Corriere del Mezzogiorno
21 01 2015


La famiglia del boss Michele Zagaria controllava gli appalti dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta grazie ai politici, prima Mastella e poi Cosentino.

Sono 24 le persone arrestate nelle scorse ore dalla Dia, tra cui Elvira Zagaria, sorella del capoclan Michele: dieci in carcere e 14 ai domiciliari, nel corso di un’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e abuso d’ufficio, con l’aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta è dei pM Antonello Ardituro (oggi al CSM) e Anna Maria Lucchetta. Dalle indagini, e in particolare dalle intercettazioni telefoniche, è emerso che il clan dei casalesi, per ricambiare la copertura fornita da alle sue attività da Nicola Cosentino (la cui posizione è stata stralciata e gli atti inviati a Santa Maria Capua Vetere; non si può procedere nei suoi confronti per concorso esterno in associazione camorristica dal momento che per questo stesso reato Cosentino è già a giudizio), gli garantì appoggio politico in particolare al congresso del Pdl che si svolse a Caserta nell’ottobre del 2012 che sancì la sua leadership.

E spuntano i nomi di Caldoro e Alemanno

Dall’ordinanza spunta anche il nome del presidente della Regione, Stefano Caldoro: da alcune intercettazioni emerge infatti che il clan dei Casalesi avrebbe appoggiato la sua candidatura in una campagna elettorale agli inizi degli anni Duemila.
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno avrebbe avuto invece un ruolo di primo piano nell’assegnazione di alcuni appalti alle ditte vicine a Zagaria.

Le primarie

Francesco Zagaria, il cognato omonimo del capoclan Michele, nel 2007, in occasione delle primarie per l’elezione del segretario regionale del Pd, sponsorizzò Sandro De Franciscis. Anche questa circostanza emerge dall’ordinanza cautelare del gip Giuliana Taglialatela. A rivolgersi a Zagaria per sostenere De Franciscis fu Luigi Annunziata, ex direttore generale dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano, poi defunto.

Il procuratore: governatore non indagato

Il procuratore Colangelo su Caldoro, Alemanno e de Franciscis non indagati ma i cui nomi spuntano nelle intercettazioni dice: «Noi ci occupiamo solo di fatti di rilevanza penale». E gli fa eco il procuratore Borrelli: «Argomento di solo interesse giornalistico».
shadow carouselL’azienda ospedaliera nell’occhio del ciclone.

Camorra e politica, gli uomini di Cosentino

Direttamente impegnati nella “copertura politica” dell’organizzazione mafiosa casalese, secondo gli inquirenti, sono risultati essere due uomini di Cosentino: il consigliere provinciale di Forza Italia, Antonio Magliulo e l’allora consigliere regionale del medesimo partito Angelo Polverino, già arrestato per corruzione in concorso con l’ex sindaco di Caserta nonché ex direttore amministrativo della ASL CE, Giuseppe Gasparin. Tra gli appalti aggiudicati a imprese legate alla famiglia Zagaria, quello per la tinteggiatura dell’ospedale, quello per la manutenzione degli ascensori e quello per la gestione del bar e delle macchinette distributrici di bevande.
Direttore Asl, consiglieri di Forza Italia: tutti i nomi degli arrestati
Ecco i nomi degli arrestati in carcere: Remo D’Amico, Elvira Zagaria, Antonio Magliulo (consigliere provinciale di Forza Italia), Raffaele Donciglio, Bartolomeo Festa (dirigente unità operativa complessa di ingegneria ospedaliera),Vincenzo Cangiano, Orlando Cesarini, Domenico Ferraiuolo, Gabriele D’Antonio, Luigi Iannone.
Questi, invece, i nomi degli indagati agli arresti domiciliari: Francesco Alfonso Bottino (direttore generale azienda ospedaliera S’Anna e San Sebastiano), Salvatore Cioffi, Antonio Della Mura, Roberto Franchini, Nicola Frese (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Giuseppe Gasparin (Direttore asl caserta ed ex sindaco caserta), Antonio Maddaloni (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Paolo Martino (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Mario Palombi, Angelo Polverino ex consigliere regionale Pdl, Giuseppe Porpora, Rocco Ranfone, Giuseppe Raucci (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Umberto Signoriello (dipendente unità operativa complessa di ingegneria).

Mastella: «Mai coperto nessuno»

E Clemente Mastella replica: «In merito a notizie apparse oggi sulla stampa voglio dire con nettezza e con orgoglio che non ho mai coperto nessuno. Tantomeno mi sono mai occupato di vicende, di appalti che riguardano l’ospedale di Caserta. Peraltro, a suo tempo, il direttore generale di quell’ospedale, il dottor Luigi Annunziata, in diretta televisiva, dagli studi di Anno Zero, intervistato da Michele Santoro sulla nomina di primari, ebbe a dire che mai alcuna richiesta gli era giunta da parte mia. ‘Mastella non mi ha mai chiesto nulla’, affermò il manager. Non solo. Da una intercettazione risulta anche che, a precisa domanda rivoltami da Annunziata, in riferimento ad esponenti politici locali, il sottoscritto (come risulta dagli atti processuali), gli rispose: ’Se ti chiede cose illegali caccialo via’ . Come risulta sempre da atti processuali in corso, non mi pare che i rapporti tra il manager dell’Ospedale e la famiglia Mastella fossero idilliaci e comunque tali da poter determinare qualsivoglia forma di condizionamento rispetto alla gestione dell’ospedale. Nessuno può mai rispondere di responsabilità altrui , ancor più in sede locale e penale. Ero, sono e resto una persona pulita che non ha mai favorito aspetti e pratiche illegali».

