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Le nostre vite, lontane dal mondo di mezzo

Voglio scrivere storie belle, edificanti, che siano d'esempio in un paese marcio di corruzione e indifferenza. Così nacquero queste "Storie italiane". Che oggi, in un gesto di lucida ribellione, voglio prendere in blocco e scagliare contro gli attori di ogni ordine e grado di Mafia capitale. Sperando di far loro del male.
Nando Dalla Chiesa, Il Fatto Quotidiano ...
Due giorni fa diciotto migranti, tra i quali una bimba di sei anni, sono morti di freddo su un gommone a 110 miglia da Lampedusa. Le agenzie informano che non si è trattato di un naufragio: 16 persone sono morte per ipotermia e disidratazione, un'altra è stata stroncata da un edema polmonare dopo l'arrivo dei soccorsi.
Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano ...

La Repubblica
09 11 2014

Da Nord a Sud, i beni sequestrati e confiscati alle mafie nell'ultimo anno valgono come un quarto della prossima finanziaria; per legge devono essere riutilizzati per la collettività, ma mostrano prima di tutto che le cosche possano essere sconfitte. Il caso dell'agrumeto di una cooperativa sociale bruciato dalla 'ndrangheta e i dati forniti da don Ciotti: il 61% dei disoccupati è disposto a lavorare in un'attività collusa con la criminalità organizzata.

di STEFANO PASTA

Beni confiscati alle mafie, quando il tesoro dei boss diventa impresa sociale"Riprendiamoci il maltolto": recitava così la campagna di Libera che nel 1996 portò, con oltre un milione di firme raccolte, all'approvazione della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. "Andate a cercare dove investono il denaro, confiscate i beni e restituiteli alla comunità mi disse più di trent'anni fa il generale Dalla Chiesa", ricorda don Luigi Ciotti. Secondo il Ministero dell'Interno, sono 10.769 (di cui 709 aziende) i beni sequestrati e 3.513 (161 aziende) quelli confiscati in solo un anno, dal 1 agosto 2013 al 31 luglio 2014. Questo "tesoretto" vale 7 miliardi di euro, cioè un quarto della prossima Finanziaria o quanto lo Stato spende per l'intero sistema universitario. Tra le prime sei regioni interessate, ci sono l'Emilia Romagna e la Lombardia, a conferma di come non sia un fenomeno solo meridionale. A Milano, le ultime inaugurazioni sono un centro diurno per giovani, in un un'ex tavola calda usata come base dello spaccio nel quartiere Stadera, e la "Casa della legalità" in via Curtatone.

La pizzeria nel covo del boss e l'uliveto intitolato a Rita Atria. Se ne è parlato ieri al convegno "Fare impresa sociale e buona economia con i beni confiscati alle mafie si può!", organizzato a Milano dall'Unicredit Foundation in collaborazione con Libera. Nell'ultimo anno e mezzo, la Fondazione bancaria ha stanziato 1 milione e 200mila euro per sostenere dieci progetti in varie regioni italiane. Gli ultimi sono per la pizzeria "Wall Street" di Lecco, sorta nel covo che il boss della 'ndrangheta Franco Coco Trovato usava per riciclare denaro sporco, gestire traffici di droga, ordinare agguati, e per la cooperativa "Rita Atria" di Trapani, che si è vista distruggere gli ulivi di un terreno che ha in gestione e che prima apparteneva ad un boss. Del resto, il solo nome dell'attività è una sfida alla mafia: Rita è la diciassettenne, figlia di un mafioso ucciso da una cosca rivale, che nel 1991 decise di non lasciare che la verità "passeggiasse" per Partanna (Tp) senza che nessuno parlasse. Andò da Paolo Borsellino, a cui si legò come un padre, e raccontò tutto ciò che sapeva. Ma una settimana dopo che il giudice venne ucciso, si buttò dal settimo piano dell'appartamento di Roma dove viveva in segreto. Nessuno andò al funerale, la madre l'aveva ripudiata e andò al cimitero solo per distruggere la sua lapide a martellate.

