Sulla pelle dei rifugiati bambini

  • Lunedì, 20 Aprile 2015 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
20 04 2015

Garantire un alloggio ai minori che sbarcano in Italia senza genitori, così come a quelli che vengono sottratti alle famiglie, costa alle casse pubbliche oltre 30 milioni di euro l'anno. Una massa di denaro che ha messo in moto vasti appetiti criminali: dal giro delle solite coop legate ai boss di Mafia Capitale agli intermediari senza scrupoli che spacciano per ragazzini giovani di oltre 30 anni. E destano dubbi anche alcune sentenze di affidamento al centro di una guerra legale con il governo dell'Ecuador

di DANIELE AUTIERI, MONICA D'AMBROSIO, ANNA DI RUSSO e ROBERTA REI


Decine di milioni che fanno gola a molti

di DANIELE AUTIERI e ROBERTA REI

ROMA - Al mercato delle anime battezzato da Mafia Capitale con i centri di accoglienza, c'è una merce che vale più delle altre: gli immigrati minorenni. Nel 2014 i comuni italiani hanno dato alloggio a 10.536 stranieri under 18, un esercito di solitudini accolto da poche centinaia di associazioni e cooperative e trasformato, in molti casi, in una cambiale da riscuotere. L'articolo 403 del codice civile prevede infatti che i Msna (minori stranieri non accompagnati) debbano essere accolti ed economicamente sostenuti dal sindaco del Comune in cui vengono identificati. Ed è nelle pieghe della legge che si addensano le vischiosità di un sistema che drena denari pubblici senza un reale controllo. Ad esclusivo vantaggio dei protagonisti delle inchieste giudiziarie degli ultimi mesi, dalle cooperative di Mafia Capitale alle associazioni vicine a Comunione&Liberazione. Tutti pronti a reclamare una fetta del ricco business dei minori.

Fare affari con i rifugiati bambini. Il sistema, prima di tutto. A spiegare come funziona è una qualificata fonte delle forze di polizia. "Quando i minori stranieri arrivano, i dirigenti del dipartimento politiche sociali di un qualsiasi comune italiano contattano le cooperative con cui collaborano. L'affare è grosso e queste si organizzano. Se non hanno alloggi li trovano in una notte: acquistano villette, affittano, chiedono palazzetti in prestito a costruttori amici. Pochi giorni dopo la macchina è pronta ad accogliere i ragazzi". Un banchetto ricco, distribuito lungo un tavolo dove c'è spazio per tutti. Nell'inchiesta Mafia Capitale le cimici del Ros dei carabinieri intercettano una conversazione tra Tiziano Zuccolo, consigliere e vice presidente della cooperativa Domus Caritatis, e Salvatore Buzzi, l'uomo della "29 Giugno" sodale di Massimo Carminati. "Eh bravo - dice Zuccolo - l'accordo è al cinquanta per cento, dividiamo da bravi fratelli". Lo spirito ecumenico è condensato in poche parole che spiegano come i protagonisti del sistema si preparino a spartirsi i rifugiati siriani in arrivo a Roma.

Intervenendo sulle generalità anagrafiche dei soggetti coinvolti, il palcoscenico cambia, ma gli attori restano gli stessi e il copione scritto per i rifugiati viene replicato tale e quale con i minorenni. La cooperativa Osa Mayor è sconosciuta ai più, eppure analizzando i suoi bilanci si scopre che la sede è nello stesso stabile della Domus Caritatis e che a dirigerla c'è ancora una volta lui, Tiziano Zuccolo. La Domus Caritatis non è roba da poco. Fattura 36 milioni di euro, ha 15 milioni di debiti accumulati verso i fornitori e al 31 dicembre del 2013 vantava partecipazioni nel Cara di Mineo e nella Cascina, il colosso della ristorazione vicino a Comunione&Liberazione. Dalle carte dell'inchiesta di Firenze sulle grandi opere che ha portato in cella Ercole Incalza, emergono alcuni pagamenti per prestazioni poco chiare fatti dalla Domus Caritatis alla Capa srl di Francesco Cavallo, il faccendiere legatissimo all'ex-ministro Maurizio Lupi.

