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"Qual è l'alternativa a Renzi? lo sto sempre con Rosa Luxemburg: socialismo o barbarie. E l'alternativa è il tessuto resistente di soggetti. Gli stessi che rivendicano il sacrosanto diritto di difendere il territorio in Valsusa, a Niscemi o Vicenza, dove perfino decidono gli Usa sulla testa dei cittadini". ...

Il Fatto Quotidiano
28 02 2014

La foto ‘storica’ che ritrae le cinque ministre della Difesa alla riunione Nato (Italia, Norvegia, Albania, Germania e Olanda) è stata salutata come un evento, e lo è.

Si tratta della prima volta, in assoluto, che così tante donne ricoprono questo ruolo in Europa.

Guardo l’immagine, che le ritrae sorridenti ed eleganti, mentre si tengono a braccetto, e mi chiedo perché non provo quella gioia e quell’orgoglio che dovrei sentire.

Non ho, non abbiamo lottato in tutti i modi possibili (raccogliendo i frutti e i lasciti delle femministe più anziane) anche perché una nostra simile potesse ricoprire una carica così importante, rompendo il tetto di cristallo che bloccava le donne nell’accesso di alcuni luoghi, alcuni poteri, alcune funzioni che solo gli uomini avevano il privilegio di incarnare?

La discussione sulla necessità di praticare il principio paritario del 50 e 50 è stata difficile, irta di asperità e trappole: da una parte un teorico giusto bisogno di sanare la palese ingiustizia della finta rappresentanza, perché non c’è uguaglianza se non si può essere dovunque. Ma se questo è vero, come fare per tenere insieme il principio di quantità della parità formale con l’assoluto bisogno di qualità e di contenuti?

Grave dilemma: agli uomini non si è mai chiesto di garantire quantità e qualità, visto che erano sempre i soli a gestire il potere, (dalla famiglia al Parlamento), e più che la qualità valeva il principio di cordata e di fedeltà alla linea di una ideologia.

Le donne, non previste dalla storia plasmata, narrata e tramandata dagli uomini, in politica sono sempre state comunque ospiti, e nonostante le cariche acquisite sono facilmente depotenziabili: con l’insulto sessista o con il riporle nella ‘naturale’ dimensione sociale attraverso colorite disamine (di stampa e tv) sull’acconciatura, sull’abbigliamento, sulla fisicità: difficile che a un uomo sia riservato un trattamento così umiliante, svalorizzante e banalizzante.

Così, ora che c’è un fiorire di ministre al governo in Italia, (non quella per le Pari opportunità, forse a dire che la matematica di un governo è sufficiente) e ora che le foto ritraggono così tante donne alla Difesa possiamo dirci più forti e realizzate nell’intento di perseguire la parità e le pari opportunità? Non dovrei, non dovremmo essere soddisfatte?

In quella foto c’è una mia concittadina e pressocché coetanea, Roberta Pinotti. L’ho conosciuta e intervistata nel 1997 per la rivista femminista Marea: reduce dall’abbagliante vittoria elettorale dentro al monolitico e assai maschilista ex Pci, diventata assessora in Provincia, Pinotti era ancora fresca dello spirito scoutistico che costituiva il suo robusto background, e lamentava la distanza tra il metodo della condivisione al quale era abituata con quello straniante e solitario del potere. Prometteva ascolto, relazione con le altre donne, dichiarava curiosità verso il mondo dei movimenti. Da allora deve essere successo qualcosa di straordinario, se quella stessa donna dichiarò di recente di preferire come Presidente della Commissione Difesa del Senato Sergio De Gregorio a Lidia Menapace, ottantenne partigiana e femminista nota per le sue convinte e motivate posizioni antimilitariste, pacifiste e nonviolente e rea agli occhi della ex scout di aver dichiarato la sua contrarietà alle esibizioni delle Frecce tricolori.

E mentre l’ex partigiana e fondatrice del Manifesto, appena eletta al Senato aveva già cominciato a prendere contatti con alcuni esponenti illuminati delle Forze Armate, disponibili a ragionare su riconversione del militare, dismissioni di siti per la restituzione di parte di questi alle comunità Pinotti dichiarò, (per bocca di De Gregorio, come riporta Il Fatto Quotidiano):
”Meglio che sia stato eletto De Gregorio, nonostante il suo sia stato un blitz, perché avremmo dovuto combattere con la Menapace, che ha un valore distorto della divisa e delle Forze Armate”. Sarebbe interessante capire di che valore si tratta, ma il sospetto è che non sarà facile far tornare Pinotti su questo argomento.