Quando le mafie ti bruciano l'agrumeto. "L'uso sociale dei luoghi confiscati - spiega la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli - è la miglior bandiera della legalità perché mostra che vincere le mafie è possibile". Secondo don Ciotti, "questi beni diventano un'occasione di rigenerazione quando fanno nascere speranza, dignità e lavoro, nel segno di un'economia che non dimentica il senso etico d'impresa per il bene comune". Non mancano le difficoltà, specie al Sud, dove gli appezzamenti agricoli si prestano bene alle rappresaglie delle cosche. Lo racconta Giuseppe Carrozza del consorzio Terre del sole, che a Placanica di Melito Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria, gestisce un terreno confiscato con 2100 alberi di agrumi e di bergamotto, alla base dell'industria profumiera. "Nel giugno 2013 - spiega - un incendio doloso ha distrutto buona parte delle piante; sono seguiti danni e attentati alle condutture d'acqua, in una zona dove il controllo delle risorse idriche è decisivo". A Isola Capo Rizzuto, in un terreno del clan Arena passato in gestione a Libera, nessuno voleva trebbiare l'orzo, finché non intervenne la Forestale.

Fino a dieci anni per assegnare i beni confiscati. Tra i problemi, c'è anche la lentezza dello Stato. Occorrono in media cinque anni, a volte anche dieci, prima che il tesoro dei boss venga assegnato alle associazioni. In tutto questo tempo, i beni rischiano di rovinarsi e perdere valore. Molti puntano il dito contro l'Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati, con sede principale a Reggio Calabria e altre a Roma e Milano. Quella lombarda, inaugurata tre anni fa come l'avamposto della lotta alle mafie al Nord, oggi conta sul lavoro di solo due funzionari, meno della metà rispetto al 2011. Secondo Roberto Maroni, che istituì l'Agenzia quando era al Viminale, "la sua funzione è indispensabile, ma certo occorre maggiore efficienza e personale più preparato". È d'accordo il ministro delle Politiche agricole Martina, anche lui intervenuto al convegno di ieri annunciando che gli alimenti delle terre confiscate saranno presenti nel Padiglione Italia dell'Expo.

1 italiano su 5 disposto ad andare in una pizzeria delle mafie se più conveniente. La lentezza delle assegnazioni è particolarmente grave nel caso delle aziende, che rischiano di finire fuori dal mercato e dover chiudere. "Vanno tutelati - spiega don Ciotti - anche i lavoratori che altrimenti, perso il posto di lavoro, penseranno con rimpianto alla gestione mafiosa". Il presidente di Libera cita i dati di alcune ricerche: "Il 61% dei disoccupati è disposto ad accettare un posto di lavoro in un'attività dove la criminalità ha investito denaro, l'8% a commettere piccoli reati pur di avere un lavoro, mentre 1 italiano su 5 non ha problemi ad andare in un bar o pizzeria colluso con le mafie se i prezzi sono convenienti. Infine, nei primi mesi del 2014, il 53% degli studenti di 94 scuole superiori siciliane pensa che la mafia sia più forte dello Stato, solo l'11% il contrario e il 36% non esprime un'opinione". "Tutto ciò - conclude don Ciotti - dimostra come diritti e lavoro siano vie per combattere le mafie". Dovrebbe essere la funzione dello Stato, come chiedeva il generale Dalla Chiesa quando diceva: "Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore".

Pop Off
06 08 2014

L’8 Agosto a Milazzo festa per i primi vent’anni dell’Associazione Antimafie Rita Atria. Venti anni di commemorazione e sostegno alle lotta per la verità e la giustizia

Appariva una mattina come tante altre. Il sole riscaldava le città e le campagne, i dorati riflessi danzavano sulle onde e baciavano le vette dei monti. Ma quel 26 luglio cadeva in un momento drammatico: l’Italia era sotto shock, da pochissimi giorni era stato assassinato Paolo Borsellino, considerato simbolo dell’antimafia insieme a Giovanni Falcone, assassinato nel maggio precedente. Una cappa terribile opprimeva gli animi e la vita sociale e civile. Un peso immenso che divenne troppo grande quel 26 luglio per una ragazza a Roma. Una ragazza molto più grande di tanti adulti che l’avevano circondata e che attraversano quotidianamente le strade e le piazze d’Italia. Quella ragazza era Rita Atria, una delle tantissime alunne che quell’anno affrontarono l’esame di maturità. Ma che aveva qualcosa di speciale. Figlia di una famiglia legata alle cosche mafiose, dopo aver visto assassinare il padre e il fratello decise di collaborare con la magistratura. Divenne la “picciridda” di Paolo Borsellino, una “picciridda” dal cuore grande e dal coraggio immenso. Dopo l’assassinio di Borsellino scrisse sul suo diario “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta”. E il 26 luglio 1992 si tolse la vita lanciandosi dal settimo piano del palazzo dove viveva in segreto.

