Infoaut
27 05 2015

E' arrivata in tarda mattinata la sentenza attesa per oggi nei confronti di Lucio, Francesco e Graziano, arrestati per l’attacco notturno al cantiere di Chiomonte del 13 maggio 2013, per il quale sono già stati condannati Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.

I tre No Tav avevano scelto la formula del rito abbreviato per affrontare il processo che li vedeva accusati dei reati di danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra. Oggi il Tribunale di Torino ha emesso la sentenza: Lucio, Francesco e Graziano sono stati condannati ciascuno a 2 anni, 10 mesi e 20 giorni di reclusione, da scontare agli arresti domiciliari. Usciranno oggi stesso dal carcere per essere trasferiti presso le proprie abitazioni, dove per ora saranno sottoposti a restrizioni su visite e comunicazioni.

La Procura, capitanata dal duo di pm Padalino-Rinaudo, aveva chiesto una condanna a 5 anni e 6 mesi; la sentenza di oggi ha ridimensionato la richiesta e il quadro accusatorio, così come era già accaduto in sede di Corte d'Assise nei confronti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.

Complessivamente i tre No Tav, arrestati lo scorso 11 luglio, hanno trascorso in carcere più di 10 mesi di detenzione tra il carcere di Ferrara e quello delle Vallette di Torino. Nonostante l'accusa di terrorismo fosse caduta anche nei loro confronti in sede di Tribunale del riesame, a marzo il Gip aveva rigettato l'istanza di scarcerazione presentata dai legali della difesa, stabilendo che Lucio, Francesco e Graziano dovessero ugualmente rimanere in carcere sottoposti a regime di alta sorveglianza. A questo, dopo il loro trasferimento a Torino, si era recentemente aggiunto il problema delle indegne condizioni di detenzione (vedi: "Scabbia e condizioni sanitarie pessime in carcere per Lucio, Graziano e Francesco").

altIn attesa di avere maggiori informazioni sulla sentenza emessa oggi, accogliamo con gioia la notizia della scarcerazione dei tre No Tav ma continuiamo a reclamare libertà completa per tutti e tutte: la lotta non si arresta, libertà per i No Tav!

Per questa mattina era inoltre stato indetto un presidio di solidarietà ai cancelli della centrale di Chiomonte, in attesa della sentenza: la polizia ha provocatoriamente sbarrato l'accesso al ponte che porta al cancello, posizionando delle griglie metalliche e l'idrante, evidentemente preoccupata dalla presenza dei No Tav che si apprestavano a presidiare la zona con momenti di socialità e la realizzazione di un murales da parte del famoso writer Blu.

I No Tav però non si sono fatti scoraggiare da questo tentativo di bloccare la solidarietà e hanno allestito un presidio proprio di fronte alle reti metalliche. L'invito è a raggiungere il presidio, seguiranno aggiornamenti sulla mobilitazione di oggi...

Ada Colau, da occupante di case a sindaca di Barcellona

  • Martedì, 26 Maggio 2015 11:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
26 05 2015

Laurea in filosofia, madre di un bimbo di 4 anni e “attivista dei diritti umani e della democrazia”. Un ritratto della neo primacittadina di Barcellona che negli anni ha partecipato ad interessanti esperienze dal basso come il movimento contro le requisizioni delle case e gli Indignados. Ha vinto a capo di una lista civica, sostenuta anche da Podemos: “Davide ha sconfitto Golia”. L’utopia che diventa realtà.

di Giacomo Russo Spena

“La politica è un impulso sociale intento a migliorare le nostre condizioni di vita, penso sia l’aspetto più nobile che può caratterizzare un essere umano, insieme alla cultura e all'arte”. E Ada Colau, 41 anni, ha la politica nel dna. Sente le ingiustizie, le vive, le capta e lotta per contrastarle. Da anni è nei movimenti. “Ci dissero: se volete qualcosa presentatevi alle elezioni. E qui stiamo”, rispondeva così, prima del voto, a chi provocando si riferiva alla mobilitazione degli Indignati spagnoli.

