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"Non cambieremo candidato". L'Eliseo fa sapere che non ci saranno ripensamenti sulla scelta di nominare Laurent Stefanini come ambasciatore alla Santa Sede. [...] Nominato da quattro mesi, Stefanini non si è ancora mai insediato perché il Vaticano non ha dato il gradimento che richiede normalmente la procedura. L'ex capo del protocollo del ministero degli Esteri ha già lavorato all'ambasciata francese presso la Santa Sede, ma è anche un omosessuale dichiarato, dettaglio che ha messo in crisi la procedura di insediamento. 
Anais Ginori, la Repubblica ...

Le parole degli omofobi diventano coriandoli

  • Giovedì, 09 Aprile 2015 11:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
09 04 2015

Così un’azienda di Dublino ricicla l’odio per finanziare la campagna “Yes equality”.

“Siamo abituati a fare belle cose con la carta, per questo quando abbiamo visto che la carta veniva usata per stampare bugie orrende contro il referendum sul matrimonio egualitario, abbiamo deciso di fare qualcosa”.

Così Daintree Paper, un’azienda di Dublino che realizza prodotti con la carta, spiega come è riuscita a trasformare l’odio omofobico in un modo per finanziare la campagna del sì al referendum del prossimo 22 maggio tramite il gruppo Yes Equality.

L’iniziativa si chiama “A Shred of Decency” (letteralmente “Un brandello di rispetto”) e non fa altro che raccogliere i volantini diffusi da chi fa propaganda contro il matrimonio egualitario, stampare slogan dello stesso tipo diffusi su internet o quelli raccolti e inviati dai clienti e poi ridurre la carta usata per la stampa in coriandoli a forma di cuore da usare durante le cerimonie dei matrimoni gay.

“Ogni volta che queste brutte bugie vengono stampate – spiegano nello spot dell’iniziativa -, noi realizzeremo bellissimi coriandoli”. Secondo i sondaggi, gli irlandesi favorevoli al matrimonio tra gay superano di gran lunga il quorum necessario alla vittoria del sì.

Secondo alcuni rilevamenti, sarebbero il 70 per cento, ma secondo altri si arriva all’80 per cento.Qualche giorno fa, inoltre, il parlamento ha definitivamente approvato la legge che consente alle coppie gay e lesbiche di adottare bambini.

Essere gay in un campo profughi

  • Venerdì, 03 Aprile 2015 13:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
03 04 2015

Sono 37 le nazioni africane che criminalizzano le relazioni omosessuali. Di queste, ben quattro consentono ancora la pena di morte nei confronti delle persone LGBTI. Attualmente solo una nazione africana garantisce la parità di diritti, il Sud Africa, dove però troppo spesso le leggi non vengono applicate.

NIGERIA - Negli ultimi mesi la Nigeria, il Gambia e l’Uganda hanno inasprito le loro pene nei confronti delle persone LGBTI. La prima ha introdotto una legislazione anti-gay, il “Same-Sex-Marriage Prohibition Act”, allo scopo di impedire i matrimoni fra persone dello stesso sesso, una pratica quasi sconosciuta nel Paese, dove l’omosessualità è illegale. Il divieto del matrimonio fra persone dello stesso sesso (o divieto di unione, Act 2013) prevede le seguenti sanzioni:

fino a 14 anni di carcere per chiunque entri in un contratto matrimoniale o in un unione civile. L’unione civile copre anche le relazioni fra conviventi , se persone dello stesso sesso;

fino a 10 anni di reclusione per chi non testimonia o sostiene il matrimonio fra persone dello stesso sesso;

Fino a 10 anni di reclusione per chiunque “registri, operi o partecipi in attività in locali o in società gay”;

fino a 10 anni di carcere per chi fa manifestazioni pubbliche “dirette o indirette” ed esprime solidarietà alle coppie gay.

La Nigeria è il secondo paese al mondo con il numero più alto di malati di HIV fra la sua popolazione. La legislazione punitiva promuove comportamenti a rischio, impedisce l’accesso agli strumenti di prevenzione e ai trattamenti e acuisce lo stigma delle disuguaglianze sociali che rendono le persone più vulnerabili all’infezione da HIV e alla malattia.

