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23 02 2014

MARTINO MAZZONIS

Da decenni guida il cartello Sinaloa, il più grande del paese, è in guerra con Los Zetas ed era sfuggito diverse volte alla cattura. E' nella classifica dei100 più potenti del pianeta di Forbes dal 2009.

 

“Al governo americano, che cerca di catturarmi, dico non perdete il vostro tempo perché non mi prenderete mai”. Quella di Noel Torres, fisarmonica e gilet è solo una delle tante narcocorridos, le ballate dedicate a El Chapo, il corto, che di nome fa Joaquin Guzman Loera e che era fino a ieri il latitante più ricco, potente e pericoloso del continente americano. Come accade qui e la dalle nostre parti, anche in Messico vanno forte le canzioni melodiche dedicate ai boss o alla vita da narco. E come spesso accade a queste latitudini El Chapo, latitante dal 2008 era dalle sue parti e non in qualche isola del Pacifico o sconfinato paese latinoamericano, come il Brasile o l’Argentina, capace di nasconderlo tra selve e montagne. Seguendo l’ennesima pista e informazioni passate dalla Dea statunitense, un esercito di poliziotti e marines messicani lo ha trovato a Mazatalàn, località balneare nota per essere un resort per narcos e, stavolta, lo ha arrestato.
Non infatti il primo tentativo di beccare El Chapo, fuggito dalla prigione di massima sicurezza di Guadalajara nascosto nel camion della biancheria sporca nel 2001 dopo otto anni di carcere e, negli anni seguenti, era stato informato in tempo del fatto che la polizia fosse sulle sue tracce in più di un'occasione. L'ultima volta durante una visita di Hillary Clinton in Messico. Fino ad ora non lo avevano preso e non lo avevano ucciso. Il riposo a Mazatalàn gli è stato fatale.

Di Guzman si è detto di tutto: più potente narcos di tutti i tempi, più ricercato di bin Laden, l'uomo che ha venduto più cocaina agli americani. Certo è che le navi, le barche, gli aerei e le persone che attraverso i tunnel scavati sotto il confine portavano coca, metanfetamine e marijuana negli Stati Uniti ne hanno fatto un uomo ricco, il decimo del Messico - si dice valga un miliardo di dollari - e potente. Così potente che Forbes lo colloca tra i cento più potenti del mondo ogni anno a partire dal 2009. Per avere informazioni su di lui la Dea Usa offriva una taglia da 5 milioni di dollari.

Insomma, per essere tanto ricercato, Guzman, che non si sa se sia nato nel 1954 o nel '57 ma si sa che è alto 1 metro e 68, l'ha fatta franca a lungo. Cosa la sua cattura voglia dire per la guerra ai narcos annunciata dal presidente messicano Calderon, questa è un'altra domanda. Il risultato è spettacolare, con la cattura del più ricercato di tutti le autorità messicane hanno arrestato o ucciso tre quarti dei 37 boss più ricercati del paese. Se questi colpi non siano avvenuti perché le figure prese, specie El Chapo, fossero in declino o in parte pensionati, questa è un'altra domanda.
E' piuttosto certo che il cartello che Guzman guida, il Sinaloa, non verrà colpito a morte dalla cattura del suo capo. Gli intendenti di El Chapo e alcuni dei suoi dieci figli sono ancora in giro.

La guerra tra cartelli è così violenta negli ultimi anni da aver fatto il giro del mondo. Più di 50mila morti in pochi anni. Un numero spaventoso di cui le donne di Ciudad Juarez o i giornalisti – ne muoiono tutte le settimane – sono solo una frazione. Funzionari pubblici corrotti o troppo scrupolosi, corpi fatti a pezzi, stragi di gruppo come avvertimenti ad altri cartelli, corpi depositati davanti agli edifici delle istituzioni locali, teste mozzate e appese a decorare i ponti. Morti che di solito vengono firmate dai cartelli. Ogni Stato della federazione messicana ha le sue stragi. Orribili.
La situazione è – se possibile - ulteriormente peggiorata da quando sono comparsi “Los Zetas”. In origine membri dell’esercito e guardie del corpo del cartello del Golfo, dal quale si sono separati a colpi di mitra nel 2010. Spavaldi, brutali e violenti, quelli del nuovo cartello hanno preso a insidiare il cartello di Sinaloa, più tradizionale, cresciuto negli anni e guidato per un numero record di anni da El Chapo – normalmente si muore o finisce in galera prima. Se “Sinaloa” preferirebbe tenere il profilo basso e lavora solo la droga, che esporta negli Usa ma anche in Europa e forse in Asia, “Los Zetas” lavorano anche su omicidi su commissione, estorsione e racket, sono esibizionisti al punto da postare i loro scontri a fuoco su YouTube e cercano costantemente il confronto con i rivali. Anche loro lavorano ormai fuori dai confini messicani e nel paese agiscono su quasi tutto il territorio mentre altri cartelli hanno base regionale.