“Il futuro di Barcellona è nelle vostre mani. Ogni voto sarà decisivo” ha scritto come ultimo tweet, prima del silenzio di rito. I risultati sono palesi: Davide ha sconfitto Golia. Piange, commossa, con a fianco il marito, economista, Adrià Alemany, dalla cui relazione è nato un figlio di 4 anni. “Dicevamo che il cambiamento era possibile, così è stato”. Con una candidatura civica sostenuta da movimenti e partiti, come Podemos e Izquierda Unida. Una vita dalla parte dei più deboli.

Negli anni ‘90 si mobilita contro la prima Guerra del Golfo, poi frequenta i collettivi studenteschi dell’università di Barcellona, dove si laurea in Filosofia con una tesi su Simone de Beauvoir. Per lei anche una breve parentesi Erasmus a Milano che le permette di familiarizzare con l’italiano. Con il movimento No Global inizia la sua militanza a tempo pieno e, dopo il G8 di Genova 2001, si fa promotrice a Barcellona dei primi cortei pacifisti contro le guerre preventive di Bush. Quel popolo arcobaleno che il New York Times definì nel 2003 la seconda superpotenza al mondo, dopo gli Usa. Si definisce “un’attivista dei diritti umani e della democrazia”.

È fronteggiando il dramma abitativo che diventa una leader di movimento conosciuta tanto da essere considerata dalle istituzioni “un soggetto pericoloso”. La crisi spagnola è stata causata dallo scoppio di una doppia bolla speculativa, e questo perché il settore creditizio e quello immobiliare erano cresciuti in maniera abnorme. Ovunque si sono diffusi i pignoramenti delle case, come un’ epidemia. Con famiglie, impossibilitate a pagare la rata del mutuo, finite in mezzo ad una strada da un giorno all’altro. Colpa soprattutto di una legge che in Spagna è conosciuta e temuta da tutti. La legislazione, ancora in vigore, prevede che in caso di insolvenza, colui che ha stipulato il mutuo non solo perde l’abitazione ma rimane vincolato al pagamento delle rate. Succede, insomma, che oltre a ritrovarsi a pagare l’affitto di una nuova abitazione (perché si è persa la propria) rimanga la spada di Damocle del vecchio mutuo. Un meccanismo infernale che ha finito per coinvolgere anche i garanti dei mutui, spesso genitori o parenti. Con risvolti drammatici, come un effetto domino: case perse una dietro l’altra e intere famiglie sull’orlo del baratro.

Dal 2006 al 2012, in Spagna 420mila alloggi sono tornati nelle mani delle banche: un dramma sociale di cui l’immobiliarismo finanziario è il solo responsabile. Per fronteggiare il problema abitativo nascerà, come risposta, la “Plataforma de Afectados por la Hipoteca” (Pah, Piattaforma delle vittime dei mutui), un movimento sociale apartitico che dal 2011 s’intreccerà con gli indignados e si opporrà agli sfratti con picchetti, trattative con le banche e proteste. La leader, indiscussa, sarà proprio Ada Colau.

Tra i punti programmatici: prediligere un incentivo alla locazione rispetto alla casa di proprietà; rivendicare l’uso sociale delle abitazioni vuote presenti in città, aumentando la pressione fiscale nei confronti di chi è proprietario di case sfitte; esigere il controllo dei prezzi delle abitazioni per evitare aumenti artificiali e riduzione del valore del suolo per uso sociale; battersi contro la corruzione e la speculazione; chiedere che ogni intervento edilizio sia programmato secondo i principi di un’urbanistica sostenibile che non sia in conflitto con l’ambiente. Colau si rende protagonista di picchetti antisfratto, manifestazioni e innumerevoli azioni contro le banche tanto da essere più volte denunciata. Vive in una caserma occupata della Guardia Civil nel quartiere popolare di Barceloneta.

La Pah fornisce anche assistenza legale, diventando un movimento interclassista: il ceto medio – polverizzato dalla crisi – è vittima delle requisizioni. La Piattaforma ha optato per riscrivere dal basso la legislazione in materia lanciando anche la sfida della legge popolare. Erano necessarie 500mila firme, ma in pochissimo tempo il movimento ne ha raccolte – grazie ad una mobilitazione nazionale – un milione e 200mila. Un evidente successo. Eppure il governo di Rojoy si mostra sordo: la legge popolare viene bloccata dai conservatori.