Due anni dopo nacque l’Associazione Antimafie Rita Atria. Erano mesi difficili, l’anno successivo agli attentati mafiosi in varie città nel “continente”, il Movimento Sociale Italiano per la prima volta era al governo. 3 mesi prima dell’attentato a Falcone nel 1992 erano morti Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini in un incidente aereo la cui dinamica non è mai stata chiarita (http://www.ritaatria.it/LeStorie/Dimenticati/SandroMarcucci.aspx).

Un incidente che si ricollega alla strage di Ustica e alle nebbie mai dipanate sulla verità di quel tragico evento. Nella storia dell’Associazione Antimafie Rita Atria le vite di Rita Atria, di Sandro e di Silvio si incontrano. E ne incontrano tantissime altre. L’anno in cui si suicidò, Rita era impegnata nell’esame di maturità e scelse il tema sulla strage di Capaci. Scrisse (http://www.ritaatria.it/Testimoni/RitaAtria/IlTema.aspx ) “L’unica speranza è non arrendersi mai” perché “L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Parole intense, vibranti e commoventi di chi la mafia l’ha avuta in casa e ha avuto il coraggio di ribellarsi. E’ diventato il testamento morale di Rita, quel testamento che l’associazione sorta nel 1994 in suo nome ha cercato in questi vent’anni di portare avanti. Senza mai chinare il capo, senza mai arrendersi, denunciando, lottando, impegnandosi in prima fila. Con “la voglia di stare con i perdenti” fedeli alle parole di Sandro Marcucci che “con la nostra storia e con il nostro impegno e non con le parole e i nostri principi bisogna avvicinarsi agli altri” come disse Nadia Furnari, colonna dell’associazione ed uno dei venti che più impetuosamente diffondono il “fresco profumo di libertà” di chi crede in un’antimafia verace, di lotta, che non si siede nei salotti ma quotidianamente imperla la propria fronte nell’impegno in primissima fila, nel numero 3 della rivista Casablanca nel luglio 2006 (http://www.ritaatria.it/LeStorie/Donne/LeSiciliane/NadiaFurnari.aspx). Tantissimi i compagni e le compagne di viaggio in questi anni, dai movimenti LGBTQI a varie associazioni che s’impegnano contro le mafie, senza dimenticare i movimenti pacifisti, antifascisti e antirazzisti, l’informazione libera. Ripercorrere tutte le tappe di questi vent’anni sarebbe impossibile.

La mole di denunce, attività, manifestazioni coinvolge la Sicilia e Roma, l’Abruzzo e la Puglia. Denunce contro le mafie, per chiedere giustizia per Sandro Marcucci, Silvio Lorenzini, Mario Dettori (anche lui legato alla strage di Ustica, il 27 giugno 1980 di servizio al radar di Poggio Ballone, http://www.ritaatria.it/LeStorie/IncidentieStragi/StragediUstica/Quellemortipercaso/MarioDettori.aspx ), Emanuele Scieri (http://www.ritaatria.it/LeStorie/Dimenticati/EmanueleScieri.aspx, partito da Siracusa il 21 luglio 1999 per fare il servizio militare nei parà della caserma “Gamerra” di Pisa della “Folgore” e tornato a casa un mese dopo chiuso in una bara), Anna Maria Scarfò (http://www.ritaatria.it/LeStorie/Donne/LeCalabresi/AnnaMariaScarf%C3%B2.aspx, una ragazza coraggiosa che ha sfidato la brutalità disumana di chi ha violentato lei per anni tentando poi di fare altrettanto con la sorellina e l’omertà di chi la circondava), Maria Concetta Cacciola (http://www.ritaatria.it/LeStorie/Donne/LeCalabresi/MariaConcettaCacciola.aspx , che si era ribellata alla ‘ndrangheta e aveva avuto il coraggio di denunciare).