Chi inquina (e uccide) non paga

  • Mercoledì, 14 Gennaio 2015 14:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
14 01 2015

di Antonia Battaglia

Il nuovo decreto Ilva, approvato in Consigli dei ministri il 24 dicembre scorso, è stato reso pubblico. Composto di nove articoli, il testo rappresenta un via libera totale e senza freni alla produzione dello stabilimento di Taranto, che viene definito di fondamentale interesse strategico nazionale e di pubblica utilità.

Il principio di questo decreto è la volontà chiara di salvare lo stabilimento e di eludere il grave problema ambientale e sanitario, allungando i tempi della realizzazione di quelle misure contenute nell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per l’abbattimento, seppur parziale, di un inquinamento che è ormai totale e che ha toccato l’intero ecosistema dell’area.

Senza il rispetto dell’AIA (permesso a produrre), così come aveva sottolineato la Corte Costituzionale, l’Ilva non poteva garantire il bilanciamento tra diritto alla salute e diritto al lavoro e pertanto il sequestro degli impianti, del 2012, sarebbe potuto diventare di nuovo senza facoltà d’uso. Adesso l’AIA, scritta nel 2011, rivista nel 2012 e modificata nel marzo 2014 con un Piano Ambientale deludente e annacquato, non esiste de facto più.

Perché il decreto, che allunga i tempi affermando che tale piano si deve considerare completato qualora entro luglio 2015 venga realizzato almeno l’80% delle prescrizioni, in concreto non risponde al problema urgente: mettere un freno alla produzione che, secondo la Magistratura tarantina, inquina e uccide. Perché per il restante 20 % di misure da attuare in un futuro imprecisato (da definire con nuovo decreto ministeriale) ci potranno volere ancora anni, e in quel 20% ci potrebbero essere gli interventi più urgenti e costosi, quelli che farebbero la differenza sulla salute dei cittadini. Ad esempio la copertura dei cumuli di minerali e carboni, le cui polveri si diffondono incontrollatamente sulla città; o ancora, l’aspirazione delle emissioni nocive in fuoriuscita libera dallo stabilimento.

Il decreto pone l’Ilva sotto amministrazione straordinaria, in attesa di trovare un affittuario o acquirente, che possa acquisire l’azienda e garantirne la produzione senza alcun vincolo di natura ambientale o sanitaria. Si parla di bonifiche, rimandando al Piano Ambientale il cui completamento è di là da venire, e si specifica anche che il rapporto di valutazione sul danno sanitario, che potrà essere impugnato solo se la Regione ne chiederà il riesame, non potrà fermare il funzionamento dello stabilimento né modificare l’AIA.

L’Ilva è di pubblica utilità. Il massimo che il decreto concede ai tarantini, la cui vita viene ancora una volta mercificata, consiste nella promessa dell’insediamento di un nuovo “tavolo istituzionale” per il rilancio della città, della sua bellezza e della sua cultura.

Misure e proclami lanciati per cancellare il fatto che il Governo ha deciso che l’Ilva deve continuare a produrre, così come ha fatto in passato, nonostante Taranto.
La urgente e indifferibile emergenza sanitaria che sta decimando la città non interessa. Perché fermare la devastazione avrebbe dovuto costituire il primo obiettivo del governo di uno Stato di diritto degno di tale nome.

Il decreto approva anche le modalità di smaltimento di rifiuti pericolosi e non, già protette da un decreto dell’estate 2013, a firma del ministro Orlando. Le discariche all’interno dell’Ilva erano illegali, ma si è provveduto a renderle legali, questo nuovo decreto lo ribadisce.

Alea iacta est. Il Governo ha scelto di basare la sua competitività sulla malattia e la morte, mettendo al centro non i diritti naturali delle persone e gli investimenti in tecnologie che potrebbero garantirli, ma un nuovo e più odioso decreto che toglie alla popolazione la speranza di un futuro migliore. C’è un aumento costante dei casi di cancro, circa 1.000 nuovi malati ogni anno, in controtendenza rispetto al resto d’Italia, il cui tasso è in diminuzione. Ma la legge dice che Taranto non ha diritto a vivere, deve solo produrre e per contentino, in regalo, tanto orgoglio nazionale e la promessa di mirabolanti progetti culturali a richiamo della gloria passata della città.

Allungare ancora i tempi di attuazione dell’AIA vuol dire consegnare per certo la città e la sua gente ad anni di sofferenza. Lo dicono i dati sui malati di tumore, lo dice la Magistratura con le sue perizie, lo dice lo studio Sentieri, lo dice la Commissione Europea con il Parere Motivato lanciato sulla questione ILVA in ottobre 2014.

