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Amnesty.it
19 04 2015

Un nuovo rapporto di Amnesty International denuncia l’uso di numerose tecniche di tortura da parte delle forze di sicurezza del Marocco per estorcere “confessioni” e ridurre al silenzio attivisti e dissidenti: dai pestaggi alle posizioni dolorose, dal soffocamento all’annegamento simulato, dalla violenza fisica a quella psicologica.

Il rapporto, intitolato “L’ombra dell’impunità: la tortura in Marocco e nel Sahara occidentale”, rivela una realtà più oscura rispetto all’immagine presentata dalle autorità di Rabat quando, nel 2011, risposero alle proteste di massa scoppiate in tutta la regione promettendo una serie di riforme e una nuova costituzione in cui la tortura sarebbe stata messa al bando.

“La leadership del Marocco mostra all’esterno l’immagine di un paese liberale e sensibile ai diritti umani. Ma fino a quando la minaccia della tortura continuerà a pendere sui detenuti e sui dissidenti, quell’immagine resterà solo un miraggio” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Grattando sulla superficie, ecco emergere la tortura usata per stroncare le proteste e portare prove in tribunale. Chi sfida l’ineguaglianza e si batte per ciò in cui crede può essere bersaglio della violenza e della tortura” – ha proseguito Shetty.

Il rapporto di Amnesty International descrive 173 denunce di tortura nei confronti di uomini, donne e bambini ad opera delle forze di sicurezza e di polizia relative al periodo 2010-2014. Tra le vittime figurano studenti, attivisti politici affiliati a organizzazioni di sinistra o islamiste, sostenitori dell’autodeterminazione del Sahara occidentale e persone sospettate di terrorismo o di reati comuni.

Le persone rischiano la tortura dal momento dell’arresto e per tutta la durata della custodia da parte della polizia. Assai spesso, i tribunali chiudono gli occhi di fronte alle denunce ed emettono sentenze basate su “confessioni” ottenute con la tortura.

Chi osa denunciare e chiedere giustizia viene addirittura incriminato per “calunnia” e “diffusione di notizie false”. L’impunità regna incontrastata, nonostante l’impegno delle autorità a rispettare i diritti umani.

La tortura durante la detenzione: obbligati a “confessare”

Il rapporto di Amnesty International documenta tutta una serie di brutali tecniche di tortura usate dalle forze di sicurezza nei confronti dei detenuti, tra cui quella del “pollo allo spiedo” in cui il prigioniero è tenuto sospeso a testa in giù, legato polsi e ginocchia a una sbarra.

Mohamed Ali Saidi, 27 anni, è uno dei numerosi sahrawi che hanno denunciato di essere stati torturati dalle forze di polizia dopo gli arresti eseguiti nel corso delle proteste scoppiate a Laayoune nel maggio 2013:

“Hanno minacciato di violentarmi con una bottiglia. Me l’hanno messa davanti agli occhi, era una bottiglia di Pom [una bevanda analcolica alla mela molto diffusa in Marocco]. Mi hanno sospeso nella posizione del pollo allo spiedo e hanno iniziato a bastonarmi sulle piante dei piedi. Sempre mentre ero in quella posizione, mi hanno immerso i piedi nell’acqua gelata, mi hanno messo uno straccio sulla bocca gettandomi nel naso prima acqua e poi urina. Alla fine mi hanno tolto tutti i vestiti a parte le mutande e mi hanno preso a cinghiate dietro le cosce”.

Abdelaziz Redaouia, un 34enne di nazionalità franco-algerina, ha denunciato di essere stato torturato nel dicembre 2013 per aver rifiutato di firmare un verbale d’interrogatorio nel quale ammetteva reati di droga:

“Rifiutavo di firmarlo e mi picchiavano nuovamente. Mi hanno messo una manetta attorno a una guancia e hanno iniziato a stringere come se volessero farmi un piercing”.

