"In Messico hanno ucciso la libertà"

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 10:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Stampa
07 08 2015

In un'intervista dello scorso primo luglio, il fotografo della rivista Proceso e dell'agenzia Cuarto Oscuro Ruben Espinosa aveva detto: "La morte ha scelto Veracruz come sua dimora e ha deciso di vivere lì".

Trenta giorni dopo, il 31 luglio, quella stessa morte ha trovato anche lui in un appartamento di Città del Messico, portandoselo via nudo e con un colpo di pistola alla testa.

Sembra che la morte non voglia vivere solo a Veracruz, ma in tutto il Pese, dove è stata invitata a farlo dall'impunità e la corruzione dilaganti, e dove ha ucciso più di 80 giornalisti negli ultimi dodici anni. ...

Internazionale
05 08 2015

Rubén Espinosa aveva 31 anni ed era un fotoreporter freelance. Collaborava con la rivista Proceso e con l’agenzia Cuartoscuro. Era specializzato nella copertura di proteste e manifestazioni e denunciava da anni le aggressioni nei confronti dei giornalisti nello stato orientale di Veracruz. Due mesi fa, si era accorto di essere pedinato e ha subito delle minacce di morte. Ha deciso in fretta di andarsene e si è rifugiato a Città del Messico, dove abitano i suoi genitori.

Venerdì 31 luglio, è stato trovato morto in un appartamento di un quartiere borghese della capitale. Insieme a lui sono state uccise quattro giovani donne, che si trovavano nella casa in cui si era fermato a dormire dopo una festa. Tutti erano stati ammanettati, picchiati e poi finiti con un colpo di pistola alla testa. Rubén Espinosa è l’ottavo giornalista ucciso in Messico dall’inizio dell’anno. Secondo Reporter sans frontieres, sono 88 dal 2000. Il 90 per cento dei casi è rimasto impunito. Lunedì sera si è tenuto il funerale, mentre il giorno prima, quando si è diffusa la notizia dell’omicidio, una manifestazione spontanea ha invaso una piazza della capitale.

La procura di Città del Messico, responsabile delle indagini, non ha ancora formulato nessuna ipotesi sull’omicidio e ha dichiarato di non escludere la pista della rapina. Ma nel paese cresce l’indignazione per l’incapacità delle autorità nell’affrontare le continue aggressioni contro i giornalisti che hanno il coraggio di raccontare la corruzione delle istituzioni e i traffici della criminalità organizzata. Associazioni di giornalisti e per i diritti umani, amici, colleghi e familiari di Espinosa chiedono verità e giustizia.
Nel 2014 il Messico è stato il sesto paese del mondo con più giornalisti uccisi e il primo del continente americano, secondo Reporter sans frontieres. Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, il occupa il posto 148 su 180, al livello dell’Afghanistan. L’organizzazione per la libertà d’espressione Article 19 calcola che ogni 26 ore un cronista messicano viene aggredito, minacciato, sequestrato o addirittura ucciso. La vulnerabilità dei cronisti è diffusa in tutto il paese, ma caratterizza soprattutto chi lavora nei mezzi d’informazione di regioni controllate dai cartelli della droga e dalla polizia corrotta, zone in cui lo stato è poco presente.

Proprio per questo, l’omicidio di Rubén Espinosa e delle sue quattro amiche segna un nuovo capitolo nel panorama di violenza contro i giornalisti in Messico. È la prima volta che un reporter fuggito a Città del Messico da un’altra parte del paese, dopo aver denunciato pubblicamente le minacce subìte, viene ucciso nella capitale. Lo ha sottolineato Article 19, un’organizzazione indipendente che prende il nome dall’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quello sulla libertà di espressione e il diritto di essere informato.

Rubén Espinosa era nato a Città del Messico, ma da sette anni lavorava a Veracruz, uno stato fortemente condizionato dal controllo del crimine organizzato, specialmente del cartello degli Zetas. È lo stato più pericoloso per chi fa il suo mestiere: dal 2000, 17 giornalisti sono stati uccisi. Con quello di Espinosa, tredici di questi omicidi si sono verificati sotto il governo di Javier Duarte de Ochoa del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri). Nel 2012 è stata strangolata Regina Martínez, corrispondente della rivista Proceso, la stessa con cui collaborava Espinosa. Le autorità hanno chiuso l’indagine stabilendo che era stata vittima di un furto o di un crimine passionale.

Lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro ha dichiarato a El País: “Il governo di Duarte non ha fatto nulla per proteggere i giornalisti. Anzi, ha cercato di promulgare una legge che prevedeva il carcere per chi pubblicava online notizie sulle violenze, che è stata bloccata dalla corte suprema. Ultimamente, il governatore ha chiesto ai giornalisti ‘di comportarsi bene’. Così ha criminalizzato in anticipo tutte le vittime future”.

In un’intervista che ha rilasciato a giugno al giornale online Sin embargo, Espinosa aveva dichiarato: “Non ci sono parole per descrivere le tristi condizioni di Veracruz. La corruzione è a suo agio dappertutto. La morte ha scelto Veracruz, ha deciso di vivere lì”.

Insieme al fotoreporter è stata uccisa Nadia Vera, di 32 anni, attivista per i diritti umani che aveva più volte denunciato la situazione e la negligenza complice del governo di Veracruz. L’identità delle altre tre vittime non è stata confermata dalle autorità. La stampa scrive che si tratterebbe di una ragazza di 18 anni, di una di 29 e della donna delle pulizie, di 40 anni, che stava lavorando nell’appartamento.

Il Manifesto
04 08 2015

Che il Mes­sico sia un paese ad altis­simo rischio per chi denun­cia o com­batte il narco-stato che lo governa, è docu­men­tato dal numero dei morti e degli scom­parsi: secondo cifre uffi­ciali, circa 25.700 per­sone risul­tano desa­pa­re­ci­das negli ultimi anni, in mag­gio­ranza durante l’amministrazione del pre­si­dente neo­li­be­ri­sta Enri­que Peña Nieto, ini­ziata nel 2012.

Il bru­tale assas­si­nio del foto­re­por­ter Rubén Espi­nosa Becer­ril e di quat­tro donne che si tro­va­vano con lui a Città del Mes­sico sta però scuo­tendo il paese. I cin­que sono stati tor­tu­rati e infine uccisi con un colpo alla testa. I corpi delle donne – atti­vi­ste e una dome­stica diciot­tenne – pre­sen­ta­vano anche segni di vio­lenza sessuale.

Al grido di “Adesso basta impu­nità” si stanno svol­gendo mani­fe­sta­zioni in tutto il paese. Atti­vi­sti e gior­na­li­sti sfi­lano con l’immagine del col­lega ucciso sovrap­po­nen­dola al pro­prio viso. Dal 2000 a oggi sono stati assas­si­nati 88 gior­na­li­sti. Con l’uccisione di Espi­nosa sale a 13 il numero di gior­na­li­sti eli­mi­nati nello stato di Vera­cruz – uno dei più peri­co­losi del paese -, gover­nato da Javier Duarte.

E tre risul­tano scom­parsi. Il 2 luglio è stato sco­perto il corpo di Juan Men­doza Del­gado, diret­tore e fon­da­tore del sito web di noti­zie da Vera­cruz, Escri­biendo la Ver­dad. A Xalapa, nello stato di Vera­cruz, il foto­re­por­ter aveva lavo­rato per 8 anni, soprat­tutto per la rivi­sta Pro­ceso, in prima fila nel soste­gno alle pro­te­ste sociali e sede di inchie­ste sco­mode per il potere.

Lo stato di Vera­cruz sin­te­tizza la crisi che atta­na­glia il paese, resa dram­ma­ti­ca­mente visi­bile dal pro­blema dell’insicurezza. A Vera­cruz imper­versa la lotta dei car­telli per il con­trollo delle vie del nar­co­traf­fico e quella per il con­trollo del traf­fico dei migranti. Le aggres­sioni ai gior­na­li­sti sono quo­ti­diane. Anche il gior­nale El Heraldo de Cór­doba è stato attac­cato con bombe incendiarie.

Per la sua atti­vità, Espi­nosa aveva rice­vuto ripe­tute minacce e si era rifu­giato nella capi­tale, Città del Mes­sico. Sabato, poi­ché risul­tava irre­pe­ri­bile, il gruppo di difesa della libertà di espres­sione Arti­colo 19 aveva chie­sto alle auto­rità mes­si­cane di atti­vare il pro­to­collo per loca­liz­zarlo. E così si è sco­perto il corpo e quello delle altre quat­tro vit­time nel Nar­varte, un quar­tiere di classe media della capitale.

