Gli affari neri di Latina. C'è un "Fratello d'Italia"

  • Venerdì, 16 Ottobre 2015 14:10 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Corruzione e mafieMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Il Manifesto
15 ottobre 2015
 
E' arrivata come un fiume in piena l'ultima inchiesta denominata "Don't touch" firmata dal Gip di Latina Giuseppe Cario, eseguita dagli agenti della questura coordinati dal capo della squadra mobile Niglio. ...

Gli affari neri di Latina. C'è un "Fratello d'Italia"

  • Giovedì, 15 Ottobre 2015 12:26 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
15 10 2015
 
Earrivata come un fiume in piena l`ultima inchiesta denominata "Don`t touch" firmata dal Gip di Latina Giuseppe Cario, eseguita dagli agenti della questura coordinati dal capo della squadra mobile Niglio. Un fiume che ha travolto uno dei clan più pericolosi del pontino, espressione di una consorteria criminale che ha diramazioni nella politica locale e nazionale, nell`imprenditoria, nello sport e nel commercio, spesso agevolata da liberi professionisti e imprenditori dediti al malaffare. ...

Marco Omizzolo
Roberto Lessio

No Triv. Le nostre vite e i loro profitti

  • Mercoledì, 16 Settembre 2015 07:29 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
16 09 2015

Venerdì 11 settembre, si è svolta a Roma l’assemblea della Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali in cui si è affrontato il tema delle trivellazioni: le regioni hanno convenuto all’unanimità sulla necessità di deliberare per i referendum abrogativi dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo del 2012 e degli articoli 37 e 38 della legge Sblocca Italia. In questo modo si bloccherebbero tutte le concessioni date, a partire dal 2010, entro le 12 miglia marine (art. 35) e si annullerebbero gli effetti dirompenti delle concessioni per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi e del gas naturale e delle opere ad esse connesse. Di certo, la richiesta di deliberare inviata dal Coordinamento No Triv Nazionale – sottoscritta da più di 200 tra associazioni e movimenti territoriali e cento personalità di rilievo -, è stata una spinta per raggiungere quel traguardo.

Si seguito, l’appello per la manifestazione (confermata) dei No Triv di venerdì 18 settembre a Bari (ore 10, Fire del Levante). Qui l’evento facebook.

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Con il decreto “Sblocca Italia” e le nuove concessioni per le ricerche di idrocarburi, il governo Renzi sta lanciando un’offensiva terrificante contro i nostri territori: li sta trasformando in un terreno di conquista privo di qualsiasi regola per le multinazionali del petrolio, pronte a distruggere l’ambiente, rovinare la nostra salute e calpestare i nostri diritti in nome dei propri profitti.

La Puglia ad oggi è una delle regioni nel mirino dei petrolieri. Ben 9, infatti, dei 12 permessi di ricerca iscritti in Gazzetta Ufficiale e rilasciati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare riguardano le nostre coste, dell’Adriatico e dello Ionio.

La retorica, ormai stantia, è sempre la stessa: il petrolio porta ricchezza. Eppure, la distruzione della Basilicata, un territorio ricco di natura e storia, ad opera dei petrolieri, dovrebbe dimostrare più di tante chiacchiere quali siano i veri effetti delle trivellazioni.

Non vogliamo però affatto essere un movimento No Triv “non nel mio giardino”. È la ragione per cui, come Coordinamento No Triv – Terra di Bari, convochiamo una manifestazione interregionale il 18 settembre 2015, giorno in cui, presso la Fiera del Levante, si terrà un incontro tra i Presidenti di Regione proprio sul tema delle trivellazioni.

Chiediamo un impegno da parte dei consigli regionali – ne sono sufficienti cinque – nell’adozione di una delibera volta a indire un referendum popolare per:

– l’abolizione dell’art. 35 del Decreto Sviluppo, che riguarda i procedimenti in mare entro le 12 miglia, potrebbe bloccare ben 50 nuove concessioni, tra cui le più recenti pugliesi;

– l’abolizione degli artt. 37 e 38 dello Sblocca Italia, che oggi consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi, senza che vengano individuate le priorità e che venga chiarito il “piano delle aree”, come previsto dalle leggi vigenti, e senza che si applichi la Valutazione Ambientale Strategica. L’abolizione dei suddetti articoli, inoltre, restituirebbe alle Regioni la competenza sulla Valutazione di Impatto Ambientale, mettendo fine ad un ignobile commissariamento da parte del Ministero dell’Ambiente, volto a facilitare le multinazionali del petrolio.