Gli agenti di polizia - ha proseguito l’uomo - gli hanno messo la testa sotto l’acqua e applicato scariche elettriche sui genitali mediante una batteria di automobile, poi lo hanno sospeso e picchiato sulle piante dei piedi.

Pestaggi di manifestanti e semplici spettatori

Il rapporto di Amnesty International descrive decine di casi di pestaggi di manifestanti e semplici spettatori in strada e all’interno dei veicoli delle forze di sicurezza, che esibiscono sfrontatamente la loro impunità dando un minaccioso segnale a tutti.

Abderrazak Jkaou, uno studente dell’università di Kénitra, ha denunciato di essere stato picchiato fino a perdere conoscenza alla vigilia di una manifestazione:

“Alcuni avevano lunghi bastoni di legno. Mi hanno picchiato dalla testa ai piedi. È arrivato un agente in borghese che si è messo una manetta intorno alla mano e mi ha colpito tra gli occhi. A quel punto sono svenuto. Altri agenti hanno preso a schiacciarmi la vescica con gli stivali fino a farmi urinare, come messaggio agli altri studenti. Loro pensavano che fossi morto”.

Alcune delle persone che hanno denunciato arresti e torture sono noti attivisti ma altri erano semplici spettatori. Khadija (il suo nome è stato cambiato per proteggerne l’identità) ha raccontato come è stata aggredita dagli agenti di polizia nel corso di una manifestazione universitaria a Fes nel 2014:

“Gli agenti antisommossa sono arrivati da dietro e mi hanno bloccata. Sono caduta, mi hanno strappato il velo e picchiato. Poi mi hanno trascinato via per le gambe, faccia in giù, verso il loro furgone. Dentro, mi aspettavano in 10. Lì ho subito i colpi più duri”.

Il sistema protegge i torturatori, non chi è torturato

Nel suo rapporto, Amnesty International mette in evidenza un preoccupante sviluppo: l’uso dei reati di “calunnia” e “diffusione di notizie false” per colpire chi osa denunciare la tortura. Negli ultimi 12 mesi sono stati avviati otto procedimenti giudiziari per questi reati.

La “diffusione di notizie false” può essere punita con un anno di carcere e una multa equivalente a circa 443 euro, la “calunnia” con cinque anni di carcere. Gli imputati possono essere costretti a pagare ingenti risarcimenti sia per la “calunnia” che per la “diffamazione”.

Nel 2014 due giovani attivisti, Wafae Charaf e Oussama Housne, sono stati condannati a due e tre anni di carcere rispettivamente per “diffusione di notizie false” e “calunnia” dopo aver denunciato di essere stati torturati, peraltro senza neanche aver identificato i presunti responsabili della tortura.

Quattro degli otto incriminati per “calunnia” o “diffusione di notizie false” hanno presentato un ricorso ai tribunali francesi, in quanto aventi doppio passaporto o coniugi di cittadini francesi. Questi ricorsi potrebbero diventare impossibili se il parlamento di Parigi approverà una proposta di legge per porre fine alla competenza dei giudizi francesi su violazioni dei diritti umani avvenute in Marocco.

“Il Marocco è a un bivio: può avviarsi lungo la strada che porta a un sistema giudiziario sufficientemente solido per contrastare le violazioni dei diritti umani o continuare a nasconderle. Il governo parla di riforme ma le autorità paiono interessate più a rafforzare le norme contro la calunnia che quelle contro la tortura. Per cambiare le cose, dobbiamo vedere nelle aule di tribunale i torturatori, non i torturati. Coloro che denunciano la tortura devono essere protetti e non incriminati” – ha commentato Shetty.

La risposta del governo

Dopo aver ricevuto da Amnesty International una prima analisi delle conclusioni del rapporto, il governo marocchino ha diffuso una lunga nota respingendo categoricamente ogni addebito. La risposta menziona le iniziative assunte per contrastare la tortura, comprese le riforme legislative, ma evita di replicare alle specifiche denunce di tortura e alla quasi totale assenza di indagini adeguate.