Del resto, gli interessi del gruppo spaziano un po' dappertutto, e arrivano fino alla Osa Mayor, la piccola cooperativa che ottiene dal dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma il compito di accogliere circa 60 stranieri, tutte famiglie con minori al seguito. Gli ospiti vengono alloggiati in un villino alle porte di Roma, in via Casal Morena. Per loro il Campidoglio paga la retta completa, ma cosa offre in cambio la Osa Mayor? Una cucina di fortuna allestita nel garage con un forno a microonde, impianti non a norma, letti accatastati, mancato rispetto delle normative antincendio e soprattutto continua a dichiarare la presenza di tutti gli ospiti anche quando parte di loro ha lasciato la casa. Nessuno controlla. Il Comune paga. E la cooperativa si arricchisce.

La vicenda è un puntino rispetto al grande mare dei 10.536 minori stranieri che nel corso del 2014 sono arrivati in Italia. Il loro peso economico grava soprattutto sulle casse degli enti locali. Lo scorso anno il ministero del Lavoro ha stanziato appena 14,8 milioni di euro per sostenere i comuni, mentre la fetta più grossa esce direttamente dalle casse degli enti locali. I trasferimenti statali sono stati effettuati sui conti di Tesoreria comunale, ma solo 4 amministrazioni hanno presentato i certificati di corretto utilizzo del contributo pubblico, per un valore irrisorio di 21.240 euro. Al 31 dicembre del 2014 non vi era ancora traccia di come i restanti 313 comuni abbiano usato gli altri 14,7 milioni. E in questa confusione, non sempre casuale, i mercanti di bambini si sono organizzati e hanno messo in piedi il business più redditizio.

Non solo rifugiati. L'altra faccia del dramma minorile non riguarda ragazzi soli, ma famiglie comuni. Il tema è molto delicato ed è stato più volte denunciato perché tocca il sistema tradizionale degli affidamenti: un assistente sociale dichiara che il nucleo familiare non è sicuro per il bambino e questo viene immediatamente assegnato alle cure di una casa famiglia. A quel punto interviene il tribunale minorile che conferma l'affido e ne stabilisce la durata. Statistiche ufficiali non esistono, ma gli organi impegnati nel settore parlano di 30.000 minori in Italia. La macchina è complessa e, a fronte di tantissimi casi virtuosi, permangono alcuni elementi di criticità che arrivano a coinvolgere anche alcuni giudici onorari dei tribunali minorili. Secondo "Finalmente Liberi", l'associazione legata a Federcontribuenti che monitora il fenomeno, circa 200 sui 1.082 giudici onorari italiani avrebbero maturato conflitti d'interesse rispetto alla circolare del Csm che ne individua le incompatibilità, ottenendo incarichi personali dalle case famiglia mentre svolgono la loro attività all'interno dei tribunali minorili.
Minori sottratti alle famiglie, l'Ecuador fa causa all'Italia

 

Le inefficienze del sistema sono tali che alcuni Stati stranieri hanno avviato contenziosi legali per tutelare legalmente i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese. È quanto ha fatto la Repubblica dell'Ecuador. "L'indicazione di avviare cause contro il sistema italiano degli affidi - spiega l'ambasciatore dell'Ecuador a Roma, Juan F. Holguìn - arriva direttamente dal Presidente della Repubblica, che segue questa vicenda in prima persona. Sono moltissimi i bambini della nostra comunità presente in Italia che vengono tolti alle loro famiglie. E a nostro parere questo avviene ingiustamente. Abbiamo quindi costituito un'equipe legale e avviato una serie di cause. Ad oggi, grazie alla nostra assistenza legale, già 10 bambini sono tornati dalle loro madri".

