Tor Sapienza: ancora intimidazioni

  • Mercoledì, 17 Dicembre 2014 12:29 ,
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Cronahce di ordinario razzismo
17 12 2014

A un mese dai disordini di Tor Sapienza, il centro di accoglienza gestito dalla cooperativa Un Sorriso torna a essere bersaglio di minacce.

E’ passato un mese, ma il clima dentro e intorno al centro di accoglienza non è per niente disteso. Venerdì scorso, 12 dicembre, un gruppo composto da una cinquantina di persone ha di nuovo manifestato di fronte alla struttura di viale Giorgio Morandi. La questione ora non pare più essere la presenza di cittadini stranieri: l’attenzione dei manifestanti sembra essersi spostata sulla cooperativa stessa, e nello specifico, sulla presidente, Gabriella Errico.

La Repubblica ha raccontato, in un articolo che si può leggere qui, di minacce rivolte espressamente contro Errico. La quale già nel 2006 con una serie di esposti in Procura aveva fatto presente alcuni dei meccanismi criminali ora emersi nell’inchiesta Mondo di Mezzo. Una presa di posizione che già allora le costò minacce e intimidazioni (ne ha parlato La Repubblica qui).

L’apertura dell’inchiesta su Mafia capitale non sembra aver posto fine alle aggressioni. Sapere che i “30 euro al giorno” di cui parlavano alcuni quotidiani e politici non andavano né agli italiani né agli immigrati, bensì nelle tasche di pochi, non ha impedito a un gruppo di persone – residenti insieme alle solite “facce mai viste nel quartiere”, come sottolinea una operatrice del centro – di urlare insulti e minacce alla presidente della cooperativa Un Sorriso, la donna che “ha dato dei fascisti al quartiere”.

“Quella lì della cooperativa deve sapere che se vuole che questa storia finisca deve fare una dichiarazione con cui aggiusta quello che ha detto su Buzzi e il quartiere”: questo è quello che, stando a quanto riportato da La Repubblica, avrebbe detto non un manifestante, bensì un funzionario della Questura intervenuto venerdì sul posto per “riportare l’ordine”.

E’ un clima pesante, quello che si respira nel centro. Lo conferma il fatto che da circa una settimana Gabriella Errico tenta di non farsi vedere. Ma anche il fatto che gli operatori del centro abbiano declinato l’invito a partecipare alla festa organizzata dall’associazione del quartiere Antropos: “Non è il momento, meglio aspettare ancora un po’ per stare nel territorio e riallacciare un confronto”, secondo un’operatrice. La quale evidenzia che dei quattro servizi presenti fino a due mesi fa nel quartiere, ora ne è rimasto solo uno. I minori non accompagnati prima ospitati nel CPA (centro di prima accoglienza) sono stati spostati a Infernetto, in una struttura della Domus Caritatis (cooperativa ad oggi coinvolta nelle indagini), seguiti da quattro operatori di Un Sorriso, trasferiti lì.

I minori del servizio di semiautonomia per persone prossime ai 18 anni, così come quelli de “la casa sull’albero” -servizio per minori coinvolti in procedimenti penali- sono stati spostati in diversi centri sul territorio capitolino. Alcuni operatori di Un Sorriso sono stati trasferiti: altri però si sono visti dimezzare il numero delle ore lavorative. Del resto, dei quattro servizi è rimasto attivo solo lo Sprar (Servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati). “Tanti colleghi sono rimasti con pochissime ore di lavoro.

Chi ha accettato di essere trasferito lo ha fatto da una parte per seguire i ragazzi, ma dall’altra, aspetto importante, per non perdere il lavoro, adeguandosi da un giorno all’altro a caratteristiche lavorative diverse. Per quanto riguarda i minori, tutti i progetti che avevamo avviato con loro sono stati interrotti, e non sappiamo se vengono portati avanti nelle altre strutture”. Una frase che la dice lunga sul coordinamento tra servizi.

Su quanto successo a Tor Sapienza un mese fa è opportuno fare chiarezza: occorre rendere trasparente cosa è avvenuto, e cosa sta accadendo tuttora. E’ necessario capire perché ad oggi ci si trovi in una situazione che l’operatrice di viale Giorgio Morandi definisce “preoccupante e sconfortante”. Per questo, il 19 novembre scorso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta. Per capire se sono stati fatti dei passi in avanti in tal senso, alcuni parlamentari Pd hanno depositato un’interrogazione, chiedendo al ministro degli Interni, on. Angelino Alfano, informazioni su “come si sono svolti i fatti, vista la gravità degli scontri che ci sono stati e vista la strumentalizzazione che è avvenuta sugli immigrati” (qui l’interrogazione).

Ad oggi, la risposta del ministro Alfano (che si può leggere per intero qui) non sembra dare molti particolari in più rispetto a quanto già noto. L’unico dettaglio sottolineato dall’on. Alfano sarebbe che “al momento non sono emersi elementi di riscontro circa la presenza all’interno delle frange più violente di soggetti appartenenti ai movimenti dell’estrema destra romana”.

“Ma le grida ‘duce duce’ le abbiamo sentite solo noi? E le persone mai viste prima nel quartiere, organizzate in gruppo prima delle aggressioni al centro?” si chiede l’operatrice interpellata.

Nel mondo di mezzo dell’accoglienza italiana

  • Martedì, 16 Dicembre 2014 13:24 ,
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MeltingPot
16 12 2014

di Chiara Denaro e Nicola Grigion

La naturalizzazione dello stato di emergenza e la deroga ai diritti che diventa norma.

37 arresti, di cui 6 domiciliari, su Roma, e centinaia di indagati per “Mafia Capitale”. A chi conosce bene il sistema di accoglienza dei migranti, a chi opera nei territori e a chi ha vissuto l’Emergenza Nord Africa sembrano davvero pochi.
Pochi, perché per il momento si parla solo di Roma, dove ancora molti dei potenti non sembrano esser stati sfiorati, se non da qualche intercettazione. Pochi perché in molti, proprio a partire dal 2011, sulla pelle dei migranti hanno fatto fortune un po’ ovunque.
Per il momento però è Roma ad essere finita nell’occhio del ciclone: “facciamo 50 e 50, dividiamo tutto da buoni fratelli”, passaggi di raccomandazioni “molto molto in alto”, relazioni con chi è preposto alla protezione della legalità, perché “se compramo pure la Prefettura”. Questo è il tenore delle discussioni tra chi si spartiva gli appalti sull’accoglienza. Parole gravi, ma che purtroppo, non stupiscono. Forse perché molte altre inchieste, di giornalisti ed attivisti, avevano già detto abbastanza, facendo nomi e cognomi, citando numeri, individuando luoghi, elencando con cura ciascuna delle ripetute violazioni della legge cui abbiamo assistito negli anni (Cosentino, 2013; Rei, 2013), da Lampedusa a Bari, da Crotone a Mineo, da Roma a Napoli. Eppure il sistema è ancora in piedi, e da esso dipende la vita di circa 61.238 persone, di cui, secondo i dati del Viminale, 10.206 sono ospitate nei CARA, 18.697 negli SPRAR e 32.335 nei CAS, i centri di accoglienza straordinaria.