“Il governo dice che la tortura è un ricordo del passato. Ma nonostante alcune misure di segno positivo, anche un solo caso di tortura rappresenta un grave fallimento. E noi ne abbiamo documentati 173, tra il Marocco e il Sahara occidentale, relativi a ogni settore della società” – ha chiarito Shetty.

“La legge marocchina vieta la tortura ma, per dare un significato concreto a questo divieto, è necessario che le autorità indaghino adeguatamente sulle denunce di tortura piuttosto che respingerle a priori” – ha concluso Shetty.

Firma l'appello contro la tortura in Marocco

Il Fatto Quotidiano
20 10 2014

di Riccardo Noury

L’ultima volta che in Marocco venne eseguita una condanna a morte fu nel 1993. Da allora, i tribunali hanno continuato a emettere sentenze capitali ma non ci sono state esecuzioni. Eppure, dopo oltre 20 anni di moratoria, in attesa dell’uccisione per via giudiziaria rimangono oltre 100 prigionieri. A fare che?

Secondo Nouzha Skalli, ex ministra e attuale portavoce della Rete parlamentare contro la pena di morte, “molti dei condannati a morte hanno sviluppato disturbi mentali e versano in condizioni psicologiche estremamente difficili”. Alcuni di loro sono nel braccio della morte da oltre 15 anni.

Le richieste di cancellare definitivamente la pena di morte dall’ordinamento giuridico si fanno sempre più insistenti: da parte della società civile, guidata dalla Coalizione marocchina per l’abolizione della pena di morte, una rete di sette organizzazioni abolizioniste sorta nel 2003; e da parte delle istituzioni, in prima fila il Consiglio nazionale per i diritti umani e la Commissione per l’equità e la riconciliazione ma anche lo stesso parlamento, dove ormai 240 deputati su 600 sono apertamente contrari alla pena capitale.

Dal lato opposto, la nuova Costituzione, adottata nel 2011, garantisce “il diritto alla vita” senza vietare espressamente la pena di morte. I partiti islamisti la difendono in quanto coerente con la sharia e il ministro della Giustizia sostiene che il “terrorismo” è un buon motivo per mantenerla.

Intanto che va avanti il dibattito, gli oltre 100 condannati a morte attendono che qualcuno si occupi della loro situazione. Magari con un provvedimento di clemenza, che riduca la sentenza a pena detentiva.

Amnesty International
23 05 2014

(Algeria, Marocco e Sahara Occidentale, Tunisia), misure legali riguardanti lo stupro rimarcano l'aspetto morale piuttosto che l'integrità personale e fisica della vittima. Misure discriminatorie nelle legislazioni algerina, tunisina e, fino a tempi recenti, marocchina, permettono agli stupratori di evitare il processo sposando le loro vittime, se queste hanno meno di 18 anni.

Amina Filali, 16 anni, èstata costretta a sposare l'uomo che la ragazza accusava di averla stuprata; ha visto come unica via di uscita il suicidio, ingoiando veleno per topi nel marzo del 2012. La sua morte ha suscitato un grido di protesta in tutta la regione. Questo gesto è stato la riprova che la legge può essere usata per insabbiare e nascondere uno stupro. Invece di proteggerla in quanto vittima di un crimine, la legge offende la vittima una seconda volta.

Nel gennaio 2014, il Marocco ha abrogato questa misura discriminatoria, ma la storia non finisce qui. Le leggi in Marocco - così come quelle in Algeria e Tunisia - non proteggono le donne e le bambine dalla violenza di genere. Inoltre, non forniscono loro riparazioni effettive quando la violenza ha avuto luogo.

Amnesty International chiede una riforma delle restanti misure che nel Maghreb permettono agli stupratori di sposare le loro vittime per evitare di essere processati, così come le altre misure discriminatorie, e inoltre l'adozione di leggi e misure che proteggono le sopravvissute alla violenza sessuale. Chiede di incrementare l'accesso ai servizi sanitari e le riparazioni giudiziarie per le donne che hanno subito violenze sessuali.