Nel 2011 è il turno del 15M e degli indignados. Ada Colau, e la Pah, attraversano quelle proteste moltitudinarie. Un nuovo modo di fare politica e di occupare lo spazio pubblico. Una volta diminuite le assemblee di quartiere, la Pah divenne un punto di riferimento della lotta, così come le mareas (“maree”). Gruppi di persone autorganizzate per vertenze in specifici settori.

Anche qui Ada Colau svetta per la sua popolarità e per le sua capacità comunicative ed aggregative. Fino alla decisione di candidarsi a sindaco di Barcellona, sostenuta in primis da Podemos. “Troviamo strategicamente fondamentale sostenere movimenti e comitati civili” spiegava Pablo Iglesias al congresso del partito, giungendo al punto di non presentare propri candidati e simboli. Così intorno ad Ada Colau è stato possibile formare una lista civica che si è messa in rete con altre esperienze di autogoverno nate in diverse città spagnole. La sua candidatura mette insieme vari frammenti della sinistra: da Podemos, ai rosso-verdi catalani di ICV, a Izquierda Unida, oltre a vari movimenti cittadini: “Il processo elettorale nasce in questo contesto di rivoluzione democratica. Dobbiamo esserne orgogliosi: in altri paesi la risposta è stata di tutt’altro segno. Il municipalismo poi è storicamente un luogo di rottura dal basso, dove la politica è più vicina alle persone”, ha dichiarato la neosindaca in una recente intervista a Il Manifesto.

Una campagna elettorale travolgente che ha visto la partecipazione di migliaia di persone. Un programma scritto dal basso attraverso affollate assemblee nei quartieri e l’utilizzo della Rete. Vera esperienza di tecno-politica. E senza alcun grande finanziatore alle spalle, né le tanto odiate banche: trasparenza e crowdfunding, i pilastri per fare politica dal basso. Una proposta radicale, a leggere il programma. Una lezione di conflitto e consenso a vedere i risultati elettorali. Nei comizi finali anche la sorpresa della visita di Pepe Mujica, l’ex presidente “guerrigliero” dell’Uruguay che ha elogiato la sua candidatura. L’occupante di case diventa sindaco. Senza rinnegare nulla. Senza cambiare. L’utopia che diventa realtà.

 

No Ombrina, in 60mila in piazza a Lanciano

  • Lunedì, 25 Maggio 2015 08:06 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
25 05 2015

Corteo immenso a Lanciano, in 60.000 contro le trivelle per salvare l'Adriatico. Il Governo blocchi Ombrina e gli altri progetti petroliferi, oggi l'assemblea nazionale contro lo Sblocca Italia.

Leggi l'appello e la lettera di invito alla partecipazione a cura di Zona 22, centro sociale di San Vito Chietino.

Un corteo incredibile e commovente, un atto di popolo contro la deriva petrolifera e per salvare l'Adriatico. Una manifestazione ancora più imponente di quella di Pescara di due anni fa che portò in piazza 40.000 persone. Una scommessa vinta dagli organizzatori che hanno scelto Lanciano, un centro molto più piccolo, come sede della manifestazione.

Sessantamila persone e 482 adesioni di comitati, associazioni ed enti, molte provenienti anche da altre regioni, per una manifestazione di carattere nazionale. Comitati da tutta Italia che stanno lavorando insieme per fermare le politiche del Governo Renzi.

Il coordinamento ringrazia i partecipanti e le migliaia di persone che in questo mese hanno collaborato a questa iniziativa, da chi ha condiviso una foto sui social a chi è stato impegnato nell'organizzazione, dal Comune di Lanciano, medaglia d'oro per la Resistenza, che si è attivato per questa nuova forma di lotta, per l'ambiente salubre e l'economia diffusa del turismo e dell'agroalimentare, agli altri enti, comitati ed associazioni. Domani a Pescara vi sarà l'assemblea nazionale Blocca lo Sblocca Italia, dove i comitati da tutta Italia decideranno assieme le prossime iniziative per salvare il nostro Belpaese.

INFO: www.stopombrina.wordpress.com

Il terremoto politico spagnolo

  • Lunedì, 25 Maggio 2015 08:04 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
25 05 2015

Gli spa­gnoli hanno votato il cam­bia­mento, come si aspet­ta­vano tutti gli osser­va­tori. Alcune volte più mode­rato, altre più deciso, ma pur sem­pre un cam­bia­mento impor­tante. L’affluenza al voto è stata del 65%, un punto in meno che nel 2011.