Non va meglio a chi, nel “mondo di mezzo” dell’accoglienza romana, lavora o ha lavorato. “Il più pulito c’ ha la rogna”: era e continua ad essere questo il luogo comune più diffuso tra gli operatori delle strutture, costretti a sopportare l’insopportabile, a chiudere gli occhi di fronte all’indicibile. Anche questo è il ricatto della precarietà. E’ come se la compromissione con poteri sporchi e l’ingresso in meccanismi clientelari per l’assegnazione degli appalti di gestione fosse un passaggio obbligato, tanto quanto la presentazione di un progetto.

Ma chi si indigna oggi dimentica forse di non aver voluto ascoltare ieri. Perché giornalisti, operatori, giuristi, sociologi, esperti nell’ambito delle migrazioni e, soprattutto i migranti stessi, le cui testimonianze rappresentano l’elemento di denuncia fondamentale, avevano già da tempo descritto pubblicamente quasi tutte le caratteristiche di questo sistema marcio.

Nulla di nuovo sul fronte dell’accoglienza (purtroppo)

Gare d’appalto truccate ed al ribasso; accordi tra “consorzi di cooperative potenti” per la suddivisione dei centri da gestire; servizi sociali, sanitari, legali, formativi non corrisposti; assenza di personale qualificato e carenza numerica dello stesso; pocket money dimezzati o assenti; utilizzo di strutture non idonee all’accoglienza, magari dichiarate inagibili anni prima e tornate ad essere “agibili” giusto per far fronte all’emergenza, sono solo alcuni degli aspetti di questo quadro agghiacciante che fanno da sfondo alla vita delle vittime di questo sistema che, prima ancora dei contribuenti italiani depauperati, sono richiedenti asilo e rifugiati. Quelli costretti a convivere con le cimici da letto nei centri, con i muri sporchi di sangue che raccontano le loro lotte notturne con gli insetti, mani e piedi che bruciano per le punture ed un prurito terribile che non fa dormire, anche quando i pensieri di solitudine e di incertezza, le immagini della guerra, delle torture, del mare attraversato e degli amici morti lasciati lungo il viaggio, sembravano aver smesso di tormentare.
Ma alla fotografia dell’accoglienza romana non manca proprio nulla. Non solo il monopolio sull’accoglienza, non solo condizioni di vita indegne per i migranti, ma anche il subappalto di sedicenti servizi di sicurezza a ditte che impiegavano gli stessi migranti in nero, per 1.000 euro al mese, per 7 giorni su 7, per 12 ore al giorno, senza giorno di riposo, a cui veniva richiesto di coprire turni notturni, con un risparmio netto rispetto all’impiego di operatori. E ancora sfruttamento della prostituzione, droga, ricettazione, e estorsioni.

Eppure sono moltissimi gli esposti e le denunce che per molto tempo non hanno avuto seguito, nonostante la loro precisione nell’indicare nomi e cognomi delle persone che operavano, e operano ancora oggi, al di fuori dalle regole. Anzi, che quelle regole, sembrano invece poterle scrivere di loro pugno.
Un mondo, questo della deroga alle regole dell’accoglienza romana, che ha convissuto con un sistema generale fatto di prassi di “accoglienza”, di trattenimenti, rimpatri, esercitati in palese contrasto con la normativa vigente: le retate notturne al Centro per Minori “Green Park” a Ponte Galeria (Roma) per “sedare” una rivolta nel 2011; le identificazioni forzate dei Siriani nel 2013 a Catania, e nel 2014 a Crotone, Messina e Ragusa; i trattenimenti oltre le 48/96h non convalidati dal Giudice a Lampedusa, che hanno visto adulti e minori detenuti illegittimamente per mesi nel 2011; i respingimenti collettivi degli egiziani, mai cessati dal 2004; il respingimenti illegittimi verso il Brasile, la Turchia, la Grecia, il Gambia, di potenziali richiedenti asilo.
Il distacco tra le prescrizioni della normativa regionale, nazionale e internazionale, e le prassi implementate in accoglienza trova riscontro in una lista di eventi che pressoché infinita, di cui è opportuno tenere memoria.
Questi eventi hanno attraversato trasversalmente l’Italia, le diverse tipologie di strutture di accoglienza esistenti e il lasso temporale degli ultimi 20 anni.

Una deroga permanente ai diritti (diffusa e prevista)

Lo schema interpretativo delle “mele marce” in un sistema pulito, proposto in questi giorni dai mass media è difficile da accettare, specialmente se si tengono presenti i concetti di “stato di eccezione” (Agamben, 1995) e di “emergenza permanente” (Campesi, 2011; Vassallo, 2011), il cui carattere distintivo è la possibilità, anzi, l’autorizzazione ufficiale a operare “nell’illegalità rispetto alla legge ordinaria”, attraverso l’istituzione di un sistema normativo parallelo, che tende a deregolamentare alcuni degli ambiti dove la legge prevedrebbe “maggiore controllo”, semplificando le procedure e riducendo il numero di soggetti autorizzati a decidere (es. assegnazione diretta della gestione di strutture di accoglienza, reperimento di locali idonei ad accogliere persone).
La retorica dell’emergenza implica il venir meno dell’obbligo di garantire servizi: una parte dei destinatari degli interventi non ha i mezzi per denunciare, perché non viene messa al corrente dei propri diritti, o per ostacoli di natura linguistica; l’altra parte, che i mezzi li ha, è effettivamente sotto scacco, poiché le dimissioni da un centro di accoglienza nel 90% dei casi non vengono fatte per iscritto, e non sono pertanto impugnabili da un punto di vista legale, anche quando vengono fatte con il ricorso alla forza pubblica.

La mancanza di trasparenza sulle procedure di assegnazione (diretta) e gestione (impossibilità di accedere alle strutture), e il lauto compenso in ballo sono fattori ideali per lo sviluppo di meccanismi inadempienza, clientelarismo, speculazioni, e relazioni di stampo mafioso. C’è da chiedersi come sia pensabile svolgere, in queste condizioni, e quando previsto, un lavoro di monitoraggio o valutazione delle attività dei centri. Quando lo stato d’emergenza e la “sua legge” mettono in discussione i “criteri di valutazione ordinari”, disintegrandoli, o rendendoli occulti, quando la deroga ai diritti diventa norma, allora “tutto è concesso e tutto è possibile”.
A fare le spese di questo stato di diritto parallelo sono sempre loro, in primis i migranti, che diventano destinatari di interventi inadeguati e casuali.