Il muro del pianto dei ragazzi di Termini

di DANIELE AUTIERI e ROBERTA REI

ROMA - Stazione Termini: una ragnatela ferroviaria attraversata da 480.000 persone al giorno, 150 milioni l'anno. Molte di esse costeggiano via Giolitti, il bordo multietnico che confina con l'Esquilino. Passano e non si fermano. Sul muro di marmo che fa da argine alla scalinata del sottopassaggio un gruppo di ragazzi egiziani attende. Sono tutti minorenni. Passa qualche minuto, e un uomo di mezza età si avvicina. Ne abborda uno. Poche parole, una veloce trattativa e spariscono insieme sotto le scale. A volte il cliente arriva in macchina, carica il prescelto e lo riconsegna al "muro del pianto" solo di sera, dopo averlo portato a casa e avergli offerto un pasto caldo. Lui, come tutti gli altri, non è un clandestino. Anzi. Si prostituisce per mandare i soldi alla famiglia d'origine e quando arriva la sera torna alle cooperative dove il Comune di Roma lo ha alloggiato. Chi ha potuto parlare e passare del tempo con questi ragazzi racconta chi li ospita: "Sono sempre i soliti - confessa - Istituto Sacra Famiglia, Eriches (controllata dalla "29 Giugno" di Buzzi), Domus Caritatis, Riserva Nuova di Morena, Best House, Eta Beta. Alveari che in passato sono stati capaci di ammassare anche 100 ragazzi. E per ognuno di loro il Comune di Roma può arrivare a sborsare fino a 100 euro al giorno".
Dalle casa famiglia al marciapiede, il dramma dei minori di Termini

 

Molti dei giovani di Termini vengono dal Car, il Centro agrolimentare di Guidonia dove hanno lavorato per mesi con paghe da fame. In quell'occasione il giro d'affari venne svelato da un'indagine del Corpo di Polizia di Roma Capitale guidato dal vice comandante Antonio Di Maggio (e rivelata da "REInchieste"). Anche allora, quando gli agenti della Polizia Municipale si imbatterono nel fenomeno, scoprirono che molti giovani egiziani impegnati nel lavoro nero erano affidati a case famiglia. All'interno di un'informativa riservata depositata in Procura si legge che le associazioni dove i ragazzi del Car alloggiavano erano l'Istituto Sacra Famiglia, la Eriches, la Domus Caritatis e la Virtus Italia.


Barba e capelli per sembrare più giovani

di DANIELE AUTIERI e ROBERTA REI

ROMA - La storia di Ullah è molto simile a quella delle centinaia dei falsi minorenni alloggiati in case famiglia che, nel corso del 2013, sono stati smascherati dagli uomini della Polizia di Roma Capitale. Una volta arrivati in città i ragazzi finivano in una rete criminale che prima interveniva sul look (barbe tagliate, capelli tinti, ecc.), poi li indirizzava ad alcuni uffici comunali o ai commissariati del centro storico spiegandogli come denunciare la minore età e assicurarsi così l'alloggio nelle comunità pagate dal Campidoglio.
Business minori, il racconto di Ullah: "Così mi hanno dato documenti falsi"

 Ullah, a differenza di molti altri, ha deciso di collaborare con la giustizia e testimoniare contro i criminali che lo avevano inserito nel giro. "Mi hanno abbordato sulla linea A della metropolitana - ricorda - e mi hanno portato a casa loro. Ho dormito lì per 8 giorni, poi mi hanno spiegato come avrei potuto ottenere il permesso di soggiorno". I trafficanti gli tolgono il passaporto e in cambio gli danno un falso certificato, rilasciato da un ospedale romano, che indica la minore età. "Mi hanno accompagnato fino alla questura - prosegue Ullah - dicendomi come avrei dovuto fare. Lì sono stato riconosciuto minorenne e spedito in una casa famiglia a Morena". Un mese dopo, quando i Vigili fanno irruzione nella casa del trafficante, scoprono decine di documenti falsi che dimostrano l'esistenza di un vero e proprio business dei falsi minorenni.

Da quel momento Ullah collabora con la giustizia, ma due anni dopo attende ancora che la procura di Civitavecchia e l'ufficio immigrazione del ministero gli rinnovino il permesso di soggiorno. Come lui, tanti altri immigrati sono finiti nel giro. E oggi sono diverse le inchieste aperte su un fenomeno tutt'altro che superato. La novità è che, per la prima volta, al centro di alcune indagini è finito il presunto scambio affaristico tra le organizzazioni che garantiscono la "materia prima" e alcune cooperative conniventi. Un patto criminale, siglato in nome del denaro.