Il decreto, infine, stabilisce che i vertici della struttura non potranno essere perseguiti penalmente “per illeciti strettamente connessi all’attuazione dell’autorizzazione AIA e delle altre norme a tutela dell’ambiente”. Ovvero, i vertici della nuova Ilva non potranno essere perseguiti per nessuna delle azioni illegali che potrebbero commettere nell’esercizio delle loro funzioni poiché esse da oggi sono perfettamente legali.
Il nuovo decreto assicura, quindi, che i reati di inquinamento attuale e futuro non possano essere perseguiti penalmente. Ai responsabili della nuova amministrazione Ilva è garantita l’immunità.

In questo senso va anche il Disegno di Legge 1345, sui delitti ambientali. In discussione al Senato da diversi mesi, il DDL 1345 è stato accolto da diverse associazioni come una norma salva-ambiente mentre, al contrario, esso, se approvato, depotenzierà qualsiasi azione della magistratura finalizzata a contrastare i crimini ambientali.

Una nuova petizione, lanciata da Legambiente per l’approvazione del Decreto Legge 1345 sui delitti ambientali, e firmata da diverse tra le più importanti associazioni nazionali, rappresenta un pericolosissimo assist al Governo che preme per una approvazione veloce di questa norma . Qualcosa non torna.

Il testo del disegno di legge, infatti, già approvato alla Camera e in discussione al Senato da mesi, desta numerose perplessità per vari motivi. Esso rappresenta un’ importante sanatoria per chi è o sarà accusato di aver commesso crimini ambientali, ma soprattutto esso mira a definire il disastro ambientale come “reato di danno” piuttosto che come “reato di pericolo”. Per accertare il reato di danno ambientale, infatti, si deve esser verificata una “alterazione irreversibile dell’ecosistema”, ma il testo non specifica i concetti di “compromissione” e di “deterioramento” dell’ambiente stesso, lasciando così margini larghissimi di interpretazione dei fatti e del reato di danno accaduto a chi tali reati dovrà giudicare.

Per accertare come irreversibile un danno ambientale dovranno passare molti anni: l’astrazione della definizione e il lavoro di ricognizione scientifica che il testo chiama in causa fanno presupporre che il reato sarebbe ipotizzabile solo dopo una eventuale dichiarazione di "irreversibilità" del danno ambientale, quindi solo dopo aver provato a ripristinare la situazione antecedente all’inquinamento, attraverso tentativi di bonifica e di decontaminazione.

Passerebbero decenni, perché i disastri possono restare a lungo “invisibili”, prima che emergano i segnali della compromissione totale. Un incendio, uno scoppio, una petroliera che perde in mare sono evidenti; i picchi di cancro negli anni no, possono essere nascosti con grande maestria e uccidere più della perdita di petrolio in mare.
Il Ddl 1345 definisce il reato di danno ambientale quale evento “in violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela” al fine di portare la punibilità del reato di disastro ambientale al livello di meri regolamenti degli enti territoriali locali e quindi per poter perseguire illeciti, anche importanti, con mere ammende amministrative. Si permetterebbe a chi inquina a continuare a operare senza alcun problema di tipo penale e diventerebbe molto difficile per la magistratura poter punire i reati in oggetto. La punibilità di fatti gravissimi dipenderebbe solo dall’osservanza di carenti norme amministrative.

“Chi inquina paga”, se ha violato disposizioni amministrative, e solo se prima il danno è stato definito irreversibile e la sua riparazione è troppo onerosa per lo Stato.
Perché non si definiscono nuove e più pregnanti regole per fermare la devastazione che avanza in diverse zone del Paese, ma si sposta l’ago della bilancia in favore dell’inquinatore? Perché a Taranto ed in altri luoghi esposti al forte inquinamento, tutto avviene secondo le regole, secondo le norme.

Perché le leggi italiane in fatto di emissioni industriali, di smaltimento di rifiuti, di contaminazione, di controllo sulle sostanze immesse in aria acqua etc. non sono adatte a proteggere i cittadini. Né i controlli, affidati alle Agenzie Regionali di Protezione Ambientale si sono mai rivelati all’altezza dei problemi riscontrati.
Il Ddl 1345 è pericoloso per Taranto, Porto Tolle, Gela e Milazzo, Tirreno Power, Brindisi, le discariche romane, la Terra dei Fuochi e per le altre realtà italiane dove sono in atto reati ambientali tra i più gravi in Europa.

Perché Legambiente si mette dalla parte delle lobbies e del Governo?

Perché non si batte, assieme alle altre associazioni, al nostro fianco per una revisione drastica dei limiti di diossina, cosa che potrebbe salvare tante vite umane? Perché non si battono per la legislazione sul benzo(a)pirene, sugli IPA, sui PCB ?
Per il processo Ilva, la conseguenza dell’approvazione della nuova legge potrebbe essere quella di una revisione delle richieste di rinvio a giudizio e quindi dell’apertura di una battaglia legale mirante a sfruttare le numerose ambiguità del nuovo documento. Il Disegno di Legge 1345 è l’arma che può salvare chi è reo di gravi crimini ambientali, perché esso non rende più incisiva la legge né stabilisce limiti dei diversi inquinanti che fanno ammalare e uccidono.