L’emergenza strutturale

Oggi, formalmente, a differenza del 2011, non vige lo “stato di Emergenza”. Tuttavia su tutto il territorio nazionale sono diffusi Centri di Accoglienza Straordinari (CAS), direttamente dipendenti dalle Prefetture ed il cui affidamento a enti gestori è avvenuto, almeno in prima battuta, ancora in via diretta, senza neppure la formalità, peraltro aggirabile, del bando pubblico (gli arrestati ne gestivano alcuni su Roma). E’ così che, ancora oggi, ci accorgiamo come il modus operandi inaugurato con l’emergenza Nord Africa abbia profondamente “infettato” il sistema di accoglienza italiano e, nonostante l’ampliamento dello SPRAR a 16.000 posti, siano sempre presenti, in maniera preponderante, centri di accoglienza allestiti in alberghi, ex scuole, ex caserme, tendopoli, palasport, ovvero in luoghi assolutamente non idonei a costruire percorsi di protezione per persone.
“Un’eccezione”, si disse al tempo. Un errore, un momento di crisi, un periodo di incertezza, una parentesi, una prassi temporanea da superare! Eppure, la storia ci dice altro.

L’antenato dello stato di emergenza del 2011 ha radici ben più lontane e trova una sua prima forma di applicazione importante già nel 1997: era il Decreto Legge n.60/97, recante “Interventi straordinari per fronteggiare l’eccezionale afflusso di stranieri extracomunitari provenienti dall’Albania”. Per la prima volta uno strumento legislativo che legittimava un operato in deroga rispetto al diritto ordinario, veniva applicato in materia di immigrazione: Lucida e tristemente attuale sembra l’interpretazione data al tempo da Maggioni (2001): “lo scopo è quello di "dare a sindaci e prefetti strumenti più rapidi per sistemare gli albanesi. Gli elementi "pericolosi" però devono essere immediatamente rimpatriati, anche se le modalità adottate per individuarli risultano abbastanza opinabili (cicatrici, tatuaggi, testimonianze di persone appartenenti ai servizi segreti albanesi,...)[...]Dopo sette anni dai primi sbarchi di profughi, l’immigrazione albanese, che oramai è divenuta un fenomeno strutturale, continua ad essere gestita in forma emergenziale ed i media continuano a far passare per invasione criminale l’arrivo di cittadini che in realtà scappano dal caos politico ed economico in cerca di un futuro migliore” (Barjaba, 1996).

Anche la ben nota Emergenza Nord Africa del 2011, si innestava di fatto sulla pregressa e più generica “emergenza immigrazione”, istituita dieci anni prima e mai cessata grazie a continue proroghe. Era il 20 marzo 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, dichiarava lo “Stato di emergenza per fronteggiare l’eccezionale afflusso di extracomunitari”, facendo rientrare finalmente l’immigrazione nei cosiddetti “altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari”, secondo quanto stabilito dall’art. 2 (lettera c) della Legge 24 febbraio 1992, n. 225, istitutiva del Servizio Nazionale di Protezione Civile e, nella stessa epoca, si iniziò a parlare di una vera e propria “strategia delle emergenze”.

Riflessioni sul caso romano

Anche il sistema di accoglienza romano, nato nel 1992 e riorganizzato nel 2010 si è sviluppato in maniera incrementale sulla spinta di varie emergenze: lo sgombero dell’Hotel Africa” della Stazione Tiburtina, lo sgombero della “buca di Ostiense” a Piramide, l’Emergenza Nord Africa, sono solo alcuni esempi, che nel corso del tempo hanno portato all’apertura di nuove strutture ed ad un allargamento irrazionale del sistema.
A Roma (e dintorni) possiamo così ritrovare tutte le tipologie di strutture per migranti possibili: di carattere ordinario e straordinario (CAS, CARA straordinari), con committente locale (CDA, SPRAR), nazionale (CARA, CIE, Centri Dublino) o internazionale (FER, FEI). La prima caratteristica romana è la mancanza di trasparenza, di cui 2 sono gli indicatori fondamentali.
Ed anche la loro mappatura diventa un vero e proprio rompicapo. Innanzi tutto, non sembra possibile reperire una lista ufficiale di tutte le strutture presenti per fini di ricerca: l’unico modo per avere un’idea del sistema di accoglienza è incrociare diverse fonti (Comune, Prefettura, SPRAR, Mass Media) e la lista non è comunque mai esaustiva a causa dei continui cambiamenti della natura delle strutture, dei committenti, degli enti gestori e dei migranti ospitati.
In secondo luogo, entrare nelle strutture per svolgere sopralluoghi, ricerca o interviste è estremamente difficoltoso; gli operatori disponibili preferiscono in maggioranza farsi intervistare in via anonima per paura di ripercussioni e solitamente, gli enti gestori, preferiscono non raccontarsi.

Un punto particolare riguarda poi l’ampliamento della rete SPRAR, che a Roma, a differenza di molte altre zone, è avvenuto quasi esclusivamente attraverso la “trasformazione” e l’incorporamento di strutture già esistenti facenti capo all’Ufficio Immigrazione, o di strutture precedentemente utilizzate per l’ENA.

E’ utile poi ricordare anche in questo caso il contesto in cui questo “sistema” agisce. Roma, anche su questo aspetto, rappresenta un caso particolare, ed è opportuno porre l’attenzione su due caratteristiche: 1) i tempi per le commissioni territoriali sono di circa un anno e mezzo, e durante questo anno e mezzo i migranti possono fondamentalmente mangiare, dormire, studiare l’italiano, andare all’ospedale e ricevere (forse) il pocket money, 2) lo SPRAR prevedrebbe progetti individualizzati d’intervento e accoglienza integrata sul territorio, ma entrambe le caratteristiche vengono duramente messe in discussione dalla presenza di grandi numeri nei centri (fino alle 120 persone) e dalla concentrazione di strutture in luoghi di periferia il cui territorio non ha la capacità ricettiva sufficiente a poter favorire un loro inserimento.

C’è poi un ombra che si allunga anche sul sistema integrato Comuni_Ministero. Infatti uno dei “Consorzi di cooperative” indagati gestisce oltre 10 centri SPRAR nella Capitale, mentre il Consorzio degli arrestati ne gestisce oltre 5.

Il più grande ostacolo per l’ampliamento “effettivo” e non solo formale del modus operandi che aveva in passato caratterizzato il sistema SPRAR è però rappresentato dai tempi di attesa biblici che caratterizzano l’iter della richiesta di asilo.
Alcuni esempi su Roma:
“Allora” - dice F. - “il mio centro era un ENA per i minori, poi è stato trasformato e sono arrivate 60-70 persone da Pozzallo. Hanno avuto l’appuntamento in Questura dopo 3 mesi. La data della Commissione gli è stata rivelata dopo un anno. In totale dovranno aspettare, da quando sono entrati al giorno della Commissione, circa 1 anno e 5 mesi”, e questo senza contare eventuali ricorsi o i tempi per il rilascio del permesso di soggiorno (SPRAR, 90 posti).
Oppure - dice M - “i profughi sono arrivati a dicembre 2013, e portati a formalizzare la domanda di asilo solo a marzo 2014, poi gli è stato dato il cedolino. Invece, solo a settembre 2014 hanno ricevuto un permesso di soggiorno per sei mesi, che consente di svolgere attività lavorativa. Poi ad Ottobre gli hanno comunicato le date per l’audizione in Commissione, che saranno tutte a marzo 2015, quindi un anno e mezzo dopo il loro sbarco” (Centro Accoglienza Straordinaria, 60 posti).

