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Nozze gay, il vento che viene dall'Europa

gay-weddingChe cos'è il matrimonio? Per lo Stato, un contratto; per la Chiesa, un sacramento. Muove da qui il conflitto fra autorità civili e religiose sul matrimonio gay, dopo il referendum celebrato in Irlanda: la parola è la stessa, ma ciascuno le attribuisce significati inconciliabili. Eppure quel conflitto non si esaurisce in una logomachia, in una disputa verbale. Ha a che fare con l'abito laico delle nostre istituzioni; misura gli spazi di libertà che siamo disposti a riconoscere alle scelte individuali. 
Michele Ainis, Corriere della Sera ...

Matrimoni gay, la Chiesa cattolica litiga... finalmente!

  • Giovedì, 28 Maggio 2015 13:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Grande Colibrì
28 05 2015

Le dichiarazioni del cardinal Kasper ("Se c'è un'unione stabile, degli elementi di bene esistono senz'altro, li dobbiamo riconoscere, però non possiamo equiparare al matrimonio"), che correggono le parole estemporanee ("Credo che si possa parlare non soltanto di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell’umanità"; avvenire.it) con cui il Segretario di Stato Pietro Parolin ha corretto le dichiarazioni fatte dal primate delle chiesa d'Irlanda Diarmuid Martin ("La Chiesa deve fare i conti con la realtà"; rte.ie) dopo il risultato del referendum che ha visto gli irlandesi dire sì ai matrimoni omosessuali, mi spingono a pensare che la Chiesa cattolica stia vivendo un passaggio simile a quello che, verso la fine del XX secolo, ha vissuto la Comunione anglicana quando, negli anni Novanta, ha dovuto affrontare il tema dell'accoglienza degli omosessuali dichiarati.

Da un lato ci sono le chiese europee, quelle di molti stati americani e quelle di Australia e Nuova Zelanda che si rendono conto che l'approccio tradizionale al tema dell'omosessualità va superato se si vuol vivere con fedeltà quanto Gesù aveva chiesto quando ha detto di "predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati" (Vangelo di Luca 24, 47). Dall'altro ci sono le chiese del sud del mondo che hanno a che fare con società in cui un'apertura su questo tema non verrebbe capita e, quasi sicuramente, le metterebbe in gravi difficoltà rispetto alla concorrenza che subiscono dalle chiese fondamentaliste evangelicali e dall'islam radicale che hanno fatto del disprezzo per l'omosessualità uno strumento per raccogliere il consenso dei fedeli.

Fino ad ora le gerarchie cattoliche hanno fatto proprie le istanze di queste ultime chiese sdoganando nei suoi documenti, man mano che il tempo passava, affermazioni sempre più pesanti sull'omosessualità e sugli omosessuali: se si confrontano tra loro la dichiarazione "Persona Humana" del 1975, la lettera "Homosexualitatis Problema" del 1986 e le "Considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali" del 1992, questo percorso emerge molto chiaramente.

Gli episcopati delle chiese che vivevano con disagio questo progressivo inasprimento, quando non si sono allineati alle posizioni della Santa Sede scontrandosi con la società e con la base ecclesiale dei loro paesi, hanno mantenuto un profilo molto basso evitando di dire chiaramente che, andando avanti su quella strada, le loro comunità correvano il rischio di diventare delle conventicole di fanatici.

Con l'arrivo di papa Francesco, che ha chiaramente invitato i vescovi alla "parresia" (li ha cioè invitati a parlare chiaro e a dirsi tutto), il clima è cambiato e gli episcopati delle chiese che vivevano con disagio la linea seguita dalla Santa Sede, hanno iniziato a dare voce alle istanze di queste chiese. Era naturale che ci fosse una reazione da parte di chi la linea di progressiva chiusura agli omosessuali l'aveva elaborata e l'aveva difesa con convinzione e da parte dei vescovi delle chiese del sud del mondo alle cui chiese, quella linea, andava benissimo.

In una situazione del genere io credo che la preoccupazione principale di papa Francesco e dei suoi collaboratori più fedeli (tra cui c'è senz'altro anche il cardinal Parolin) sia quella di evitare alla Chiesa cattolica le stesse spaccature tra gli episcopati già vissute dalla Comunione anglicana (dove si era arrivati all'assurdità di vedere gli episcopati di alcune chiese del Sud del mondo consacrare vescovi che avevano come unico incarico quello di raccogliere e organizzare i fedeli che non condividevano le aperture della Chiesa episcopaliana degli Stati Uniti sul tema dell'omosessualità).