GAMBIA – Verso ottobre 2014 il Presidente del Gambia, Yahya Jammeh ha approvato un nuovo reato di “omosessualità aggravata”, che è punibile con l’ergastolo, ed è stato aggiunto al codice penale. Fra coloro che possono essere accusati di omosessualità aggravata ci sono i delinquenti seriali e le persone con l’HIV (ritenute spesso essere gay o lesbiche). Questa criminalizzazione dell’attività sessuale nel Gambia viola il diritto internazionale. Le disposizione vaghe e imprecise di questa legge potrebbero essere utilizzate in modo inappropriato, arrestando chiunque venga riconosciuto come gay o lesbica, contribuendo ad alimentare l’ostilità ed il clima di tensione e di paura che già aleggia nella comunità LGBTI.

Human Rights Watch ha dichiarato che queste normative hanno portato ad un incremento delle violazioni dei diritti umani, tra cui arresti, abusi da parte della polizia e sfratti. Dopo queste azioni anche Amnesty International ha accusato il governo del Gambia di aver torturato i cittadini arrestati nell’ultimo periodo, precisando che la guardia presidenziale ha costretto cinque persone a confessare, tra cui un ragazzo di 17 anni e tre donne. Per via di queste continue persecuzioni, molte persone LGBTI lasciano spesso le zone rurali per aree urbane più tolleranti o migrano verso paesi vicini che offrono un maggior riconoscimento di tutela giuridica.

UGANDA - Seguendo la stessa linea legislativa della Nigeria, l’Uganda ha approvato nel febbraio 2014 una legge firmata dal Presidente Yoweri Musuveni, l’Anti-Homosexualy Act, che inaspriva le pene nei confronti degli omosessuali con il carcere a vita. La legge fu presentata nel 2009 da David Bahati, un membro del Parlamento ugandese, e venne in seguito modificata. La prima versione contemplava ancora la pena di morte. L’Uganda criminalizza i gay sulla base di una vecchia legge sulla sodomia, ereditata nel periodo della colonizzazione britannica, anche se le punizioni sono state notevolmente rafforzate dal 1990. La sezione 140 del codice penale punisce: “la conoscenza carnale dell’ordine contro natura” (fonte Human Rights Watch).

Anche se l’Anti-Homosexuality Act è stata abrogata ad agosto 2014, la situazione non è molto migliorata, e molti omosessuali continuano la loro fuga verso il Kenya. Secondo i dati dell’associazione per i rifugiati ORAM, i gay ugandesi si rifugiano spesso in Kenya per sfuggire alla detenzione e alla persecuzione, motivo per cui sono anche più a rischio di violenze sessuali.

TORTURE E DISCRIMINAZIONI NEI CAMPI PROFUGHI - I dati dicono che 58 ugandesi LGBTI fuggiti in Kenya hanno sperimentato violenza e discriminazione nel campo profughi di Kakuma. Dalle cifre pervenute nel 2012 dal campo profughi di Dadaab, al confine con il Kenya e Somalia, sono state registrati quasi 6000 nuovi arrivi solo dalla Somalia. Ad agosto 2012, il numero totale di rifugiati registrati e di richiedenti asilo era di oltre 630.000. Fra questi anche molte persone LGBTI, che durante i loro spostamenti possono aver subito varie forme di violenza, come stupro, stupro collettivo e sfruttamento sessuale.

I rifugiati che hanno avuto esperienze di violenza sessuale e di genere hanno bisogno di azioni urgenti. Essi sono stati sottoposti a sofferenza fisica o psicologica derivate dallo spostamento e dall’esperienza di violenza.

Ancora molto scarse le informazioni sui rifugiati del Senegal. Nonostante le nostre ricerche, non sono state trovate informazioni concrete sulla qualità di vita nei campi e sui bisogni dei loro occupanti.

Queste sono solo alcuni dei dati di cui disponiamo. In Kenya, ad esempio, esistono due tipi di rifugiati, quelli delle aree urbane che vivono a Nairobi e nelle città vicine, quelli nel Campo di Kakuma.

Le condizioni di entrambi sono orribili. Nel campo di Kakuma, molte persone LGBTI sono state recentemente prese di mira a causa del loro orientamento sessuale; per lo più le aggressioni sono state compiute da sudanesi e somali.

I rifugiati riferiscono che non vi è alcuna protezione da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e la polizia è stata segnalata per minacce alle vittime.

TRAFFICO DI ESSERI UMANI E ‘FINTI OMOSESSUALI’ – Ad aggiungersi a queste polemiche sulla scarsa tutela nei confronti delle persone LGBTI, negli ultimi mesi sono sorte altre difficoltà. A seguito delle ultime notizie sul traffico di esseri umani dall’Uganda al Kenya sembrerebbe che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) abbia bloccato consapevolmente le registrazioni per le richieste di asilo, per evitare di essere complice del “popolo di contrabbando”e delle spregevoli truffe in atto, che coinvolgono alcune persone eterosessuali mascherate da persone gay perseguitate.