Se il nuovo decreto legge Ilva/Taranto, annunciato lo scorso 24 dicembre, dovesse essere approvato come tale, quindi liberandosi dalla urgente applicazione delle prescrizioni AIA, inquinare a Taranto sarebbe non punibile se non con ammende amministrative. Immettere nell’aria livelli elevanti di diossina, di IPA, di benzoapirene oggi, dopo l’accertamento della magistratura, è un reato penale: il GIP di Taranto parla di attività criminosa. Se il Ddl 1345 fosse approvato, i rei non potrebbero essere perseguiti.

Il Senatore Felice Casson ha presentato una serie di emendamenti correttivi al testo originario, testo il cui obiettivo, lo ribadiamo, è quello di limitare l’azione penale della magistratura. Gli emendamenti presentati vogliono, tra l’altro, sganciare il reato dalla applicazione delle norme amministrative e definire in maniera più esatta e pregnante il concetto di inquinamento, riportando la partita nel campo del pericolo ambientale e sanitario, che viene esplicitamente menzionato.

Resta profondamente sconcertante che Legambiente, WWF e Greenpeace abbiano sostenuto la petizione che vuole l’approvazione immediata di una legge che depotenzia il reato ambientale da penale ad amministrativo. Oggi esiste un pericolo concreto e la magistratura interviene per disastro ambientale, domani prima di intervenire dovrà attendere di accertare la fine dell’ecosistema per arrivare ad una multa.

Cambiare le regole al voto dei sospetti

  • Martedì, 13 Gennaio 2015 09:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
13 01 2015

Nonostante i toni che non condividiamo, abbiamo deciso di pubblicare ugualmente questo articolo perchè mette in luce un aspetto dell'andamento delle primarie del PD in Liguria e della strumentalizzazione dei migranti (NdR)

Ma sulle primarie del Pd per la presidenza della Regione Liguria pesa l’inaccettabile sospetto che siano state decise da quegli stranieri che nel loro italiano pasticciato chiedevano la scheda per scegliere il successore di Burlando e poi, all’uscita, domandavano ingenuamente dove dovevano andare per ritirare il premio promesso

Marlane. Racconto di una fabbrica dei veleni

  • Martedì, 30 Dicembre 2014 15:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
30 12 2014

Dopo Casale Monferrato e Bussi, anche in Calabria ha vinto il padrone.
Nessuna giustizia per gli operai e le operaie deceduti per i veleni emessi dall'industria tessile.

La Calabria è una regione meravigliosa, ricca di rare bellezze naturali e con una struttura morfologica capace di regalare al territorio panorami mozzafiato. Coste rocciose e spiagge, sovrastate da quelle colline che fanno da cornice ai parchi e alle riserve naturali montane e sembrano essere guardiane dei litorali. Promontori e golfi, incantevoli alla sera anche se il mare è in burrasca. Prati, montagne innevate in inverno, boschi, frutta, castagneti, fiumi e laghi appartenenti ad un entroterra in cui la natura è stata generosa nel distribuire tutto il suo immenso splendore.
La Calabria. Una terra povera, madre di figli e figlie emigrati per altri luoghi alla ricerca di un lavoro, di un futuro stabile che purtroppo non riesce ad offrire. Sulla disperazione e su una forte disoccupazione ha radicato le sue radici la “malapianta” - la 'Ndrangheta - organizzazione malavitosa capace di dipingere a tinte scure il volto di un territorio condannato a pagare, per lungo tempo, il prezzo del malaffare.
Un popolo dedito alla pesca, all'agricoltura e all'allevamento quando possibile. Un'area della penisola italiana tra le più indigenti che dalla metà degli anni 50, però, comincia ad essere bramata dai ricchi industriali dal titolo nobiliare, interessati ad accrescere i propri guadagni.

Questo incipit vale anche per Praia a Mare, la città dell'isola di Dino e della “fabbrica dei veleni”.
Sono gli anni del Dopo Guerra e della seconda tornata di imbarchi verso l'America, delle partenze alla volta delle miniere del Belgio e degli altri Stati europei o delle industrie dell'Italia Settentrionale quando il biellese industriale, conte Stefano Rivetti, giunge per la prima volta in quelle terre incontaminate e fa tappa a Maratea. La povertà è tanto diffusa quanto puliti e genuini sono quei luoghi, e per “risollevare economicamente il Sud Italia” fioccano fondi e finanziamenti elargiti dalla Cassa del Mezzogiorno, con il patrocinio dell'egemone Democrazia Cristiana. Con quei soldi Rivetti inizia a “civilizzare” quella parte della costa tirrenica, a metà tra la Lucania e la Calabria: l'azienda florovivaistica “Pamafi”, l'hotel a cinque stelle (ancora extra lusso) Santa Venere, il “Lanificio di Maratea S.p.A.” mandato avanti da 300 dipendenti, rappresentano una fetta del boom economico vissuto dall'Italia Meridionale alla soglia degli anni 60. Tutto sembra procedere a gonfie vele. Molte persone lasciano la zappa o abbandonano le battute di pesca e vengono impiegate in fabbrica, dove ricevono quel minimo di alfabetizzazione necessaria per imparare a leggere e a scrivere senza dover più firmare con una x. Finalmente si svolge un lavoro diverso, in grado di permettere stabilità economica.
Lo sviluppo industriale prolifera e varca il confine lucano giungendo nella vicina Calabria, a Praia a Mare. Qui, nel 1957, il conte Rivetti inaugura il “Lanificio R2” e la “Lini e Lane”, quest'ultima specializzata nel confezionare tovagliato e ricami.

