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Le ragazze di Boko haram

  • Venerdì, 14 Novembre 2014 11:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
Internazionale
14 11 2014

Nel polveroso cortile dei liceo statale di Chibok le ragazze whuntaku fanno salotto sotto un albero lele mazza. Non ci sono cartelli sull'albero, nessun segno distintivo, ma tutti sanno che quello è il loro posto.

Non tutte possono entrare nel gruppo: per essere accettate bisogna venire da Whuntaku, un quartiere di Chibok, la cittadina del nordest della Nigeria di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima del "fatto".

Tra le whuntaku c'è un tacito accordo: si può fare amicizia con altre compagne, ma prima "bisogna sempre difendere quelle del gruppo". ... 

India e nascite: non è un paese per donne

Donne dell'IndiaL'India, volendo mostrare di essere a tutti gli effetti la più grande democrazia del mondo, non ha mai messo a punto una politica ufficiale di pianificazione delle nascite, la cosiddetta politica del figlio unico di cinese memoria. Ecco perciò che dagli anni 70 il metodo più popolare di controllo delle nascite è stata la sterilizzazione.
Roberta Zunini, Il Fatto Quotidiano ...
Il mondo guarda con ammirata gratitudine ai curdi che frenano l'avanzata dello Stato Islamico (Is), celebra i peshmerga del loro esercito popolare, mitizza le donne soldato che poco più a Nord, nel Rojava (il Kurdistan siriano) fronteggiano i tagliagole jihadisti.
Gad Lerner, la Repubblica ...

Sterilizzazioni di massa: 11 donne morte in India


Stroncate da infezione dopo gli interventi, sotto inchiesta 4 medici... L'iniziativa di Bilaspur era parte del programma di "pianificazione familiare" organizzato dal governo del Chhattisgarh, tra i più poveri e arretrati del Paese, che in modo non dissimile da altri realizzati a livello locale nell'immensa India sono aperti a abusi e epiloghi drammatici. Soprattutto coinvolgono medici e mediatori senza scrupoli e donne spinte sovente dalla necessità o convinte con facilità a interventi di cui spesso non conoscono modalità e conseguenze.
Stefano Vecchia, Avvenire ...

La Stampa
07 11 2014

Le vetrine dell’agenzia di viaggi Chile Touristik nel centro di Francoforte nascondono una storia che supera i confini del luogo e del tempo in cui si trova, sfidando anche con le sue coincidenze i limiti della fantasia più ricca. Prima di prendere la cittadinanza svizzera e trovar fortuna nel settore vacanze, infatti, il suo titolare fu un giovane cileno che salvò la vita a decine di perseguitati politici del regime del generale Pinochet, nascondendoli come impiegati della catena di farmacie che possedeva a Santiago.

Più tardi, poi, quello stesso uomo fu anche la persona che davanti al film di Steven Spielberg, «Schindler’s list», scoprì di non essere stato il solo a combattere una dittatura usando il suo spirito imprenditoriale, e restò incredulo nel vedere che chi lo aveva fatto prima di lui, portava addirittura il suo stesso cognome.

«Ho scoperto la storia di Oskar Schindler e della sua famosa lista come la maggior parte delle altre persone: guardando la tv», racconta il 75enne Jorge Schindler dalla Germania, dove vive dai primi Anni Ottanta in seguito alla sua fuga dal Cile. «Sono sempre stato un anti-fascista e mi sono commosso davanti a quel film. Le nostre vite hanno sorprendenti analogie, ma anche una grande differenza: Oskar collaborò con la Gestapo per salvare i suoi mille operai ebrei, io invece ho ingannato la Dina, per tener nascosti i miei cento finti dottori».

Nipote di un professore di Marsiglia andato a parare nel gelido Arauco, una regione carbonifera e inospitale del sud cileno, Jorge fu un ragazzo povero dalle idee comuniste, finché non si trasferì nella capitale e si sposò. Il padre della sua prima moglie era farmacista e quando Jorge ne divenne il genero lo ricambiò facendolo diventare suo socio. Il mestiere dello speziale gli cambiò la vita a tal punto che, da una bottega di quartiere, arrivò a vendere aspirine in tutto il Cile per conto della Bayer, dove faceva anche il sindacalista.

Quando nel 1970 Salvador Allende diventò presidente, Schindler, che aveva lavorato alla campagna elettorale, ottenne un posto nella pubblica amministrazione, perdendolo però l’11 settembre di tre anni dopo. Quel giorno del ’73, l’esercito bombardò il palazzo de La Moneda e spodestò il governo socialista. Con l’inizio di una dittatura che sarebbe durata fino al 1990, a Jorge toccava ricominciare con poco: l’esperienza accumulata tra le medicine, una fama da attivista diventata scomoda e un prestito in banca.

«La prima farmacia l’ho aperta a Villa Mexico, la seconda in casa da due zitelle al Maipù. Tutti quartieri popolari di Santiago», dice dell’impresa che arrivò ad avere sette locali e che, sulle prime, «medicava i ragazzi di strada, curava le donne incinte e aiutava gli anziani». Tuttavia, il progetto prevedeva anche un doppio fondo: nel retrobottega di ogni negozio funzionava un centro d’accoglienza per i perseguitati politici, che venivano sfamati, ripuliti, vestiti col camice bianco e mandati al banco a vendere farmaci con regolare ricetta.

«I primi ad arrivare furono soprattutto comunisti ricercati. Volevano riattivare il partito in clandestinità. Poi si sparse la voce tra tutti i rivoluzionari, gli studenti, i sindacalisti del carbone della regione in cui sono nato». Create in quel ’74 in cui moriva il suo più noto omonimo Oskar, le farmacie Schindler durarono quasi cinque anni e, dei 100 ricercati accolti, solo due furono catturati e uccisi dagli agenti di Pinochet.

Nel maggio del ’76 fece irruzione la polizia, cercando «l’ospedale segreto in cui si curano i sovversivi». «Ammisi che eravamo tutti di sinistra, ma dissi anche che dopo il golpe avevamo abbandonato la militanza - ricorda Jorge - non penso che mi abbiano creduto, ma non trovarono nemmeno prove del contrario». La sua copertura durò fino al ’79, poi la situazione si fece insostenibile e fuggì in Germania. Adesso che la pubblicazione di un libro con la sua storia l’ha reso famoso, molti gli chiedono se tornerà in Cile. «Perché no - risponde lui - potrei lavorare in una delle mie farmacie, molte sono ancora aperte e le gestiscono ancora i vecchi compagni».

Filippo Fiorini

 

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