Ci è stato segnalato che l’ONU è stata avvertita più volte da alcuni ragazzi ugandesi ospiti nei rifugi circa il numero crescente dei casi di persone omosessuali usate come copertura per le “tratte di esseri umani”. In buona fede la comunità LGBTI si era lamentata molti mesi fa di un gran numero di “eterosessuali” abusivi, che dopo aver sostenuto il viaggio dall’Uganda si recavano ai campi di Nairobi e Kakuma per accedere alla registrazioni imposte dall’ONU.

Ci viene segnalato anche un massiccio traffico di eterosessuali che è visibilmente aumentato negli ultimi mesi, non è più un’impresa di alcuni individui senza scrupoli che tenta di introdursi nel meccanismo, è diventata una vera e propria attività, con l’obiettivo di screditare coloro che sono in procinto di essere classificati come “Migranti Economici”. L’ultimo lotto di 76 falsi “omosessuali” che ha effettuato la registrazione presso le Nazioni Unite, circa due settimane fa, ha prontamente detto di essere stati istruiti per raccontare la storia della “persecuzione verso le persone gay”.

Questo fatto resta inquietante per tutte le persone LGBTI “genuine” ancora perseguitati a Kampala, coinvolti in torture, violenze e prigionia, con prove documentabili, che ora vengono messe in dubbio; le registrazioni sono state chiuse e l’assistenza finanziaria è bloccata a tutti gli ugandesi.

Alcuni gruppi provenienti dall’Uganda hanno provato a porre obiezioni, ma per un certo periodo vi avevano rinunciato.
Dalle ultime notizie da Kampala è emerso che i rifugiati LGBTI ugandesi nel campo di Kakuma e quello di Nairobi hanno protestato mercoledì 11 marzo 2015, davanti agli uffici dell’UNHCR, che ha chiamato la polizia.

Facciamo quindi un appello urgente alle Nazioni Unite e alle Comunità Internazionali amiche empatizzanti perché ci diano una mano a risolvere questa situazione. La comunità LGBTI conta di più di trecento richiedenti asilo e di rifugiati provenienti dall’Uganda, che vivono attualmente in Kenya e affrontano sfide difficili. Chiediamo un sostegno diretto o un aiuto a tutte le persone di buona volontà possano assistere l’UNHCR e la sua agenzia esecutiva HIAS per la fornitura regolare dei loro servizi.

Le lacune nella fornitura di protezione e dei servizi umani che ci sono state segnalate dai migranti LGBTI hanno portato a diverse contese, che attualmente minacciano la vita della comunità omosessuale in Kenya. Comunità che esprime una forte amarezza nel dichiarare che spesso non si sente ascoltata dal’UNHCR e dall’HIAS in Kenya, ma si vede rispondere di portare riconoscenza per ciò che viene fatto per loro.

DEFINITIVO - “Le nostre preoccupazioni sembrano cadere nel vuoto”, dichiarano esponenti della comunità LGBTI”, o cercano di essere soddisfatti con rimproveri difensivi e accuse di cattiva condotta”. Questo comportamento sta causando una perdita di fiducia della comunità LGBTI nei confronti dell’UNHCR e la sua agenzia HIAS in Kenya. Con questo articolo vorremmo portare le persone a riflettere su una realtà ancora poco conosciuta, ma importante per quanto concerne i diritti umani fondamentali.

La nostra associazione International LGBTI Support si sta impegnando in una Campagna di Supporto per i Rifugiati LGBTI in Kenya e in Senegal, per aiutare a sconfiggere la discriminazione in tutti i paesi, non solo quelli dell’Unione Europea. Per fare questo crediamo possa essere importante entrare in contatto con altre realtà, spesso ancora a noi sconosciute.

Negli ultimi mesi insieme ad altre associazione Partners fra cui Uganda gay on Move, ORAM, Ilga Pan Africa, African HCR, abbiamo lanciato il progetto “case sicure” per costruire alloggi per la comunità LGBTI dove possano restare in attesa dei documenti per le richieste di asilo. Speriamo che le persone ci vogliano sostenere e supportare in questa impresa. Per ulteriori informazioni sui nostri programmi, potete contattarci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tobias Pellicciari – International Support Ugand

