Ayotzinapa, Guerrero, e il terrorismo di Stato

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 08:28 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
07 10 2014

Nello stato di Guerrero, in Messico, lo scorso 26 settembre la polizia ha assassinato, torturato e fatto sparire decine di studenti che protestavano. Uno degli episodi più gravi e atroci della guerra sporca contro i movimenti sociali.

Il Guerrero è un stato del sud-ovest del Messico, che si affaccia sul Pacifico. A livello internazionale è conosciuto forse solo per alcune sue spiagge, tra cui la deturpata baia di Acapulco, mentre negli ultimi anni qualche notizia è girata relativamente al cosidetto “proliferare” del narcotraffico.

In Messico invece, il Guerrero è conosciuto anche per la sua lunga storia di proteste e resistenze che si sono duramente scontrate con repressione e violenza dello stato e dei potenti caciques che controllano la politica e l'economia attraverso gruppi paramilitari, corruzione e rapporti clientelari.

Bronco è l'aggettivo con cui si definiva tradizionalmente il Guerrero, cioè marcato da una violenza brutale, quasi strutturale e fisiologica.
In Guerrero ci fu una fortissima guerriglia rivoluzionaria nei primi anni '70, guidata da Lucio Cabañas e dal suo Partido de los Pobres, che riuscì a mettere sotto scacco più volte l'esercito federale, prima di essere annientata. Racconta Carlos Montemayor nel suo affascinate romanzo “La Guerra nel Paradiso” che durante la repressione contro i guerriglieri di Cabañas e le loro basi di appoggio fu inaugurata la pratica di gettare i corpi di desaparecidos dagli elicotteri nell'oceano, un metodo che le dittature latinoamericane del cono sud appresero in fretta negli anni a venire.

Il Guerrero è stato anche la base di altri importanti movimenti di resistenza tra il 1994 e il 2010. Alcuni di essi erano armati, come le guerriglie dell'EPR e dell'ERPI. Altri erano popolari nonviolenti come i contadini ecologisti della Sierra di Petatlàn, più volte in carcere per difendere le foreste dallo sfruttamento, o gli indigeni Mepha'a, che denunciarono le violenze dell'esercito contro le loro comunità e riuscirono a portare il caso di due donne stuprate dall'esercito fino alla Corte Interamericana per i Diritti Umani.

Racconto tutto questo perché è solo riannodando il filo rosso della storia di quei luoghi che si può comprendere il contesto in cui avviene il massacro degli studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, nella città di Iguala, tra il 24 settembre e il 3 ottobre.

Ayotzinapa è una scuola a pochi chilometri dalla capitale dello stato, Chilpancingo. Essa è “rurale” nel senso che forma gli insegnanti che poi sono inviati ad insegnare nelle comunità montane. Da sempre è conosciuta per formare insegnanti attivi politicamente, impegnati in proteste e manifestazioni: un maestro rurale, formatosi ad Ayotzinapa, era pure Lucio Cabañas.

Ayotzinapa ha sempre subito per questo motivo una dura repressione. Il 12 dicembre 2011, ad esempio, durante un importanti corteo, due studenti vengono uccisi a colpi di pistola dalla polizia.

Quanto è accaduto in questi giorni è però ben più grave e si configura come un atroce massacro premeditato.

Nel tardo pomeriggio del 26 settembre, a bordo di 3 di autobus, ottanta studenti della scuola partono dalla città di Iguala, dove avevano svolto alcune attività di raccolta fondi per le loro iniziative, per tornare ad Ayotzinapa. Appena usciti da Iguala, varie pattuglie della polizia prima sparano contro gli autobus, e poi creano un blocco stradale.

Qui inizia l'attacco più grave, vengono tutti fatti scendere dai bus e la sparatoria è immediata, i ragazzi cercano di scappare nei dintorni, tre muoiono sul colpo, uno cade a terra ferito e si trova tutt'oggi in stato vegetativo, più di venti vengono fatti prigionieri. Dopo 40 minuti di sparatoria, la polizia si allontana.

A mezzanotte, mentre i giovani sopravvissuti cercano di organizzarsi sul luogo dei fatti per informare di quanto era successo e protestare, giunge un camionetta, scendono alcuni uomini non identificabili, e ricominciano a sparare, uccidendo sul colpo altri due studenti. I feriti, nei due episodi, sono più di 20.

Quando il mattino successivo i superstiti si rivolgono al tribunale statale per avere contatto con gli arrestati, non vi è traccia di questi. In tutto sono 43 i desaparecidos, tra arrestati, e persone in fuga al momento dell'attacco e poi scomparse.

Il giorno successivo, in un tratto di strada vicino al luogo dell'agguato, viene trovato il corpo morto di uno studente, con evidenti segni di tortura.