Probabilmente il Sinodo straordinario dell'anno scorso è stata l'occasione per valutare le forze in campo e per tracciare una strada capace di evitare questa rottura, e non è infondata l'impressione di chi parla di una marcia indietro rispetto alle aperture che erano scaturite da quel famoso "Chi son io per giudicare?" pronunciato dal papa in occasione del suo viaggio di ritorno da Rio de Janeiro: le reazioni duramente negative di una buna parte dei vescovi a una "relatio post disceptationem" che recepiva queste aperture, hanno suggerito una correzione di rotta che, secondo me, almeno in tempi brevi non ci deve far sperare in nessuna novità significativa sul tema dell'accoglienza delle persone omosessuali da parte dei vertici della Chiesa cattolica...

E allora cosa resta - ci si può chiedere a questo punto - delle aperture che papa Francesco aveva fatto due anni fa? Da un lato ci potranno essere alcuni gesti che la Santa Sede potrà fare per far capire che, comunque, c'è una inversione di rotta. Se, come credo succederà, la Segreteria dei Stato vaticana darà il suo gradimento all'ambasciatore francese Laurent Stefanini, dichiaratamente gay, alcune cose scritte nelle "Considerazioni" del 1992, verrebbero smentite - in particolare quelle in cui si afferma che "non vi è alcun diritto all'omosessualità" (punto 13), o quelle in cui si stigmatizzano "le persone omosessuali che dichiarano la loro omosessualità" (punto 14).

Dall'altro c'è il riconoscimento ufficiale del fatto che, su certi temi (come l'atteggiamento da tenere nei confronti delle persone omosessuali e dei loro diritti), quello che la Chiesa insegna non è vincolante né per la coscienza dei fedeli né per i vescovi, il cui compito di operare "in comunione e sotto l'autorità del Sommo Pontefice" (Decreto Christus Dominus sulla missione pastorale dei vescovi, punto 3) non li obbliga a non intervenire quando, su un tema come questo, sentono il dovere di fare presenti alcune istanze particolari.

Una chiesa in cui finalmente si parla chiaro è magari una chiesa in cui si litiga di più, ma è anche una chiesa che inizia a superare l'ipocrisia che l'avvelena.

Gianni

 

 

 

 

 

 

 

Campagna omofoba di NCD la foto è un plagio

  • Giovedì, 28 Maggio 2015 11:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
28 05 2015

Ieri vi avevamo mostrato la campagna del NCD affissa perle strade di Modena, enclave di Carlo Giovanardi. In primo piano c’era una coppia di uomini con un carrozzino e la scrittaI bambini non si comprano.

In tanti avevate notato che i due papà erano troppo sorridenti e carini per veicolare un messaggio contro le famiglie gay. Anzi, a guardarli, mano nella mano, sembrava che volessero dire tutt’altro. E in effetti, così era.

L’immagine usata dal NCD è di un illustratore tedesco, Robert Kneschke, disponibile (a pagamento) su diverse agenzie online: Fotolia, Shutterstock e Bigstock.Quando il nostro articolo è cominciato a girare sui social network, un utente di Facebook, Francesco T, ha intuito che potesse essere un plagio e ha scritto all’autore dell’illustrazione.

Nemmeno 24 ore che è arrivata, perentoria, la risposta di Robert Kneschke. L’illustrazione, secondo i termini d’utilizzo delle tre agenzie, Fotolia, Shutterstock e Bigstock, non può essere né modificata, né essere sostenere partiti politici o campagne elettorali, né utilizzata per denigrare o attaccare un gruppo di persone. Cosa che, invece, i signori del NCD hanno bellamente fatto – tra l’altro, nell’immagine usata dal partito di Alfano e Giovanardi, uno dei due papà non ha i capelli (forse per renderlo meno simpatico?).

Non è chiaro se l’NCD abbia comprato oppure no la foto: «Ancora non ho avuto un feedback da alcune agenzie – scrive Kneschke – e NCD ancora non ha risposto alla mail che gli ho inviato». Resta il fatto che «quelli di NCD non sanno nemmeno leggere un contratto» – ennesima testimonianza della pochezza di certi soggetti.

E così Robert Kneschke e il suo team hanno deciso di realizzare l’immagine che vedete in apertura (è gratis) «Per ricordare da che parte sta la coppia gay dell’illustrazione e celebrare il voto irlandese per il matrimonio egualitario».

haring"Qui con voi percepiamo che lo stesso rispetto che per oltre 30 anni abbiamo riservato al nostro prossimo, oggi ci viene restituito". Paola e Stella, insieme da 31 anni, subito dopo aver iscritto la loro unione nel registro inaugurato in Campidoglio così hanno sintetizzano molto bene, idealmente per tutte le coppie che ieri si sono registrate, ciò che in Italia è ancora negato.
Aurelio Mancuso, Cronache del Garantista ...