 E per chi fa qualcosa arriva il taglio dei soldi

di MONICA D'AMBROSIO e ANNA DI RUSSO

ROMA - Il Sacrai è uno di quei posti dove ogni giorno neuropsichiatri e psicologi infantili seguono minori abusatori e abusati per sottrarli al carcere o alle case famiglia. Eppure le attività del centro, che opera all’interno dell’Università la Sapienza di Roma, hanno rischiato di concludersi insieme ai fondi governativi stanziati a favore di progetti pilota per minori svantaggiati. Con la grave conseguenza che l’interruzione della terapia vanificasse il lavoro fatto fin lì e aggravasse le condizioni dei minori presi in cura. Ora, dopo mesi d’incertezza, proprio il Sacrai è l’unico centro ad aver ottenuto un rifinanziamento (100mila euro) grazie ad un emendamento all’articolo 7 del Milleproproghe firmato dall’ex ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna.


Ma il principio al momento sembra valere solo per il centro universitario. Non per le altre 26 strutture, anch’esse finanziate dalle Pari Opportunità, che a ottobre 2014 hanno esaurito la copertura economica. Eppure tutti i 27 destinatari dei fondi hanno fornito con il loro lavoro la risposta italiana alla convenzione di Lanzarote e al richiamo dell’Europa che sollecitava gli Stati membri a fare di più per l’infanzia e l’adolescenza. “L’Europa - precisa Vincenzo Spadafora, Garante per l’infanzia - ha fissato degli obiettivi economici che dobbiamo perseguire: l’Italia ha precisi obblighi anche riguardo ai piani per l’infanzia e l’adolescenza”. “Sottovalutare i traumi subiti dai minori – aggiunge – è un grave errore anche in termini di spesa pubblica. In Italia il costo sociale complessivo del maltrattamento è di circa 13 miliardi di euro, con un’incidenza annuale in incremento di nuovi casi pari a 910 milioni”. Eppure quanto un servizio psicologico integrato e multidisciplinare può fare per enti locali e aziende sanitarie lo ha dimostrato il centro Vatma in Molise, che non solo ha limitato l’ingresso di alcuni minori in case famiglie o in altre strutture ad hoc, con un risparmio di oltre 30mila euro all’anno a bambino (circa 85 euro al giorno), ma ha anche tagliato tutti quei costi

Pochi, confusi e spesi male. I finanziamenti per l’infanzia e l’adolescenza esistono, ma per capirci qualcosa bisogna districarsi tra una serie di fondi statali, regionali ed europei che non sempre vengono destinati davvero ai minori. Perché oltre a non esserci un monitoraggio a livello istituzionale, non esiste neanche una programmazione chiara e una visione di lungo periodo sull’utilizzo di queste risorse. Così, oltre ai tagli – il Fondo nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza dal 2001 al 2015 ha perso oltre il 43% dei finanziamenti, mentre non si riesce a quantificare quanto del Fondo per le politiche sociali sia stato dedicato ai minori – molte regioni, in particolare al sud, hanno difficoltà a programmare e spendere i soldi disponibili.

COSTI DIRETTI costo in euro

Ospedalizzazione 49.665.000

Cura della salute mentale 21.048.510

Welfare 214.520.508

Interventi diretti per il rispetto dela legge 3.166.545
Giustizia (minorile) 50.215.731

TOTALE COSTI DIRETTI 338.616.294

COSTI INDIRETTI costo in euro

Educazione speciale 209.879.705

Cura della salute da adulti 326.166.471

Criminalità adulta 5.380.733.621

Delinquenza giovanile 152.390.733.621

Perdita di produttività per la società 6.648.577.345

TOTALE COSTI INDIRETTI 12.717.747.513

La Campania, ad esempio, non ha ancora programmato, richiesto e utilizzato le risorse statali del 2009, 2010 e 2011, per un totale di oltre 34 milioni di euro. Eppure oggi la copertura dei suoi servizi regionali non raggiunge il 3%. Va meglio invece con i fondi europei con 227 milioni di euro (Fondo di aiuti agli indigenti 2014-2020) che nei prossimi anni saranno utilizzati per assicurare materiale scolastico e accesso gratuito alla mensa a bambini e adolescenti in condizioni di povertà e all’apertura pomeridiana delle scuole in contesti deprivati.

Sono un’operatrice dello Sprar

  • Martedì, 14 Aprile 2015 10:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
14 04 2015

Questa lettera/articolo ci è giunta da un’operatrice che lavora presso un centro per l’accoglienza dei migranti a Roma. È una cronaca di vita quotidiana, fra disagi e e voglia di reagire, e lancia un invito a unirsi e a conoscersi per chi, in ogni parte del Paese, opera in questi settori. L’autrice non può firmarsi, rischierebbe di non lavorare più. Ma noi la conosciamo e possiamo garantire sulla veridicità del suo racconto.