Il Fatto Quotidiano
03 04 2015

In passato, nella lista nera finirono titoli insospettabili. Mary Poppins, per esempio: nel 1938, la bambinaia più famosa del mondo fu accusata di fomentare “la sottomissione cieca alla governante”. Oggi a terrorizzare “benpensanti”, gruppi di destra e ultracattolici sono soprattutto i racconti di famiglie gay, storie illustrate e fiabe con due mamme e due papà. Proprio come Piccolo Uovo, libro distribuito negli asili, che ha scatenato l’ira della Lega Nord e di Forza Nuova. Il suo caso è solo uno degli ultimi tentativi di censura dei volumi dedicati ai più piccoli. Un fenomeno che oggi prende di mira soprattutto i temi dell’omosessualità e della transessualità, e che mette in allarme l’Aib, l’Associazione italiana dei bibliotecari. Tanto che sull’argomento ha voluto dedicare un incontro alla 52esima edizione della Fiera del libro per ragazzi di Bologna: “Le raccolte di ogni biblioteca devono riflettere gli orientamenti attuali e l’evoluzione della società e non possono essere soggette ad alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa”.

I casi - In tutta Italia se ne contano decine, e non tutti finiscono sui giornali. A febbraio, a Carate Brianza, la comparsa in biblioteca del libro illustrato ‘Ho 2 mamme‘ ha alzato un polverone, dividendo la città. Da Milano la vicenda è arrivata fino a Roma con alcuni consiglieri comunali di centrodestra che, raccogliendo la protesta di un gruppo di genitori, hanno presentato un’interrogazione in Senato per denunciare “la propaganda delle famiglie omosessuali“. Due mesi prima, in provincia di Nuoro, un gruppo di genitori, sostenuto da un sacerdote, si era mobilitato per fare piazza pulita di alcuni libri scelti per un’iniziativa anti-discriminazioni di genere. Andando ancora più in là nel tempo si arriva in Emilia. Nel 2003, a Fanano, nel modenese, una bibliotecaria era stata multata e accusata di spaccio di materiale pornografico (poi assolta) per aver prestato il libro ‘Scopami‘, di Virginie Despentes, a un ragazzo di 14 anni.

“Ne vediamo di tutti i colori”, dice Enrica Manenti, presidente dell’Aib. “A Sesto Calende, ad esempio, per togliere un libro dagli scaffali della biblioteca comunale, il sindaco Marco Colombo l’ha preso in prestito e mai restituito. Non siamo in un regime di censura, è vero, ma sono comunque episodi molto gravi, che toccano nel vivo la professione del bibliotecario”. Per questo la Commissione nazionale biblioteche e servizi per ragazzi dell’Aib ha deciso di creare sul proprio sito una sorta di cronistoria dei casi di censura, con una raccolta di materiali. “Scriveteci e segnalate – è stato l’appello che la bibliotecaria Caterina Ramonda ha rivolto ai suoi colleghi presenti – Una delle censure più gravi è proprio quella che si fa nelle biblioteche, togliendo i libri dagli scaffali. Ci sono titoli che non si riescono a trovare in nessuna biblioteca. Noi vogliamo tenere alta l’attenzione su questo tema”.

A Bologna, in due ore di confronto, editori, scrittori e bibliotecari hanno raccontato l’evoluzione della censura nell’editoria per bambini e per ragazzi, concentrandosi in particolare sulle nuove forme di controllo. La lista di parole, azioni e personaggi messi all’indice è lunghissima. Affonda le radici nei secoli scorsi e arriva fino ai giorni nostri. Oggi a puntare il dito e a invocare le cesoie sono genitori, altre volte insegnanti, altre ancora consiglieri comunali. I motivi sono sempre gli stessi: la salvaguardia della famiglia tradizionale e dell’innocenza dei bambini.

Manuela Salvi, scrittrice classe 1975, ha portato al convegno la sua esperienza personale. I suoi libri hanno come protagonisti personaggi gay, lesbiche e drag queen. E in quelli per adolescenti non mancano scene di sesso. “L’omosessualità non è una parolaccia, nessun bambino ha mai reagito male davanti a questo tema”. Il suo esordio risale al 2005, con Nei panni di Zaff, albo illustrato per bambini dell’asilo, che parla di omosessualità. “Allora non incontrai molti ostacoli. Poi, nel giro di 10 anni, la situazione è cambiata. Gli editori hanno cominciato a chiedermi sempre più modifiche, tagli, autocensure, per evitare di avere problemi. Ma capita anche che alzino la fascia d’età, così che un libro per bambini di 10 anni viene destinato ai ragazzi di 14. Sono limiti che deprimono uno scrittore”. Per questo nel 2012, l’autrice ha deciso di abbandonare l’Italia e volare Oltremanica. E oggi, si definisce “una rifugiata culturale”. “Non si possono negare dei fatti che esistono e ci sono, come le famiglie gay. Altrimenti si crea una dittatura degli adulti che decidono cosa i bambini devono conoscere e cosa no”.