Vogliamo che sia una manifestazione aperta, partecipata e costruita dal basso, che non cerchi sterili tavoli, ma ribadisca alle istituzioni regionali che è necessario agire velocemente. Le dichiarazioni cui non seguono azioni concrete resteranno per noi inutili chiacchiere da campagna elettorale.

Ribadiamo con profonda convinzione che le nostre vite valgono più dei loro profitti.

Self-destruction: fermare le violenze a Napoli

  • Martedì, 08 Settembre 2015 10:01 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
08 09 2015

Da qualche mese al centro di Napoli si spara. Nella maggior parte dei casi sparano i giovanissimi e muoiono i giovanissimi.


What to do Is stop the violence and kick the science

Down the road that we call eternity

(Self-destruction, Stop the violence movement, 1989)


La scorsa notte è successa, tra tutte, la vicenda forse più inquietante. Gennaro, 17 anni, freddato da uno dei numerosi colpi di arma da fuoco esplosi a caso nel mezzo del Rione Sanità. Gennaro è una vittima assolutamente innocente. Eppure ai giornali è bastata nient’altro che la sua provenienza per parlare immediatamente di lui come di un pregiudicato, lasciando intendere tutt’altra dinamica e infangando la sua giovane biografia già a poche ore dalla morte. Ancora stamattina, nonostante l’acclarata ricostruzione della dinamica, Studio Aperto si è inserito in questa narrazione menzognera, fomentandola.

Gennaro, nonostante la sua età, per il mainstream è già solo un numero, l’ultimo morto che serve a convocare in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza e a motivare probabilmente l’ennesima inutile calata dell’esercito sulla città.

Per noi però Gennaro non può essere un numero. Per questo a suo padre, storico attivista del movimento dei disoccupati organizzati che ha speso una vita in prima linea per l’emancipazione e la dignità dei subalterni di questa città, dobbiamo innanzitutto una ricostruzione di verità pubblica perché Gennaro non finisca dove aveva scelto di non stare. Non è la prima volta che succede che la morte di un innocente venga fatta passare per altra cosa. E’ il quartiere di provenienza e la condizione sociale a determinare il grado di sospetto da volgere ai corpi senza vita e quando il quartiere è popolare quasi sempre non c’è appello. L’innocenza assoluta non esiste. Così Gennaro sta pagando per essere un giovanissimo abitante della Sanità, figlio sicuramente di un Dio minore di quello degli stessi pennivendoli che con superficialità lo hanno descritto come vittima di un agguato.

Che in questa città esistono due pesi, due misure, due registri e due modalità di allarme assai differenti è cosa nota. L’agenda della Napoli “per bene”, preoccupata della sicurezza, stabilisce le priorità in base a un ordine assolutamente arbitrario. Basti pensare a quanto rumore ha generato il raid di Piazza Bellini di qualche notte fa a fronte dell’uccisione del piccolo Gennaro, per il quale ancora nessuno ha speso una parola. Per alcuni politici che già si sfregano le mani in attesa della campagna elettorale, la questione più rilevante pare essere semplicemente salvare il marciapiede buono dall’incursione dei “violenti”, come ci ha tenuto a definirli l’ex governatore Bassolino. Proprio lui, che tra città e regione ha governato questo territorio per vent’anni e che ha una quantità infinita di responsabilità nel peggioramento delle nostre condizioni di vita che dovrebbe indurlo a modificare il linguaggio o meglio a stare sapientemente in silenzio.

A noi, alla parte di città a cui non interessano condizioni e provenienze delle vittime di questa mattanza, spetta il compito di prendere parola e costruire la mobilitazione. Non ci sfugge che la vicenda di Gennaro merita la massima attenzione e che provando a contestualizzarla non bisogna correre noi stessi il rischio di confonderla con le altre storie, legate comunque a dinamiche di faida e micro-faida. Gennaro è comunque la vittima di una guerra. Una guerra strana perché per la prima volta non si combatte tra due grandi clan ma si esprime in una serie di conflitti molto più pulviscolare. Ogni guerra, qualunque sia la sua forma, lascia sul terreno gli innocenti. Nessuna guerra purtroppo risparmia chi non c’entra.

E allora forse bisogna provare a fare un passo indietro, utile a connettere la morte di Gennaro, gli agguati continui tra ragazzini e l’inadeguatezza della propaganda securitaria promossa dalla società civile. Tanto per cominciare le guerre di camorra non sono mai un fenomeno inedito. Possono certamente cambiare le forme, le modalità con cui si danno i processi di accumulazione di profitto dell’economia illegale sui territori ma le guerre prima o poi arrivano. La guerra è l’espressione della concorrenza nel libero mercato dell’informale e si combatte quasi esclusivamente nei luoghi controllati dall’imprenditoria armata.