Impegni in prima fila in tantissimi movimenti. Come quello contro il Muos, il mega sistema satellitare che gli USA vogliono installare dentro una Riserva Naturale a Niscemi. Un impegno che si è realizzato nel denunciare i rischi di quest’installazione, nei ricorsi al TAR contro le autorizzazioni e la “revoca della revoca” da parte della Regione Sicilia (in un primo momento aveva revocato le autorizzazioni a lei spettanti per poi decidere di revocare tale revoca) e nelle manifestazioni. Il 9 Agosto prossimo ci sarà una nuova manifestazione (http://www.nomuos.info), convocata anche dopo il respingimento sia alla Camera che al Senato di due mozioni che chiedevano il “blocco totale e immediato del MUOS”. E la vigilia di questa nuova manifestazione è segnata dal divieto di dimora contro 29 attivisti No Muos (http://popoffquotidiano.it/2014/07/31/gli-attivisti-nomuos-denunciati-sono-pronti-a-tornare-a-niscemi/ ). L’Associazione Antimafie Rita Atria denuncia in “uno di questi atti” un “non troppo velato avviso” (http://www.ritaatria.it/ArchivioNews/tabid/159/EntryId/692/Comunicato-Stampa-quelle-29-misure-cautelari-e-il-non-troppo-velato-avviso-allassociazione-e-alla-sua-referente-per-il-NO-al-MUOS.aspx) contro la sua presenza e attivismo nel movimento No Muos, ribadendo di essere orgogliosamente accanto “a tutti i movimenti che dicono NO ai progetti di morte e di distruzione e SI all’autodeterminazione dei popoli e SI al diritto alla VITA!” come “NO MUOS”, “No-TAV”; “No-DAL MOLIN”; “NO-RADAR Sardegna”; “NO-DISCARICHE”; “NO-PONTE”; “NO-TRIV”. Movimenti che oggi rappresentano la “storia della Resistenza italiana” in un Paese “solerte nel reprime chi invece dovrebbe essere insignito della medaglia al valore civile per il tentativo di fermare a mani nude uno strumento di morte”, un “Paese di burattinai”. Nadia Furnari denuncia che “se esistono i burattinai è perché il mercato dei burattini è florido. Se tutto questo può accadere è perché ha vinto la rassegnazione e l’ignoranza. Hanno distrutto la speranza … e mentre la distruggevano e la continuano a distruggere… c’è chi sta alla finestra a guardare riprendendo la scena con il proprio I-Phone…” ricordando anche un intenso brano di Mario Ciancarella (che denuncia da anni di essere stato radiato dall’Aeronautica militare con l’unica colpa di aver voluto cercare giustizia per i morti di Ustica e le morti successive di cui si è già scritto): “Potrebbe sembrarci lontano ed insignificante quello che scrissero con tanta serena dignità e forza – senza nascondere nè le paure, nè la amarezza, umanissime – i tanti condannati a morte della Resistenza, di ogni ceto sociale e di ogni livello culturale.

Ma può essere utile pensare che, se ogni goccia compie con fedeltà il suo percorso, è indubbio che le gocce finiranno per incontrarsi e diverranno sorgente e poi ruscello e poi fiume ed infine mare. Tutto questo non è poesia ma la Legge fondamentale della Vita, immutabile. Dove essa viene tradita tutto diviene arido ed infecondo. Questa semplice certezza è stata la pelle ed il sangue di ciascuno di noi. La sofferenza e la consapevolezza di “aver perso” non possono mutare il giudizio finale: “E’ impossibile pentirsi”.

Il 6 febbraio (http://www.ritaatria.it/Home/tabid/55/EntryId/638/LAssociazione-Antimafie-Rita-Atria-rimanda-politicamente-al-mittente-l-avviso-a-Nadia-Furnari.aspx) di quest’anno l’Associazione aveva già reso noto che Nadia Furnari era stata tra coloro che avevano ricevuto un avviso di garanzia “per essersi, in concorso con altri, “introdotta arbitrariamente in un luogo ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato e, nello specifico, all’interno della base statunitense “naval radio Transmitter facility (NRTF) d contrada Ulmo a Niscemi (CL), fatti accaduti in contrada Ulmo a Niscemi(CL) in data 09/08/2013″.