Espi­nosa aveva ini­ziato a lavo­rare come foto­grafo di Javier Duarte quando que­sti era can­di­dato a gover­na­tore del Vera­cruz. In seguito aveva però smesso di lavo­rare per le isti­tu­zioni pub­bli­che, ren­dendo sem­pre più visi­bile il suo impe­gno nella denun­cia della vio­lenza di stato con­tro i gior­na­li­sti. Scelse di docu­men­tare l’attività dei movi­menti sociali. Nel novem­bre del 2012, men­tre seguiva le pro­te­ste degli stu­denti con­tro il gover­na­tore Duarte per l’omicidio di un’altra cor­ri­spon­dente della rivi­sta Pro­ceso nel Vera­cruz, Regina Mar­ti­nez, gli venne impe­dito di scat­tare le foto del pestag­gio a uno stu­dente da parte della polizia.

Una per­sona gli si avvi­cinò e gli disse “Smetti di scat­tare foto sennò fini­sci come Regina”. Ruben però non smise di par­te­ci­pare alle mani­fe­sta­zioni e di docu­men­tarle. Il 14 set­tem­bre del 2013, men­tre foto­gra­fava il vio­lento sgom­bero a un pre­si­dio di mae­stri e stu­denti uni­ver­si­tari, a Xalapa, venne bru­tal­mente aggre­dito insieme ad altri gior­na­li­sti, e gli fu seque­strato il materiale.

Pre­sentò nume­rose denunce, ma intanto era diven­tato sem­pre più sco­modo per il gover­na­tore Duarte, che arrivò a com­prare tutte le copie della rivi­sta Pro­ceso per una coper­tina di Espi­nosa, a lui sgradita.

Nel giu­gno scorso, alla vigi­lia delle ele­zioni, docu­mentò l’aggressione subita da otto stu­denti che furono aggre­diti da un gruppo di incap­puc­ciati, pro­ba­bil­mente legati alla Sicu­rezza pub­blica. Da allora comin­ciò ad accor­gersi di essere seguito e il 9 giu­gno, dopo aver nuo­va­mente denun­ciato la per­se­cu­zione di cui era vit­tima, fuggì nella capi­tale. Inutilmente.

Intanto, in una delle 60 fosse comuni clan­de­stine, rin­ve­nute nel comune di Iguala, sono stati sco­perti i cada­veri di 20 donne e 109 uomini. A Iguala, il 26 set­tem­bre dell’anno scorso, sono scom­parsi i 43 stu­denti nor­ma­li­stas, a seguito di una feroce aggres­sione con­giunta di poli­zia locale e nar­co­traf­fi­canti. La loro ricerca, che con­ti­nua gra­zie alla costante mobi­li­ta­zione di fami­gliari e orga­niz­za­zioni popo­lari, ha ripor­tato all’attenzione del mondo l’entità del feno­meno delle scom­parse, la respon­sa­bi­lità e le ina­dem­pienze del sistema poli­tico che stri­tola il paese. Secondo le auto­rità del Guer­rero (lo stato dove si trova Iguala), i cada­veri rin­ve­nuti non sono quelli degli stu­denti della Nor­mal Rural di Ayo­tzi­napa. Atti­vi­sti e fami­gliari dei nor­ma­li­stas con­ti­nuano però a denun­ciare pres­sioni e inti­mi­da­zioni da parte delle auto­rità, e chie­dono che si cer­chi nelle caserme mili­tari, ove – secondo testi­mo­nianze — esi­stono pri­gioni clan­de­stine e luo­ghi di tortura.

Secondo Felipe de la Cruz, por­ta­voce del comi­tato dei fami­gliari dei 43, le auto­rità mes­si­cane hanno offerto un risar­ci­mento di oltre un milione di pesos (62 milioni di dol­lari) affin­ché ces­sino le ricerche.

La pro­po­sta è però stata rispe­dita al mit­tente: “La vita dei nostri figli non ha prezzo”, hanno rispo­sto i fami­gliari. E le mani­fe­sta­zioni con­ti­nuano. Con­tro le pri­va­tiz­za­zioni di Nieto, che sta sven­dendo il paese alle grandi mul­ti­na­zio­nali si stanno mobi­li­tando tutte le cate­go­rie. In prima fila, stu­denti e pro­fes­sori, vit­time dei piani neo­li­be­ri­sti sulla scuola pub­blica. In mar­cia anche infer­mieri, lavo­ra­tori e pen­sio­nati dell’Instituto Mexi­cano del Seguro Social. Pur som­merso dagli scan­dali che lo chia­mano in causa anche a livello per­so­nale, Pena Nieto – ben soste­nuto dai suoi padrini nor­da­me­ri­cani – resta però aggrap­pato al potere.