Corriere della Sera
21 05 2015

«Il matrimonio gay sta diventando sempre di più l’emblema di una società moderna e l’Irlanda si sta muovendo verso una nuova era». Katherine Zappone è teologa americana ma siede nel Senato di Dublino, è lesbica ed è una delle animatrici della campagna per il «sì» nel referendum di domani che deve ratificare o respingere la legge sui matrimoni gay. Un appuntamento storico.

La Tigre Celtica è sempre stata un fortino del cattolicesimo. Ma le cose sono cambiate. Negli anni Settanta novanta irlandesi su cento dichiaravano di andare a messa almeno una volta alla settimana. Oggi, lo rivela una ricerca dell’Associazione dei Preti cattolici, sono appena 35 su cento.

La Chiesa si è indebolita e il suo messaggio dottrinale non è più il faro di una volta. Ecco perché questa consultazione che ha lo scopo di riscrivere un articolo della Costituzione, consentendo le nozze fra persone dello stesso sesso, potrebbe dare un esito in forte controtendenza rispetto alla storia del passato.

Tom Inglis, professore universitario a Dublino e sociologo, sintetizza: «Il tempo in cui la Chiesa era la coscienza morale dell’Irlanda è chiuso per sempre».

Il dibattito che accompagna le ultime battute referendarie è visibile, intenso, appassionato. I partiti, centrosinistra laburista, centro e centrodestra, sono tutti a favore della legalizzazione (l’hanno già approvata in Parlamento). Il governo pure. Ma ciò che conta è la società e soprattutto lo sono i segnali che da lì arrivano. Se è scontata la partigianeria (per il sì) di moltissimi manager (il capo di Google Ronan Harris: si tratta di rispettare il diritto all’eguaglianza), di scrittori (a cominciare da Roddy Doyle, Colm Tóibín, Catherine Dunne) e di attori (Colin Farrell) lo è assai meno la posizione assunta da alcuni gruppi cattolici e da singoli preti. Ad esempio il sacerdote Iggy O’Donovan che annuncia di votare «nel rispetto della libertà di altri che sono diversi da noi». Sì. E non è una mosca bianca. Padre Sean McDonagh, dell’Associazione dei Preti, spiega che la Chiesa «può riguadagnare una posizione di autorità se si mette al passo del mondo moderno». Oppure l’associazione «Noi siamo la Chiesa» secondo la quale «non si distrugge l’istituzione del matrimonio e della famiglia ma la si rafforza».

Il mondo cattolico irlandese è diviso. E l’istituzione ecclesiale, consapevole di questa frattura, ha preso una posizione ferma ma non condizionante e non ultimativa, più prudente. I vescovi d’Irlanda si sono limitati a scrivere una lettera pastorale alle 1.360 parrocchie, «Il significato del matrimonio», e a predicare durante le funzioni spiegando le ragioni del «no». Il discusso arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, ha invitato persino a usare un linguaggio «delicato e rispettoso» dato che le associazioni più integraliste (Alleanza per la Difesa della Famiglia e del Matrimonio) si sono scatenate con slogan del tipo «approvare il matrimonio gay è come approvare la legge della sharia nel Califfato dell’Isis». Prese di posizione estremiste che non convincono i fedeli, li allontanano.

Sulla crisi della Chiesa nella cattolicissima Irlanda, che nel 1995 approvò il referendum sul divorzio con appena 9.114 voti di scarto (lo 0,56%), pesano gli scandali sulla pedofilia, le vergognose coperture offerte dalle gerarchie ai sacerdoti e alle suore macchiatisi di violenza sui minori, la doppia vita dei «pastori» in spregio degli insegnamenti che offrivano. Pochi hanno dimenticato i casi del vescovo Eamon Casey e del prete Michael Cleary che erano sul palco ad accogliere papa Giovanni Paolo II nel 1979 davanti a un milione di pellegrini. Si scoprì poi che uno aveva avuto un figlio da una donna americana e il secondo ne aveva fatti due con la perpetua.

La cronaca in questi anni ha lasciato un segno profondo nella comunità. L’ha disorientata. Il referendum è il termometro di un’Irlanda cambiata.

Tutti dicono che il matrimonio gay sarà approvato ed entrerà nella Costituzione. Ma è da vedere. Sarà decisivo il voto dei giovani, in grande maggioranza a favore, e delle donne, specie a Dublino, come fu nella consultazione sul divorzio quando fecero pendere la bilancia verso il sì. Per quello che vale, un piccolo indizio lo offre Rita O’Connor, 83 anni, religiosissima, ogni giorno in Chiesa: «Come voterò? Voterò per i gay, non ho proprio nulla contro di loro».

Fabio Cavalera

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