8 Settembre 1943. La caduta del regime

  • Martedì, 08 Settembre 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contropiano
08 09 2015

Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.

Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Alle ore 16,30 Radio New York anticipa la notizia.

In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.

Alle ore 18,45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.

Alle 19,45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.

Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.

Alle ore 5,10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porterà a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.

Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.

Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace.

Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.

Spetta al governo estirpare le mafie dell'agroalimentare

  • Sabato, 05 Settembre 2015 10:29 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
Caporalato e agricolturaMarco Omizzolo, Left
5 settembre 2015

Ci sono volute le morti di dodici braccianti per svegliare il governo. Lavoratrici e lavoratori sfruttati sino alla morte da un sistema fondato sulla tratta internazionale e governato dalla Grande Distribuzione Organizzata e dalle mafie. ...

Lavoro … “gratis”!!!

  • Martedì, 01 Settembre 2015 14:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
01 09 2015

Qualche giorno fa, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha lanciato una proposta durante l’incontro del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, al fine di avviare un “protocollo” che consenta ai migranti ospitati nel Cara di Bari-Palese di essere impiegati, su base “volontaria”, in attività di pubblica utilità, come la pulizia di piazze e giardini della città. Il progetto di Decaro, che ricalca diverse proposte già lanciate anche in altri Comuni nel resto d’Italia, e che, secondo il sindaco rappresenterebbe un modo per favorire “l’integrazione” degli immigrati. L’adesione alle attività dovrebbe avvenire esclusivamente per scelta volontaria da parte dei richiedenti asilo ospitati nel Cara, mentre sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, e a titolo gratuito.

La proposta ha suscitato critiche e polemiche. Netta la bocciatura della Cgil, che giunge tramite il suo segretario provinciale, Pino Gesmundo: “Questa idea che si possa “lavorare” senza un equo compenso è aberrante. Ed è scandaloso che il tutto sia ammantato da un nobile progetto con finalità di volontariato che viene proposto ed organizzato, però, dallo stesso soggetto che ne deve usufruire. Se stiamo ragionando di lavori di giardinaggio, pulizie varie e quant’altro, allora bisogna comprendere che la caratteristica fondamentale del lavoro subordinato in base alla attuale legislazione sta nel nesso tra prestazione resa dal lavoratore e l’obbligo del datore di lavoro di corrispondere una adeguata retribuzione. Il lavoro – sottolinea il segretario della Cgil Bari – va sempre remunerato, altrimenti è un sopruso”. E poi precisa: “In una terra come quella pugliese, martoriata da fenomeni di caporalato, sottosalario, lavoro nero fino a giungere a forme di vero schiavismo, come le cronache di questi giorni hanno dimostrato, a Bari istituzionalizziamo il lavoro “a gratis”. Siamo al razzismo istituzionale!”.

La Cgil rende noto che, in questi giorni, si sono autoconvocate presso la sede dell’organizzazione sindacale, a Bari, le associazioni di volontariato che si occupano di immigrazione, che insieme a Uil, Acli, Comunità degli Immigrati, Associazioni Studentesche, saranno impegnate nell’elaborazione di proposte alternative a quella fatta dal sindaco.

Chi ha ucciso Mohamed?

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 12:01 ,
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Melting Pot
05 08 2015

Mohamed, lavoratore stagionale nella raccolta di pomodori, morto nelle campagne tra Nardò ed Avetrana
Autore: Francesco Ferri
Puglia, estate 2015. La stagione scorre, come da copione, in maniera fluidità e intensa. Piedi nudi che freneticamente si muovono fino all’alba sulle spiagge del litorale adriatico e ionico; industrie culturali ed enogastronomiche in piena attività: un immaginario da California del sud, aperta e progressista, capace di innovare i tradizionali settori di produzione, in direzione dell’immateriale e dell’hi-tech.

A pochi chilometri di distanze dalle spiagge ioniche, Mohamed, lavoratore stagionale nelle campagne tra Nardò ed Avetrana, si accascia al suolo per non rialzarsi più. 47 enne di origine sudanese, con regolare permesso di soggiorno – ma impiegato senza contratto nella raccolta di pomodori – muore di fatica, marginalizzazione e sfruttamento nella campagna salentina.