Dunque se succedono sempre, ovunque ci sia un territorio sottoposto al ricatto del crimine organizzato, allora dovremmo interrogarci su che cosa sono in effetti queste fantomatiche faide se non un periodico riassestamento delle spartizioni del controllo territoriale, della governance che di volta in volta producono i cartelli criminali nella gestione del profitto. E soprattutto quanto sono funzionali anche alle clientele politiche del formale questi riassestamenti di cui la città “indignata” e “legale” nota solo l’estetica della brutalità. Da questa prospettiva la storia dei tanti e troppi giovanissimi che vengono reclutati sistematicamente dai clan e senza batter ciglio rischiano tutto, va affrontata seriamente, innanzitutto come questione sociale e non come espressione di un’anomalia metropolitana, segnata da una precisa stigmatizzazione antropologica. Nominarli Baby-padrini, boss-bambini o con altre stupide formulette come queste, non fa altro che allargare la distanza tra il fenomeno e la causa, non costruendo In questo senso alcuno spazio per la risposta. Piuttosto dopo anni di inutile militarizzazione, dopo la sperimentazione delle operazioni “alto impatto” fiancheggiate da indignazione a singhiozzo, possiamo tranquillamente ammettere che l’informale continua ad essere, in tutte le sue articolazioni, la prima voce dell’economia di alcuni quartieri. Soprattutto perché le richieste del mercato riguardano la città tutta, come dimostra il mercato della droga. L’economia illegale è parte della medesima fabbrica sociale di quella legale. Entrambe nella metropoli e per la metropoli producono merci, sfruttano forza lavoro, controllano e appagano il desiderio. L’illegale detiene l’egemonia sull’appagamento del proibito.

E se questo è il nodo, allora è evidente che non può esistere forma di risposta collettiva incisiva, mobilitazione delle coscienze efficace che parta già con la pretesa di costruzione di un noi e di un loro, di una Napoli “per bene” e di una “per male”. A questa idea di città divisa, che non si preoccupa di tutta se stessa ma di sottrarre alla barbarie la sua parte migliore, andrebbe sostituito piuttosto un accorato appello da noi a noi, un grido che viene da dentro e che a chi è dentro chiede di interrompere questa follia fratricida funzionale sempre agli interessi degli oppressori.

Abbiamo bisogno di un appello largo e rapido, che contagi tutti e che coinvolga artisti, studenti ma soprattutto i guaglioni che abitano i quartieri coinvolti. Un appello che richiami allo spirito di quella canzone che nell’89 a New York una parte della scena rap scrisse per fermare le faide tra i neri e l’affermazione dell’etica gangsta. Self-destruction si chiamava il brano. Auto-distruzione, appunto. La stessa a cui ci sottoponiamo da sempre nelle strade di questa metropoli e che oggi ci porta a registrare giorno dopo giorno la scomparsa o il ferimento di ragazzi sempre più giovani a cui la magistratura adduce cinicamente curriculum criminali da boss sanguinari e che invece, senza quella fame di forca e galera, ci sembra più una immensa tragedia sociale. Per questo, sarebbe il caso che chi ha avuto rilevanti ruoli di governo di questi territori, invece che fare opinione sui fatti di cronaca, si assumesse la responsabilità di aver usato troppo spesso anche la marginalità sociale come terreno su cui lucrare e costruire clientele, lasciando di fatti i tantissimi quartieri popolari di questa complessa città in balia della solitudine e del ricatto del modello di sfruttamento criminale.

Per Gennaro, per suo padre e per la città, dobbiamo lavorare seriamente per costruire una mobilitazione contro i virus che generano i sintomi non una reazione ottusa alla sintomatologia punto e basta. Una mobilitazione per fermare l’auto-distruzione non per rigettarla nei vicoli poco lontani dal marciapiede buono. E’ necessario scendere in strada per arginare questa forma di oppressione e per pretendere la rottura dell’isolamento e della marginalizzazione economica di Napoli, perché solo l’arrivo di ingenti risorse destinate allo sviluppo dei territori e solo un’implementazione vera del welfare e delle possibilità di lavoro può interrompere per sempre la mattanza.

8 Settembre 1943. La caduta del regime

  • Martedì, 08 Settembre 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contropiano
08 09 2015

Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.

Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Alle ore 16,30 Radio New York anticipa la notizia.

In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.

Alle ore 18,45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.

Alle 19,45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.

Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.

Alle ore 5,10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porterà a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.

Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.

Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace.

Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.

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