Le sei meno un quarto, suona la sveglia, mi tiro su dal letto e poi bevo un caffè, mi vesto e esco da casa, ancora mezza addormentata, per prendere l’autobus. Quarantacinque minuti, un’ora, ed eccomi arrivata. Altri dieci minuti di cammino in una strada desolata, sporca, con cumuli di immondizia ai lati della via, mentre il sole sta sorgendo dove il cemento incontra una campagna tossica, abbandonata.

Mi chiedo: «Siamo ancora a Roma?». Infine eccomi all’ingresso, sono arrivata al lavoro: un centro di accoglienza SPRAR per richiedenti asilo e rifugiati. Queste strutture costituiscono, dal 2002, una parte del sistema di “seconda accoglienza”. Negli ultimi anni a Roma ne hanno aperti molti come questo, sparsi nelle periferie più difficili e disagiate.

Ogni volta che percorro la strada per arrivare, rifletto su quanto possa essere relativo il concetto di “integrazione nel territorio” per le persone che abitano in questo e in tanti altri centri: fuori dal raccordo, con un autobus ogni 45 minuti se va bene, a circa 2 ore dal centro della città e almeno mezz’ora a piedi dal primo bar, per non parlare di un supermercato o delle poste. Intorno qualche casa, automobili, pecore e la realtà quotidiana che sembra uscita dalla pellicola di una città pasoliniana di altri tempi. Ma aprire una struttura qui, alle cooperative interessate a massimizzare i profitti, costa ovviamente meno che in centro città o ai Parioli.

Il collega che del turno di notte mi consegna i compiti per la giornata e serviamo la colazione agli ospiti, ancora mezzi addormentati: una merendina ciascuno e due bicchieri a scelta di qualche bevanda che viene fuori dalla macchinetta: simil-caffè, simil-latte, simil-tè. Alle 9 la cucina chiude tassativamente, quindi se qualcuno arriva in ritardo non farà colazione.
Mentre gli ospiti che vivono nel centro iniziano la loro giornata – chi va a scuola, chi a lavoro, chi a trovare amici, chi semplicemente in giro e chi, invece, gironzola per il centro – comincia il nostro lavoro.

Mi ha raggiunto l’altro collega del turno diurno, siamo in due per circa cento persone. C’è da accompagnare alcuni ragazzi a rinnovare alla ASL la tessera sanitaria: loro sarebbero assolutamente in grado di farlo in maniera autonoma ma, purtroppo, c’è da lottare e discutere con gli impiegati dello sportello, che giorni fa ci hanno dichiarato che non sanno come funziona il software per rinnovare le tessere e le esenzioni e quindi fanno un po’ come capita: qualcuno può avere il rinnovo per 6 mesi, qualcuno per 2, qualcuno viene rimandato a casa. Uno di noi si avvia con i ragazzi armato di pazienza e determinazione, l’altro rimane a sbrigare i compiti più vari: aiutare ospiti che vengono a redigere il curriculum vitae, indirizzare chi ha le visite verso i vari ambulatori con tanto di mappa alla mano, lavorare con l’avvocato e l’assistente sociale per procurare documenti per la commissione d’esame che dovrà valutare la richiesta d’asilo e che i nostri ospiti aspettano con ansia, o visionare bandi di formazione o lavoro a cui loro potrebbero partecipare.
C’è una grande quantità di cose da fare e il tutto è inframezzato da richieste di vita quotidiana: aprire la porta della stanza della lavatrice (misteriosamente tenuta sotto chiave), distribuire medicine, fornire il cambio delle lenzuola o la carta igienica. Se penso a quanto del nostro tempo viene sprecato per assolvere a mansioni come queste… tutto probabilmente sarebbe più facile se le persone potessero gestire la loro vita in maniera autonoma: cambiare le lenzuola quando gli pare, lavarsi i vestiti quando ne hanno bisogno, cucinare quello che preferiscono, gestire in autonomia i propri soldi. Scegliere il posto dove vivere e non essere costretti a condividere lo spazio con altri 99.
Ma non si può fare perché, anche se siamo in un centro SPRAR, in quello che veniva definito il fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana, gli ospiti devono essere controllati, indirizzati, contenuti. Come se fossero bambini, e bambini a lungo andare ci diventano, oppure pazzi, e noi con loro, perché questo sistema è soffocante, non è fatto per gli esseri umani.