L’Associazione, oltre ad aver espresso sostegno e solidarietà a Nadia e agli altri attivisti colpiti da tale provvedimento, ha “rimandato politicamente al mittente” l’avviso perché “se si parla di “intrusione abusiva” questa va contestata a chi, abusivamente, si è introdotto, fin dagli anni 90 all’interno di una riserva naturale, la “sughereta” di Niscemi, violentandola e stuprandola con la costruzione di una base militare prima e con l’installazione del MUOS poi; una riserva naturale di interesse Comunitario (SIC) la cui tutela è garantita dalla Costituzione Repubblicana italiana e dallo Statuto speciale della Regione Siciliana; Costituzione e Statuto che sono diventate carta straccia davanti alle evidenti complicità istituzionali nazionali e regionali”, sottolineando che l’avviso “assume un connotato intimidatorio” davanti al quale l’Associazione non intende “indietreggiare di un millimetro”.

Il prossimo 8 Agosto l’Associazione Antimafie Rita Atria festeggerà i suoi primi vent’anni di “memoria attiva” (l’immagine dell’evento è stata realizzata da Mauro Biani mentre il logo è di Silvestro Nicolaci) a Milazzo, nella suggestiva cornica del castello della città. La giornata sarà dedicata a Simona Scibila, una generosissima attivista dell’associazione scomparsa prematuramente nel febbraio scorso, a Salvatore Coppola (editore siciliano http://www.coppolaeditore.com/ , scomparso nei mesi scorsi per un aneurisma cerebrale che in poche settimane l’ha strappato alla vita, e compagno di viaggio dell’Associazione per tanti anni) e ai tantissimi compagni di viaggio di questi venti lunghi anni di attività. Ma non sarà una commemorazione retorica e con lo sguardo verso il passato, non ci sarà alcun reducismo o celebrazione. Perché il vero ventennale che sarà protagonista della giornata non sarà quello già trascorso ma quello che verrà. Con i No Muos, con chi lotta contro le mafie, con le R-Esistenze vive in quest’Italia sempre meno democratica, con i movimenti antifascisti (in un Paese dove, come anche l’Associazione ha denunciato molte volte, i fascismi si stanno nuovamente diffondendo in molti luoghi) e antirazzisti, contro l’omo-lesbo-trans-fobia e ogni intolleranza, per la verità per ogni vittima di ingiustizia e oppressione.

Alessio Di Florio

Il rap di Gomorra e il linguaggio delle periferie del mondo

  • Mercoledì, 04 Giugno 2014 09:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
04 06 2014

Con il rap di Gomorra-La serie, il racconto si fa globale, scopre un linguaggio che si può intendere ovunque. Una scelta dovuta sicuramente a ragioni commerciali (la serie è venduta in 50 paesi) ma anche all’evidenza di un fenomeno che oggi è ovunque, in forme diverse, dal Messico alla Colombia alla Russia

C’è una novità nelle musiche di Gomorra-La serie: accanto ai neomelodici il racconto di malavita viene affidato anche ai rapper, al post-rock e all’elettronica. Le musiche originali della serie sono dei Mokadelic, il gruppo romano che già aveva contribuito alle colonne sonore di Come Dio comanda, Dove dormono gli aerei, Marpiccolo, La Pulce non c’è e ACAB: All Cops Are Bastards. Una funzione importante nella narrazione hanno i pezzi di artisti napoletani, da Lucariello, autore della sigla di chiusura degli episodi (Nuje vulimme ‘na speranza) a Ivan Granatino (‘a storia e Maria) ai Co’Sang, ‘Nto (Antonio Riccardi) e Luchè (Luca Imprudente) autori di brani duri e struggenti come Into ‘o rione, Fin quann vai ‘ncielo e Povere Mman, che hanno sciolto il loro sodalizio artistico nel 2012.


