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La battaglia di Kobane negli occhi dei Kurdi

CateneOgni volta che si sente il rimbombo di un'esplosione, la gente si ferma e guarda verso Kobane. Qualche istante di silenzio e poi ricominciano a parlare. A Miirsitpinar, villaggio a un solo chilometro da Kobane, ogni giorno si ritrovano famiglie intere a osservare quanto succede di là dalla frontiera.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

La storia di Osama, arruolato dall'ISIS a Mosul

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 14:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
06 11 2014

La campagna acquisti dei bambini è un elemento fondamentale dell’azione sociale dello Stato Islamico, serve a costruire la base di consenso e a radicare nei più giovani le idee forti del califfato. Sulla formazione si è concentrata l’attenzione del califfato. Il 18 ottobre scorso lo Stato Islamico ha emanato le nuove direttive per il settore scolastico

Osama ha tredici anni e ora gioca con gli atri bambini nella strada davanti casa a Baalbek, nel nord del Libano. Pochi mesi fa, a Mosul, questo bambino ha rischiato di diventare un combattente dell’Isis.

“Un giorno è arrivato a casa – racconta il padre – felice perché aveva trovato un lavoro. Era diventato un membro dell’Isis, gli avevano promesso una pistola e uno stipendio. All’inizio abbiamo riso pensando a uno scherzo, poi abbiamo capito che diceva sul serio”.

Presa coscienza del pericolo i genitori per prima cosa impediscono a Osama di uscire da casa. Era lo scorso mese di giugno e gli uomini dello Stato Islamico avevano preso il controllo della città irachena e istituito centri di reclutamento nelle strade.
“Erano dovunque – dice Marwan, il padre – ai posti di blocco, impegnati a trasportare armi e a rafforzare le difese. Molti di loro si occupavano di reclutare giovani, di controllare che le donne fossero coperte e che gli uomini avessero la barba”.

La campagna acquisti dei bambini è un elemento fondamentale dell’azione sociale dell’Isis, serve a costruire la base di consenso e a radicare nei più giovani le idee forti del califfato. “L’Isis funziona come una setta – afferma Fabrice Balanche Said, docente di storia dell’Islam all’Università di Lione – l’accesso dei più giovani è cercato perché con loro l’indottrinamento è più facile e duraturo.”

Il piccolo Osama racconta che nei giorni precedenti al suo reclutamento era stato avvicinato dai miliziani. Insieme ad altri bambini lo avevano portato in una sala cinematografica improvvisata per mostrargli i video degli atti eroici compiuti dai “vittoriosi e gloriosi” jihadisti in Iraq e in altre parti del mondo. Poi li avevano condotti a visitare gli accampanti. Qui avevano provato a sparare con pistole e mitragliatori. “Ci dicevano che anche noi avremmo potuto combattere e diventare eroi, proprio come quelli dei video. Ci avevano promesso una pistola e uno stipendio. Ero convinto che sarei diventato un eroe e avrei guadagnato il paradiso, ma con lo stipendio volevo aiutare la mia famiglia. A casa mio padre mi ha spiegato che era una cattiva idea e che solo se continuavo a studiare avrei trovato un vero lavoro”.

La fuga dall’integralismo e dalla violenza

Alla fine di luglio la famiglia di Osama decide di lasciare Mosul, dopo un mese raggiungono alcuni parenti, profughi dal 2003, in Libano. La vita nella grande città irachena, seconda per popolazione solo a Baghdad, era diventata impossibile. L'Isis, racconta Marwan, si era sostituito allo Stato iracheno, trasformando Mosul nella capitale di uno Stato nello Stato, come Raqqa in Siria.
“Vivevamo nella paura soprattutto per Osama che non si era fatto più vedere dai miliziani che lo avevano arruolato. Intimidazioni e repressione erano il nostro pane quotidiano.”

Da allora in città la situazione è peggiorata. Le esecuzioni, pubbliche e non, di chiunque sia considerato una minaccia al califfato sono aumentate e l’imposizione della alla sharia (legge islamica), passa attraverso violenze continue. Chiunque protesta è perseguitato, a Sameera Salih Ali al-Nuaimy, avvocato, è bastato criticare la distruzione delle moschee per essere condannato a morte per apostasia.

La scuola secondo il califfato

Sulla scuola e sulla formazione si è concentrata l’attenzione del califfato. Il 18 ottobre scorso lo Stato Islamico ha emanato le nuove direttive per il settore scolastico. Si va dalle regole per l’abbigliamento, vestito all’afgana per i maschi e velo per le femmine, alle materie permesse e abolite. Nelle scuole inferiori le lezioni di educazione fisica sono sostituite da quelle di arti marziali. Messe al bando narrativa e teatro, proibito fare domande sul nazionalismo iracheno, sui fatti storici, sulle divisioni geografiche o sulla democrazia, i diritti e la libertà. Quesiti che le nuove autorità considerano contrari alla sharia. Dall'Università di Mosul scompaiono le facoltà di Filosofia, Archeologia, Belle arti ed Educazione fisica.

