La città-inferno dei rimasti vivi. [...] Qui convivono i superstiti dell'ultimo naufragio e i trafficanti di uomini che si nascondono tra i disperati. Una babilonia di lingue e di costumi. [...] Il giorno dopo la "tragedia" (che brutta parola, come se fosse avvenuto tutto per caso, per fatalità) degli 850 o dei 900 ingoiati dal mare fra la Libia e l'isola di Malta, un altro viaggio e un altro massacro di massa. I resti li scaricano qua. Resti umani.
Attilio Bolzoni, La Repubblica ...

Quel doppio vincolo tra soccorritore e naufrago

  • Martedì, 21 Aprile 2015 12:42 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
21 04 2015

Stare da una parte o dall’altra non è questione di merito. Tra chi vive e chi muore, chi lotta per la vita e chi corre in aiuto, si forma un legame indissolubile in cui la distanza tra esseri umani si annulla e la coscienza si lega per sempre

salme della tra­ge­dia del canale di Sici­lia, come è avve­nuto in occa­sione del nau­fra­gio dell’11 otto­bre 2013, saranno sepa­rate dai super­stiti. Non sap­piamo ancora, ma è certo, che tra i soprav­vis­suti ci siano per­sone che hanno per­duto amici e familiari.

I rego­la­menti, quando si tratta di morti in mare, sot­to­va­lu­tano l’importanza di una sepa­ra­zione rituale tra i vivi e i morti, di que­sta conta tra som­mersi e sal­vati come già diceva Levi rife­ren­dosi alla sua stessa espe­rienza. Il 3 otto­bre 2013, a Lam­pe­dusa, le isti­tu­zioni discu­te­vano sull’opportunità di comu­ni­care ai super­stiti la par­tenza delle bare dal porto, dire­zione Agri­gento, per timore di incor­rere in pro­blemi di «ordine pub­blico». Il disor­dine che si spe­ri­men­tava nell’isola con­sentì for­tu­na­ta­mente ai super­stiti di venire a cono­scenza dell’orario in cui le bare sareb­bero state cari­cate, una ad una, sulla nave e di salu­tarle, una ad una.

Nono­stante que­sto, non ci illu­diamo, per i soprav­vis­suti — ter­mine pal­lido e roman­ze­sco — da oggi non ini­zia una nuova vita ma una con­vi­venza obbli­gata e insi­diosa con la morte. Per­ché i morti, le per­sone affo­gate, se li por­te­ranno sem­pre addosso, come una scim­mia che a giorni non li farà respi­rare, che li pri­verà, a momenti, della capa­cità di pro­vare pia­cere. Un senso di morte sot­tile, una pel­li­cola gri­gia che non li abban­do­nerà mai e che a giorni non darà loro tre­gua. Nel corso della pro­pria vita, a quei morti dovranno ren­dere molti tri­buti. Con quei morti costrui­ranno un dia­logo inte­riore ser­rato, sulle que­stioni più intime.

Alcune domande, senza rispo­sta, che asse­diano i soprav­vis­suti sono: per­ché io sono soprav­vis­suto e lui no? Non lo meri­tava forse più lui di me? Ogni volta che quest’uomo e que­sta donna, ma anche que­sto bam­bino farà una scelta, si dovrà chie­dere se la stia facendo al meglio, nel rispetto non sol­tanto della pro­pria vita ma anche della vita dell’altro, di quello che sarebbe potuto soprav­vi­vere al posto suo.

Che vin­colo si rompe, quindi, nel momento in cui i cada­veri e super­stiti sono sepa­rati gli uni dagli altri? Nes­suno, se ne san­ci­sce uno, al con­tra­rio, indis­so­lu­bile. E qui, in que­sto ordine di rifles­sioni e di azioni con­se­guenti, entra in gioco il ruolo pri­ma­rio, pri­ma­rio per­ché è la prima per­sona ad inte­ra­gire con que­sto vor­tice emo­zio­nale, del soc­cor­ri­tore. C’è una foto nella quale si vede un soc­cor­ri­tore, coperto con la sua divisa bianca, sdra­iato accanto ai super­stiti, come loro esau­sto e svuotato.