Peccato, perché molte donne avevano pensato che questa ex scout dall’aria pulita e ispirata dalla passione per la giustizia sociale potesse rappresentare un’occasione di cambiamento rispetto alla mentalità del potere triste e autoreferenziale che lei per prima diceva di avversare.

Solo una coincidenza: in quel numero di Marea l’intervista a Roberta Pinotti (il titolo era Il potere seduce, ma io non ci sto) seguiva un lungo articolo scritto da Lidia Menapace, dal titolo Patti tra donne.

Già, i patti: in che cosa può differire, per cominciare, il modo di usare il potere per costruire cambiamento rispetto all’esistente frusto modello patriarcale della politica? Per esempio facendo dei patti con le donne che non si vogliono uniformare al sistema, e che accettano ruoli istituzionali pubblici ma non rinnegano ideali e valori alternativi rispetto a quelli del dominio.

Quindi non si tratta di essere solo delle donne, fisicamente, perché ciò non garantisce automaticamente distanza dai valori patriarcali, non è un vaccino contro il virus dell’autoreferenzialità, dell’ambizione senza umanità, del primato del pensiero unico. Per fare la differenza bisogna essere differenti, nella testa e nel cuore, e non solo, purtroppo, nei genitali.

Qualche settimana fa un’anziana suora negli Usa ha accettato con serenità la condanna da 5 anni di carcere per avere manifestato contro una struttura militare che produce aerei da combattimento, assai simili a quelli che la nostra ministra della Difesa vuole finanziare. A parte l’età tarda, che forse potrebbe essere un ostacolo (anche se mi risulta che non lo sia per papi e Presidenti) sorriderei a vedere quella suora nella foto tra le ministre, e mi sentirei pacatamente appagata.

Forse la novità di quella foto è che oggi posso criticare una ministra della Difesa, invece che un ministro, grazie anche al contributo di attiviste come Lidia Menapace che hanno lottato perché le più giovani sedessero in Parlamento e poi diventassero titolari di dicasteri. Però non chiedetemi di essere contenta per questo.

Monica Lanfranco

Lidia Menapace. La morale arcaica postmodernizzata

  • Lunedì, 27 Maggio 2013 13:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Tellusfolio.it
27 05 2013

Allo stesso modo che viene chiamato modernità il ritorno sindacale al feudalesimo delle corporazioni, così vien gabellata per postmodernità una morale che dicendosi “globale” ingloba soprattutto i vari fondamentalismi religiosi. Sicché andare a vedere che dice il testo sacro più noto in Occidente e che fa da sostrato alla morale e a volte anche da fonte giuridica positiva (cioè la Bibbia), è fondato.

Andiamo dunque a vedere che cosa dice la legge mosaica, quella appunto che Mosè ricevette un bel po' di secoli prima di Cristo, sul monte Sinai, secondo il racconto biblico. Magari su aborto adulterio libertà delle donne. È interessante vedere che le donne non sono considerate persone, bensì proprietà, almeno da quando il popolo eletto smette il nomadismo e diventa stanziale. Nemmeno la madre ha potestà sul figli: infatti quando Abramo si sottomette alla richiesta divina di sacrificare il suo unico tardivo desideratissimo miracoloso figlio legittimo Isacco (ne ha anche uno naturale dalla schiava Agar, Ismaele, che diventa il capostipite dei popoli arabi) e si incammina con lui verso il monte del sacrificio, non avvisa nemmeno la moglie Sara, che gli mette un muso storico e non gli rivolge mai più la parola.
Faccio riferimento ad alcuni testi che sono stati trasferiti nell'ordinamento cristiano e magari attenuati nella tradizione: ad esempio il comandamento che dice “Onora il padre e la madre” e basta, nella legge di Mosè continua “e non cacciarli di casa quando sono vecchi”. Infatti l'usanza presso i popoli nomadi era di abbandonarli e lasciarli morire: presso i popoli nomadi che non possono avere con sé persone incapaci, chi si ammalava o diventava vecchio/a veniva lasciato indietro e moriva di fame o freddo o malattia o vecchiaia pian piano, pare sia una morte dolce.