Ancora più grave la situazione dei diniegati: “Sono sbarcati a settembre 2013, e sono stati subito portati a Roma. Hanno presentato richiesta di asilo a … non ricordo. febbraio o marzo. Poi hanno ricevuto le date dell’appuntamento in Commissione: circa a luglio. Sono stati ascoltati tra ottobre e novembre. Adesso molti hanno avuto un responso negativo. Sarà un disastro. Devono presentare ricorso ma appena avranno il primo permesso che consentirà finalmente attività lavorativa (che non hanno mai avuto) saranno buttati fuori dal centro” (SPRAR, 80 posti).

Ai servizi previsti dallo SPRAR maggiormente “significativi”, quali tirocini formativi o borse lavoro, queste persone non hanno mai potuto accedere, per via del loro status di richiedenti asilo. Se avranno un risultato positivo, avranno 6 mesi per “autonomizzarsi”. Se sarà negativo, saranno fuori dal gioco, e diventeranno irregolari dopo oltre un anno di parcheggio in Italia.
L’idea di “parcheggio” è ancora molto presente, anche se prendendo in considerazione globalmente il sistema di accoglienza romano, rispetto al 2011, sembrava possibile rintracciare alcuni miglioramenti, seppur minimi. Si sperava in un’omogeneizzazione del tipo di servizi forniti sul modello SPRAR: assistenza legale, sanitaria, formativa, lavorativa, sociale e alloggiativa, ma solo nelle strutture di piccole dimensioni è davvero stato possibile mettere in campo buone pratiche, mentre per il resto risultano ancora saltuarie o esternalizzate.
E alcuni dei gestori sono proprio loro: indagati, arrestati, compromessi.
Sembra dunque giusto chiedersi, sino a dove hanno preso piede questi meccanismi di “stampo mafioso”. Fino a che punto siano state compromesse le procedure ordinarie del sistema di appalto. Se esistono ancora oggi delle modalità operative nell’ambito dell’accoglienza dei richiedenti asilo che permettano di ottenere la gestione di una struttura di accoglienza secondo criteri di merito, trasparenza e coerenza, con quanto sancito dalle normative.
Domande legittime, per il momento senza risposta.

Rimettere al centro i diritti

L’inchiesta della Capitale getta un’ombra inquietante su tutto il sistema di accoglienza italiano. Non è però questo il momento di accontentarsi di conclusioni superficiali. Facili semplificazioni vorrebbero un dibattito inchiodato in una oscillante dicotomia tra chi ci dice che “tutta l’accoglienza italiana funziona così” e quella che vorrebbe invece raccontarci di un nucleo di mele marce che ha inquinato un sistema tutto sommato funzionante. Entrambe le risposte sembrano piuttosto retoriche e rischiano, per l’ennesima volta, di non portarci ad affrontare il vero cuore del problema.
Perché se è vero che, per modalità e ramificazioni, l’inchiesta romana presenta aspetti eccezionali, è altrettanto vero che è venuto il tempo di ragionare fino in fondo su quale sia il contesto in cui la possibilità di “fare business” sull’accoglienza prende forma.
Ce lo dicono le stesse conversazioni intercettate dagli inquirenti nell’inchiesta sul “mondo di mezzo”: “gli immigrati fruttano più della droga”.
Proprio a partire da questo è forse utile iniziare a ragionare su quale sia la strada da percorrere per un possibile rinnovamento del sistema di accoglienza che, ben prima dell’inchiesta romana, appariva comunque necessario.
Davvero si tratta solo di una questione di appalti truccati e benevolenze? Il tema del rispetto delle regole, con buona dose di retorica, viene richiamato continuamente. Come se il centro del problema fosse il rispetto delle convenzioni “tout court” a prescindere da cosa queste prevedano.
Il punto focale, che ancora una volta viene rimosso, è proprio quello che dovrebbe essere invece messo al centro di tutto il sistema e di questa particolare vicenda. Che fine hanno fatto infatti i diritti dei migranti?
Se la trasparenza, l’assegnazione non clientelare degli appalti, il rispetto di quanto stabilito, sono condizioni necessarie per la realizzazione dei progetti “secondo le regole”, costruire percorsi di protezione vera per richiedenti asilo e rifugiati, garantire il diritto ad una accoglienza degna per i migranti in fuga dalla guerra, dovrebbe essere la premessa di queste regole stesse.
Ed è proprio su questo punto che il sistema italiano appare “malato” fin dalla sua genesi, proprio a partire dai presupposti su cui è stato di volta in volta costruito.
E’ successo così nel corso del decennio precedente, ed è stato così anche negli ultimi quattro anni, durante le “primavere arabe” con l’Emergenza Nord Africa, finanche dopo la tragedia del 3 ottobre, quando la politica si è preoccupata di mettere in campo risposte buone per l’opinione pubblica e mai invece concrete opzioni progettuali.
Da un lato l’accoglienza diffusa, competente, qualificata, che riconosce la sua “mission” nell’inserimento nel tessuto sociale dei titolari di protezione internazionale, è divenuta una realtà residuale, dall’altro, ha preso piede, culturalmente, politicamente ed operativamente, un sistema fatto da grandi centri, affidato ad enti senza qualifiche, tutto incentrato sulla necessità di dare temporanea ospitalità a chi approda in questo paese e non invece rivolto al suo inserimento.
Così il sistema di accoglienza italiano, con buona pace di operatori ed enti che ci mettono l’anima, è finito per assomigliare ad una grande sala d’attesa. Un altro pezzo di quel limbo che guarda all’ignoto in cui continuamente i richiedenti asilo devono fare i conti con l’attesa del responso delle commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato, con le gabbie del regolamento Dublino, con la crisi economica e la guerra tra poveri che porta con sé, con la spietatezza di chi sulla pelle dei migranti vuole costruire profitto.
E la regia di questo sistema, badate bene, non è certo quella di un’occulta organizzazione criminale, ma fa invece capo proprio al Ministero dell’Interno ed alle Prefetture.
Rispondere a convenzioni deboli e a standard minimi assolutamente inadeguati è divenuta la regola imposta dal Governo di emergenza in emergenza, non da Buzzi, Carminati o altri sodalizi di stampo mafioso. Così, anche la cooperativa più onesta e dalle migliori intenzioni si trova in questo contesto a relazionarsi con un sistema che le chiede silenzio ed omertà, che impone standard inadeguati e si disinteressa dei diritti dei migranti: pena la perdita dell’appalto. A questo va aggiunta la totale assenza di monitoraggio. Ad ogni segnalazione rivolta alla Prefettura, segue infatti un controllo da cui risulta che “tutto si svolge secondo le regole”. Salvo poi scoprire che sono proprio le regole a permettere di lucrare. Chi controlla il controllore?