Quella vici­nanza, quella pros­si­mità, è pro­ba­bil­mente il legame più stretto e incom­pren­si­bile — o com­pren­si­bile solo nel lungo periodo– che quelle per­sone spe­ri­men­te­ranno. Anche quel legame non si potrà più rom­pere. Per chi è in grado di andare oltre la bio­po­li­tica che lega in un legame tra­gico pro­fitto e migra­zione, ordine pub­blico euro­peo e disor­dine inter­na­zio­nale, la veste bianca non pro­teg­gerà il soc­cor­ri­tore da que­sta strana alleanza, ma gene­rerà la fami­lia­rità che si crea ine­vi­ta­bil­mente tra lui e le per­sone che ha salvato.

In que­sti casi, allora, e qui il gesto diviene poli­tica, scelta com­pro­mis­so­ria, alte­rità, il sal­va­tag­gio non è mai a senso unico ma è sem­pre reci­proco. Il soc­cor­ri­tore è grato a chi rie­sce a sal­vare, al con­tempo ogni volta che vede le per­sone vive accanto a lui, pensa ai morti, alle per­sone che non ha potuto recu­pe­rare, ai volti gal­leg­gianti, all’odore della carne che ini­zia a putre­farsi in mare, ai pesci che divo­rano gli occhi dei cada­veri, ai ven­tri gonfi. Ed è grato, grato di potere toc­care, stare accanto ai super­stiti, non sa bene per­ché, ma li sente come un muro che lo separa dalla morte, asciutta, liscia e nera.

Que­sto senso pro­fondo di appar­te­nere alla stessa vita, di essere in vita insieme è la radice di una soli­da­rietà che non è pie­tosa ma empa­tica, di una poli­tica di acco­glienza verso altri se stessi e non di sem­plici corpi da par­cheg­giare in attesa che vadano altrove.

In que­sti momenti, per chi si imme­de­sima nel gesto del soc­corso, la distanza tra esseri umani si annulla. Non esi­stono più «il migrante» ed « il soc­cor­ri­tore», l’ordine sim­bo­lico e poli­tico della rela­zione dato dallo svol­gere fun­zioni pre­cise annulla la distin­zione, ricom­pone l’umanità divisa. Gli inter­ro­ga­tivi — non pen­sa­bili e tanto meno ordi­na­bili in frasi com­piute– sul senso dell’esistenza ma soprat­tutto sulla «disu­ma­nità dell’umano» sulla «bana­lità del male» vin­co­lano sguardi e mani alla ricerca di rispo­ste che non arri­ve­ranno o che si tro­ve­ranno forse dopo molti anni, nei momenti di vuoto inspie­ga­bile ma imma­nente che attra­versa tutta la nostra civiltà in crisi e che ci ripor­terà però sem­pre a quel mare, a quelle morti. Tutto il resto, per chi vive in prima per­sona la morte e la sal­vezza, è solo chiac­chie­ric­cio di matrice inte­sti­nale, che non coglie il senso di quanto avve­nuto: un mira­colo che avrà per sem­pre un rove­scio amaro.

Il rove­scio di que­sto mira­colo sono le imma­gini delle per­sone che si aggrap­pano le une alle altre, il loro avere ten­tato di sal­vare qual­cun altro oltre se stessi, le grida, la scelta di nuo­tare lon­tano dai grap­poli umani che si for­mano intorno a chi sa tenersi a galla e che ine­vi­ta­bil­mente viene tra­sci­nato nel fondo del mare.

L’ordine appa­rente e razio­nale, il discorso poli­tico pre­va­lente, il con­te­gno di cir­co­stanza con cui si parla di tutto que­sto è peno­sa­mente falso, volto a mostrare al mondo le mani pulite e ad occul­tare in un minuto di silen­zio più che a rea­liz­zare quanto effet­ti­va­mente è avve­nuto. Per que­sto certi ter­mini pro­pri del voca­bo­la­rio dell’ingerenza uma­ni­ta­ria diven­tano odiosi, per­versi: chi si appella all’umanità vuole imbro­gliarti diceva già Carl Sch­mitt; chi lo fa in mala fede, senza voler cioè andare alla radice eco­no­mica delle cose, fa finta di non ricor­dare che l’Uomo è anche quello che lascia morire migliaia di per­sone in mare.