Mentre mi perdo in questi pensieri e mi viene un po’ di angoscia, ecco che arriva il camion del catering, e sono subito riportata alla realtà. Bisogna scaricare il cibo, preparare tutto per il pranzo, non c’è più tempo di pensare. Insieme all’altro collega iniziamo a servire i pasti, dividendoli in porzioni in base a precise istruzioni: non più di una bottiglia d’acqua a testa, non più di un rosetta, 3 polpette, tot grammi di pasta o di zucchine. E’ a pranzo che tutte le frustrazioni e il malessere, dovuto ad un sistema di accoglienza lacunoso, trovano libero sfogo: l’ansia della commissione che non arriva, il dolore per la consapevolezza di chi si è lasciato a casa e la difficoltà a trovare un ambiente che includa, e si trasformano in litigi, richieste aggressive, tentativi di avere la meglio sugli altri, insulti espliciti.
Questo disagio si riversa come uno tsunami su chi sta dietro quel bancone e riempie i piatti, magari ha passato anni della sua vita a studiare, ha accettato quel lavoro perché crede nell’importanza di una figura che medi l’incontro in una nuova società di persone di diversa provenienza, che favorisca l’inclusione, l’autonomia, e la ricostruzione di percorsi di vita. Invece eccomi qua, vittima di un sistema violento e malato, esattamente come chi ho di fronte e sfoga su di me la sua rabbia. E io, che sono un essere umano, a un altro essere umano rispondo con la mia di rabbia, la rabbia di chi vede le proprie aspirazioni e speranze impiegate in un progetto fallimentare, con contratti di lavoro che non consentono di pianificare la propria vita e crearsi un futuro, progetti precari per lavoratori precari, e a volte prevale un senso di stanchezza e di amarezza.

Come se non bastasse non abbiamo lo stipendio da due mesi: ci hanno detto che il comune non sta pagando le cooperative. Non posso chiedere ferie né malattie, perché il mio è un contratto a progetto. Ma questo, a chi ci sta di fronte, non riusciamo a spiegarlo. E così loro spesso ci vedono lontani, annoiati, e noi a lungo andare non riusciamo a trovare un contatto con l’essere umano, al di là dell’ospite.
Sono le 15, firmo le mie ore e torno a casa, la giornata è stata un po’ pesante. Mentre mi avvio alla fermata dell’autobus tanti sono i pensieri che mi ronzano ancora in testa, ho bisogno di riposo, di smettere un attimo di pensare e di condividere questo magone con qualcuno.

Qualcuno con cui dividere il magone, la nostra operatrice lo ha trovato. Il 12 dicembre 2014 si è tenuta la prima Assemblea dei Lavoratori dell’Accoglienza di Roma. Un’assemblea spontanea, auto organizzata, dove è stato avviato un percorso politico di dialogo e critica al sistema di accoglienza, «con la consapevolezza che le nostre condizioni di lavoro, spesso disastrose, sono figlie della stessa idea di business e di profitto che porta abusi e disservizi agli ospiti dei centri». «Da soli eravamo frustrati, isolati, sempre più corrosi da questo sistema di pensiero», hanno detto i partecipanti. «Adesso abbiamo una lunga strada in salita da percorrere, ma siamo determinati, ci sentiamo più forti. E soprattutto non siamo soli». L’intenzione è quella di allargare il giro. Da qui, l’invito: «Se sei un operatore o un’operatrice dei centri di accoglienza e ti sei ritrovato/a in questa storia, se vivi quotidianamente situazioni di sfruttamento del tuo lavoro e non accetti più i compromessi che esso ti impone, unisciti alla nostra lotta».
Per informazioni scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Succede a San Lorenzo: il Tar boccia Marino

  • Lunedì, 13 Aprile 2015 13:28 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
13 04 2015