La storia dell’accoglienza italiana è piena zeppa di esempi, di inchieste, di denunce, di inefficienza ed inefficacia documentata da decine di migliaia di vite costrette a fuggire clandestinamente in altri paesi o a trovare rifugio in case occupate e stabili abbandonati. Un risultato questo che da solo dovrebbe essere un campanello d’allarme ormai assordante. A prescindere da Buzzi, Carminati e Zuccolo. Una storia di scelte sciagurate e disinteresse per i diritti che rischia ora di travolgere anche l’unica esperienza che su questo terreno aveva guardato in avanti: lo SPRAR.

Allora forse è proprio da qui che è il caso di ripartire per ricostruire un sistema funzionante: dalla tutela dei diritti dei migranti, dall’accoglienza degna di richiedenti asilo e rifugiati. L’unico antidoto in grado di garantire che non vi siano più Buzzi, Carminati o Zuccolo sulla strada di chi fugge dalla guerra.

Bibliografia sintetica:
- Campesi, G. (2011) "The Arab Spring and the Crisis of the European Border Regime: Manufacturing Emergency in the Lampedusa Crisis". EUI Working Paper. RSCAS 2011/59 Mediterranean Programme.
- Cosentino, R. (2013) "Il grande business dei Centri accoglienza. 
La loro gestione diventa una miniera d’oro", Inchieste Repubblica
- Denaro, C. (2012) La crisi del Modello Lampedusa
- Rei, R. (2013), "Gli hotel in Campania. Un inferno a 5 stelle’, Inchieste Repubblica
- Vassallo Paleologo, F. (2011) "Dall’accoglienza alla detenzione amministrativa: gli effetti di uno stato di emergenza permanente"

La Repubblica
15 12 2014

Se per un attimo si alzano gli occhi da Roma, si ha la visione di un progetto. Per Carminati e il suo alter ego dalla "faccia pulita", Salvatore Buzzi, il Mondo di Mezzo non finiva al Grande Raccordo Anulare. Puntavano a prendere il Cara più grande d'Europa, quello di Mineo ...

Una settimana a Corcolle, Roma

  • Lunedì, 15 Dicembre 2014 14:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
15 12 2014

di Riccardo Staglianò pubblicato giovedì, 11 dicembre 2014 


Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

Corcolle (Roma). A volte può bastare una bottiglia volante non identificata per mandare in frantumi un piccolo mondo antico. O almeno per dirottare l’attenzione dalla luna dei problemi veri di una borgata disastrata al dito di un’emergenza inesistente ma mediaticamente accattivante. Succede a Corcolle, estrema propaggine di Roma Est. L’unica parte della capitale che pretende un pedaggio autostradale o in alternativa si può raggiungere in un paio d’ore di autobus con lo stesso coefficiente antropologico di un viaggio in Interrail.

Cercate su Google e l’oracolo elettronico, giusto sotto Wikipedia, il meteo e il sito del comitato di quartiere, vi rivelerà il motivo della recente notorietà: «Roma, assalti ai bus: a Corcolle è caccia ai neri», recita il titolo di un articolo. Che ha intristito la stragrande maggioranza di cittadini che non ha alcun problema con gli stranieri. E fatto schiumare l’esigua minoranza arrabbiata che, per contestare la maniera in cui è stata dipinta, usa argomenti tipo «Razzista io? Sono loro a essere negri». E tuttavia il cronista venuto a trascorrere quasi una settimana qui a un mese dai fatti che stiamo per ripercorrere non ha vita facile. Perché questo, infinitamente più del presunto scontro di civiltà, sembra l’epicentro di una politica transgender, dove nessuna vecchia etichetta attacca più. Con un presidente di circoscrizione piddino che promette di cacciare tutti i rifugiati. Un ex Forza nuova trasmigrato a Forza italia che firma manifesti anti-invasione con iconografia leghista ma poi definisce «beceri» i loro discorsi. E un aspirante capopolo che da dietro i suoi RayBan neri a goccia giura di essere di sinistra mentre lancia la sua Opa ostile all’appassionato comitato di quartiere assieme a un autista con l’A noi mussoliniano tatuato in latino sull’avambraccio.

L’antefatto

Dunque, per come sono stati raccontati, i fatti. Sabato 20 settembre, alle 19.34, un autobus della linea 42 viene aggredito alla fermata vicina all’entrata di Corcolle. Una trentina di immigrati in attesa, sostiene l’autista Elisa De Bianchi, scagliano una bottiglia sul finestrino laterale rompendolo. Lei, che stava rallentando, a quel punto prosegue la corsa. Chiama il centro di controllo che l’autorizza a rientrare in deposito. Ma all’altezza del capolinea si trova la strada sbarrata dagli africani che l’avrebbero inseguita. E lì inizia il brutto, perché ora sono «più cattivi», «spaccavano tutto, hanno finito di sfondare il finestrino. Ho pensato: “Se riescono a salire mi violentano e mi ammazzano”» dice al Corriere. A quel punto, invece di chiamare i carabinieri, contatta il collega e amico Emilio Tora, sospeso dall’Atac per non precisati motivi disciplinari, che abita a poche strade di distanza. Questi inforca il motorino, si precipita e mette in fuga i trenta aggressori. Grosso respiro di sollievo. Se non che la storia gronda incongruenze.

Si svolge il sabato sera quando anche la sonnacchiosa Corcolle si anima. Dai bar vicini nessuno vede niente. Nessuno si fa vivo per testimoniare, tranne Tora che da allora lo fa a canali unificati e su Facebook. E tranne alcuni immigrati che però denunciano che i bus spesso non si fermano quando li vedono, costringendoli a chilometri a piedi sulla micidiale Polense. Forse anche sabato, generando la pur ingiustificabile aggressione. A ogni buon conto a bordo non c’è alcun passeggero che possa confermare. De Bianchi (ripetutamente cercata, si nega e poi incarica l’avvocato di farci desistere) non sporge denuncia né ai carabinieri né alla polizia che apprenderà dei fatti l’indomani dopo che, a seguito di un’aggressione fotocopia (alle 16.30, ancora autista donna, la 27enne Federica Galesso, sassi tirati contro la fiancata da immigrati, nessun testimone), qualche centinaio di persone scende in strada per manifestare per la sicurezza, blocca la Polense, picchia tre africani a caso prima che tolgano da sotto le mani dei pochi scalmanati evidentemente non del posto un brasiliano che viveva lì indisturbato da vent’anni, intervengono gli agenti e fermano otto persone, tra cui l’onnipresente Tora.