Ven­gono in mente le parole di Ber­told Bre­cht: «il disor­dine ha già sal­vato la vita a migliaia di indi­vi­dui. In guerra basta spesso la più pic­cola devia­zione da un ordine per por­tare in salvo la pelle». In que­ste guerra mai dichia­rate, senza con­fini né limiti tem­po­rali e geo­gra­fici, chi dà gli ordini, chi li ese­gue? Forse, per tro­vare nuove solu­zioni, occorre farsi carico del disor­dine, della rot­tura degli argini tra chi salva e chi è sal­vato, dato che stare da una o dall’altra parte della bar­ri­cata è solo que­stione di for­tuna e non di merito.

Uno per il controllo della rabbia e del dolore

  • Martedì, 21 Aprile 2015 09:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Napoli Project
21 04 2015

Dopo aver pubblicato un appello che invitava gli studenti e le studentesse delle scuole superiori ad imporre dal basso un minuto di silenzio per le settecento vittime della tragedia del canale di Sicilia, il coordinamento Kaos ha fatto un blitz nelle stanze del comune di Napoli, attaccando un drappo nero sotto la bandiera dell’Europa issata fuori dagli uffici ed esponendo uno striscione per ribadire la richiesta. Il minuto di silenzio, il lutto, sono simboli spesso utilizzati per seppellire nella retorica le tragedie di cui i governi nazionali e l’Europa sono complici e colpevoli.

Tuttavia dinanzi a fatti gravissimi come quelli accaduti nella notte tra Sabato e Domenica siamo convinti che i luoghi della formazione non possano restare indifferenti e debbano essere messi al centro di un coinvolgimento non solo emotivo, che consenta agli stessi studenti di sapere e prendere posizione. Chiediamo un minuto di silenzio non solo per ricordare la strage della scorsa notte, ma per ribadire che quello che è accaduto per l’ennesima volta nei nostri mari non è casuale, ma è l’effetto concreto delle politiche di gestione e controllo dei confini dell’Europa e degli stati nazione. A partire da domani mattina nelle nostre scuole inviteremo i nostri compagni a fermare per una attimo la routine scolastica e riappropriarci del lutto. Siamo stanchi dei Je Suis solo quando le stragi riguardano cittadini bianchi ed europei. Noi siamo studenti meridionali e conosciamo sulla nostra pelle la violenza del colonialismo economico e della migrazione necessaria.

Ci auguriamo che le istituzioni scolastiche facciano al più presto un passaggio formale che faccia sì che ogni istituto venga invitato a non lasciare passare questa tragedia nell’indifferenza. Sappiamo che non basta. Al di là dei momenti simbolici serve mobilitarsi concretamente per l’apertura di un corridoio umanitario e per l’abbattimento di tutte le frontiere.
Basta lacrime di coccodrillo! L’Europa e L’Italia sono responsabili di questa strage!

Le scelte possibili per gestire l'emergenza

  • Martedì, 21 Aprile 2015 08:21 ,
  • Pubblicato in L'Analisi
Giovanna Zincone, La Stampa
21 aprile 2015

Quello che molti vorrebbero davvero è "non sapere". Sarebbe meglio se nel Mediterraneo si morisse di nascosto, senza fare notizia. E, in effetti, quando i migranti annegano in piccoli numeri riesce facile non fare le somme. ...

Il naufragio dei valori europei

Il vagheggiato approccio unitario e collettivo dell'Unione europea si sta traducendo in divisione, disillusione, risentimento e nel gioco dello scaricabarile. Oltre queste divisioni, la trasformazione del Mediterraneo in un cimitero è anche un simbolo di impotenza, del fallimento dell'economia più grande del mondo, di un gruppo di Paesi tra i più ricchi e avanzati a livello globale ad agire con successo o almeno in modo efficace davanti all'instabilità e all'afflusso dei rifugiati nei propri territori.
Bill Emmott, La Stampa ...

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