Tutto precipita verso lo scenario più agghiacciante. Il 3 ottobre viene scoperta vicino ad Iguala, una fossa comune, con i corpi, a fatica riconoscibili, degli studenti di Ayotzinapa, alcuni bruciati, altri fatti a pezzi.

Ad oggi ne sono stati identificati 28, degli altri 15, ancora non si sa nulla.

E' un massacro con pochi precedenti, quasi disorienta nella sua tragicità, ma avrebbe bisogno invece di una ondata di indignazione nell'opinione pubblica, di una dura protesta di massa internazionale, della richiesta di verità e giustizia.

Le date sono drammaticamente simboliche. La fossa comune è scoperta il 3 ottobre, il giorno successivo del 2 ottobre in cui si ricorda per le strade della capitale il massacro degli studenti nel 1968, a piazza Tlatelolco, quando in più di cento universitari furono trucidati da esercito e paramilitari, durante una manifestazione di protesta, poco prima delle Olimpiadi.

Pochi giorni fa, il Tribunale Permanente dei Popoli (ex Tribunale Russell, istituzione indipendente formata da giuristi di tutto il mondo, per indagare su gravi violazioni a diritti umani contro le popolazioni) aveva emesso la sua sentenza di condanna allo stato messicano e alla sua “Guerra Sporca” contro i movimenti sociali, dopo mesi di indagini e raccolta di testimonianze.

Questo è il Messico di Enrique Peña Nieto, amico dell'Europa e degli Stati Uniti, il Messico importante partner commerciale dell'Italia, il Messico delle spiagge caraibiche e dei resti maya, promosso come luogo meraviglioso per i turisti di tutto il mondo, ma che sta sempre di più avvicinandosi alla Colombia in quanto a terrorismo di stato e controllo politico-mafioso del sistema di potere.

Un luogo dove chi si oppone ai poteri dominanti viene così brutalmente e impunemente ucciso e dove si esercita una sistematica violenta repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Gli studenti di Ayotzinapa chiedono verità e giustizia per i loro compagni. Non lasciamoli soli.


Per informazioni

www.tlachinollan.org

www.comitecerezo.org

Il Fatto Quotidiano
29 09 2014

Nell'inchiesta "I demoni dell'Eden", la giornalista Lydia Cacho offre un racconto meticoloso e ricco di prove delle protezioni di cui godeva Jean Succar Kuri, imprenditore alberghiero e complice della rete criminale che controlla il mercato pedo-pornografico messicano: un atto d’accusa pesantissimo al potere politico e giudiziario del Paese

di Valeria Gandus

“Tu lo sai che è il mio vizio, no?, è una stronzata ma non so resistere, e lo so che è un reato e che è proibito, ma poi è così facile, una bambina non ha difese, la convinci in un amen e te la fai. È tutta la vita che lo faccio e a volte sono loro che ci provano con me, perché vogliono restare con me, perché ho fama di essere un buon padre”. Siamo a pagina 109 di I demoni dell’Eden, lo sconvolgente libro-inchiesta della giornalista messicana Lydia Cacho, appena tradotto in Italia da Fandango, e il colpo allo stomaco è duro. Ma necessario per capire chi è, o è stato, il protagonista del libro: Jean Succar Kuri, libanese naturalizzato messicano, ricco imprenditore alberghiero, pedofilo, stupratore, commerciante di bimbi e complice della rete criminale che controlla il mercato pedo-pornografico messicano.

Le parole – immortalate in audio e video in un bar di Cancùn, Messico – furono rivolte da Succar Kuri a Emma, una delle sue vittime, nel giardino di un ristorante elegante. Era il 2003 ed Emma, all’epoca ventenne, era tornata apposta in Messico dagli Stati Uniti per fermare l’orco che aveva violato il suo corpo e la sua innocenza quando aveva solo 13 anni, per impedirgli di fare ad altre bimbe, e in particolare alla sua cuginetta, quello che aveva fatto a lei. Emma indossava una telecamera nascosta, poco lontano alcuni poliziotti e Leidy Campos Vera, vice direttora delle Indagini preliminari, ascoltavano la lunga conversazione durante la quale Succar descriveva con particolari agghiaccianti la sua vita da orco. La ragazza era certa che di lì a poco gli agenti sarebbero intervenuti arrestando il suo aguzzino. Ma non successe niente: né allora né la settimana seguente al secondo appuntamento che aveva ottenuto da lui, come richiesto dagli agenti federali per incastrarlo. Pochi giorni dopo Succar Kuri, allora sessantenne, era uccel di bosco: fuggito grazie alla complicità di suoi sodali nelle alte sfere.