Il diktat, emanato dall’Ufficio Istruzione, si rivolge “a tutto il personale docente, amministrativo e impiegatizio dell’Università e degli Istituti di Mosul”. La circolare, inoltre, sottolinea che queste misure sono “vincolanti” e promette sanzioni per i trasgressori.

Arruolamenti e matrimoni, la strategia dell’Isis

“Vogliono far diventare i nostri figli i loro soldati e le nostre figlie le loro mogli”, dice Marwan. Il progetto d’integrazione della popolazione passa anche attraverso i sempre più frequenti matrimoni tra i jihadisti e le ragazze locali. Zuhair al-Chalabi, responsabile del “Comitato di riconciliazione nazionale” della provincia irachena di Ninive, ha dichiarato che nei villaggi intorno a Mosul in ogni famiglia almeno una donna è sposata a un miliziano.

“Siamo fuggiti per difendere Osama e le sue sorelle – dice Marwan – li abbiamo salvati dall’Isis, ma ora che futuro gli possiamo offrire?”

Mauro Pompili

Divorzio all'israeliana

Internazionale
06 11 2014

Nel 2011 l’Onu aveva espresso la sua preoccupazione per le gravi disuguaglianze tra uomini e donne nel diritto di famiglia israeliano.

Nello stesso anno è stato proposto e bocciato un disegno legge che avrebbe permesso agli israeliani di poter scegliere tra matrimonio civile e matrimonio religioso. Una scelta che ancora oggi, nel 2014, rimane del tutto assente anche nella cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente, dove il solo matrimonio riconosciuto rimane quello rabbinico.

Una difficoltà che riguarda molti, come ha scritto di recente il quotidiano Ha’aretz, sia le coppie eterosessuali non ebree sia quelle omosessuali.

Lo stesso giornale ha lanciato nel giugno del 2014 una campagna a favore dei matrimoni misti in Israele, suscitando l’immediata reazione dell’opinione pubblica che secondo le ultime rilevazioni è sempre più disposta a partecipare e ad appoggiare la battaglia per la libertà di religione in Israele.

Israele è l’unica democrazia tra i 45 paesi al mondo - come Pakistan, Afganistan e Iran - dove ancora oggi la libertà religiosa e l’uguaglianza tra donne e uomini sono fortemente limitate.

Il matrimonio tuttavia è solo una parte del problema, che diventa complesso e discriminante quando si arriva al divorzio. Anch’esso naturalmente rabbinico, di fronte a un bet din, un tribunale religioso, che è l’unica autorità giudiziaria in grado di sciogliere un matrimonio, religioso o civile che sia.

Nella maggior parte dei casi si tratta di una fredda e spiacevole procedura burocratica, ma talvolta il processo diventa kafkiano. Per esempio quando, in assenza di collaborazione da parte del marito, spetta alla moglie la responsabilità di presentare un motivo sufficientemente valido per poter ottenere il sospirato gett, il divorzio, celebrato alla presenza di due testimoni e durante il quale il marito dichiara che il matrimonio è finito e quindi sua moglie è libera.

In 115 ipnotizzanti minuti girati in un unico ambiente, per l’appunto il tribunale, è documentata e riprodotta in maniera emozionante una battaglia, una delle tante per la libertà personale. Si tratta della battaglia di Viviane Amsalem, la protagonista del film Gett: hamishpat shel Viviane Amsalem che ha aperto il 1 novembre a Roma il festival del cinema israeliano, il Pitigliani Kolno’a festival, e dal 20 novembre sarà nelle sale italiane.

Il film, giudicato da Variety come uno dei 12 lavori stranieri da candidare all’Oscar, ha ottenuto applausi entusiasti al festival di Cannes, dove i critici cinematografici hanno paragonato Ronit Elkabetz, attrice protagonista nonché regista, ad Anna Magnani. Mentre il film nel suo complesso è stato messo sullo stesso piano di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman e di Processo a Giovanna d’Arco di Robert Bresson.

Tuttavia, la forza di questa straordinaria opera cinematografica va oltre la sempre più sentita e ben documentata protesta contro il “monopolio religioso che non ha uguali nelle democrazie occidentali”.

Perché riesce a raccontare con passione e brutale autenticità una lunga e dolorosa attesa di una donna, che vuole tornare a essere libera e non dover mai più appartenere a nessuno.

Sivan Kotler

Giovani e AnzianiLa cooperativa che gestisce il palazzo ha fatto ad Akihito una proposta impossibile da rifiutare: 30mila yen al mese per una stanza, sei tatami e bagno, servizi in comune con gli altri inquilini. [...] In cambio dello sconto, lo studente ha preso un impegno: nel tempo libero deve frequentare locali e circoli della zona, parlare e scherzare con gli anziani che incontra. 
Giampaolo Visetti, la Repubblica ...

Iran, dove essere gay è una malattia: operabile

IdentitàCi sono torture che durano una vita intera senza peraltro la necessità della presenza del carnefice. Una di queste si pratica in Iran, nei confronti degli omosessuali. Per sradicare l'omosessualità, ancora ufficialmente ritenuta un reato punibile con il patibolo, il fondatore della teocrazia islamica, la Guida Suprema Khomeini, la definì una malattia. Curabile però. Come?
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