Ma in alcuni comuni impor­tanti, come Bar­cel­lona, è pas­sata da meno del 50% a quasi il 61%.

La mappa poli­tica del paese non è più la stessa: le due forze prin­ci­pali, Pp e Psoe, rac­col­gono poco più del 50% dei voti. Un arre­tra­mento molto pesante.

In ter­mini rela­tivi, il Pp si man­tiene la prima forza in 9 delle 11 comu­nità auto­nome in cui aveva la mag­gio­ranza asso­luta. Ma nella mag­gior parte di esse non potrà più gover­nare, nep­pure allean­dosi con il par­tito ideo­lo­gi­ca­mente più vicino: Ciudadanos.

Anche nelle roc­ca­forti Madrid e Valen­cia il Pp rimane il primo par­tito ma in entrambi i casi se i socia­li­sti rie­scono ad allearsi con Pode­mos e/o altri par­titi di sini­stra (come Com­pro­mís a Valen­cia) il Pp per­derà il governo.

In quasi tutte le comu­nità si pro­fi­lano governi di coa­li­zione in fun­zione anti-Pp. Anche il brac­cio destro di Rajoy, la pre­si­dente della Castiglia-La Man­cia ha perso la mag­gio­ranza asso­luta (nono­stante la riforma elet­to­rale che distorce la rap­pre­sen­tanza e che aveva pro­mosso per garan­tirsi la rie­le­zione) e nean­che lei potrà recu­pe­rare la pre­si­denza nean­che scen­dendo a patti con Ciudadanos.

A livello nazio­nale, for­mal­mente, il primo par­tito rimane il Pp con 5,8 milioni di voti (ma nel 2011 ne aveva 8 e mezzo) e il Psoe il secondo con 5,4 milioni (nel 2011 erano più di sei). Terzo par­tito Ciu­da­da­nos con 1,4 milioni di voti.

Ma que­sti dati ven­gono cal­co­lati sui dati muni­ci­pali, dove Pode­mos non si pre­sen­tava con il pro­prio sim­bolo, e Izquierda Unida in molti comuni si pre­sen­tava in coalizione.

Detto que­sto, Iu in tutti i casi in cui ha deciso di cor­rere sola (al con­tra­rio della posi­zione difesa da Alberto Gar­zón, futuro can­di­dato alla pre­si­denza del governo), ha perso la mag­gior parte dei suoi rap­pre­sen­tanti, e in alcune comu­nità auto­nome non ha più nep­pure un depu­tato (come nella comu­nità di Madrid o in Extre­ma­dura dove il par­tito aveva per­messo che gover­nasse il Pp). In totale ottiene un milione di voti, con­tro il milione e mezzo di 4 anni fa. Scom­pare l’ex quarto par­tito nazio­nale, UpyD, gui­dato da Rosa Díez (che ha già annun­ciato le dimissioni).

Nei comuni grande suc­cesso delle «coa­li­zioni di unità popo­lare» pro­mosse da Pode­mos. Nelle due sfide-simbolo si affer­mano le outsider.

A Bar­cel­lona pre­vale la ex por­ta­voce della Piat­ta­forma vit­time del mutuo, Ada Colau, la cui lista ha un con­si­gliere in più del cen­tro­de­stra di Con­vèr­gen­cia i Unió del primo cit­ta­dino uscente Xavier Trias (11 con­tro 10 – ma la mag­gio­ranza in con­si­glio comu­nale è di 21 seggi).

Nella capi­tale, Ahora Madrid di Manuela Car­mena dispone di un con­si­gliere in meno della lady di ferro popo­lare Espe­ranza Aguirre (21 con­tro 20, mag­gio­ranza 29), ma potrebbe diven­tare sin­daca di Madrid con l’appoggio del Psoe (9 seggi).

Per il sistema elet­to­rale spa­gnolo, a meno di una coa­li­zione con­tra­ria, il sin­daco spetta alla lista più votata anche se non ha la mag­gio­ranza. Altre sfide impor­tanti: a Sivi­glia tor­nano a gover­nare i socia­li­sti e a Valen­cia, anche se il Pp man­tiene la mag­gio­ranza rela­tiva, una pro­ba­bile coa­li­zione di sini­stra a tre sot­trarrà il potere alla sto­rica sin­daca popo­lare Rita Barberà.

