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La 27ora
29 10 2014

C’e’ una nuova tendenza in città come Tokyo, Mexico City e Jakarta. E anche Londra ci sta pensando. Si tratta degli autobus e delle carrozze dei treni per sole donne.

Sorprendentemente, nonostante sia osteggiata da molte attiviste, e’ un’idea appoggiata dal 70% delle 6.550 donne interpellate in un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Thomson Reuters Foundation. Titolo: ”I mezzi di trasporto più pericolosi per le donne”.

Il tema e’ oggetto di dibattito per via dell’aumento dei casi denunciati di violenze sui trasporti, e anche a causa delle “ripercussioni sulla possibilità delle donne di lavorare, studiare e contribuire all’economia familiare”, osserva il direttore esecutivo della fondazione, Monique Villa.


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Le città peggiori quanto a trasporti sono in America Latina, dove 6 donne su 10 dicono di aver subito abusi fisici sui mezzi.

La peggiore in assoluto: Bogotà in Colombia, seguita da Mexico City e da Lima in Perù.

Poi al quarto posto c’e’ New Delhi, dove lo stupro e l’omicidio di una studentessa ventitreenne su un autobus, nel dicembre 2012, hanno scatenato appelli per una maggiore sicurezza sui mezzi di trasporto.

E’ in questo contesto che le linee separate vengono viste da molte donne come una possibile soluzione.


A Bogotà, per esempio, dove sugli autobus sovraffollati le molestie e i furti sono la norma e dopo una serie di attacchi sessuali negli ultimi mesi, un piccolo team di donne poliziotto in borghese ha iniziato a perlustrare i mezzi di trasporto ed e’ stato introdotto un programma “pilota” di bus per sole donne su tre linee molto richieste.

Iniziative simili sono partite a Mexico City dal 2008: bus rosa per sole donne, zone riservate dove possono sedersi nella parte anteriore della vettura, aree speciali anche quando aspettano alla fermata. Ma non sembra che abbiano contribuito molto, visto che la città compare al numero due della lista delle “peggiori”. Anche Villa, il direttore esecutivo di Thomson Reuters, ritiene che le “linee separate” non siano che un palliativo che non risolve alla radice i problemi della sicurezza.

Il sondaggio e’ stato condotto dall’agenzia inglese YouGov nelle 15 principali capitali mondiali più New York (Roma non rientra, mentre città come Il Cairo, Bagdad e Teheran sono state escluse per l’incapacità dei sondaggisti di raccogliervi dei campioni validi). Sono state interrogate tra le 380 e le 513 donne e una decina di esperti in ogni città.

Parigi e’ undicesima, sopratutto per via della scarsa fiducia delle donne nel “prossimo”: l’85% crede che, in caso di abusi fisici e verbali, nessuno interverrebbe ad aiutarle. Una sfiducia superata soltanto in due altre capitali: Seul e Tokyo.

Il mezzo di trasporto più sicuro? La metro di New York. Il fatto che venticinque anni fa sarebbe stata tra i peggiori lascia sperare tutti. Le donne si sentono sicure a viaggiare di notte, credono che qualcuno interverrebbe se fossero vittima di violenza fisica. Telecamere a circuito chiudo, polizia e pulizia contribuiscono, come pure il fatto che ben 1,7 miliardi di persone l’anno popolino la metro. Ma non tutto e’ perfetto: tre su 10 donne dicono di aver subito comunque insulti verbali.

E' l'ultima vendetta dei guardiani della falsa fede

Mafalda"Il primo giorno che nell'ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha picchiata per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi. La bellezza dell'aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di uno sguardo, e persino la bellezza di una voce piacevole". Reyahneh non rivendica la propria bellezza, bensì l'amore e la cura per la bellezza. 
Adriano Sofri, la Repubblica ...

La 27 Ora
24 10 2014

A volte il calvario inizia prima. Prima degli interventi chirurgici e dei trapianti di pelle. Prima del riconoscersi estranei allo specchio. Per Farida è iniziato con il matrimonio ed è continuato con la decisione di chiedere il divorzio dall’uomo che l’aveva lasciata senza un tetto per i debiti di gioco. Farida è stata aggredita durante il sonno ed è caduta sul figlio che dormiva accanto a lei. Ha cercato di uscire a chiedere aiuto ma suo marito aveva chiuso a doppia mandata la porta. L’acido corrode. Penetra velocemente l’epidermide e arriva alle ossa e va più a fondo, a ledere la dignità. Tuttavia non uccide. Nemmeno se i soccorsi vengono ritardati da una porta sprangata. L’acido costa poco ed è facilmente reperibile: in un supermercato qualsiasi, in qualsiasi parte del mondo, per una manciata di centesimi è possibile acquistare un composto per usi domestici a base di acido nitrico e solforico in diverse percentuali.