Firma subito l'appello

Alle autorità di Algeria, Marocco e Tunisia

Eccellenze,
Vi scrivo in quantosostenitore di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

In Algeria e Tunisia, gli stupratori possono evitare di essere puniti se sposano la vittima adolescente. In Marocco e Sahara Occidentale per fortuna non è più così. Ciò nonostante, la legge non fornisce ancora una protezione adeguata alle donne e alle bambine sopravvissute alla violenza sessuale.

Chiedo che venga messa fine alla discriminazione contro donne e bambine sopravvissute alla violenza sessuale mediante interventi sulle leggi dannose e discriminatorie, ovvero attraverso:

l'abolizione dell'articolo 326 del codice penale algerino e articolo 227 bis del codice penale tunisino;

l'abrogazione dell'articolo 488 del codice penale del Marocco e l'abolizione della mitigazione della pena per gli autori di stupro in base al fatto che la donna sia o meno vergine;

la modifica della definizione di stupro tenendo conto delle leggi internazionali e rendendolo quindi neutro rispetto al genere e non configurabile solo nel casodi violenza fisica comprovata;

l'adozione di una legge specifica e organica sulla violenza di genere;

il riconoscimento dello stupro all'interno del matrimonio come reato specifico;

la decriminalizzazione delle relazioni sessuali tra adulti consenzienti non sposati e delle relazioni omosessuali, dato che le persone sopravvissute alla violenza sessuale possono essere indotte a non denunciare il fatto per paura di essere esse stesse perseguite.

Vi sollecito affinché i responsabili siano chiamati a rispondere e a garantire il supporto alle vittime mediante:

la disponibilità di strumenti legali efficaci, sensibili ai bisogni delle persone sopravvissute alla violenza sessuale;

la formazione di polizia, giudici, avvocati e operatori sanitari perché sappiano operare con le persone sopravvissute alla violenza sessuale in modo sensibile, riservato e non discriminatorio;

la disponibilità di servizi sociali e sanitari efficienti, incluso l'accesso alla contraccezione d'emergenza e all'aborto legale e sicuro.

La ringrazio per l'attenzione.

Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

  • Mercoledì, 19 Marzo 2014 11:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
19 03 2014

La tragedia di Ceuta, il 6 febbraio scorso, ha acceso i riflettori sulle violazioni commesse dai due Stati frontalieri a danno dei cittadini sub-sahariani che cercano di raggiungere la Fortezza Europa. "Politiche di esternalizzazione, espulsioni sommarie, rastrellamenti e pestaggi", l'oscuro bilancio stilato dalle ong per i diritti umani.

 

"Risulta difficile archiviare con tranquillità la memoria del 6 febbraio scorso. Siamo già abituati all'ingiustizia, alla precarietà, alla rabbia e alla menzogna. Sono la nostra routine, il veleno quotidiano. Però la morte dei migranti nella spiaggia di Ceuta grida dentro la nostra esistenza, come il vento in un abisso, e ci colloca sul bordo del precipizio.

E' insopportabile la scena di una polizia di confine che se ne frega della morte delle persone. Invece di salvare la vita di chi sta affogando, i tutori dell'ordine si preoccupano che i nuotatori in agonia non arrivino a toccare la sponda. Cosa stanno facendo di noi? Che cosa siamo diventati?".

Le parole del poeta granadino Luis Garcia Montero ci riportano a due settimane fa, il giorno della tragedia. L'ennesima vissuta dal Mediterraneo. E dai migranti che cercano di attraversarlo. La peggiore, forse, da molto tempo a questa parte, nonostante la frontiera tra Spagna e Marocco sia spesso teatro di abusi e violazioni dei diritti elementari.

