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Il figlio del boss che sceglie lo Stato

  • Giovedì, 08 Maggio 2014 08:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
08 05 2014

Il padre boss ucciso in una faida, un fratello ergastolano al 41 bis, altri due fratelli pure in carcere per 'ndrangheta: a 16 anni con iniziativa senza precedenti, i giudici minorili di Reggio Calabria lo avevano tolto dalla famiglia per sottrarlo alla cultura criminale e fargli conoscere un'alternativa in una comunità di Messina e con i volontari di "Addiopizzo".

Ora il ragazzo dei Cordì di Locri scrive al Corriere: "Credevo che allo Stato non importasse niente delle persone, invece ho conosciuto uno Stato diverso che mi sta dando possibilità al posto di una strada per forza. Ma io voglio scegliere una vita diversa". ...

La Republica
06/05/2014

 

Stop agli scavi. Nella cava di Cerignola dove sono cominciati oggi i rilievi a caccia di rifiuti interrati è affiorato materiale radioattivo. Dal terreno è emerso in superficie anche olio. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico, su indicazione del consulente, hanno interrotto allora gli scavi in quella zona perché non erano dotati di tute protettive adatte e si sono spostati in un'altra area. L'ampia cava è stata sequestrata nell'operazione "Black Land" a Francesco Pelullo, ritenuto dagli investigatori uno dei proprietari di terreni messi a disposizione per sversare i rifiuti.

I militari stanno da giorni scandagliando numerose cave abbandonate nella provincia che sarebbero state utilizzate per 'tombare' un'enorme quantità di rifiuti speciali e pericolosi provenienti dalla Campania. I rifiuti tombati illegalmente vengono fuori dal ventre della terra in tutta la Puglia. Dopo le 500.000 tonnellate scoperte ad Ordona, sempre nel Foggiamo, il 23 aprile, materiali pericolosi anche di tipo ospedaliero sono stati trovati ieri dai carabinieri del Noe di Bari ad Apricena. In una cava privata di sei ettari sono stati interrati rifiuti provenienti dalle province di Salerno e Caserta, come quelli scoperti a Cerignola, dove oggi si è tornato a scavare nell'ambito dell'inchiesta della Dda barese sul traffico illecito Campania e Puglia gestito dalla camorra, che ha portato all'arresto di tredici presunti responsabili nelle settimane scorse. Si tratta di amministratori, soci e autotrasportatori di società che lavorano allo smaltimento e al trattamento dei rifiuti.

Nel sito di Ordona, i militari hanno trovato ogni genere di rifiuti in una cava non ancora colma portati fin dal 2013 da almeno 8 camion al giorno. La cava sondata ieri ad Apricena era invece completamente piena di materiali, coperta di terreno e mimetizzata. Secondo quanto accertato dagli investigatori, i rifiuti campani seguivano due percorsi distinti finendo in discariche illegali dislocate tra Puglia, Basilicata, Molise e Campania. Un commissione tecnica composta da Arpa Puglia e Cnr, seguendo di pari passo l'avanzare delle ruspe, dovrà accertare l'impatto ambientale e gli eventuali rischi per la salute connessi alla presenza di rifiuti anche in zone vicine ai corsi d'acqua.

Oggi si continua a scavare anche in Salento, dove il Noe sarà in altri tre siti nella zona di Tricase, dopo che nelle scorse settimane sono state scoperte discariche abusive a Patù, Scorrano, Tricase e Alessano, le ultime due sul tracciato della nuova statale 275 Maglie-Leuca. Inoltre, un aereo della guardia di finanza, dotato di sensori iperspettrali che tramite rilevatori termici individuano materiali estranei nel terreno, dovrebbe arrivare a Lecce ed essere utilizzato nell'area tra Supersano, Scorrano e Casarano, dove il pentito della Scu Silvano Galati indicò la presenza di rifiuti tombati.