Il Manifesto
19 05 2015

Quello di lesa mae­stà è stato, fin dalla notte dei tempi, un delitto assai grave. Lo si pagava gene­ral­mente con la vita. Ma par­liamo di epo­che in cui il corpo del sovrano rien­trava nella sfera del sacro.

Sor­prende, dun­que, la sua rie­di­zione, certo assai meno cruenta e non inscritta in alcun codice, in una società lai­ciz­zata e demo­cra­tica come la nostra. Fatto sta che ad ogni pub­blica mani­fe­sta­zione di un espo­nente del governo chiun­que osi con­te­starlo facendo troppo rumore, si espone a rea­zioni spro­po­si­ta­ta­mente vio­lente da parte delle forze dell’ordine e a pesan­tis­simi prov­ve­di­menti giu­di­ziari: fogli di via e arre­sti domiciliari.

È acca­duto due volte a Bolo­gna: l’arresto di sei per­sone in rife­ri­mento alla con­te­sta­zione della mini­stra Madia nel dicem­bre dello scorso anno e le teste spac­cate (a soli due giorni dalla solenne pro­cla­ma­zione di una «nuova etica» di poli­zia) il 3 mag­gio scorso per difen­dere da una minac­cia ine­si­stente Mat­teo Renzi inter­ve­nuto per con­clu­dere la festa dell’Unità.

Stiamo par­lando di slo­gan, di stri­scioni e di qual­che spin­tone. Ben di peg­gio si è visto, con una certa fre­quenza, nelle aule parlamentari.

Forse gli uomini e le donne dell’esecutivo, non­ché buona parte del ceto poli­tico, non arri­vano a con­si­de­rarsi pro­prio ema­na­zioni del sacro, ma cer­ta­mente pre­ten­dono di «incar­nare la nazione» nella quale i gover­nati devono stare al loro posto, dopo aver votato (i pochi che lo fanno ancora) e tal­volta dopo aver rice­vuto in gen­tile con­ces­sione un ascolto inu­tile e formale.

Può darsi anche che si tratti più sem­pli­ce­mente del volto aggres­sivo di un nar­ci­si­smo deci­sio­ni­sta e per­ma­loso. L’arroganza e le coreo­gra­fie nor­d­co­reane in for­mato stra­pae­sano stanno diven­tando tratti con­sueti dello stile di governo. Chi si per­mette di gua­stare que­ste «feste della nazione» paga salato.

Gli ortaggi e i fischi che pio­vono dal log­gione non hanno mai signi­fi­cato la fine del tea­tro, sem­mai testi­mo­niato della sua natura aperta e demo­cra­tica. Ogni attore che si rispetti, abi­tuato a cal­care la scena, è ben con­sa­pe­vole di esporsi a que­ste rea­zioni. Fa parte del suo mestiere.

Diver­sa­mente, i mat­ta­tori della poli­tica, nono­stante anni di chiac­chiere sulla politica-spettacolo sem­brano rite­nere che le con­te­sta­zioni rumo­rose minac­cino, nella loro per­sona, la demo­cra­zia stessa (che per­fino Sal­vini & Casa Pound pre­ten­dono di incarnare).

Così, pur avendo bea­ti­fi­cato l’austero notaio mila­nese che, a pre­si­dio del tri­co­lore espo­sto alla sua fine­stra, si lasciava stoi­ca­mente ber­sa­gliare dalle uova lan­ciate dai mani­fe­stanti, i nostri poli­tici si guar­dano bene dal seguirne l’esempio.

Se vi fosse una magi­stra­tura con un senso non super­fi­ciale della demo­cra­zia si affret­te­rebbe a revo­care dei prov­ve­di­menti fuori misura e fuori luogo, e a ricon­durre l’azione giu­di­zia­ria al livello di una civiltà giu­ri­dica che dovrebbe essersi lasciata alle spalle il delitto di lesa maestà.

Tanto più che que­sti prov­ve­di­menti costi­tui­scono un peri­co­loso pre­ce­dente, suscet­ti­bile di cri­mi­na­liz­zare ogni inter­fe­renza con­flit­tuale con la recita di chi ci governa.

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