Alcune decine di sub-sahariani, installati nei boschi che si affacciano sull'enclave iberica, provano a scavalcare il triplo reticolato che segna il confine terrestre tra l'Africa e la Fortezza Europa. Senza successo. La maggior parte non sa nuotare, alcuni di loro decidono di gettarsi in acqua e provare l'ingresso via mare.

In 15 perdono la vita, affogati (l'ultimo corpo è affiorato qualche giorno dopo), sotto gli occhi e la repressione della Guardia Civil, che li accoglie con proiettili di gomma e gas per respingerli lontano dalla riva.

L'episodio scuote l'opinione pubblica, in Spagna e - seppur in maniera minore - nel resto d'Europa. Scatena le denunce delle associazioni e delle ong impegnate nella difesa dei diritti dei migranti, che da anni documentano la "strage silenziosa" in questo lembo d'Europa in terra africana.

Il governo di Madrid è costretto a reagire. Si difende, dapprima affermando che è stata la polizia marocchina a sparare e poi negando la responsabilità dell'azione dissuasiva sulla morte dei giovani sub-sahariani. Ma a crederci sono in pochi, le immagini e le testimonianze che arrivano da Ceuta lo smentiscono. Senza appello.

"Non entro nella crudele aggravante dei proiettili di gomma, delle cariche a salve e del gas lacrimogeno che hanno contribuito alla disgrazia - prosegue Montero, rendendo superfluo ogni commento -. Anche se le forze di sicurezza fossero rimaste ferme, senza infierire sugli indifesi, l'abisso etico risulterebbe lo stesso troppo profondo. Come si fa a non lanciarsi in acqua per salvare il suicida, il migrante, l'essere umano in procinto di morire davanti ai nostri occhi?

La domanda va ben al di là dell'ideologia dei politici che impongono un simile comportamento, del poliziotto che si rifugia nell'obbedienza. La domanda riguarda me, noi, in prima persona. Cosa stanno facendo di noi? In che paese viviamo? Qual è la morale che distingue la notte e il giorno della nostra esistenza?

Prima di qualsiasi dibattito, è desolante constatare la situazione in cui ci ritroviamo. Chi ci rappresenta, chi è stato scelto per difenderci, non si degna di rispondere al grido "uomo in mare!". Considera normale che la preoccupazione prioritaria del suo lavoro sia impedire ad un naufrago, all'altro, di raggiungere la riva".

 

RESPINGIMENTI SOMMARI
Nei giorni seguiti alla tragedia, un'altra polemica sulla gestione delle frontiere ha preso corpo tra giornali e social network, coinvolgendo nuovamente le forze di sicurezza, il governo spagnolo e i suoi rappresentanti negli avamposti africani.

L'associazione Prodein, basata a Melilla (altra enclave iberica sulla costa settentrionale marocchina, circa 200 km ad est di Ceuta), ha diffuso una serie di filmati per denunciare la prassi dei respingimenti sommari al di là del confine nazionale.

I video - l'ultimo, pubblicato lo scorso 14 febbraio, è consultabile in fondo al testo - mostrano alcuni migranti intercettati da un motoscafo della Guardia Civil, a pochi metri dalla spiaggia di Melilla, e direttamente ricondotti nelle acque territoriali marocchine senza nemmeno essere caricati a bordo. Si tratta di "deportazioni illegali" che violano le convenzioni internazionali ratificate da Madrid (ad esempio quella sul diritto dei rifugiati) e l'accordo bilaterale sul controllo delle frontiere concluso tra Spagna e Marocco.

I migranti, spiega infatti la querela presentata da Prodein contro il delegato del governo di Melilla e i vertici della polizia locale, "vengono respinti senza essere identificati, senza garanzie o accertamenti della presenza di minori, senza assistenza giuridica o l'aiuto di un interprete che possa interagire nel loro idioma". Di interventi di questo genere - sottolineano gli attivisti - nei registri o nei verbali, nel migliore dei casi, non c'è alcuna traccia.

