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Il Manifesto
20 10 2015

Erri de Luca, non se l'aspettava un'assoluzione, vero?
Per mio temperamento sono sempre preparato al peggio ma in questo caso i pronostici erano impossibili perché si è trattato di un processo sperimentale: nessuno scrittore era mai stato incriminato prima con questo arnese del codice fascista l'istigazione - che risale al 1930. ...

Eleonora Martini
l'Unità
25 09 2015

#FreeNimr arriva a Ginevra, e trova nuovi consensi e argomenti rafforzativi.

Ali al-Nimr è un giovane saudita, condannato a morte da un tribunale di Riad quando aveva 17 anni, oggi ne ha 21. E se non interverranno fatti nuovi fra pochi giorni verrà decapitato e il cuo corpo crocifisso, esposto in pubblico. Una barbarie di Stato.

La campagna lanciata da l'Unità trova ascolto e sostenitori autorevoli ai vertici delle agenzie delle Nazioni Unite che si occupano dei diritti umani e dei minori. ...

"Salviamo il giovane Ali. L'Occidente fermi Riyad"

"L'Occidente si indigna giustamente di fronte alle videodecapitazioni dei fanatici oscurantisti dello Stato islamico, [...] ma quando a decapitare e crocefiggere un ragazzo sono gli "alleati" sauditi l'indignazione sembra scomparire".
Umberto De Giovannangeli, l'Unità ...

"In Messico hanno ucciso la libertà"

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 10:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Stampa
07 08 2015

In un'intervista dello scorso primo luglio, il fotografo della rivista Proceso e dell'agenzia Cuarto Oscuro Ruben Espinosa aveva detto: "La morte ha scelto Veracruz come sua dimora e ha deciso di vivere lì".

Trenta giorni dopo, il 31 luglio, quella stessa morte ha trovato anche lui in un appartamento di Città del Messico, portandoselo via nudo e con un colpo di pistola alla testa.

Sembra che la morte non voglia vivere solo a Veracruz, ma in tutto il Pese, dove è stata invitata a farlo dall'impunità e la corruzione dilaganti, e dove ha ucciso più di 80 giornalisti negli ultimi dodici anni. ...

Le persone e la dignità
02 07 2015

Il giornalista turco Mehmet Baransu, editorialista del quotidiano Taraf e vincitore del premio del giornalismo Sedat Simavi nel 2009, è stato condannato a 10 mesi di carcere per aver insultato su Twitter il presidente Recep Tayyip Erdogan quando era ancora primo ministro. Il giornalista è un editorialista del quotidiano Taraf e si trova già in prigione nell’ambito dell’inchiesta del golpe Martello, nome in codice di un presunto piano per un colpo di Stato militare ai danni del partito islamico di governo, l’Akp di Erdogan, che risalirebbe al 2003.

Nel corso del processo Baransu si è dichiarato non colpevole e ha chiesto la sua assoluzione sostenendo che ci sono otto account Twitter falsi con il suo nome.

“Alcuni tweet che non ho scritto sono considerati miei. Quelli che ho fatto dal mio vero account riguardano eventi pubblici e non contengono insulti – ha affermato il giornalista durante l’udienza in tribunale martedì 30 giugno -. Perché Erdoğan ha pensato che mi riferissi a lui quando ho parlato di ladri senza fare nessun nome. Voglio che gli sia chiesto se pensa di essere un ladro”.

Il pubblico ministero Sıddık Çinko aveva chiesto che il giornalista fosse condannato a sette anni di prigione per aver “insultato e ricattato” Erdogan quando era primo ministro. Il giudice ha dapprima deciso per un anno di prigione ma poi ha ridotto la pena a dieci mesi in considerazione del passato dell’imputato, delle sue relazioni sociali e del suo comportamento durante il processo. Baransu è stato anche indagato per i suoi articoli sul massacro di Uludere, il 28 dicembre 2011, in cui 34 civili furono uccisi vicino al confine con l’Iraq a causa di un attacco aereo dei militari turchi. Secondo l’accusa il giornalista avrebbe rivelato il contenuto di documenti ufficiali che dovevano rimanere segreti per tutelare la sicurezza nazionale.

“Dopo la sua testimonianza – ha spiegato il suo avvocato Sercan Sakallı – la corte ha deciso di non avallare la richiesta di arresto ma aprire un’inchiesta su articoli scritti quattro anni fa è una provocazione che mostra la situazione pietosa in cui è versa il nostro sistema giudiziario. Noi pensiamo che i giudici agiscano su mandato del gornato”.

Il giornalista è in prigione dal primo marzo per l’inchiesta sul golpe Martello in cui è accusato “di aver formato un’organizzazione criminale e di aver distrutto documenti importanti per lo Stato”.

Monica Ricci Sargentini

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