Per il gruppo Rivetti comincia il declino: gli stabilimenti di Maratea e la Lini e Lane chiudono nei primi anni 70, e il Lanificio R2 sarà rilevato dall'IMI (Istituto Immobiliare Italiano) dall'ENI nel 1969, cambiando nome in “Lanerossi”. Nel 1987 la fabbrica è acquistata dal gruppo tessile Marzotto, con sede principale a Valdagno, in provincia di Vicenza, e sarà intitolata “Marlane-Marzotto S.p.A.”. I Marzotto sono una famiglia di conti, proprietari di un vero e proprio impero nella produzione delle stoffe: tre industrie presenti solo nel Veneto a Valdagno, Schio, Piovene Rocchette, nel vicentino; a Manerbio, nel Bresciano ed a Salerno. Tutte queste imprese, insieme al polo prajese, dismetteranno la propria attività agli inizi del 2000, per essere trasferite tra la Polonia e la Repubblica Ceca, mentre lasciano centinaia di persone senza un lavoro. E senza una buona salute.
“Perchè chiusero la fabbrica e ci tolsero il lavoro e ci resero la vita molto dura.”

A Praia a Mare, dicevamo, si producevano stoffe. I soli reparti di tintoria e filatura impiegavano più di 300 persone, provenienti anche dai paesi limitrofi come Tortora, Ajeta, San Nicola Arcella e Scalea. Il fiorente commercio e la grossa produzione permettevano ai lavoratori uno stipendio con cui potevano acquistare appartamenti o costruire le proprie case, avere i primi elettrodomestici e la macchina, togliersi qualche sfizio, viaggiare, permettere ai figli di avere l'istruzione a loro mancata per le carenze economiche o sperare che entrassero a lavorare in fabbrica, di modo che la “famiglia” non si sarebbe mai dovuta separare.
Su tutti questi “piccoli diritti da schiavo” il padrone ha accresciuto la propria ricchezza.
Su tutte queste apparenti soddisfazioni, sull'ignoranza e la necessità di “lavorare per campare” il padrone ha ricattato e sfruttato il proletario, abbattendo i costi sul lavoro. Parafrasando Marx si potrebbe affermare come il capitalista di turno - in questo caso Marzotto - abbia disposto la modalità e concesso il suo permesso affinché l'operaio potesse vivere e lavorare.
Le ottimali condizioni lavorative descritte dagli operai e dalle operaie nelle interviste di emittenti televisive e giornali, abili ad arricchire di maggiori dettagli felici quelle relazioni, ben presto si scopriranno solo “narrazioni di facciata” e frutto dell'omertà a cui si era costretti per continuare ogni mese a ricevere uno stipendio.

Nel 1968, mentre a Valdagno scoppia la rivolta degli operai della fabbrica Marzotto, sfociata in una ribellione cittadina portata avanti da 3.000 persone e i lavoratori, come atto liberatorio dalla pesante pressa del padrone abbattono la statua del conte Gaetano Marzotto; nella lontana Calabria, gli operai e le operaie della Marlane si ammalano e muoiono di uno strano malanno.
“E' morto di un male. Non stava bene”, questo ripeteva il proletariato assoldato nel tessile.
Uno, due, tre, dieci. A metà degli anni 80 sono più di cinquanta le morti sospette avvenute per esalazioni tossiche. I dipendenti della Marlane hanno pagato con il silenzio e la vita il ricatto del padrone: se volevi continuare a lavorare dovevi nascondere la testa sotto la sabbia. Zitto e muto, eri costretto a calpestare la tua dignità di essere umano e ad inginocchiarti davanti al profitto del ricco industriale, da tutti apprezzato e rinomata benevola persona verso quel Sud in difficoltà.