C’è un filo rosso che unisce la musica della tradizione, il neomelodico e la “nuova” musica napoletana? C’è da chiedersi da dove nasca quel mix innovativo di hip, urban pop, elettronica che sembra il risultato di una stratificazione di tradizioni e di generi completamente rimescolati, con l’apporto di influenze etniche e mediterranee. E’ la stessa biografia degli artisti, in qualche caso, a rivelarlo: Ivan Granatino, che interpreta “A storia e Maria” viene dal neomelodico. La musica dei Co’Sang (che vuol dire “con il sangue”) è invece una netta cesura con la tradizione; l’inizio del loro percorso artistico è nel 1997 con la partecipazione all’album autoprodotto Spaccanapoli, della crew Clan Vesuvio. Attorno all’etichetta discografica indipendente Cuore Nero Project fondata nel 2009 da Ricciardi si sono poi trovati molti artisti, dagli stessi Co’Sang a Clementino, a Club Dogo, a sperimentare nuovi linguaggi e nuove sonorità.

Il neomelodico è la colonna sonora dei film di camorra. Lo è anche nel film di Matteo Garrone e nella trasposizione teatrale del libro di Saviano. Il critico Giovanni De Luna nel 2008 ha chiarito la discontinuità tra artisti come Mario Merola, re della sceneggiata, e i neomelodici, «una discontinuità che riguarda la storia della canzone napoletana» e «investe soprattutto il rapporto tra Napoli e la camorra». Negli anni Ottanta del Novecento Napoli diventa una vera e propria città-regione che incamera in sé le varie province, senza però integrarle. Nascono i cosiddetti quartieri-stato, autonomi e isolati da tutto il resto. La musica muta parallelamente alla trasformazione della camorra. “La canzone classica era stata la grande rappresentazione della mediterraneità cosmopolita di Napoli, era stata una radice dell'identità italiana, era stata un fenomeno compiutamente nazionale e globale», mentre “la musica dei neomelodici viene prodotta e consumata in loco, nei quartieri-Stato, alimentata dal flusso sonoro ininterrotto delle radio e delle televisioni locali”.


Le canzoni dei neomelodici raccontano la quotidianità: sentimenti, amori, tradimenti. Una narrazione che avviene dall’interno, “il racconto” spiega Roberto Saviano “è incentrato sulla scelta inevitabile della camorra (parola quasi mai pronunciata nelle canzoni), una scelta dettata dal destino, dalla vita misera, dalle condizioni sociali di un intero territorio. E sulle sue conseguenze: l’onore e il silenzio. Non è una celebrazione totale. È una sorta di racconto eroico”. I neomelodici a volte celebrano quel mondo di cui sentono di fare parte, altre volte lo subiscono, in ogni modo ne raccontano il coraggio e il dolore. A tenerli uniti alla tradizione di Merola il sentimentalismo, il riferimento a una figura femminile (la moglie, la fidanzata, la mamma) che subisce, anch’essa, il destino del marito, amante, figlio.

Con il rap di Gomorra-La serie, il racconto si fa globale, scopre un linguaggio che si può intendere ovunque. Una scelta dovuta sicuramente a ragioni commerciali (la serie è già stata venduta in 50 paesi, gli americani ne sono entusiasti) ma anche all’evidenza di un fenomeno che oggi è ovunque, in forme diverse, dal Messico alla Colombia alla Russia. L’hinterland napoletano, nella sua crudezza e in quell’atmosfera cupa, è un non-luogo come ogni altra periferia del mondo. Il sistema di potere della camorra è oggi simile a quello di altre organizzazioni criminali in altre parti del pianeta, e qualche volta ne è stato preso a modello. Ovunque le persone vivono lo stesso quartiere (Into ‘o rione), simile ad altri, con la stessa assenza di orizzonte. La sua musica è una “poesia cruda”, come la definiscono i Co’Sang, capace di narrare il proprio tempo, raccontando la vita dei giovani, sia di quelli che hanno scelto di stare nel “Sistema” sia di chi lo subisce standone fuori. Entrambi appartengono allo stesso mondo: se non sei nel “Sistema” può esserci un cugino, un vicino di casa, un compagno di scuola.

“Venerato se muori per mano di una guardia/provo un piacere strano ad essere odiato/ perversione è un bravo ragazzo con la pistola in pugno/e ogni tatuaggio sono gocce di sangue incorniciato”, cantano i Co’Sang in Fin quann vai ‘ncielo. Sono suoni e parole che i ragazzi di ogni periferia criminale, in ogni parte del mondo, possono oggi condividere, e in cui possono riconoscersi.

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