Arma ignobile fin dalla premeditazione che lascia solo sopravvissuti. Farida adesso vive con la sorella Manikgang in Bangladesh, ha quarant’anni ed è una delle quarantotto donne che Ann Christine Woehrl ha ritratto nel suo IN/Visible, un viaggio durato quasi tre anni e conclusosi lo scorso maggio. Bangladesh, Cambogia, Nepal, India, Uganda, Pakistan i sei Paesi in cui la Acid Survivors Trust International collabora con ONG locali per offrire assistenza medica e psicologica alle vittime dell’acido. Quarantotto come i fiammiferi che Neehari, oggi venticinquenne e assistente in un centro di chirurgia plastica di Hyderabad in Andhra Pradesh (India), ha provato ad accendere mentre, imbevuta di kerosene, cercava di darsi fuoco. Quarantotto fiammiferi umidi, che si spezzano, inservibili finché il quarantanovesimo accende la scintilla. Incinta di due mesi, Neehari temeva di aspettare una bambina. Un marito in cambio di una buona dote, e la perpetrazione costante di violenze e vessazioni. Perché il calvario a volte inizia prima e la sopraffazione può essere più corrosiva dell’acido nitrico.

Ann Christine ha scelto di fotografare otto donne per ogni stato che ha visitato, in un’indagine sulla marginalità femminile iniziata molti anni fa con uno studio sulla caccia alle streghe ancora comune nelle regioni del nord del Ghana. Ha deciso di ritrarle davanti a un fondale nero, lontane dal contesto in cui vivono, dalla società che le isola senza lasciarle mai davvero sole. Il giudizio sul proprio aspetto, la paura del pettegolezzo sulla ragione di quelle cicatrici le insegue fin dentro le loro stanze, rendendo spesso impossibile varcare la soglia di casa. Nei racconti di Laura Salm-Reifferscheidt, che ha restituito per Ann Christine le storie raccolte durante il reportage, il terrore di mostrarsi in pubblico è costante, a qualsiasi latitudine.

La Acid Survivors Trust International soccorre più di mille vittime ogni anno. Una stima al ribasso quella di ASTI ma che tuttavia restituisce la misura di un fenomeno culturale diffuso. Molte non hanno forme di sostentamento, perché vengono abbandonate dalle loro famiglie. Le sostiene nelle loro piccole conquiste quotidiane che attendono di essere riconosciute dalla legislazione, in molti Paesi ancora insufficiente a tutelarle. Come accaduto lo scorso anno in India dove, a seguito della sentenza sul caso Laxmi, ragazza aggredita ancora minorenne, sono state adottate misure molto restrittive sulla vendita dei composti corrosivi. Un passo avanti rispetto all’inclusione del reato nel codice penale indiano, rappresentato dall’istituzione di un registro degli acquirenti, esclusivamente maggiorenni e in grado di motivarne l’uso.

«Volevo dare loro modo di mostrarsi in quanto donne, con la loro dignità e il loro orgoglio» spiega Ann Christine che ne trae un’immagine più vera di quello che si legge nelle loro cicatrici. «Le ragazze, le donne e le loro famiglie, a dire il vero non sempre molto presenti considerato che molte di loro vivono da sole in seguito agli incidenti, hanno accettato di prendere parte al mio progetto senza reticenze. Credo in virtù del fatto che le riguardava come persone, che le riconosceva come donne e non come vittime.» Farida, Flavia, Neehari, Chanteoun le hanno così aperto le loro case sigillate dalla vergogna e dalla paura. Si sono lasciate fotografare mentre allo specchio sono intente a truccarsi o chiacchierano con le loro amiche. Hanno permesso ad Ann Christine di immortalarle nella loro quotidianità faticosa e complicata, ma non per questo presidiata dal dolore.

«Non sono perfetta, ma sono un’edizione limitata» è la frase stampata sulla maglietta rosa di Sokneang, aggredita a Preah Vihear (Cambogia) dalla moglie gelosa di un cliente abituale del locale in cui lavorava. Non sorride, ha le mani sui fianchi ed è una delle rivelazioni più belle del lavoro di Ann Christine Woehrl: una dichiarazione estetica sulla sopravvivenza. Un’indagine dell’umanità e sulla forza. Perché se si resta in vita, sopravvive tutto, anche l’ironia.

Denise Zani

 

 

I ragazzi dei tweet anti-narcos

  • Venerdì, 24 Ottobre 2014 08:41 ,
  • Pubblicato in Flash news
la Repubblica
24 10 2014

Per un tweet si muore. Per un tweet si viene condannati a morte.

Per un tweet si scompare per sempre nel Messico dove 43 studenti che manifestavano contro i clan sono incredibilmente scomparsi - e probabilmente già stati trucidati - da quasi un mese.

Per un tweet si muore. Perchè con un tweet si può mettere in crisi un'organizzazione criminale strutturata. ...

La sfida antitetica tra laici e islamisti

  • Venerdì, 24 Ottobre 2014 08:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
24 10 2014

Tunisia: lo scenario elettorale del 2011 si ripete. Il 26 ottobre alle urne si presentano 1.327 liste con 15.652 candidati per eleggere i 217 deputati al nuovo parlamento. Al primo turno delle elezioni presidenziali del 23 novembre i candidati saranno 27.

La possibilità di riunificare in un'unica coalizione tutte le forze laiche per evitare una nuova vittoria degli islamisti di Ennahda è fallita. ...

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