Siamo di fronte ad una terribile eccezione? Una triste parentesi nella folgorante estate pugliese, capace di sospendere, per brevissimi istanti, il ritmo incalzante della musica in spiaggia, restituendo per pochi attimi un’immagine fosca del tetro passato dello sfruttamento nei campi, relegato sullo sfondo di un nuovo mondo che avanza, nel segno (e nel sogno) dei nuovi dispositivi culturali e informatizzati di inclusione economica, a suon di start up e imprese sociali?

Regimi di invisibilità

Più che al riemergere dell’eccezione, siamo di fronte ad un processo di rimozione strategica della condizione materiale – di lavoro e di vita – nelle campagne di tutta la Puglia. Non il fastidioso retaggio dell’arcaico passato, che riapre una piccola finestra sulla contemporaneità, avanzata e solidale. L’esistenza nella quale è stato ingabbiato, fino alla morte, Mohamed – lavoro a cottimo, irrisorio compenso di 3,50 euro ogni 3 quintali di pomodori raccolti – e le condizioni di vita alle quali era incatenato – costanti pressioni psicologiche, pervasivo controllo di caporali e imprenditori – rappresentano il regime abituale di produzione nei campi pugliesi.

C’è, dunque, un (rimosso) filo rosso che collega le campagne del Salento con quelle del sud della Spagna, che passa per le ampie distese del foggiano, abbracciando tutto il meridione d’Italia, arrivando fino in Grecia. Un filo rosso della violenza più sfrenata, resa invisibile in quanto inconfessabile e incompatibile con l’autorappresentazione della regione Puglia come patria di affermati startupper e sede di avanzate importanti progetti di innovazione sociale e tecnologica. L’invisibilità del fenomeno garantisce, per altro, un tendenziale anonimato alla miriade di aziende, locali e multinazionali, che usufruiscono incessantemente dei regimi giuridici e culturali di produzione della forza lavoro migrante nel segno della marginalità, della disciplina e dell’assoluta economicità delle prestazioni lavorative.

Come avviene la produzione di questa forza lavoro? In cosa consiste l’altro filo rosso, che dall’arrivo in Italia, via nave, di Mohamed l’ha irrimediabilmente legato alla drammatica fine nei campi di pomodori? C’è un tipo di responsabilità dall’immediata evidenza: Mohamed era impiegato in un’azienda già sotto processo, con le accuse, tra le altre, – per imprenditori e caporali insieme – di riduzione in schiavitù, intermediazione illecita di forza lavoro, tratta di persone. Azienda che, nonostante l’inchiesta, continuava ad operare, impiegando manodopera in nero ed estraendo incessantemente profitto dalla vita e dalla morte della forza lavoro migrante.

Un richiedente asilo incatenato a condizioni di lavoro e di vita al limite della servitù nella regione più dinamica del mezzogiorno, impiegato in un’azienda sotto processo per circostanze analoghe a quelle che hanno causato la sua morte: cosa ha reso possibile l’esposizione di Mohamed alla totale dissoluzione del suo corpo, fino ad incrociare la morte per fatica a metà della sua prima giornata lavorativa in quel campo?

La vita e la morte di Mohamed sono il prodotto di raffinato regime di inclusione attraverso la differenza, che accomuna per tutti i Mohamed nei sud europei. La plastica immagine del suo corpo irrimediabilmente disteso tra i pomodori ci ricorda come la battaglia contro i vecchi e nuovi razzismi, per l’estensione dei diritti di cittadinanza nel segno dell’uguaglianza e della libertà non risieda nell’astratto mondo delle idee e dell’ideologia, ma la rimette urgentemente in connessione con la terribile materialità dell’attuale condizione migrante.

Retorica dell’innovazione sociale e schiavitù condividono il territorio e attraversano la società: lavoratori migranti e startupper si incrociano, per brevissimi attimi – cadenzati dalla gerarchizzazione giuridica e culturale di regimi di lavoro differenti – coesistendo nell’eterogeneo sistema produttivo pugliese. Temporalità differenti e regimi di lavoro differenziati che coabitano.
Chi e come rende possibile l’esistenza del lavoro migrante così marginalizzato? Più agenti, dispositivi e retoriche cooperano nella costruzione del retroterra culturale, giuridico e politico che rende possibile il configurarsi, nel 2015, della violenza e dell’alienazione più sfrenate. Il razzismo istituzionale e politico, formale o latente, viene alimentato (ed alimenta) la produzione di discorsi pubblici, saperi diffusi, stigmatizzazioni, etichettature, vecchi e nuovi orientalismi che rendono possibile il configurarsi di condizioni di esistenza così aberranti.