Anche in questa occasione la Guardia Civil ha reagito cercando di smentire le immagini e minacciando a sua volta azioni legali, con il supporto dell'esecutivo che ha ribadito "a Melilla non ci sono espulsioni irregolari". Ma le testimonianze ad inchiodare l'operato delle forze di sicurezza, ancora una volta, non mancano (e tra esse alcune ammissioni degli stessi agenti).

Oltre ai filmati di Prodein, il giornalista melillense Jesus Blasco de Avellaneda aveva pubblicato un'inchiesta già nel marzo 2013 in cui mostrava i respingimenti collettivi, attuati addirittura a danno di minori. L'omissione di soccorso verso le pateras in difficoltà e le riconduzioni forzate nelle mani della marina marocchina è poi una delle questioni affrontate nel documentario Les Messagers dalle registe francesi Tura e Crouzillat.

La ricercatrice Helena Maleno, di Caminando Fronteras, ha documentato invece quanto accaduto a Ceuta, nella spiaggia di Tarajal, subito dopo la tragedia del 6 febbraio. Tra i naufraghi sopravvissuti, alcuni erano riusciti a raggiungere il litorale spagnolo ma "un gruppo di agenti armati li ha prelevati, ancora assiderati dal freddo dell'acqua e quasi impossibilitati a camminare, e li ha ricondotti in territorio marocchino senza formalizzare l'espulsione o accertare la possibilità di una richiesta d'asilo". La sua versione è stata confermata e ripresa da Amnesty International.

 

RAPPORTI E COMUNICATI: LE ONG ACCUSANO MADRID E RABAT
A fugare ulteriori dubbi ci ha pensato Human Rights Watch (HRW), che il 10 febbraio scorso ha diffuso un rapporto allarmante sulle violazioni a danno dei migranti compiute lungo la frontiera ispano-marocchina e nel territorio del regno maghrebino.

Il testo, intitolato Abused and Expelled: Ill-Treatment of Sub-Saharan African Migrants in Morocco (in basso il pdf scaricabile), è un duro atto d'accusa contro le forze di sicurezza e i governi dei due paesi frontalieri, che sottopongono i cittadini sub-sahariani in transito a maltrattamenti e soprusi. "Durante i tentativi di scavalcamento, la polizia marocchina è solita accogliere coloro che non sono riusciti a passare la recinzione con bastoni e manganelli; durante i pestaggi i migranti vengono frequentemente privati dei loro beni", si legge nel rapporto. Stando al documento, anche la Guardia Civil fa "un uso spropositato della forza al momento delle espulsioni sommarie".

In tema di respingimenti infatti, l'ong è categorica. "Si tratta di una pratica sistematica, non di casi isolati", afferma Judith Sunderland, una delle responsabili. "Oltre a impedire ogni possibile richiesta di asilo o protezione umanitaria, le espulsioni avvengono verso un paese - il Marocco - che viola deliberatamente i diritti di queste persone. La Spagna è al corrente della situazione, già documentata da altre organizzazioni come Médecins sans Frontières, e deve interrompere subito questa prassi.

Rabat e Madrid devono capire che anche i migranti, regolari o meno, hanno dei diritti inalienabili. […] Certo, gli Stati hanno la facoltà di decidere chi far entrare nelle loro frontiere, ma devono anche rispettare gli impegni presi in ambito internazionale, garantendo il diritto ad un trattamento umano e dignitoso a tutte le persone".

I migranti, spiega il rapporto redatto al termine di uno studio sul campo durato più di un anno (dal novembre del 2012 al gennaio 2014), provengono in maggioranza dai paesi dell'Africa centro-occidentale e hanno lasciato le loro terre a causa dei problemi economici, degli sconvolgimenti politici o dello scoppio di vere e proprie guerre civili e del conseguente rischio di persecuzione.

Il loro obiettivo è raggiungere l'Europa per poter chiedere asilo, trovare un luogo sicuro da cui ricominciare. Intanto sopravvivono in Marocco, riparati in accampamenti di fortuna o nascosti nei boschi vicini alle zone di confine (Oujda, Nador, Tetuan), in condizioni estreme. Con il rischio di incappare nei violenti raid delle forces auxiliaires o di venire deportati alla frontiera algerina, in mezzo al deserto.