Nel reparto di tintoria erano presenti delle vasche, prive di copertura, in cui i dipendenti, senza mascherine e guanti, immergevano a mani nude le stoffe nelle sostanze coloranti risultate essere tossiche. A peggiorare la situazione si aggiunse anche la rimozione dei separatori con il reparto di filatura.
L'impianto di areazione non funzionava e gli operai filtravano l'aria attraverso i propri polmoni. “Stamattina andiamo in Val Padana!”, scherzava qualcuno. Forse per sdrammatizzare, forse per farsi coraggio e stringere i denti ad andare avanti. Nel 1973 due operai addetti al carbonizzo, macchinario adoperato nella bruciatura dei peluche presenti sui capi scuri, decedono per un cancro all'apparato digerente.
Nessuno parlava, e se qualcuno si lamentava delle condizioni di lavoro era invitato ad andare via. Per un operaio licenziato, un altro era facilmente reperibile in una terra dove si scappa dalla mancanza di occupazione. L'aria puzzolente rendeva l'atmosfera irrespirabile e a fine turno, per ripulire le vie respiratorie, si beveva mezzo litro di latte.
Latte contro elementi tossici. Ottima soluzione, costo operaio pari a zero lire.
Il reparto di filatura aveva i telai in amianto: i freni sfregavano sulle macchine generando la polvere aspirata degli addetti ai lavori. Solamente nel 1996 una delegazione sindacale si recò a Roma per chiedere maggiore sicurezza sul posto di lavoro, anche perchè di medici nemmeno l'ombra.

Uno, due, tre, dieci, trenta, cinquanta, cento gli operai e le operaie morte di carcinoma e leucemia.
“Mio marito tornava a casa e sputava saliva nera nel fazzoletto. Tossiva.”- questo è il racconto della vedova di Biagio Possidente, preposto ai telai. “Non dovevo parlare o i miei figli non avrebbero trovato impiego in nessuna fabbrica. La casa? O compri o te ne vai.” è la testimonianza della vedova di Aurelio Greco, altro operaio deceduto per cancro e residente in una di quelle palazzine tra cui si trova anche il “palazzo delle vedove” poichè 5 persone su 6 sono morte per un cancro ed altre sono in cura. Oltre il danno la beffa, se pensiamo all'obbligo di acquisto a cui sono stati vincolati gli ex dipendenti Marlane o i loro eredi senza avere l'appoggio delle istituzioni locali, evidentemente troppo affaccendate ad oscurare la vicenda ed a proteggere padron Marzotto.
Il figlio del signor Greco, invece, narra gli ultimi drammatici momenti di vita del padre quando i due Bravi, inviati dal Veneto in Calabria su ordine di Don Rodrigo, giungono in ospedale e prendono la mano lavoratore ormai in stato terminale e di semi-coscienza per “aiutarlo” a firmare la lettera di licenziamento. “O firmava o non avrei avuto diritto alla pensione. Così mi hanno detto quando sono andata in fabbrica per chiedere come mi dovevo muovere”. E' sempre la vedova Greco a rivivere le tristi giornate rimaste indelebili nella sua memoria, che si libera di quel peso tenuto dentro per tanto tempo ai microfoni di Crash, un programma trasmesso su Rai Tre solo anni dopo rispetto al primo interessamento della magistratura sul caso. Gli stessi giornalisti intervistano anche Luigi Pacchiano, operaio che preferì licenziarsi dalla fabbrica perchè malato e privo di qualunque aiuto da parte dei sindacati e dei responsabili Marlane; che insieme ad Alberto Cunto, un altro dipendente, svelerà i retroscena della vita in fabbrica.
I giornalisti raccolgono anche un'altra importante esposizione, o meglio una “testimonianza chiave” per l'intero processo che di li a poco prenderà il via: il resoconto di Francesco De Palma. L'operaio, specializzato nel reparto tintoria dal 1964 al 1990 ed oggi deceduto pure lui a causa di una neoplasia, nell'intervista ricorda i fine settimana in cui, su comando dei responsabili della sede prajese, con un altro collega scavava delle grosse buche. A ridosso della spiaggia, distante una manciata di metri dal capannone, fusti pieni di liquame e di rifiuti altamente tossici sono stati seppelliti nel sottosuolo e coperti da terra e omertà. De Palma continua la sua narrazione tossica e descrive il cattivo funzionamento dell'impianto depurativo dell'azienda: sebbene saturo al 70%, si proseguiva con lo scarico delle acque reflue all'interno dei pozzi. Liquidi provenienti dalla tintura, dal finissaggio e dal lavaggio venivano schiariti dal depuratore e poi rigettate nel mare mentre i fanghi di lavorazione, una volta diluiti, erano riversati sul nudo terreno.

Deposizioni particolarmente allarmanti quelle rilasciate dagli ex operai e dai loro congiunti, così tanto preoccupanti da accendere un campanello di allarme tra ambientalisti, comitati e cittadinanza, oltre che della Procura di Paola. Arriviamo al 1996. Dopo anni si avviano le prime indagini e nel 1999, invece, l'inchiesta varcherà le porte dell'aula del tribunale calabrese.
Intanto la globalizzazione avanza e il procedimento di privatizzazione finisce per investire totalmente anche l'economia di casa nostra. Il gruppo Marzotto, allo scopo di moltiplicare i propri profitti, decide di spostarsi nell'Europa dell'Est: i lavoratori sono meno esigenti e la manodopera costa solamente 5 euro all'ora. Dal 2000 al 2004 i macchinari vengono smontati e trasferiti fuori dall'Italia, creando danni anche ad altre piccole imprese (trasporti, rammendo). A nulla serviranno gli scioperi della fame, le minacce di suicidio urlate dall'alto dei silos sui quali sei dipendenti restarono arrampicati una settimana, giorno e notte. A nessun risultato porterà il blocco della Statale 18. Il padrone aveva già deciso: era giunta l'ora di chiudere, e pur di giustificare l'abbandono dell'attività aziendale si useranno scuse improponibili; come le troppe ore di malattie richieste da squadre operaie pigre e vagabonde, scarsa produzione. La Marlane tramonta nel 2004.