Una storia di confine

Quella di Mohamed è una storia di confine: di quello che ha attraversato nell’arrivo, nove anni fa, in Europa, delle speranze e dei sogni che l’hanno accompagnato appena il viaggio in barca si è concluso positivamente, dei confini giuridici che hanno scandito la sua vita, e dei confini culturali, discorsivi e informali che lo hanno separato – per sempre – dall’accesso agli standard minimi di esistenza, bianchi ed occidentali, fino ad incrociare la terribile morte nell’alto Salento.

Da questo punto di vista, le locuzioni Primavera pugliese, Puglia migliore, fino al Pugliamo l’Italia, cadute nel frattempo in disuso, assumono una fastidiosa sonorità se associate alle condizioni di vita e di morte, da nord a sud della regione, alle quali le migranti e i migranti sono esposti, senza soluzione di continuità, spaziale o temporale.

A questo punto della narrazione, in un contesto così tetro e agghiacciante, solo un poderoso discorso di verità e dignità potrebbe per lo meno favorire il sorgere di una memoria condivisa in relazione a quanto accaduto – e continua ad accadere – attorno a noi. Questa testimonianza di dignità, limpida e terribile, capace squarciare la spessa coltre dell’invisibilità che ha avvolto Mohamed e i suoi colleghi arriva da Marian, moglie del migrante sudanese scomparso, che ci aiuta a comprendere in cosa consista la specifica – e comune – soggettività migrante che ha indelebilmente segnato la vita di Mohamed.

“Non sapevo che stesse in quel posto, senza luce né acqua, anche se altre volte, quando è tornato dalla raccolta in Sicilia o in Calabria, mi ha raccontato di posti come questo, in cui dormivano a terra e facevano i bisogni sotto gli alberi. Io non ci sono mai andata, le donne non vanno in quei posti”; “Era contento, stava bene, faceva caldo ma non mi ha detto che stava male. Lui non aveva mai problemi, era forte, non era malato, io non so cosa sia successo”; e ancora “Lui era un ottimo padre, prima che un buon marito, affettuoso con i suoi figli e con me, mi difendeva in qualunque situazione e si prestava a fare qualunque lavoro per mantenerci. Viviamo con molte difficoltà, mio figlio maggiore ha dovuto lasciare la scuola perché non riuscivamo a mantenerlo, ma ancora è troppo piccolo per lavorare e mio marito pensava a tutto”, sono alcuni dei limpidi frammenti di dignità che ci ha consegnato Marian come racconto, presente e futuro, dell’invisibile e del rimosso nelle campagne pugliesi.

Anche il regime di governo della mobilità dei lavoratori, in una regione che si narra sempre più proiettata verso il turismo, nazionale e internazionale, al quale Mohamed e la sua comunità erano indissolubilmente legati, incessantemente scandito dalla stagionalità delle produzioni agricole e dalla richiesta di forza lavoro, in un continuo movimento di persone e cose per tutto il meridione, rende visibile come il diritto alla libera circolazione sia di esclusa pertinenza delle elite provviste di capitali. Per gli altri resta la possibilità – che, nei fatti, è una necessità economica e non una scelta – della circolazione indotta, nello spettrale pellegrinaggio da campo in campo.

Imprenditori sociali animati da bollenti spiriti da una parte; caporali, migranti e cassoni di pomodori dall’altra: concorrono, alla pari, alla produzione economica regionale. Regimi di produzioni differenti e compresenti: il primo gode di un ampio regime di visibilità, al limite della sovraesposizione, nella costruzione di un immaginario che induce all’omissione dell’oscura e inconfessabile violenza nelle campagne.