Giorno 1

Lucrezia La Gatta, giovane cronista del settimanale locale Tiburno, c’era: «Almeno metà di quelle facce io non le avevo mai viste. Non erano di qui». Si è parlato di rinforzi che qualcuno avrebbe chiesto dalla vicina CasaPound di Settecamini. Federica Graziani, direttrice del combattivo quindicinale Fiera dell’est, ricorda un precedente: «A luglio si era misteriosamente diffusa la notizia che circa 1200 rifugiati sarebbero stati sistemati nei locali del centro commerciale Dima Shopping nella vicina Torre Angela. Gli abitanti avevano bloccato la Casilina, erano spuntati gli striscioni del gruppo di estrema destra Azione frontale ed era arrivata la polizia. Salvo poi scoprire che l’ipotesi non era mai esistita ed era stata messa in giro ad arte». Sulla vicenda, e il «procurato allarme», indaga il commissariato Casilino che è lo stesso incaricato di appurare come sono andate le cose a Corcolle. Il dirigente Francesco Zerilli si limita a dire che cercano riscontri alla versione dell’autista. Anche i carabinieri di Tivoli sdrammatizzano: «L’indice di criminalità di quelle parti è inferiore a quello che si può trovare a Termini o al Pigneto. E di certo non esiste un’emergenza immigrati». Se non nell’occhio di chi guarda.

Corcolle ha un solo albergo, a una stella, e sembra già uno di troppo. Lo gesticono una madre e una figlia quarantenne, non si sa chi più sorpresa di avere un cliente. Trenta euro, con un gabbiotto di plastica che fa da bagno in camera. L’inverno le ha prese in contropiede («Il riscaldamento? Bisognerebbe chiamare l’idraulico»). Che ci esercitino le prostitute di mezz’età della Polense, per quanto posso testimoniare, è falso. Leggenda forse partorita dalla consueta minoranza livida che aveva assediato l’hotel dopo che si era sparsa voce che doveva ospitare una quarantina di rifugiati, in aggiunta alla cinquantina alloggiata in via Novafeltria.

Loro sono stati il casus belli. Centrafricani perlopiù, portati con un blitz notturno su ordine della Prefettura a metà settembre. In vent’anni di ordinaria immigrazione non era mai successo niente, una settimana dopo questo mini-sbarco un pezzo di quartiere da in escandescenze. Vero è che dei 39 centri di accoglienza di Roma, per quasi 2600 posti, 15 sono stati piazzati nel VI municipio. Falso invece uno dei cavalli di battaglia degli intolleranti: «Noi italiani moriamo di fame e a loro danno 40 euro al giorno». Che sono 30 ed è il costo totale per mantenerli, in attesa che si decida sul loro status di rifugiati, il grosso del quale va per l’affitto (all’italiano padrone della palazzina) e per i pasti (a una cooperativa italiana). Il messaggio che passa, però, è che se la spassano a spese nostre.

Giorno 2

Corcolle, Far East romano, è una strada, via San’Elpidio a Mare, con poco o nulla intorno. Il supermercato Ariscount, all’angolo con la Polense lastricata di tristi pire di rifiuti, ha un’insegna sdentata da due lettere mancanti. Salendo di circa duecento metri c’è l’ufficio postale con intorno un paio di autolavaggi «a mano» e due negozi di frutta gestiti da bangladesi. Altri duecento metri e si arriva al capolinea dei bus, piazza Mondavio, con un bar, un circolo con biliardo e Stile Selvaggio, un barbiere da uomo che pubblicizza taglio a 10 euro, sopracciglia a 5 e tiraggio (qualsiasi cosa sia) a 15. Il quartier generale degli scontenti è il baretto «dei fratelli», davanti alle poste. È lì che incontro Tora. Ha una quarantina d’anni, una felpa e un bulldog a guinzaglio. Conferma la versione di De Bianchi sull’aggressione. Nega che ci sia un problema con gli immigrati («Gli extra comunitari hanno i loro negozi qui, liberi e beati»), ma ricorda che, dopo gli assalti, «dei nigeriani volevano caricasse due ragazzine di diciassette anni» che passeggiavano per il centro. Dice: non sono razzista. Ma si dimentica di Facebook. Dove mister Emilio, che ha imparato a calibrare la rabbia coi giornalisti, diventa l’inferocito dottor Tora. Piccola crestomazia: Fiero di essere razzista per Dio scrive, tutto maiuscolo, il 20 settembre, nell’imminenza della prima aggressione (in un commento chiosa: Bastardi schifosi sulla brace li metterei). L’indomani si compiace della manifestazione: Corcolle bloccata, tutti contro i negri. Ma già a giugno commentava entusiasta il linciaggio a morte di un borseggiatore rumeno sulla metropolitana: E dajee vedemo mpo se ce sentono de ste recchie rumeni demmerdaaaa. Un giorno posta foto tenere con la figlia, l’indomani quelle del Duce oppure sue, con piccone in mano, che irride Marino, sindaco dei rom e dei gay. È a lui che, sorprendentemente, Mattino Cinque chiede aiuto per organizzare l’indomani una diretta dal quartiere.

Giorno 3

Alle 8.45 hanno racimolato una decina di persone e il cameramen fa del suo meglio per ottenere l’effetto folla stringendo l’inquadratura. A parlare è soprattutto Micaela Quintavalle, che con il quartiere non c’entra niente (abita all’Eur), ma è un’autista Atac telegenica che per l’occasione indossa un giubbetto di pelle rosa come la coda dei capelli altrimenti biondo platino. L’inviata esordisce parlando di «tensione ancora molto alta» e fa solo domande sugli immigrati. Finito il collegamento il tarantino Stefano Palermo, appena trasferitosi ma già attivissimo, e un paio di residenti la contestano: «È una trasmissione pilotata. Non ve ne frega niente dei problemi nostri, ma solo di far audience». Alle ultime europee qui il M5s ha preso 831 voti, Pd e Tsipras 765, la destra 629 (di cui solo 56 alla Lega, che rende sospetta la scritta «Salvini santo subito» apparsa su un muro il giorno dell’altrettanto inedita visita di Borghezio, scortato da CasaPound). Antonio Piccirilli, ex-carabiniere con due enormi baffi bianchi, snocciola lamentele: «Pisciano per strada. Puzzano a non finire. E i rumeni rubano nelle case. Per non dire del rischio di malattie scomparse, come Tbc e scabbia, e ora l’Ebola». Non è razzista, garantisce, e ogni tanto, chiama un extracomunitario per sistemargli il giardino. In quei giorni un sondaggio Ipsos Mori certifica un problema di percezione su scala nazionale: crediamo che gli immigrati siano il 30 per cento, ma sono il 7. Il cinquantaseienne Gaetano Petroselli, che prende 280 euro di invalidità civile, è inviperito per i famigerati 40 euro giornalieri dei profughi: «Noi non siamo razzisti ma non si può convivere con degli animali che cacano, pisciano e rompono le palle alle ragazze». Nonostante il linguaggio intollerabile, è una guerra tra poveri assai più che di civiltà. Dove dieci persone vocianti prendono il sopravvento su diecimila silenziose.