Bloccati i lavori alle ex Fonderie Bastianelli. Il TAR dice ancora no a Marino su una questione edilizia e riconosce le ragioni di un territorio in lotta per conservare il suo patrimonio urbanistico

Roma. San Lorenzo. Via dei Sabelli. Oggi è una ferita. Non è la solita buca. Quella che si fa per terra per far venir su una casa. E’il segno dell’offesa. Del dispotismo edilizio. Dell’arroganza immobiliare. Verso i molti che in quel lotto ad angolo su via dei Reti, per tutto il secolo scorso ci hanno lavorato per fondere il ferro, con cui servire ed abbellire la città. Verso i tanti che abitano e frequentano il quartiere che, contro il progetto di trasformare quel luogo del lavoro e della memoria in miniappartamenti, si sono battuti a lungo.

I tanti che andando a vedere le carte colorate del Piano regolatore, che Veltroni ha disegnato e Marino non ha voluto neppure leggere, avevano detto più volte, anche con l’occupazione di Communia, che la “rigenerazione urbana” non può essere intesa come il via libera all’energumeno del cemento di turno, per buttare giù quello che esiste e tirare su quello che economicamente è, solo per lui, conveniente.

Oggi questi signori affettuosamente si sono scelti un nuovo nome chiamandosi “sviluppatori”. Loro dicono: il Comune non ha i soldi per intervenire nella riprogettazione della città, lasciate fare a noi. A San Lorenzo ci hanno provato blandendo l’Amministrazione giurando che oltre le loro case avrebbero lasciato uno spazio (piccolo) per le attività del quartiere. Solo che hanno sbagliato i loro calcoli. Roma è un territorio of-shore per i progetti di finanza, ma qualche volta gli esiti progettuali possono essere diversi. A San Lorenzo succede. Là dove la Libera Repubblica, lo spazio pubblico che intorno al Cinema Palazzo Occupato, è riuscita a fare territorio.

Come? Intrecciando e fondendo tra loro sogni e lotte del protagonismo sociale, dei comitati, delle associazioni, dei cittadini e commercianti che resistono all’ invasione dei progetti di finanza, grandi e piccoli, che stanno planando sul quartiere. Dando vita a pratiche di resistenza agli sfratti, al taglio delle utenze. Innervando il quartiere di una capillare attività di mutualismo che è riuscita nel tempo a costruirsi come una vera e propria pratica di autogoverno. Quando gli interessi pubblici sono risultati coincidere con quelli privati, è il caso del “recupero”(sic) della ex fonderia Bastianelli, è scattata una sorta d’intelligenza collettiva capace di definire l’interesse comune.


Così molte delle “signore” del quartiere si sono trasformate in implacabili segugi urbani andando a tirar fuori le carte da dimenticati archivi: molte sono state le persone che hanno messo a disposizione prove testimoniali della vera consistenza di quell’edificio, molti hanno studiato le carte del Piano regolatore non convinti, a differenza di quanto Comune e Municipio dichiaravano, che quell’edificio non si potesse demolire accartocciandolo come un pezzo di carta.

Oggi, da una strada all’altra del quartiere ci si saluta dicendoci “c’è un giudice a via Flaminia”. Si perché il TAR (Tribunale amministrativo del Lazio) ha rifilato un altro sganassone alla giunta Marino, dicendo che quel permesso di costruire non è valido e che quindi si deve fermare il tutto. San Lorenzo ha un territorio fragilissimo, attraversato da più falde acquifere e con i lavori in corso con la demolizione della Bastianelli alcuni palazzi intorno hanno iniziato ad avere problemi statici fino ad allora sconosciuti.

Con il fermo del cantiere siamo solo all’inizio; perché, quel giudice che c’è a via Flaminia, ha detto molto di più: “L’amministrazione Comunale, avrebbe dovuto procedere ad una compiuta ed accurata disamina delle ricadute sul tessuto urbano esistente, riconnesse alla realizzazione dell’intervento, nel rispetto, tra l’altro, dell’interesse pubblico inerente il mantenimento e la conservazione dei caratteri di rilevanza storico – culturale della Città di Roma.” Una lezione d’urbanistica e non solo, per chi pensa che il costruire debba precedere l’abitare

.
Ma una sentenza per quanto esemplare non basta. Quella buca anche senza essere inzeppata di case, oltre a segnare un delitto urbanistico sta li a dimostrare la necessità di non lasciare via libera all’immobiliarismo finanziario nella trasformazione urbana.