La morte di Mohamed ci ha insegnato – per l’ennesima volta – che la schiavitù non è un retaggio del passato ma una configurazione possibile di vita e di morte nel sud Europa, che i discorsi apertamente o celatamente razzisti producono conseguenze assolutamente tangibili sui corpi delle migranti e dei migranti, che il razzismo, vecchio e nuovo, è un terribile dispositivo di governo della forza lavoro migrante, e ha fatto luce sulla persistenza di condizioni coloniali nel mondo contemporaneo, fino al cuore delle regione d’Italia che si è autonarrata come innovatrice, in rapida trasformazione, accogliente e aperta.

Inutile negarlo: il confine è al centro dell’esperienza sociale ed economica pugliese. È un punto di vista essenziale per capire cosa attraversa la Puglia e, con essa, tutti i sud d’Europa. Gli effetti sul mercato lavoro del controllo dei confini sono più diretti, pervasivi, terribilmente efficaci di quanto si possa immaginare: Mohamed non può più raccontarlo. Che la dignità di Marian, invece, ci insegni a rendere visibili le condizioni di esistenza di tutti i Mohamed e le Marian del mondo, e a lottare con loro per la libertà e l’uguaglianza di tutte e tutti.

Link utili:
- archivio.internazionale.it/webdoc/tomato (The Dark Side of the Italian Tomato, webdoc di Mathilde Auvillain e Stefano Liberti)

vedi sito Euronomade

Rom e roghi, e l’odio da “smaltire”

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 12:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
05 08 2015

“Da anni in Italia, a causa anche della speculazione politica degli ‘imprenditori della paura’, ciclicamente si promuovono campagne mediatiche di criminalizzazione di immigrati, richiedenti asilo e Rom, generando anche vere e proprie persecuzioni o deportazioni”: lo scrivono i membri del Comitato No Inceneritore, nato da un’assemblea di piazza l’11 settembre 2013, e che da allora si batte per contrastare la costruzione dell’inceneritore a Giugliano. Nell’ultimo periodo, si è reso protagonista anche di un intervento deciso sulla vicenda dei roghi tossici. E proprio in merito a questo, il Comitato ha scelto di intervenire, denunciando una “vera e propria caccia all’uomo nei riguardi degli immigrati richiedenti asilo politico e delle popolazioni Rom”, purtroppo alimentata anche da alcune dichiarazioni rilasciate da alcuni politici locali.

Il 29 luglio, a poco meno di una settimana dal rogo sviluppatosi nell’ex discarica Resit, si registra l’ennesimo incendio, questa volta divampato proprio a ridosso del campo rom “Sette”, nella zona industriale del comune. Sono in corso numerose indagini per far luce sui numerosi roghi che negli ultimi tempi stanno interessando l’area del Giuglianese. “Il clima di intolleranza verso i Rom, alimentato dalle facili ‘soluzioni finali’ che nulla risolvono, si limita a chiedersi: “chi brucia questi rifiuti”? Ciò che scompare da questo ragionamento – scrivono i membri del Comitato – è l’intero sistema di produzione locale e non, che smaltisce in maniera illegale gli scarti della produzione, che risparmia sui costi, che inquina il nostro territorio e, per occultare le proprie colpe, paga la mano di chi per primo respira quei fumi tossici: pneumatici, cuoio, solventi, rifiuti ospedalieri non sono prodotti dai Rom ma dalle nostre ‘rispettabilissime’ aziende col marchio locale! Se non ci fossero commesse e non ci fossero rifiuti da smaltire illegalmente, cosa brucerebbero i Rom, magari nei pressi dei loro stessi accampamenti? La catena di responsabilità dello smaltimento illegale dei rifiuti, grazie al capro espiatorio Rom, si interrompe garantendo immunità ed impunità a chi produce i rifiuti e li sversa illecitamente. Il Rom diventa un catalizzatore di interesse, contro cui concentrare tutti gli attacchi, spostando l’attenzione dalle origini vere dei problemi. Inoltre, la ‘colpa collettiva’ che si attribuisce ai Rom per il semplice fatto di essere tali (a prescindere dai reati che ogni singola persona commette o meno), consente di creare due ‘comunità': ‘noi’, bravi, puliti e civilizzati e ‘loro’, brutti, sporchi e cattivi, dimenticando anche che le condizioni inumane in cui vivono (i ‘campi’) non sono un’invenzione dei Rom ma della pubblica amministrazione italiana!”. Ci sembra una coraggiosa presa di posizione. Da sostenere e divulgare.

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