Ad avvelenare il clima contribuiscono alcune leggende. Tra cui lo sgravio fiscale di tre anni per i neo-imprenditori immigrati (esiste anche per gli italiani). Oppure la preferenza verso i figli di immigrati nelle classifiche degli asili, che a Corcolle mancano democraticamente tanto per gli autoctoni che per gli stranieri. «Ogni volta che piove un po’ più forte rimaniamo intrappolati perché la Polense si allaga e non abbiamo altra via di uscita» apre la lunga lista di problemi reali il ventiquattrenne Danilo Proietti, presidente in scadenza del comitato di quartiere. «E poi i mezzi pubblici, lenti e inaffidabili: per andare al liceo a Cinecittà dovevo prendere il bus alle sei. Con la paura per gli autisti che correvano o telefonavano». Questo posto è lontano da tutto. «Il primo commissariato o ospedale a 12 chilometri. Il cinema a 14. Con 1400 bambini non abbiamo un pediatra. Né l’Adsl, che ci condanna a uno stato di arretratezza insopportabile. Per cui i ragazzini sviluppano un’idea così ristretta del mondo che un extracomunitario gli sembra alieno quanto un extraterrestre». Ci sono così tanti motivi giusti per essere arrabbiati che non c’è bisogno di inventarsene di sbagliati. Nella confinante Fosso San Giuliano il suo amico Fabio Lo Russo mi parla di case non raggiunte dall’acqua potabile e altre escluse dall’illuminazione pubblica: «Certo, questa zona è nata abusiva, ma da allora le sanatoria si sono susseguite. Vi rendete conto che sto parlando di un quartiere della Capitale?». Tragicamente distante vari fusi orari dalla Grande bellezza.

Giorno 4

«Lo so benissimo», gli risponde a distanza il presidente del VI municipio Marco Scipioni, nel fortilizio cadente che ne ospita gli uffici a Tor Bella Monaca (facendo anticamera nella sua segreteria due giovani maestre elementari si lamentano di un tappeto di siringhe abbandonate nei giardini). «I nostri quartieri accolgono circa la metà degli oltre duemila rifugiati della città». Che impallidiscono rispetto ai numeri francesi, tedeschi o svedesi ma, se non governati, possono diventare un problema. Mi promette, invano, i dati sugli stranieri residenti. «Quanto all’aggressione», prosegue Scipioni, «forse il bus non si è fermato e in ogni caso gli incidenti sono stati strumentalizzati». Lui stesso, pur sempre Pd, aveva stupito annunciando a Corcolle, la notte della collera, che avrebbe fatto «andare via» i profughi entro una settimana. I muri del municipio sono tappezzati di manifesti con un barcone colmo di migranti che recita «Non vogliamo morire di accoglienza», firmati dal capogruppo di Forza Italia Daniele Pinti. Quando mi raccontano che è stato tra i fondatori di Lotta studentesca, l’ala giovane di Forza nuova, tutto sembra tornare. Ma quando lo incontro il quadro si ingarbuglia. Ha 27 anni, è gentile e sveglio: «La metà di chi mi ha votato era di sinistra, perché conosceva il mio impegno nel volontariato» giura nella bella trattoria che gestisce nella vicina Castelverde. Racconta della casa che suo padre affitta da oltre dieci anni a una famiglia rumena. E del nigeriano cui suo fratello ha fatto avere il permesso di soggiorno (un altro imprenditore mi mostrerà le foto di un bimbo africano che aiuterebbe, come prova ontologica dell’inesistenza di ogni razzismo). «A Corcolle sono stati cinque scemi a far casino» dice. È lo stesso Pinti che sui manifesti ha fatto scrivere «Stop all’immigrazione»? Il massimo che gli cavi è che ormai «sono troppi», che «dobbiamo smistarli in Europa» e soprattutto dovremmo «aiutarli a casa loro, in Africa», come secondo lui faceva Berlusconi con l’accordo libico (per capire come funzionava, corruzione e torture comprese, recuperatevi sul web Come un uomo sulla terra).

Giorno 5

L’evento più atteso è la riunione del comitato di quartiere. Vi si affronteranno le due anime cittadine. Appuntamento per le nove di sera nei locali della parrocchia. Metà della quarantina di partecipanti, giurano i veterani, non si era mai vista. L’ultimo arrivato, l’informatico pugliese trasferitosi qui da Tor di Nona da soli quattro mesi, è quello che parla di più. Dice che «noi» possiamo risolvere il problema annoso dei due parchi cittadini inutilizzabili perché «non a norma». Un anziano gli chiede, con scelta terminologica che equivale a una provocazione, a chi si riferisca il pluralia maiestatis. Palermo, che eccezionalmente si è tolto i RayBan, replica: «Siamo papà e stiamo organizzando una festa di Halloween nel parco». Parte il dibattito. Adriano, del forno Pane&Fantasia, esplicita i sospetti: «Vedi, sembra che tu sia pilotato». Vincenzo, un gigante del gruppetto antagonista, non gradisce l’illazione, si alza e gli dà un cazzotto in faccia. Li dividono. Adriano chiama i carabinieri (ma sono così lontani che farà in tempo a revocare l’intervento). Un veterano corcollese commenta amaro: «Se questa è un’anteprima del comitato che verrà, siamo nei guai».

La trasferta volge al termine. Corcolle è razzista? No. Nove cittadini su dieci neppure si sognano di includere gli immigrati nella top ten dei loro problemi. Ci sono dei razzisti? Sì. Quelli che lo rivendicano su Facebook e quelli, magari di frazioni limitrofe, che si galvanizzano nei commenti. E non è da escludere che, complice la crisi, la loro rabbia contagi gente troppo stanca per fare distinzioni. Quanto all’aggressione? È probabile che sia avvenuta come reazione esasperata all’ennesima frustrazione di un bus che, dopo intollerabili attese, preferiva non fermarsi.

È possibile che i trenta energumeni fossero la metà, un terzo, un quinto. E che il panico avvertito dall’autista che si è strenuamente rifiutata di spiegarci come sono andate le cose avesse più a che fare con sue pur comprensibili proiezioni che con minacce reali. L’indagine lo stabilirà, promette Zerilli. Magari creare il caso poteva servire ad alcuni per scoraggiare l’azienda dei trasporti dal procedere con tagli agli organici. «Atac» più «scandali», sia detto per inciso, è una combinazione che fornisce oltre 100 mila risultati su Google, dai biglietti clonati ai due dirigenti apicali che guadagnano ciascuno più di Obama. L’azienda, che perde 1,7 miliardi di euro, non ha minimamente collaborato con noi per appurare i fatti. Oppure, in un più grande schema delle cose, la battaglia di Corcolle può servire a far vincere la guerra della destra per la riconquista della Capitale. Una pista che prende corpo nei giorni successivi, nella non lontana ma ben più degradata Tor Sapienza. Nelle case popolari di viale Morandi un italiano su due (di cui un discreto numero ai domiciliari) non paga la pigione, mentre i rumeni occupano le cantine. Spaccio italiano e prostituzione straniera sono tappezzeria urbana. Si fatica anche a immaginare.