Come successo lo scorso dicembre, quando un rastrellamento nei sobborghi di Tangeri aveva provocato la morte di un giovane camerunense, Cédric, defenestrato dagli agenti. O come insegna la storia di Clément, anche lui camerunense, deceduto in seguito al pestaggio delle forze di sicurezza.

Stando sempre al documento di HRW, le autorità avrebbero interrotto gli allontanamenti verso l'Algeria dall'ottobre 2013, da quando cioè il governo marocchino ha lanciato una nuova politica migratoria e si è detto pronto a farsi paese di accoglienza.

Le riforme prevedono la creazione di un Ufficio per i rifugiati e gli apolidi, che dovrebbe offrire assistenza ai casi segnalati dalla delegazione in loco dell'UNHCR, e l'avvio di una procedura di "regolarizzazione" per i sans papiers presenti nel regno (concessione del titolo di soggiorno per un anno, rinnovabile). Tuttavia, i criteri per ottenere il riconoscimento appaiono estremamente selettivi, tanto che la stessa ong ha messo in dubbio la reale incidenza dell'operazione.

I maltrattamenti e le retate a danno dei migranti, invece, continuano. A denunciarlo è anche un'altra organizzazione - il Réseau euro-méditerranéen des droits de l'homme (REMDH) - che in un comunicato uscito in data 11 febbraio condanna l'atteggiamento dell'UE e le politiche perseguite in materia di lotta all'immigrazione.

Secondo il REMDH, sollecitato ad intervenire nel dibattito dopo la tragedia di Ceuta, il partenariato concluso tra Marocco e Unione Europea anziché favorire il rispetto dei diritti umani nel territorio maghrebino ne agevola la violazione: "la concessione di aiuti economici e le facilitazioni nel rilascio di visti per i cittadini marocchini sono una moneta di scambio, fanno da contrappeso all'esternalizzazione del controllo frontaliero". In altre parole, Rabat riceve soldi dall'UE e diventa il suo "gendarme", a cui è affidato il lavoro sporco del contenimento, come era già il caso di Tripoli sotto Gheddafi e della Tunisia di Ben Alì.

 

SUL TERRENO
Sebbene gli allontanamenti verso la "terra di nessuno" siano interrotti da qualche mese, i migranti respinti da Ceuta e Melilla - o quelli che non sono riusciti a passare - vengono ugualmente caricati sugli autobus della polizia e trasferiti forzatamente in altre città del regno.

Rabat è una delle principali destinazioni, tanto che i membri del collettivo Protection migrant affermano di trovarsi di fronte ad una vera "emergenza umanitaria". In media 60-70 arrivi al giorno. I sub-sahariani vengono abbandonati alla stazione, senza cibo né risorse.

Yanik, un camerunense sui trent'anni, per tre volte è riuscito ad entrare nell'enclave spagnola e per tre volte è stato cacciato. L'ultima qualche settimana fa. Ha fatto in tempo a salvare un paio di ciabatte e uno zaino logoro prima che la polizia marocchina distruggesse il suo rifugio sul monte Gurugù, di fronte a Melilla. "Ora bisognerà ricominciare da capo, inventarsi qualcosa per tornare vicino al confine. Ma non abbiamo soldi neanche per mangiare, ce li hanno presi tutti".

Le mani di Lamine, ivoriano, portano ancora i segni del filo spinato posizionato in cima al reticolato di frontiera. Lui non ce l'ha fatta a scavalcare. E' caduto indietro per il dolore delle ferite ed è stato picchiato dalle forces auxiliaires prima di venir imbarcato verso la capitale. "Siamo costretti a mendicare, qualcuno ci porta del pane raffermo. Neanche fossimo in guerra..".