Presente all’incontro anche Francesca Pardi, editrice della casa Lo Stampatello. Si tratta di una piccola realtà che tra i suoi titoli ha anche Piccolo uovo, il libro illustrato che Forza Nuova ha detto di voler bruciare in piazza. “All’inizio, quando abbiamo deciso di iniziare a pubblicare favole sulle famiglie omogenitoriali fu un suicidio imprenditoriale. Il mercato non ci appoggiava. Oggi la censura non è più delle istituzioni, ma arriva sempre più spesso dai genitori, che pretendono di sovrapporsi a professionisti, insegnanti o bibliotecari, imponendo una censura selvaggia. E il paradosso è che nella quasi totalità dei casi queste persone non aprono nemmeno i libri che vogliono eliminare”.

Giulia Zaccariello

Sull' "ideologia del gender" - Intervista a Sara Garbagnoli

  • Giovedì, 02 Aprile 2015 13:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
02 04 2015

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito in Italia all'apparizione nello spazio pubblico di alcuni gruppi che manifestano in difesa di una fantomatica « famiglia naturale » e contro una non meno spettrale « ideologia del genere ». Basti pensare alle « veglie » in piazza delle « Sentinelle in piedi » o ai convegni promossi dall'associazionismo cattolico (Alleanza cattolica, Giuristi per la Vita) patrocinati non di rado da regioni o comuni.

Le lotte e le rivendicazioni di uguaglianza formulate da parte dei movimenti e delle persone lgbtqi (riconoscimento delle coppie di fatto, matrimonio egualitario, riconoscimento dell' omogenitorialità, legge di contrasto alla violenza omo-transfobica) vengono tacciate di essere un attacco a « la famiglia » pensata non come un'istituzione ma come un fatto di natura. Nell'ottobre scorso, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una mozione presentata dalla Lega Nord che impegna la Giunta ad individuare una data per la celebrazione della « Festa della Famiglia Naturale » (sic!) « fondata sull'unione tra un uomo e una donna ». A poche settimane di distanza, la Giunta ha fissato la data all’ultimo giorno di lezioni scolastiche prima della pausa legata alle vacanze di Natale. Una mozione simile era già stata presentata e approvata in Lombardia, presentata anche in tale occasione dalla Lega Nord.

Una tale campagna politica mira a contrastare qualunque forma di avanzamento in termini di uguaglianza giuridica da parte di persone non-eterosessuali. Oltre ad istituire una festa che mira a stigmatizzare le persone omosessuali e i figli delle persone omosessuali, la mozione veneta invita le istituzioni a « provvedere allo stanziamento di pubblici sussidi al fine di garantire ai genitori un’effettiva libertà ». Detto altrimenti, la Regione dovrebbe aumentare i finanziamenti alle scuole private, che, come è noto, sono nella maggior parte dei casi gestite dalla Chiesa cattolica. Come se, poi, la scuola pubblica non versasse in condizioni economicamente drammatiche.

L’esplosione di questa nuova ondata di conservatorismo che si presenta sotto l'etichetta « anti-gender » non è specifica all'Italia. Manifestazioni simili a quelle italiane hanno occupato le piazze francesi in concomitanza con il dibattito parlamentare sull'approvazione della legge che ha aperto il matrimonio civile a coppie dello stesso sesso. Per comprendere meglio la genesi di tale crociata abbiamo fatto alcune domande a Sara Garbagnoli (dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne – École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris) che sta studiando le caratteristiche di questa mobilitazione.

- Da dove nasce il concetto « ideologia del genere »?
La nebulosa espressione « ideologia del genere », così come le sue fantasiose e numerose varianti – « teoria del genere », « teoria del genere sessuale », « teoria del genere queer », « ideologia delle femministe del gender » – non sono concetti o categorie analitiche, ma sintagmi inventati dal Vaticano a fini polemici e politici reazionari. Tali espressioni hanno cominciato a diffondersi in modo virale nel campo mediatico e politico di numerosi Paesi, non solo europei, nel corso dell'ultimo triennio. Il fenomeno ha per ora principalmente toccato due contesti nazionali di tradizione cattolica, la Francia e l’Italia.