Quanto al comandamento che viene considerato una condanna dell'infedeltà coniugale a favore delle donne, quello che dice: “Non desiderare la donna d'altri”, nel testo antico afferma “Non desiderare la roba d'altri, né la sua donna, il suo asino, la sua vacca ecc.” Cioè il comandamento condanna l'invidia verso la proprietà altrui. L'infedeltà coniugale era invece punita con la lapidazione (ancora oggi, in paesi di islamismo fondamentalista) formalmente per ambedue i generi. Non si ha però alcuna notizia di lapidazioni di mariti infedeli e lo stesso Gesù Cristo smaschera l'ipocrisia, quando prende le difese dell'adultera e la libera dalla lapidazione suggerendo ironicamente ai lapidatori senza peccato di scagliare la prima pietra. Si dileguano, a cominciare dai più vecchi, dice il testo evangelico.

Quanto all'aborto, Qohelet un testo di alta poesia, quello di Vanità delle vanità e tutto è vanità, dice: “meglio un aborto che svanisce nel nulla, che una vita infelice”: suppongo si tratti di aborto spontaneo, ma il testo non lo dice e si adatta pure a quello volontario. Invece i testi giuridici sono sempre attenti al danno alla proprietà. “Se uno causa un danno facendo abortire o morire una donna o una cavalla, deve un risarcimento al proprietario della cavalla o al marito della donna”. La stessa impronta proprietaria a proposito di verginità: è richiesta come testimonianza che la merce è fresca e mai usata da altri. Dice il Vangelo che Giuseppe, che era un giovanotto gentile e discreto, trovata incinta Maria prima che si fossero sposati, la rimanda a casa di nascosto, come per protestare la merce che non era secondo i patti. Lo stesso significato ha in tutte le civiltà l'uso di comprare la moglie, e quello di fare la dote alle figlie.

Dopo la Rivoluzione francese non dovrebbe essere più così, ma ci volle una richiesta specifica contenuta nello scritto: “I diritti della donna e della cittadina”, con il quale Olympe de Gouges richiede di avere il diritto di andare a scuola per le bambine, e quello di non morire di parto con adeguata assistenza per le donne. Chiede anche di poter dare il proprio cognome alla figliolanza. L'attuazione tarda molto, perché non si supera una cultura millenaria in pochi decenni.

Finalmente eravamo arrivate ad ottenere alcune cose, che ora nella crisi del capitalismo, il patriarcato vuole riprendersi: la vendetta è molto pesante. Le donne sono sparite dal discorso economico: sembra che ci siano solo disoccupati, esodati, precari, inoccupati, le donne sono coperte sotto la dizione “Famiglia” e vien loro attribuito il compito di mettere in piedi il “Welfare domestico”, cioè di fare tutti i servizi sociali a domicilio e senza salario, vuol dire la schiavitù.

Lo stesso modo per l'aborto: forse non ci sarà lo scontro frontale, che suscita attenzione e muove l'agire, ma -dopo che papa Francesco ha recentemente dichiarato che il prodotto del concepimento è persona fin dal primo attimo del concepimento- lasciano fare all'obiezione di coscienza dei medici: ricomincia l'aborto clandestino pericoloso costoso e criminale. È il capitalismo, ragazze, quando poi si allea col patriarcato ancor più pericoloso e rovinoso: aveva ragione Rosa Luxemburg a dire che quando la crisi del capitale è strutturale, o si fa l'alternativa o si cade nella barbarie: socialismo o barbarie, per ora vincono i barbari.

Lidia Menapace. Habemus papam

  • Venerdì, 15 Marzo 2013 11:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

tellusfolio.it
15 03 2013

Stavo guardando il tg3 delle 19, come sempre quando sono a casa ed è arrivata la notizia e la vista della fumata bianca che ha mandato in pezzi tutti i discorsi sul nuovo papa. Sono rimasta a seguire tutta la trasmissione fino alla fine.