"Il caso è chiuso", hanno tentato più volte di annunciare le autorità politiche e giudiziarie messicane, senza convincere nessuno, tanto da alimentare un'ondata di sdegno che si ingrossa ovunque.
Alessandro Cislin, Il Fatto Quotidiano ...

Ni vivos ni muertos

  • Lunedì, 13 Luglio 2015 08:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Alfabeta2
13 07 2015

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo.

Ni vivos ni muertos è il titolo di un libro di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da molti anni vive in Messico. Il libro, pubblicato da DeriveApprodi, descrive i settori di intervento dell’impresa criminale, che non si limita più unicamente alla produzione e distribuzione di droghe, ma punta a investire nel settore dello shale gas: il Messico ha ingenti riserve di questo nuovo tipo di petrolio, e per poter sfruttare queste riserve occorre allontanare la popolazione da territori come il Tamaulipas. Decine di migliaia di donne sono costrette alla prostituzione, migliaia di uomini sono sequestrati per lavorare gratis in miniera.Oltre agli schiavi, sequestrati obbligati a lavorare fino alla morte, ci sono diversi strati criminali.

Si fa presto a dire narco, come se si trattasse di un mondo omogeneo, senza distinzioni interne. In realtà non si può più parlare della criminalità messicana senza allargare lo sguardo al necro-capitalismo come ciclo economico decisivo dell’economia globale contemporanea. Emerge dovunque un nuovo settore di produzione: produzione di terrore, produzione di violenza e di morte. Dai deserti della mezzaluna fertile alle montagne del Beluchistan, dal corno d’Africa alla Nigeria petrolifera milioni di giovani si arruolano negli eserciti del necro-capitale. Daesh è una corporation globale che dà un salario di 450 dollari a disoccupati inglesi, francesi, austriaci, egiziani e tunisini. E il cartello di Sinaloa, come los Zetas, sono corporation che funzionano esattamente alla stessa maniera di Blackwater, o della FIAT. I cosiddetti Narcos sono in ultima analisi dei neoliberisti coerenti, dei neo-darwinisti sociali radicali.

Scrive John Gilber nel libro Morir en Mexico: “Il governo federale messicano stima che i narco-trafficanti abbiano guadagnato più di 132 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2010. Il capo più ricercato, el Chapo Guzman, è regolarmente nella lista dei miliardari pubblicata da Forbes. La prima volta che il suo nome apparve sulla lista che elenca i più ricchi finanzieri e capitani d’industria della terra, (il 2009) la rivista scrisse che la fonte della sua fortuna erano i trasporti”.

La pubblicazione del nome di uno dei più efferati assassini del nostro tempo sulla rivista in cui compaiono i business leaders della terra è così eloquente che non occorre commentarla. Forbes dovrebbe forse introdurre una novità nelle sue pubblicazioni: accanto alla lista dei più ricchi potrebbe anche pubblicare una classifica delle migliaia di persone che ogni business leader ha fatto uccidere dai suoi salariati. Occorre infatti parlare di salariati del crimine. Difficile dire quanti siano i lavoratori del narco quante decine o centinaia di migliaia siano impiegate a importare, raffinare, distribuire, esportare controllare e quante a sequestrare, torturare uccidere.

Occorre però distinguere tra i narco-proletari e i narco-profittatori. I primi, abitanti dei quartieri poveri e autocostruiti, ex-operai e immigrati di diverse parti del Messico, discendenti di comunità indigene e in generale “morenos”. I secondi, imprenditori e politici della classe alta, in generale bianchi o “gueros”. Gli uni e gli altri sono armati, naturalmente, ma ben diversa è la vita che vivono i primi e quella che vivono i secondi. I narco-proletari debbono fare i conti con le azioni della polizia federale, della polizia statale, dell’esercito, della marina, infiltrati dal narco-capitale, ma talvolta imprevedibili. I narco-profittatori sono protetti da eserciti personali, e i loro rapporti di alleanza sono continuamente rinegoziati con le elite politiche e militari.

Il libro di Federico Mastrogiovanni, che uscì in Messico proprio nei giorni in cui la questione della violenza di massa esplodeva nella coscienza nazionale in seguito al sequestro dei 43 studenti di Ayotzinalpa getta una luce su questa realtà da un punto di vista particolare, quello del destino di un giovane sequestrato e della sua famiglia, dell’ambiente in cui è cresciuto e da cui è stato strappato.

Federico Mastrogiovanni

facebook