Nel frattempo, però, dalla Procura di Paola partono nuove indagini, guidate dal procuratore Bruno Giordano, figura fortemente impegnata contro gli ipotetici disastri ambientali avvenuti in terra calabra.
Nel 2006 e nel 2007 sono avviate due importanti investigazioni sui rifiuti tossici molte volte nominati dai vari teste. Un pool, tra tecnici e investigatori, assieme al NOE effettua scavi e rilievi sul sito ritenuto inquinato. Gli esperti rinvengono alcuni fusti e dei contenitori in cui sono racchiusi dei liquami. Coloranti azoici, estremamente pericolosi per la salute umana e l'ecosistema; Cromo, Nichel, Metalli Pesanti, Arsenico e Idrosolubili, questi ultimi velocemente assimilabili da piante e tessuti, sono le sostanze rinvenute nel perimetro della Marlane sul quale, però, si scava a 3- 4 metri di profondità rendendo impossibile la conoscenza dello stato di salute delle falde acquifere.

I risultati di questa prima parte di indagine, consultando gli atti dell'ARPACAL e dell'ASP, portano ad un grosso buco nella documentazione relativa allo smaltimento dei fanghi industriali avvenuta nel periodo 1993-1995 e 2000-2004.
Nel primo caso si sommano circa 750 tonnellate eliminate in Campania fino al 1993, anno in cui l'amministrazione regionale campana pone un freno ai rifiuti provenienti da fuori regione. La Marlane, allora, trasporta i fanghi presso l'impianto di bio-conversione in contrada Costapisola, nel comune di Santa Domenica Talao. Nel 1998, però, si costituisce una commissione d'inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, e in una parte del resoconto “Missione Calabria” si legge come Costapisola non abbia alcun impianto ma solo un terreno sul quale gli scarti vengono depositati.
Nella seconda circostanza, invece, si è celebrato un processo per illecito smaltimento dei rifiuti concluso con un patteggiamento sui reati contestati.

A distanza di oltre dieci anni dalle prime inchieste, ad aprile 2011 si apre il Processo Marlane; tra i più rilevanti in ambito di materia lavoristica per tutto il Sud Italia. L'area è sottoposta a sequestro per evitare ipotetiche manomissioni dei luoghi e la Pubblica Accusa è guidata dalle PM Linda Gambassi e Maria Camodeca, mentre il procuratore Bruno Giordano corre in ogni modo contro il tempo delle prescrizioni previste per i vari capi di accusa.
Le imputazioni da provare per rendere giustizia a 107 operai deceduti e più di cento persone ad oggi malate sono abbastanza gravi: omicidio colposo plurimo aggravato da omissione di cautele sul lavoro; lesioni gravissime; disastro ambientale. Tredici gli imputati iniziali, ridotti a dodici dopo il decesso di uno degli accusati: Pietro Marzotto, ex presidente del gruppo “Eni- Marzotto”, l’ex amministratore delegato Silvano Sroner, il manager Jean De Jaegher, l’ex sindaco di Valdagno e vicepresidente della Lanerossi, Lorenzo Basetti, l’ex sindaco di Praia a Mare e caporeparto alla Marlane, Carlo Lomonaco, Vincenzo Benincasa, Giuseppe Ferrari, Lamberto Priori, Ernesto Antonio Favrin, Attilio Rausse. Le parti civili costituitesi tali al processo sono state le seguenti: Legambiente, WWF, comune di Tortora, CGIL, CISL, UIL, SLAI COBAS, SI COBAS, parenti e operai dell'azienda. Tra questi ultimi, diverse le figure che hanno ritirato la propria posizione di parte civile al processo. Un ritiro avvenuto lo scorso anno a seguito dei 5 milioni e 500 mila euro distribuiti agli stessi da Marzotto affinchè abbandonassero il processo. Così è stato.
Dopo due anni di fitti interrogatori, ipotesi sullo spostamento del processo presso il Tribunale di Vicenza, controperizie distrutte da una difesa scellerata, come l'arringa dell'avvocato Matteo Usleghi, difensore dell'ENI il quale ha ritenuto “di non particolare gravità le sostanze rinvenute nel terreno per dichiarare il disastro ambientale, poiché presenti in una soglia troppo bassa rispetto ai limiti”; alla fine, il Processo Marlane si è concluso venerdì 19 dicembre 2014. La sentenza di primo grado è stata di assoluzione in formula piena per insufficienza di prove e perchè il fatto non sussiste. Tutti assolti. Nessun colpevole.