Il nuovo papa mi ha fatto una grande impressione per la sua prestanza e imponenza fisica, soverchiava di tutta la testa i circostanti, era fermo e non emozionato. Ha mostrato subito una grande abilità comunicativa con il parlare semplice e le battute, ha inaugurato un simbolico gestuale notevole, come quello di chiedere al popolo che pregasse per lui e lo benedicesse prima che il papa benedicesse il popolo, ho notato che usa abitualmente il linguaggio inclusivo fratelli e sorelle, uomini e donne.
Ma in testa mi risuonava il suo nome insieme a quello di mons Pio Laghi, un nome infausto e da vergognarsi, mi si ripresentava la rabbia e il rifiuto di Pertini nei confronti di Videla. Mi sono ripromessa di riordinare le impressioni, ma -nelle trasmissioni ufficiali- su quell'oscuro e tremendo periodo della dittatura di Videla si scivola via con frasi a mezzabocca. Insomma vige già una specie di congiura del silenzio. Il nuovo papa ha già messo insieme molti primati, anche quello dei gesti schietti e del parlare non aulico, ma quanto a doppiezza sembra restare entro i confini della consuetudine per di più essendo gesuita (anche questo è un primato, non c'è mai stato finora un papa della compagnia di Gesù). Ho seguito nei giorni successivi le vicende, dato oltretutto che Francesco ha letteralmente occupato la tv pubblica con programmi direttamente confezionati dal servizio vaticano.

Il clou è stata la serata del 14/15: mi sono passati davanti due millenni di storia del cattolicesimo attraverso il racconto del pontificato e anche del Concilio vaticano secondo e non ho visto né sentito se non volti nomi voci fatti eventi interessi di uomini maschi, non una faccia di donna, non un nome di donna, non una questione che riguardasse le donne. Verremo citate quando il papa tirerà fuori il suo noto rigore etico, immagino contro divorzio, omosessualità, aborto: certamente sarà con i poveri e con l'assistenza, non con i diritti. Sembra il metodo della comunità di S. Egidio, molta beneficenza e gesti di generosità e umiltà come quelli di servire a tavola nelle mense della Caritas, ma il più rigido fondamentalismo nei confronti della libertà.

È proprio vero che il patriarcato ha vinto su tutta la linea, dal papa a Grillo, che propone due uomini come candidati del M5S per le presidenze di Camera e Senato.
Non so se un così accentuato trionfo patriarcale potrà tirar fuori le chiese e le religioni dalla loro crisi, certamente -per la crisi capitalistica- il patriarcato portatore di barbarie non consente di predisporre né immaginare un futuro alternativo.

Lidia Menapace

Lidia Menapace senatrice a vita

  • Martedì, 08 Gennaio 2013 09:06 ,
  • Pubblicato in Flash news
Dol's Magazine
08 01 2013

di Monica Lanfranco da Il Fatto Quotidiano

Con la morte di Rita Levi Montalcini c’è un posto vuoto tra i senatori a vita in Parlamento. Ha fatto bene Fausto Bertinotti a scrivere al Presidente Napolitano indicando per quel posto il nome di Marco Pannella. Pur essendo spesso in disaccordo, nella storia recente, con molte delle posizioni politiche dell’esponente radicale (per esempio rispetto alla sua visione dell’economia, o anche per le scelte di apparentamento politico) penso che la libertà delle donne e degli uomini in questo paese sia stata costruita anche e soprattutto con il contributo delle lotte dei radicali: Faccio, Aglietta, Pannella e Bonino in prima fila. Diritti civili e laicità, costantemente in bilico o messi in pericolo in Italia dal fondamentalismo cattolico, sono stati difesi e indicati come priorità anche da questi instancabili attivisti.

Dal momento che è facoltà del Presidente della Repubblica fare questa nomina, e che nella storia italiana oltre alla Montalcini solo un’altra donna, Camilla Ravera, ha fin qui ricoperto questa carica sta partendo dai social network una campagna affinchè un’altra protagonista della storia delle libertà delle donne e della democrazia abbia questo riconoscimento: Lidia Menapace. Non è la prima volta.

Sarebbe, per esattezza, la terza, nel giro di qualche anno, in cui si chiede che Lidia Menapace sia nominata senatrice a vita: petizioni, raccolte di firme, mediazioni politiche attraverso interlocuzioni di parlamentari furono fatte in precedenza durante i settennati di Scalfaro e di Ciampi, ma senza esito.