La guerra ai narcos, insomma, a prescindere dai colpi come quello di ieri, è ancora agli inizi, anche a causa della corruzione, dilagante in Messico e non assente tra i funzionari di frontiera Usa. Diversi osservatori ritengono che con l'arresto di El Chapo si possa acuire lo scontro tra i cartelli o che si apra una resa dei conti interni per capire chi controllerà il cartello di Sinaloa.
Una curiosità: appena catturato, El Chapo è stato sottoposto al test del Dna. Non è un caso: nel giugno 2012 le autorità messicane l’intelligence messicana aveva identificato Alfredo Guzman Salazar, figlio di El Chapo, nelle mentite spoglie del paffuto venditore di auto Felix Beltran Leon. E le autorità avevano diffuso la notizia, con tanto di esposizione del prigioniero in conferenza stampa, circondato da militari, come sempre, a viso coperto. Poi la retromarcia imbarazzata. Dopo qualche ora e la madre del 23enne Leon che parlava in pubblico spiegando che il figlio non ha nulla a vedere con i narcos e che non è il figlio di nessuno “El Chapo”. All'epoca si disse che probabilmente si trattava comunque di un tenente. Ma la figura fu disastrosa. Stavolta il test è positivo. El Chapo è lui e da domani la lotta per prendere il suo posto è aperta.

Il Paese delle donne
14 01 2014

UDI Nazionale

Crediamo davvero che gli accordi commerciali tra Italia e Messico, nel momento in cui il nostro Paese ha preso impegni e firmato e ratificato le convenzioni internazionali contro il femminicidio, non possano essere indifferenti all’ormai notissima vicenda delle donne Messicane.

Signor Presidente del Consiglio,

apprendiamo della sua missione in Messico quasi contestualmente alla sua partenza, ma la sappiamo uomo attento e non disperiamo che questa nostra possa ottenere comunque la sua attenzione.

La parola FEMMINICIDIO assunta da lei e dal Governo che presiede in occasione di una discussa legge varata per contrastarlo, ha incominciato il suo percorso contaminando tutto il modo femminile proprio dal Paese nel quale le si trova. Precisamente a Ciudad Juarez.

Ciudad Juarez dove non si è mai fermata la strage che vede a tutt’oggi centinaia di donne uccise e poi buttate in discarica, irriconoscibili e le cui spoglie non vengono di regola consegnate alle famiglie. Femicidio dicono le donne in Messico e denunciano che nell’origine di tanto orrore siano fortemente coimputati gli interessi commerciali che trasformano le giovani, che costituiscono la manodopera femminile a basso costo, in fantasmi.

Le giovani donne delle Maquilladoras uccise sono solo una parte di quelle che quotidianamente subiscono violenza fino a volte a morirne, dentro e fuori dalle case, ma rappresentano bene la stretta relazione esistente tra violenze e e businness internazionali che tacciono e tollerano il massacro dei diritti umani in nome del profitto. Gli accordi commerciali (NAFTA) con gli USA sono stati più volte additati come terreno sul quale si fondano lo sfruttamento e l’invisibilità di donne potenziali vittime.
Crediamo davvero che gli accordi commerciali tra Italia e Messico, nel momento in cui il nostro Paese ha preso impegni e firmato e ratificato le convenzioni internazionali contro il femminicidio, non possano essere indifferenti all’ormai notissima vicenda delle donne Messicane.

Contiamo che lei su questa questione non disperda le parole spese nel nostro paese in più occasioni e ci sembra naturale aspettarci che lei non faccia suo il silenzio del Presidente Obama.

La Repubblica
08 01 2014

Il Chiapas è uno degli stati più poveri del Messico. Ogni anno vi transitano migliaia di migranti provenienti dagli altri paesi del centro America. Molti sono bambini e tante le denunce che segnalano un grave stato di corruzione della polizia che garantisce la presenza di una tratta di minori, a volte venduti persino dagli stessi genitori per estrema povertà.