Insomma, alla Marlane di Praia a Mare non è accaduto nulla.
Come può mai essere credibile un verdetto simile dopo le tante dichiarazioni e le reali presenze nocive scoperte proprio nei terreni intorno allo stabilimento? Come si può accettare il silenzio dei sindacati; prova inconfutabile di quanto distanti siano ormai dai reali bisogni dei lavoratori. Perchè in tutta questa vicenda occorre domandarsi anche il movente secondo cui l'attuale sindaco Antonio Praticò, sindacalista per la Cisl all'interno della Marlane, si ricordi solo molto tempo della probabile potenzialità inquinante della zona industriale. Perchè, sapendo che il sito Marlane è stato riconosciuto come inquinato, avrebbe dovuto ritardare il processo di bonifica ottenendo i fondi provenienti dal progetto del Ministero dell'Ambiente MIAPI, volto all'individuazione di aree inquinate? Dove si trovavano sindacalisti e responsabili di sicurezza quando gli operai e le operaie inalavano veleno?
Il giudizio ottenuto con il primo grado di appello conferma come una bonifica, su quegli appezzamenti, se mai avverrà, si verificherà in maniera parziale. Grazie anche alle ultime modifiche apportate dal decreto legge Sblocca Italia in materia di bonificazione, la palla passa totalmente nelle mani del privato inquinatore e, secondo il “principio del chi inquina paga” e la netta esclusione dell'Arpa e di ogni altro ente locale interessato ad avere l'ultima parola sull'autocertificazione (presentata da chi ha devastato i territori, quindi libero di riportare la presenza di materie meno pericolose e perciò meno costose per la decontaminazione), diventa speranza effimera anche la possibilità di ripristinare i luoghi contaminati.
La rabbia, prima umana poi politica, divampa dentro come un incendio. Non esiste giustizia sociale ma soltanto un sistema di leggi create ad hoc per essere rigirate e applicate secondo il potere dei più forti. Il caso Marlane è stato il fanalino di coda dei tanti procedimenti a danno della salute dell'ambiente e delle persone e contro il diritto e la dignità del lavoro che si sono conclusi in quest'ultimo anno; confermando come la legge del capitale riesca sempre a spuntarla. A difesa della Eni e della Marzotto vi erano abili e furbi legali, come Ghedini (già avvocato Confindustria), Pisapia, Calvi del PD... nomi conosciuti contro i quali gli avvocati di accusa sono stati umili e coraggiosi a battersi fino alla fine per rendere giustizia ai “caduti della Marlane”. Sentenze “positivamente shock” nessuno le attendeva ma cavarsela così proprio non è accettabile.
Non esiste equità e qualcuno si azzarda anche a festeggiare la vittoria del padrone, che schiaccia i suoi schiavi con il tallone di ferro, come direbbe Jack London.
Il padrone. Colui capace di illudere per anni e anni la classe operaia, vissuta nell'illusione di potersi riscattare dal suo antico miserabile status di sfruttata e subordinata al profitto dei colossi industriali.
C'è ancora sete di giustizia, però.
Solo nei centri di Praia e Tortora i malati di cancro sono più di un centinaio e varie sono le persone decedute a causa di carcinomi. Spazzate via in pochi mesi, qualche settimana addirittura.
La battuta di arresto è dura da accettare, ma è necessario pensare a nuove tattiche per contrastare la gravissima devastazione ambientale e i suoi tragici effetti sulla condizione umana.
Occorre insistere sullo stretto nesso esistente tra patologie tumorali e territorio inquinato, ma non solo a Praia: non bisogna dimenticarsi delle navi dei veleni, degli impianti bloccati di San Sago (Tortora), delle discariche abusive.
Occorre informare ed essere informati per contrastare il pericoloso attacco sferrato dal capitalismo, che sebbene sia al collasso, continua ancora a mettere a profitto le risorse naturali e le vite.
Occorre incalzare sull'istituzione di un registro tumori a livello regionale, affinché possano essere pianificati gli screening oncologici, necessari nella prevenzione delle neoplasie.
Solo se agiremo con costanza e dedizione, pianificando al meglio le prossime mosse, le generazioni future non saranno condannate e sarà reso onore a coloro i quali hanno abbandonato fin troppo presto i propri affetti solamente per il lavoro.

E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore.
Quando, aperti gli occhi, potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta , Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo.
Poi, lentamente rasserenandosi, disse: - Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola.
Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta.
La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juornu c’a notti è fatta -. Una notte che già contiene l’albore del giorno. >> (Leonida Repaci - Quando fu il giorno della Calabria)

Fonti: https://www.youtube.com/watch?v=KBVXxM58UKA
Centosette morti alla Marlane, ma il fatto non sussiste, Il manifesto
http://www.blogtortora.it/marlane-quei-fanghi-industriali-scomparsi/

La coerenza è merce rara ma in Italia la conosce solo la mafia

  • Domenica, 28 Dicembre 2014 13:39 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Eugenio Scalfari, La Repubblica
28 dicembre 2014

Qualche tempo fa, prendendo spunto dalle parole pronunciate da papa Francesco che giudicava la povertà come il più grave male che affligge il mondo degli umani, dedicai il mio articolo a quel tema il quale non si limita a dividere gli abitanti del nostro pianeta in ricchi e poveri. ...

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