Classe 1924, partigiana senza armi per scelta, di origine cattolica, fondatrice de Il Manifesto, femminista e comunista mai dottrinale e dogmatica, è, come scritto da me e da Rosangela Pesenti nella voce a lei dedicata sull’Enciclopedia delle donne una anticipatrice.
Ed è veramente difficile riassumere il pensiero, il lavoro teorico e le pratiche suggerite e regalate per oltre sessant’anni da un’attivista femminista quale è Lidia Menapace.

E’ stata la prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo. Nella prefazione a Parole per giovani donne, (siamo ne 1993) sul perchè fosse così complicato dire ‘uomini e donne’ invece che usare il presunto neutro ‘uomini’ Lidia afferma: ”Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere.” Ci ha regalato la definizione più suggestiva del Movimento delle donne osservando che è carsico come un fiume che talvolta sprofonda nelle viscere della terra per riapparire in luoghi e tempi imprevisti con rinnovata potenza. Suo lo slogan “Fuori la guerra dalla storia”.

Negli anni dirompenti del Movimento femminista ha suggerito il riconoscimento come fondamento della relazione politica tra donne, ricordando che “Il processo della conoscenza-riconoscimento-riconoscenza non è né meccanico, né facile: richiede volontà, efficacia e anche strumenti, persino istituzioni ad hoc” e successivamente ha proposto la Convenzione, cioè un patto paritario per comuni convenienze, come forma politica per la costruzione di pratiche e azioni condivise, efficace senza essere mortificante per la molteplice soggettività propria dell’essere donna e del Movimento stesso.

Nel suo Economia politica della differenza sessuale ha proposto una riflessione teorica intorno all’Economia della riproduzione, declinata nelle specificità biologica, domestica e sociale, che troppo spesso viene ancora genericamente definita ‘lavoro di cura’, mentre, osserva puntualmente Lidia, la cura è il modo senza il quale non si realizza il lavoro stesso.

Non solo molti libri: la sua produzione è diffusa, e talvolta dispersa, in una miriade di giornali, riviste, pubblicazioni. Questo per la sua disponibilità ad essere presente nell’accadere delle cose, nel tempo vissuto dei vari collettivi umani che la considerano una maestra, ma anche perché, lontana da ogni vezzo accademico, considera la forma ‘occasionale’ dei suoi scritti parte integrante della sua stessa elaborazione teorica. Instancabile viaggiatrice, è sempre stata disponibile a raggiungere i più remoti gruppi in ogni parte d’Italia, e generosa nel diffondere il patrimonio della sua esperienza. Attivamente pacifista ha proposto la scuola politica sotto l’egida di Rosa Luxembourg, figura storica snobbata sia dai partiti a sinistra come da buona parte del femminismo che invece Menapace ha non solo riscoperto ma anche attualizzato, arrivando a scoprirne le radici protoecologiste.

Lidia Menapace è probabilmente la miglior testimonianza di come il paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti: per oltre 20 anni, con raccolte di firme e petizioni, si è cercato senza successo di farla eleggere in Parlamento, a cominciare dal Pci dell’epoca della Carta delle donne di Livia Turco.

Una enorme quantità di firme sono state raccolte sia per la sua elezione parlamentare sia per la sua nomina come senatrice a vita, anche in questo caso senza successo.

La sua breve permanenza in Senato (eletta nelle liste di Rifondazione Comunista), già ottantenne, è raccontata da lei stessa in una raccolta di lettere, dal titolo Lettere dal Palazzo, edito da Marea così come la sua ultima fatica, la raccolta di articoli A furor di popolo.
“Sono convinta che una nuova strumentazione politica teorica possa muovere non da cattedre, bensì da tavole, non da scranni, bensì da incontri conviviali” scrive Lidia nell’introduzione del suo ultimo libro.- E ancora –“ Molto mi ha giovato la lettura dei testi che le donne vengono scrivendo e pubblicando, ma più ancora – sto per dire – il poterle incontrare, il parlarsi di persona, vedere volti e gesti, inflessioni di voce e timbro di sorriso, sentire quanta parte della ricerca è andata persa per circostanze varie, quali orizzonti apre, quali motivazioni ha avuto”.

In centinaia, tra chi l’ha conosciuta e amata, cittadine e cittadini di questo paese stanno, dal basso e con vigore, chiedendo che questa splendida ultraottantenne che tanto ha dato possa avere questo giusto e tardivo riconoscimento. Molte tra quelle che già in precedenza lo chiesero stanno invecchiando a loro volta. Sarà la volta buona?

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