L’anno successivo (2004) l’uomo fu arrestato negli Stati Uniti ed estradato in Messico. Ma ci vollero ancora sette anni prima che venisse condannato a una pena esemplare: 112 anni di carcere. In mezzo, un’indagine difficilissima perché ostacolata dai poteri forti: della politica e dei narcos. Un’indagine che deve molto, quasi tutto, a Lydia Cacho, che nel suo libro ha raccontato come e chi ha ostacolato il corso della giustizia e che per la sua ostinata ricerca della verità è stata illegalmente arrestata e torturata. Ed è una fortuna che ne sia uscita viva e abbia potuto scriverne in un Paese dove i giornalisti ammazzati si contano a decine. Per il Messico, I demoni dell’Eden è stato un libro importante: il racconto meticoloso e ricco di prove documentali delle protezioni di cui godeva Succar, degli errori commessi, più o meno in buonafede, dagli investigatori è un atto d’accusa pesantissimo al potere politico e giudiziario del Paese.

Al di fuori del Messico, più che agli intrighi e alle collusioni di personaggi a noi sconosciuti, l’attenzione va alle parole – testimonianze, registrazioni, interrogatori – delle vittime e degli aguzzini, i quali possono essere a loro volta vittime. È il caso di Gloria, moglie (la seconda) di Succar e madre dei suoi cinque figli, ex sposa bambina (probabilmente a sua volta abusata dall’orco) diventata poi sua complice. La conversazione telefonica (registrata dagli inquirenti) fra lei ed Emma fa rabbrividire: come in una litania la donna continua a chiedere alla ragazza perché voglia fare del male a suo marito che è stato tanto buono con lei, che non le ha mai fatto niente di male; ma insieme minaccia di rendere pubblici i filmini che Succar girava durante i loro incontri.

Fa un certo effetto leggere queste pagine in questi giorni: non ci eravamo ancora ripresi dalla tristissima storia delle due baby-squillo dei Parioli (il processo di primo grado per sfruttatori e clienti si è da poco concluso, con condanne non sempre esemplari), che balza alle cronache un nuovo caso di ragazzine – sempre a Roma, stessa scuola e stesso quartiere – adescate da un fotografo e vendute al miglior offerente. Minorenni ma consenzienti, si dirà. Disposte a vendersi per potersi comprare borse e vestiti firmati, o per spiccare il salto nel mondo dello spettacolo. Ma, in fondo, è solo il contesto che cambia: anche in Messico c’erano ragazzine ansiose di conoscere Johnny (questo era il soprannome di Succar). Perché le pagava – e i soldi servivano per mangiare, non solo per comprare beni voluttuari – ma anche perché molte di loro non avevano un padre e quello era il migliore che potessero trovare.

Di uguale c’è, a Roma come a Cancùn, il commercio immondo di quei giovani corpi e il modus operandi degli orchi, lo stesso a ogni latitudine. Che siano albergatori messicani, fotografi romani o vescovi sudamericani, sono uomini che dalla pedopornografia e dall’abuso sessuale sui minori traggono un godimento personale esente da qualunque interrogativo etico. Come l’ex assessore di Cancùn Gòngora Vera che, secondo la testimonianza del segretario della giunta comunale Eduardo Galaviz, una sera, parlando dello stress cui erano sottoposti come uomini politici, prese il cellulare e disse sorridendo: “Quel che ti serve è farti una scopata con una bambina. Lascia fare a me”.

Avremmo potuto presentare una denuncia anonima ma abbiamo deciso di non farlo; ci carichiamo il peso dello stigma della violenza sessuale, del fatto che la nostra sessualità sia stata esibita pubblicamente, ma pensiamo che mostrare il nostro volto dia più forza alla nostra lotta. ...
Sul confine tra Usa e Messico migliaia di famiglie affidano i figli ai "coyote", trafficanti di carne umana che promettono ai genitori di farli entrare negli Stati Uniti per migliaia di dollari. Un'identica volontà di dare ai propri figli una vita migliore è quella che intanto fa caricare di donne incinte e bambini che dall'Africa arrivano sulle coste italiane - quando ci arrivano. ...

L'identità scorre lungo il confine

  • Martedì, 24 Giugno 2014 07:30 ,
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Il Manifesto
24 06 2014

Guido Caldiron

Di lui la Texas Monthly ha scritto che "la frontiera ce l'ha dentro". E in effetti Benjamin Alire Saenz, vincitore lo scorso anno del più importante premio l letterario statunitense, il Pen/Faulkner Award, con la raccolta di racconti Tutto inizia e finisce al Kentucky Club (Sellerio, pp. 248, euro 16), prima che uno scrittore straordinario, poetico e visionario, sembra essere un uomo che non ha mai smesso di varcare confini. ...

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