La scintilla sono tre rumeni che avrebbero molestato sessualmente una ragazza (che non denuncia). Trecento cittadini scendono in strada, ma a tirare le bombe carta su polizia e immigrati e a mandare all’ospedale un bengalese sedicenne sono persone col volto coperto. Spuntate da dove? Un residente rivela all’inviata di Piazzapulita «un via vai di gente di Casa Pound» nei giorni precedenti gli scontri. Foreign fighters da altri quartieri, mobilitati dalla causa di buttar giù l’indebolitissimo sindaco? Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) trasecola all’ipotesi di complotto. La più abile nel capitalizzare la rabbia delle borgate, dice di non averci trovato neppure l’ombra del razzismo. Deve essersi persa la donna che, alle telecamere dell’Huffington Post, suggeriva «Du’ taniche de benzina e ‘n fiammifero» per risolvere il problema. Parole non diverse da quelle che sentirò io. Nelle banlieues parigine, impropriamente invocate in questi giorni, erano gli arabi a mettere a fuoco il quartiere. Qui l’unico morto che si piange, a oggi, è il pachistano ucciso a calci in testa a Tor Pignattara da un minorenne romano aizzato dal padre, il 18 settembre scorso. La Meloni, che giustamente ricorda l’anziano di Fidene selvaggiamente picchiato da una banda dell’Est, non ha una parola per lui.

Nella manifestazione anti-Marino che sfilerà per il centro storico pochi giorni dopo, la palla di neve delle agevolazioni per gli imprenditori immigrati è diventata una slavina che rimbalza nei capannelli: «Noi ce strozzamo, loro nun pagano i contributi». Si moltiplicano anche gli annunci senza fondamento di nuovi centri di accoglienza, da centinaia di profughi per volta. Nel goffo tentativo di dimostrare di non avere problemi con gli stranieri gli organizzatori fanno salire sul furgone in testa al corteo un giovane africano smarrito che dovrebbe funzionare da mascotte.

Imbarazzante. Torno a casa con tre sole certezze. La prima è che la realtà è sempre infinitamente più complessa di come si tende a raccontarla. La seconda è che, più la nostra identità traballa più gli immigrati ne diventano puntelli ideali, i nemici perfetti in opposizione ai quali riaffermarla. La terza è che, con le piogge torrenziali recenti, Corcolle sarebbe finita sotto l’acqua alta. Su Facebook ho visto via Sant’Elpidio diventata un ruscello profondo 25 centimetri. A sturare i tombini e ad azionare le pompe gli arrabbiati erano in prima fila. A modo loro amano il posto dove vivono. Sono convinti che liberandosi dei cinquanta rifugiati e di qualche altro centinaio di rumeni il loro quartiere diventerebbe di colpo bello come Monti. È un errore drammatico, drammaticamente diffuso, nelle nazioni e nelle epoche.

Mafia Roma: estrema destra e Tor Sapienza,ombra del clan

  • Lunedì, 15 Dicembre 2014 12:37 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ansa
15 12 2014

Una regia nascosta dietro la protesta di Tor Sapienza contro il centro per rifugiati minorenni. Non quella dell'estrema destra o della criminalità - o di entrambe - ipotizzata a caldo. La regia di Mafia Capitale. L'ipotesi investigativa diventa plausibile da quando, due settimane fa, è emerso nell'inchiesta romana lo scontro tra le cooperative sociali per il lucroso mercato dell'immigrazione. E ancora una volta lo scenario tiene insieme estrema destra e criminalità. Che ci fossero militanti di CasaPound (Cpi) tra i cittadini che protestavano fino ad assaltare il centro della coop 'Un Sorriso' viene ritenuto certo dagli investigatori, anche se finora non ci sono stati provvedimenti giudiziari. Il movimento ammette di aver fatto campagna contro "un'idea per noi sbagliata di accoglienza", come dice il vicepresidente di CasaPound Italia Simone Di Stefano, ma nega qualsiasi coinvolgimento nelle violenze.

E sull'ipotesi che Salvatore Buzzi, braccio destro di Massimo Carminati, si sia servito di militanti di estrema destra per aizzare la protesta contro una coop avversa - come adombrato dalla responsabile di 'Un Sorriso' su La Repubblica - CasaPound è altrettanto netta. "Mai conosciuto Buzzi di persona - dice Mauro Antonini, responsabile Cpi di Roma Est -. Contro un centro per immigrati della sua coop '29 Giugno' a Settecamini (altra periferia romana, ndr) abbiamo lottato fino a impedirne l'apertura pochi mesi prima. Non prendiamo ordini da nessuno". I 'fascisti del Terzo Millennio' - come si definisce CasaPound - minacciano querele a chiunque voglia coinvolgerli nell'indagine su Mafia Capitale, nella quale al momento non risultano coinvolti. Lo stesso accadde quando a luglio scorso si scoprì che Giovanbattista Ceniti, il giovane trovato ferito dove era stato ucciso Silvio Fanella, cassiere della 'banda Mokbel', era stato responsabile Cpi di Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte.

Cacciato via tre anni prima - spiegò il leader di CasaPound Gianluca Iannone - ma presente sul web con la sua carica fino a tempi più recenti. Ceniti è accusato di aver fatto parte assieme a Egidio Giuliani - ex Nar come Carminati - e a un altro complice del terzetto andato in via della Camilluccia per rapire Fanella e fargli dire dov'era il tesoro della maxitruffa a Fastweb e Telecom. L'azione finì con la morte di Fanella dopo uno scontro a fuoco e il ferimento di Ceniti, abbandonato dai suoi complici, in seguito arrestati. Fanella era uomo di Gennaro Mokbel, indagato anche per Mafia Capitale e in rapporti altalenanti con Carminati: 'il Nero' intervenne per difendere il commercialista Marco Iannilli dalle sue minacce di morte. L'indagine sulle violenze di Tor Sapienza è affidata alla squadra mobile, che indaga anche sull'omicidio Fanella. Avvenuto in una zona - la Camilluccia, Roma Nord - roccaforte storica di Carminati e dei suoi. Su questo punto l'indagine della polizia e quella dei carabinieri del Ros sul 'Mondo di Mezzo' della mafia romana potrebbero incontrarsi.

Intanto domani sono in programma nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di garanzia di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, accusati di essere stati gli intermediari tra la cupola e la 'ndrangheta. E mercoledì è atteso il Riesame per una decina di indagati: tra questi, Salvatore Buzzi, Giovanni De Carlo, sodale di Carminati, Riccardo Mancini, ex Ad di Ente Eur, e Carlo Pucci, già nel Cda dell'Ente. I giudici del Riesame dovranno decidere non solo sulla revoca dell'ordinanza di custodia cautelare ma anche sull'annullamento della aggravante mafiosa. (ANSA).

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