Si tratta di due Paesi che sono attualmente attraversati da accesi dibattiti politici che riguardano, da un lato, la questione delle discriminazioni subite dalle persone omosessuali, trans, queer (e eventuali loro figlie e figli) e l’opportunità di prevedere riforme giuridiche che contribuiscano a ridurre tali discriminazioni (se non ad eliminarle) e, dall'altro, la questione degli stereotipi e della violenza di genere e di come la scuola pubblica possa non solo non riprodurli, ma essere un luogo che promuova l'uguaglianza di opportunità tra i sessi. La genesi dell’espressione « ideologia del genere » risale però ad almeno un decennio prima (all'inizio degli anni 2000) ed è il precipitato della reazione della Chiesa cattolica ai documenti discussi e approvati nel corso della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo (organizzata dalle Nazioni Unite al Cairo nel 1994) e della Conferenza mondiale sulle donne (convocata dall'ONU l'anno seguente a Pechino).

Le prime occorrenze del sintagma sono rinvenibili tanto in alcuni lemmi del dizionario enciclopedico Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, redatto da più di settanta autrici e autori sotto l'egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pubblicato in italiano nel 2003 e successivamente tradotto in otto lingue, quanto in interventi di saggisti vicini all'Opus Dei o attivi nell'ambito dell'associazionismo cosiddetto « pro-vita » o promotore delle « terapie riparative » dell'omosessualità. Da allora sono decine i testi pubblicati in numerosi Paesi di diversi continenti da case editrici legate alle strutture della gerarchia ecclesiastica dedicati a presentare i « pericoli » di questa « ideologia », che per la Chiesa sarebbe più dannosa di quella marxista perché, operando attraverso una « manipolazione linguistica », produrrebbe un « indottrinamento » dell'opinione pubblica e la « colonizzazione della natura umana ».

« Ideologia del genere » e i suoi sinonimi costituiscono un repertorio di etichette che funzionano all'interno di un dispositivo retorico reazionario che mira, ad un tempo, ad individuare, deformare e delegittimare un fronte avversario costituito da un insieme assai eterogeneo di attori. Tale dispositivo reazionario si articola in due parti, differenti e complementari. Da un lato – è la pars construens del discorso ecclesiastico sull’ordine sessuale – , viene riformulata la visione tradizionalmente espressa dalla Chiesa sui rapporti tra i sessi. A partire dal pontificato di Giovanni Paolo II, la nozione di sottomissione delle donne agli uomini lascia il passo a quella di « complementarietà naturale » tra i sessi. Esisterebbero « disposizioni » e « missioni » specifiche a ciascun sesso: un «genio femminile » e un « genio maschile » che, per « determinismo fisico » e in accordo con la « legge morale naturale » sarebbero iscritti nella struttura dei loro corpi. Dall'altro – è la pars destruens del discorso vaticano – l’opposizione a qualunque intervento culturale, giuridico e politico di denaturalizzazione dell'ordine sessuale opera attraverso una stigmatizzazione ed una caricaturizzazione della posizione degli avversari. Qui interviene l'invenzione delle etichette « ideologia del genere » and Co. che operano come specchi deformanti.

La principale caricaturizzazione delle ricerche prodotte nell'ambito degli studi di genere consiste nell’invisibilizzazione dell’approccio genetico strutturalista che caratterizza tali lavori. Lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, tali studi indagano il funzionamento dell’ordine sessuale e delle gerarchizzazioni che lo definiscono. Storicamente costruito, l’ordine sessuale è solidamente naturalizzato attraverso un sistema di strutture sociali che iscrivono le norme che lo caratterizzano nelle categorie mentali, nelle categorie istituzionali e nelle divisioni del mondo sociale come fossero un fatto di natura. Da due anni a questa parte, i sintagmi « teoria del genere » e « ideologia del genere » hanno poi cominciato a funzionare anche come vere e proprie categorie di mobilizzazione politica.

Il loro impiego è progressivamente migrato dai testi vaticani per diventare parte degli slogan scanditi da migliaia di manifestanti mobilitatisi (in Francia e in Italia, soprattutto) contro l'adozione di riforme giuridiche miranti alla riduzione delle discriminazioni subite dalle persone non-eterosessuali (matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconoscimento dell'omogenitorialità, legge di contrasto alle violenze omotransfobiche). Entrambe le formule sono costruite attorno alla nozione di genere, ovvero si riferiscono al concetto impiegato a partire dagli anni '70 dalle femministe antinaturaliste per nominare, e, per tale via, disinvisibilizzare il sistema di inferiorizzazione materiale e simbolico subito dalle donne e dalle persone non-eterosessuali. In seno al campo degli studi di genere esistono diverse teorizzazioni, teorie, significati e usi del concetto di genere. Così come pure esistono analisi antinaturaliste dell'ordine sessuale che non impiegano tale categoria analitica.