Stando a quanto emerso nelle ultime settimane, anche il Basso Salento è infatti un immenso cimitero di spazzatura nascosta nelle cave, sotto gli ulivi, in discariche aperte dai Comuni e poi chiuse da chissà chi. Carabinieri e finanzieri, coordinati dal pm Elsa Valeria Mignone e dal procuratore aggiunto Ennio Cillo, stanno verificando testimonianze e incrociando i dati con le mappe e le documentazioni
già acquisite in alcuni Comuni. Al vaglio anche la posizione degli ex sindaci, rei di non aver saputo gestire l'emergenza discariche e forse anche di avere utilizzato in maniera non del tutto trasparente i fondi per le bonifiche. Di pulizia, a quanto pare, in quella parte di Salento finora ne è stata fatta poca. E lo dimostrano anche segnali allarmanti che giungono dai pozzi. Prima da quelli di Tiggiano, dove sono state riscontrate concentrazioni di diossina superiori alla norma, e poi quelli di Neviano e Seclì, dove è emersa una preoccupante presenza di Pcb anche nei pozzi dell'Aqp, sui quali a fine maggio saranno effettuate le analisi dall'Arpa.

 

 

La Stampa
26 03 2014

«L’acqua contaminata è stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700 mila persone senza controllo e persino a ospedali e scuole». È il duro passaggio della relazione dell’Istituto Superiore di sanità che ha analizzato per l’Avvocatura dello Stato le acque contaminate dalla mega discarica di veleni tossici nel pescarese. «La qualità dell’acqua è stata indiscutibilmente significativamente e persistentemente compromessa», prosegue la Relazione dell’ISS depositata agli atti del processo di Chieti dove sono sotto processo i vertici di Montedison e Solvay con oltre 20 indagati dopo l’inchiesta del Corpo Forestale. Il guasto «per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento», spiega il documento.


«La mancanza di qualsiasi informazione relativa alla contaminazione delle acque con una molteplicità di sostanze pericolose e tossiche, solo una parte delle quali potrà essere tardivamente e discontinuamente oggetto di rilevazione nelle acque, ha pregiudicato la possibilità di effettuare nel tempo trattamenti adeguati alla rimozione delle stesse sostanze dalle acque». Così si legge nella relazione di 70 pagine che i consulenti tecnici dell’Avvocatura dello Stato Pietro Comba, Ivano Iavarone, Mirko Baghino e Enrico Veschetti hanno stilato sulla vicenda della mega discarica di veleni industriali di Bussi e sulla contaminazione delle falde acquifere della Val Pescara. «Del significativo rischio in essere non è stata data comunicazione ai consumatori che pertanto non sono stati in condizioni di conoscere la situazione ed effettuare scelte consapevoli», si legge tra le conclusioni.

Ci sono quindi «incontrovertibili elementi oggettivi coerenti e convergenti nel configurare un pericolo significativo e continuato per la salute della popolazione esposta agli inquinanti attraverso il consumo e l’utilizzo delle acque», chiude l’Istituto Superiore della Sanità.

"Il mio papà uccise mamma ma non lo odio"

  • Venerdì, 21 Marzo 2014 10:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
21 03 2014

Ha cambiato nome e cognome e a tutte le persone che incontra deve inventarsi un passato.

Ma sa sorridere, anche ridere.

Denise Cosco è la figlia di Lea Garofalo, un'eroina della lotta alla 'ndrangheta. Si somigliano, madre e figlia? Sì, si somigliano: "Anche mamma rideva spesso, anzi direi che era una comica", dice Denise.

E pure Denise, come sua mamma, ha avuto la forza di ribellarsi: oggi anche grazie alla sua denuncia suo padre Carlo Cosco è in carcere, condannato all'ergastolo con tre complici. ...

Corriere della Sera
06 03 2014

Facciamo fiorire una forte collaborazione tra i servizi della Provincia per aiutare tutte le donne maltrattate. Con una attenzione particolare alle testimoni di giustizia e ai loro figli

di Kibra Sebhat

A Cosenza e nella sua Provincia, una rete di servizi contro la violenza sulle donne non c’è. Il workshop di Intervita, tour di città in città giunto alla tredicesima tappa di Le parole non bastano più, però, forse aiuterà il Comune, la Provincia, la Regione, i Centri anti violenza, i servizi sociali e ospedalieri, e la cittadinanza, a parlarsi e ad aiutare chi subisce maltrattamenti. Due idee molto particolari arrivano dalle istituzioni: la Consigliera Regionale Clotilde Minasi vorrebbe inserire in una legge di contrasto alla violenza il concetto di “famiglia affidataria” per le donne abusate. Cioè vere case e vere famiglie dove le ragazze e le donne che attraversano il momento delicato di “uscita” dalla condizione di violenza possano trovare persone disponibili e preparate.