La notte in cui sono state registrate queste interviste, eravamo a Tapachula, città messicana al confine con il Guatemala, in un albergo di accoglienza per migranti minorenni, “Todos por Ellos”. Mentre chiedevamo ai ragazzi di raccontarci le loro esperienze, la polizia municipale ha fatto irruzione, minacciando gli adulti e spaventando i minori ospiti della struttura diretta da Ramon Verdugo.

Nei giorni successivi, dopo aver ricevuto ripetute minacce anonime, Ramon è stato costretto a chiudere il rifugio , lasciando Tapachula priva di qualunque struttura di assistenza per i minori.

La piazza centrale di Tapachula è un mercato a cielo aperto: i cicleros, bambini che si vendono per strada, hanno alle spalle una rete di adulti che li organizzano e li costringono al lavoro. Una sorta di moderna schiavitù. Questa situazione è conosciuta e tollerata dalle autorità, visto che il municipio impone una tassa a tutti i venditori sulla piazza di Tapachula. Perfino alcuni poliziotti chiedono denaro o prestazioni sessuali ai bambini che lavorano per strada.

La tratta sessuale dei bambini è gestita da adulti perlopiù centroamericani che nella più completa illegalità, con l’inganno o addirittura sequestrandoli, portano i minori in Messico per farli lavorare. Save the Children denuncia anche la mancanza di programmi di reinserimento per le vittime, che spesso cadono nella depressione, sono inclini al suicidio e per vergogna non vogliono tornare nel paese di origine.
Quello di Tapachula non è un caso isolato: negli ultimi mesi in Messico altre quattro strutture di sostegno ai migranti sono state costrette a chiudere a causa delle continue minacce da parte di gruppi criminali.

 

Atlas Web
10 12 2013

Eugenio, oggi 26 anni, era partito dieci anni fa da Chinandega, in Nicaragua. A sua madre Narciza aveva detto che sarebbe andato con un amico in Guatemala e non era più tornato. Dopo dieci anni e centinaia di chilometri percorsi con mezzi di fortuna, Eugenio e Narciza si sono potuti riabbracciare a Guadalajara, nell’ovest del Messico, dove ha fatto sosta la Carovana delle madri dei migranti ‘desaparecidos’, un corteo itinerante che ha cominciato a percorrere il paese il 2 dicembre e concluderà il suo viaggio il 18, nella speranza di ritrovare altri ragazzi come Eugenio.Messicomadridesaparecidos

Il commovente incontro fra Narciza e suo figlio, che vive nella turbolenta città messicana di frontiera di Tijuana, è avvenuto il giorno dopo che Noemí de León e sua sorella Sonia si sono ritrovate, anche loro separate da dieci anni senza che l’una avesse avuto mai notizia dell’altra. Erano state costrette a dividersi da bambine, quando avevano rispettivamente 9 e 7 anni, nel tragico contesto della guerra civile in Salvador: grazie alla Carovana anche loro hanno potuto riabbracciarsi a Guadalajara. E, come loro, María de los Ángeles Santos ha potuto rivedere suo figlio Armando a San Luis Potosí, nel nord del Messico, 17 anni dopo aver perso i contatti con lui a Choluteca, in Honduras.

È dal 2006 che le madri dei migranti centroamericani che si avventurano in Messico nella speranza di raggiungere gli Stati Uniti percorrono periodicamente il paese viaggiando in “Carovane” lungo le arterie stradali battute dai loro stessi figli. Strade infestate da bande criminali e cartelli della droga che commettono contro i migranti ogni sorta di violenza, dal sequestro al taglieggiamento, all’omicidio. Grazie alle “Carovane” negli ultimi sette anni le madri hanno ritrovato 200 giovani ‘desaparecidos’ su un totale stimato di almeno 20.000. Di indubbia importanza si sono dimostrate le ‘reti sociali’ e in particolare Facebook attraverso il quale circolano le fotografie dei migranti scomparsi.

Scrivere può essere molto pericoloso. Sono più di mille i giornalisti uccisi dal 1992 - anno in cui si è cominciato a contarli - per aver fatto il loro mestiere. Ci sono dinamiche criminali che non hanno confini, sono internazionali: si muore a Napoli come a Rio. ...

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