Per la Chiesa, il genere non è necessariamente da osteggiare – ad esempio il Vaticano stesso propone nel Lexicon una definizione di genere per lui accettabile. Lo è quando è uno strumento analitico che denaturalizza l'ordine sessuale. Le più violente reazioni della Chiesa si sono scatenate non in reazione a interventi o produzioni intellettuali elaborate nell'ambito degli studi di genere, ma in opposizione a interventi giuridici o che toccano i programmi scolastici. Se si osservano le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche, emerge chiaramente come il diritto e la scuola costituiscano gli ambiti in cui si produce un sistema di norme, di categorie di percezione o di azione che può costituire un minaccioso concorrente per il discorso teologico sulla natura e lo statuto dei gruppi sessuali.

Il Vaticano si oppone a qualunque forma di denaturalizzazione dell'ordine sessuale – l'ordine tra i sessi e tra le sessualità è per la Chiesa cattolica dell'ordine del trascendente (il Vaticano è lungi dall’essere la sola istanza a sostenere una tale posizione!) – venga esso dal fronte delle rivendicazioni portate dai movimenti femministi e/o lgbtqi, dalle analisi prodotte nel campo degli studi di genere e sessualità o da politiche messe in atto da istituzioni transnazionali o statali volte a ridurre l'inferiorizzazione patita dalle donne e/o dalle persone omosessuali, trans, queer.

- Quali sono stati i meccanismi di diffusione di questo discorso ?
Come ti dicevo, la retorica cosiddetta « anti-gender » dai suoi inventori e promotori ha cominciato a circolare in testi redatti dal Vaticano, in particolare dal Concilio Pontificio per la Famiglia e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, all'inizio degli anni 2000. I primi interventi sono simultaneamente pubblicati in diverse parti del mondo : in Italia, in Spagna (all'Università di Navarra, fondata e gestita dall'Opus Dei), in Perù, in Ecuador, negli Stati Uniti (penso agli scritti di Dale O'Leary). Ma fino agli inizi degli anni 2010, la « teoria del gender » attraversa un periodo di relativa latenza, anche se convegni per « rivelarne i pericoli » cominciano ad essere organizzati dall'associazionismo cattolico in Spagna e in Italia. (Detto tra parentesi l'uso polemico di gender in inglese riattiva il topos conservatore secondo cui tale concetto sarebbe un'importazione made in USA, estraneo a contesti culturali e sociali non anglofoni al punto da essere intraducibile!).

La circolazione del discorso costruito attorno all'etichetta « ideologia del genere » opera principalmente attraverso le strutture transnazionali della Chiesa cattolica (in particolare attraverso le Conferenze episcopali nazionali, i Concili e le Accademie pontificie). L'Opus Dei, « prelatura personale » che dipende direttamente dal Romano Pontefice, è un altro dei principali vettori della crociata. La struttura transazionale della Chiesa e le sue ingenti risorse economiche hanno permesso una diffusione rapida e capillare non solo del dispositivo retorico di cui l'etichetta « teoria del genere » è il cardine, ma anche della strategia di comunicazione e di presentazione di sé degli attivisti che l'hanno veicolata e, nel corso delle manifestazioni di piazza, incarnata (stesso logo, stessa grafica, stessi slogan). Una delle caratteristiche di tale crociata è stata proprio quella di poter coniugare una dimensione strutturalmente transnazionale (che spesso passa inosservata nei diversi contesti nazionali in cui essa si dispiega) ad una grande capacità di adattamento ai differenti spazi nazionali (penso, ad esempio, al diverso uso della nozione di omofobia o al riferimento al femminismo in Francia e in Italia).

- Quali i motivi del suo successo sia a livello sociale che istituzionale?
La domanda è tanto importante quanto difficile è la risposta! Per poter fornire qualche elemento di risposta e di riflessione, direi che una tale etichetta ha funzionato politicamente come un segnale di adunata che, costituendo un nemico comune, ha permesso la costituzione di un vasto fronte di mobilizzazione che va ben oltre la Chiesa cattolica e riunisce istanze (religiose o meno) che difendono l'idea della trascendenza dell'ordine sessuale. L'espressione è, poi, uno slogan ed uno specchio deformante di analisi e rivendicazioni (spesso non omogenee, né comparabili), che ha facilmente impressionato i media, anche grazie alle « strategie di presentazione di sé » dei militanti che l'hanno impiegata. In pochi mesi, in Francia e, poi, in Italia sono spuntati come funghi nuovi gruppi militanti che si presentano sotto nuove vesti, rielaborando sovente codici di presentazione di sé dei loro avversari.