Rifiuti radioattivi. Arriva il mega deposito

  • Martedì, 31 Marzo 2015 13:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Aminsnet
31 03 2015

Un unico deposito nazionale per ospitare le scorie nucleari in Italia. E’ il progetto in realizzazione per sistemare i circa novanta mila metri cubi di rifiuti radioattivi esistenti nel nostro Paese, oggi collocati in depositi temporanei e non sicuri.

Ancora non è stata resa pubblica la regione che ospiterà il deposito nazionale, ma sin da subito cittadini e comitati si sono mobilitati per capire l’entità di questo progetto e l’eventuale impatto sull’area dove dovrebbe essere realizzato. “Ad oggi ancora non ci è chiara quale sia la classificazione di questi rifiuti radioattivi” spiega Pasquale Stigliano, di Scanziamo le scorie “come facciamo allora a capire come dovrà essere fatto questo deposito?”. L’Ispra risponde spiegando che il deposito ospiterà i rifiuti a bassa e media attività, con un tempo di smaltimento cioè di circa trecento anni, mentre per i rifiuti ad alta attività (con un tempo di smaltimento molto più lungo) ancora non è stata individuata una soluzione.

Il deposito nazionale nucleare sarà gestito dalla Sogin SPA, società del Ministero del Tesoro che dal 1999 ha il compito di curare la messa in sicurezza di tutti gli ex impianti di energia nucleare in Italia. Il 30 marzo a Roma un convegno dal titolo “Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: a che punto siamo?” ha fotografato lo stato dell’arte dell’iter procedurale. “Ad oggi l’Ispra ha verificato la lista stilata dalla Sogin delle possibili aree che potrebbero ospitare il deposito e l’ha trasmessa al Ministero” spiega Massimo Scalia, del Centro interuniversitario di ricerca per lo sviluppo, tra i relatori del convegno “ora il Ministero dovrà rendere pubblica la mappa dei siti. Dalla pubblicazione in poi decorreranno sessanta giorni per fare osservazioni, e noi non mancheremo di farne”. Le associazioni ambientaliste denunciano soprattutto la mancanza di un piano B. “In mancanza di una localizzazione condivisa con la popolazione cosa accadrà?” si domanda Greenpeace Italia.

Ospiti della puntata:
Roberto Mezzanotte, Ispra
Pasquale Stigliani, Scanziamo le scorie
Gianni Girotto, Movimento Cinque stelle
Massimo Scalia, Cirps
Giuseppe Onufrio, Greenpeace Italia

Terranave

Terranave è un programma di Marzia Coronati
Alla selezione musicale: Frank Dopo Mezzanotte

Per informazioni o consigli scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Terranave è trasmessa e diffusa da:

Radio Flash (Torino, 97.6) martedì 15 (replica martedì 20,00)
Radio Indygesta (Web Radio)
Radio Onda d’urto (Brescia, Cremona, Piacenza, 99.6) mercoledì 13,30
Basilicata Radio 2 (Potenza, 93.5) martedì 20,35
Radio Ciroma (Cosenza, 105.7) giovedì 17,00
Radio Onde Furlane (Udine, Pordenone e Gorizia, 90.0) sabato 17,30
Radio Beckwith (Torino, Cuneo, 87.8, 96.55) martedì 20,00 (in replica venerdì 7,00)
Radio Sonar (web radio) martedì 15,00
Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) lunedì 13,30
Radio Gold (Alessandria, 88.8, 89.1)
Radio Roarr (Web Radio) Mercoledì 18,00
Radio Booonzo (Web Radio) Venerdì 16,30

Wwoof Italia
Comune – info
L’Italia che cambia

 

La realizzazione di questa trasmissione è possibile anche grazie al supporto di Wwoof Italia

Evasori a servizio di Sua Maestà

  • Lunedì, 23 Marzo 2015 12:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
23 03 2015

E’ come essere in mare aperto, ma senza essere in mare. “Off Shore”, dicono gli addetti ai lavori. Niente imbarcazioni, ma 14 linee di metropolitana, le più efficienti del mondo, che ogni giorno spostano 606mila esperti fiscalisti, avvocati

facebook