Un’altra suggestione, forse difficile da realizzare, è “l’assegno di cittadinanza alle donne”: in questo caso è l’Assessore alla Formazione Professionale, Politiche e Mercato del Lavoro e Informalavoro Giuseppe Giudiceandrea a proporlo. L’obiettivo è fornire a tutte le neo maggiorenni una somma mensile che permetta di godere di più indipendenza e quindi di avere più strumenti per proteggersi dalla violenza. Il problema dell’autosufficienza economica è molto sentito nel Sud Italia, ancora più che nelle altre regioni. Come, del resto, era emerso chiaramente a Bari. Infine si è distinta la voce di Loredana Nigri, Responsabile del Servizio Sociale Professionale e Presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza (oltre che scrittrice): da ex femminista, vorrebbe veder fiorire una forte collaborazione tra i servizi della Provincia per aiutare tutte le donne maltrattate. Con una attenzione particolare alle testimoni di giustizia e ai loro figli.

LA STORIA DI LOREDANA / 1
«Sono sempre stata curiosa e quando è arrivata anche a Cosenza la ventata nazionale e internazionale dei movimenti sociali, io e un gruppo di amiche abbiamo fondato un collettivo femminista. Eravamo in una decina, ci vedevamo una volta alla settimana a casa di una di noi, a turno, e grazie a questa esperienza penso di essere stata una delle prime ragazze di 18 anni ad uscire di casa. Pensavamo di cambiare il mondo, credevamo nell’importanza della sorellanza, della solidarietà. E, influenzate dalla vivacità culturale della nostra città, avevamo un orientamento intellettuale preciso. Ma trasformare le parole in azioni era molto difficile», racconta Loredana Nigri.

LA STORIA DI LOREDANA / 2
«Faccio l’assistente sociale da 33 anni. Nella mia storia professionale credo di aver incontrato qualche migliaio di persone. Ma una delle esperienze che mi ha lasciato di più è stata insegnare all’Università: quando hai davanti duecento studenti che ti ascoltano senti la responsabilità di trasmettere loro saperi e conoscenza, ovviamente. Ma soprattutto sai di non poter evitare uno scambio di sentimenti e di sensazioni. Da qui l’intuizione di quale debba essere lo spirito giusto per lavorare alla costruzione di una vera rete al servizio delle donne che subiscono violenza. Dobbiamo aprirci alle nuove organizzazioni, includerle e porci in modo umile verso le nuove proposte: il rischio altrimenti è quello di perderci nella retorica» continua Loredana Nigri.

LA STORIA DI LOREDANA / 3
«Ora sono coinvolta in un progetto dal nome “Maschile e Femminile, mondi indivisibili” che vuole portare la “cultura della parità” nelle scuole, attraverso un corso di formazione dedicato agli insegnanti delle classi elementari e medie. Un’iniziativa a costo zero che conta sulla disponibilità di medici, psicologi e operatori sanitari. Se penso a cosa mi piacerebbe vedere realizzato a Cosenza e Provincia, mi viene in mente una Casa Rifugio per i maltrattati, dedicata soprattutto alle donne collaboratrici di giustizia e ai loro figli. Siamo talmente inseriti in un contesto condizionato dalla criminalità organizzata che spesso ne dimentichiamo le vittime. Una su tutte, Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009 per aver rivelato i crimini e le faide che coinvolgevano la sua famiglia e quella dell’ex compagno, esponenti della ‘Ndrangheta: fu rapita, torturata e il corpo venne bruciato e sepolto vicino Monza. E poi ci sono gli uomini. Dobbiamo coinvolgerli, anche su un argomento difficile come quello dei maltrattamenti» conclude Loredana Nigri.

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