Una tale operazione di lifting formale si è combinata con forme di eufemizzazione delle retoriche utilizzate. Il pathos ha lasciato il passo al logos (in realtà a forme di tautologia!): dalla patologizzazione delle persone queer si passa ad affermare che la famiglia naturale esiste e che è quella coniugale ed eterosessuale. Si inventa la figura del bambino che avrebbe diritto ad una madre e ad un padre (ma i bambini non hanno diritto di crescere con i genitori che li hanno voluti e che li amano in un ambiente che non li discrimina in base al sesso o al numero dei genitori?). Si lotta in nome della « libertà di espressione » presentandosi come le vittime di una dittatura colonialista – tra le icone usate dai militanti reazionari c'è Gandhi! – (ma i pregiudizi sull’inferiorità delle persone omosessuali e trans non cozzano contro il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla nostra Costituzione?).

I militanti « antigender » si dicono apolitici laddove i principali attori della campagna sono, prendo il caso dell'Italia, gli stessi che si sono mossi in occasione del Family Day del 2007. Tra di essi: il Forum delle Associazioni familiari, e, tra i più attivi, Giuristi per la Vita, Alleanza cattolica (cui, ad esempio, le «Sentinelle in piedi» sono giuridicamente riconducibili). La « teoria del genere » è, dunque, un'etichetta-slogan al cuore di un dispositivo retorico che riformula una visione in cui l'eterosessualità e la complementarietà tra i sessi sono pensati come fatti di natura. Il sintagma è pensato per impressionare e convincere non gli avversari – che d'altronde non possono riconoscersi nella caricaturizzazione delle loro posizioni – ma i terzi: i legislatori, i parlamentari, i giornalisti, gli elettori sono i veri destinatari di tale discorso.

- Come vedi in questo momento la situazione in Europa e in particolare in Italia?
Il periodo politico che stiamo attraversando mi pare particolarmente preoccupante, caratterizzato com'è da un neoliberalismo e da un neoconservatorismo egemonici e, per così dire, autorinforzantisi. Ciò produce, da un lato, una doxa in cui il mondo sociale è pensato come luogo di incontro ed interazione tra individui (e non tra classi sociali legate da rapporti di dominazione) e, dall'altro, forme di riontologizzazione dei gruppi (in particolare dei gruppi di sesso!). L'acritica reazione dei media francesi rispetto alla retorica dei conservatori dell'ordine sessuale durante il dibattito parlamentare sulla legge detta “mariage pour tous” è stata sconfortante. Non solo, salvo rarissime eccezioni, non hanno analizzato la genesi e il contenuto del discorso cosiddetto « anti-gender», ma hanno contribuito a veicolarlo! Non di rado una delle domande che venivano formulate agli invitati nei diversi media era: « Lei è a favore o contro la teoria del genere? ».

La forza, la violenza e il successo di una tale crociata reazionaria hanno anche prodotto forme di reazione collettiva da parte di militanti o ricercatori. Penso, ad esempio, al convegno Habemus Gender! Decostruzione di un contrattacco religioso che ha riunito decine di ricercatrici e ricercatori all'Université libre de Bruxelles nel maggio del 2014, costruendo uno spazio di dialogo e di confronto che ha permesso di indagare il modus operandi di tale dispositivo reazionario, studiandolo in modo diacronico e sincronico. Da un lato, esso è apparso come una rielaborazione inedita di ben note posizioni reazionarie della Chiesa in tema di questioni sessuali.

In tal senso, « l'ideologia del gender » è un nuovo episodio nella lotta di più lunga durata che il Vaticano conduce nei paesi di tradizione cattolica per il mantenimento del privilegio di definire cos'è famiglia (o coppia) in un dato contesto nazionale. Dall'altro, lo studio comparato di tale dispositivo ha permesso di far emergere come esso si declini plasticamente a seconda dei diversi contesti nazionali. In Italia sono state molte le forme di risposta militante alle veglie delle Sentinelle di Alleanza cattolica. Sono inviti per tutt* noi a continuare a lottare per contrastare la forza e la pervasività del sistema di inferiorizzazione materiale e simbolica delle persone omosessuali, trans e queer.

Sara Garbagnoli « 'L'ideologia del genere': l’irresistibile ascesa di un’invenzione retorica vaticana contro la denaturalizzazione dell’ordine sessuale », About Gender. Rivista internazionale di studi di genere, Vol 3, N° 6 (2014), pp.250-263, consultabile on-line (previa registrazione)

Loris Fuschillo


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