteo Sacchetti non ce l'ha fatta: è scappato prima.

Matteo Pucciarelli

 

Abbatto i muri
29 05 2015

Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway (testo dal suo blog) e agnes nutter.

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi [contraccezione, aborto] al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbiche costituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi [la contraccezione, l’aborto], invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni,anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire chequesta sarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

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