Le associazioni stanno cercando di tamponare l'emergenza, senza ricevere alcuna forma di aiuto dalle istituzioni. Trasferiscono a loro volta i migranti, a piccoli gruppi, nelle zone periferiche di Rabat, a Takkadoum e a Yakoub El Mansour. Quartieri ghetto, dove vivono la maggior parte dei sub-sahariani "regolari", in possesso di un permesso di lavoro o di un visto di studio.

La solidarietà tra connazionali, tra emigrati in una terra che resta sostanzialmente ostile, è l'unico sostegno che rimane a queste persone. Lontano dalle rappresaglie della Guardia Civil o della polizia marocchina, semi-nascosti negli appartamenti sovraffollati dei compagni, i loro sguardi non riescono a cancellare la paura.

La paura di quello che hanno visto e che hanno vissuto, conferma Pierre, uno degli scampati al dramma di Tarajal in quel "maledetto 6 febbraio". "Io non mi ero buttato in acqua, osservavo la scena dalla spiaggia. Sono morti uno dopo l'altro, in pochi minuti, sotto i colpi degli agenti. Alcuni avevano delle camere d'aria, altri giubbotti di salvataggio..non sono affogati perché non sapevano nuotare!", assicura il giovane camerunense.

La prospettiva adesso - per Pierre, Yanik e gli altri - è restare a Rabat per un po'. Il tempo sufficiente a mettere da parte qualche risparmio, lavorando in nero sui cantieri per 3 euro al giorno, per poi tentare di nuovo il "salto".

Intanto, dalla frontiera, arrivano segnali contrastanti. Pochi giorni fa un gruppo di circa duecento migranti è riuscito ad entrare a Melilla, senza che nessuno venisse respinto. Il clamore e i riflettori accesi sembrano aver prodotto i primi risultati. Ma quanto durerà?

Il tempo di smaltire le critiche e lo choc. Il tempo di dimenticare l'ennesima tragedia. Qualcosa si sta già muovendo. Il governo spagnolo sta preparando una legge per facilitare le procedure di espulsione nelle zone di confine, mentre alcune delle principali testate iberiche, tra cui El Pais, stanno facendo di tutto per alimentare una sindrome da invasione e giustificare le derive repressive nelle enclave nordafricane.

"Se la polizia non può difendere il territorio usando la forza e le dotazioni antisommossa contro chi cerca di entrare illegalmente, tanto vale sostituire gli agenti con delle hostess e comitati di benvenuto", commentava senza alcuna forma di imbarazzo il Presidente della comunità mellillense. Il messaggio è chiaro. Per la memoria e l'etica - a cui faceva appello il poeta Montero - o per il basilare rispetto dei diritti nella morsa mediterranea non sembra esserci spazio..

Violenza sessuale, il Marocco abolisce le "nozze riparatrici"

  • Venerdì, 24 Gennaio 2014 12:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
24 01 2014

È stato approvato in Marocco un emendamento alla legge sulle nozze riparatrici, abolendo la possibilità per uno stupratore di evitare il carcere sposando la sua vittima.

Questa prassi era finora attuata in conformità all'articolo 475 del codice penale marocchino. La decisione del Parlamento giunge a due anni dal suicidio di Amina el-Filali, una ragazza di 16 anni che si rifiutò di accettare un matrimonio "riparatore" con l'uomo che la stuprò.

Il caso di Amina scosse la coscienza del popolo marocchino e l'opinione pubblica internazionale iniziò a chiedere con forza una modifica della legislazione. Il governo appoggiò l'idea e nel marzo del 2013 la Camera si espresse favorevolmente; in attesa di un'approvazione definitiva dell'emendamento, le organizzazioni per i diritti umani hanno continuato a fare pressione e sensibilizzazione.

Hassiba Sahraoui, vice direttore di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa, ha sottolineato che il Marocco ha ancora "bisogno di una strategia globale per proteggere le donne dalla violenza" e auspica che anche "Algeria e Tunisia si incamminino sulla stessa strada".

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