Viareggio contesta Salvini

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 11:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
18 05 2015

Arroganza, demagogia, xenofobia, luoghi comuni, banalità, insulti e provocazioni questo il mix che caratterizza i comizi di Matteo Salvini. Abbandonata ogni velleità federalista, del resto in tutta Europa, i partiti indipendentisti non vogliono avere rapporti con la lega e scelta l'alleanza strategica con la razzista Marine Le Pen, il leader del carroccio continua nella sua impresa di trasformare il suo partito in una forza nazionale e nazionalista. I suoi viaggi su e giù per l'Italia però rappresentano delle vere e proprie provocazioni a cui gli antirazzisti rispondono contestandolo.

Il 16 maggio il tour di Salvini in Toscana prevedeva alcune tappe: Massa. Viareggio e Pisa. A Massa i manifestanti si sono presentati con i gommoni e uno striscione con su scritto: “sui gommoni ci mettiamo i padroni.” La polizia ha caricato pesantemente spaccando delle teste e alcune persone sono dovute ricorrere a cure mediche il clima di repressione è stato, inoltre, caratterizzato anche da dei fermi di polizia. A Viareggio Salvini si è presentato nel centro del mercato ed è stato subito accolto da grida e fischi. Ha quindi deciso di abbandonare il mercato sfrecciando a gran velocità, con la sua auto, per le strade della città dove trovava alta gente a contestarlo. Il suo autista scendeva dall'auto e lanciava una bottiglia contro un manifestante. Intanto in piazza Margherita, dove era previsto il comizio per le 18.00 il numero dei contestatori aumentava di fatto divenendo padroni della piazza.

A lato Nord centri sociali e partiti della sinistra; a lato Sud ARCI, associazioni di immigrati e i movimenti LGBTQ. Solo alle 19.30 la polizia riusciva a fatica a far salire sul palco prima il candidato alle elezioni regionali Borghi che insultava i contestatori e poi Matteo Salvini, che con oltre un'ora e mezzo di ritardo, parlava solo per dieci minuti riscuotendo una marea di fischi. Il dato che salta subito all'occhio è come il numero dei contestatori fosse almeno il doppio dei manifestanti.

La terza tappa di Salvini avrebbe dovuto essere Pisa dove un corteo antirazzista di 400 persone lo stava aspettando ma a quel punto ha preferito andare a tenere il suo comizio in una deserta Calambrone.

La Toscana ha dato un chiaro segnale di resistenza alle politiche razziste e xenofobe propagate dalla Lega Nord. Questo non significa come afferma falsamente Salvini che sia appiattita sulle politiche del PD di Matteo Renzi ed Enrico Rossi. Proprio Enrico Rossi, nuovamente candidato alla regione Toscana per il PD, è stato contestato alcuni giorni fa all'ospedale unico della Versilia a Lido di Camaiore. Il tentativo strumentale è quello di polarizzare l'offerta politica tra i due Matteo. Si tratta, però, di due opzioni entrambi funzionali al capitale. Per questo è giusto che le contestazioni siano figlie di processi di autorganizzazione. Lo striscione che apriva il corteo a Pisa diceva proprio “Né con Salvini né con Renzi!”

Meridionews
04 05 2015

Il pacifista Turi Cordaro (ex Vaccaro) ha passato la notte nudo su un albero all'interno della base Usa di Niscemi. La sua ennesima protesta pacifica contro l'impianto satellitare va avanti dopo che ieri è entrato spargendo vicino all'antenna più grande alcuni granelli di sale da lui stesso distillato a Palermo. Fuori dalla recinzione alcuni attivisti del movimento hanno effettuato un presidio fino a notte fonda, per dare sostegno a Cordaro e vigilare affinché tutto andasse in maniera tranquilla. Tuttavia, mentre si trovavano all'esterno della base, qualcuno si è introdotto nel vicino presidio permanente, un accampamento realizzato anni fa dagli attivisti, e con una bastone chiodato avrebbe colpito il parabrezza di un'auto.

«Eravamo davanti le reti per il presidio, verso le due e un quarto ho sentito dei tonfi, come qualcosa che cade e, visto che avevo lasciato la macchina al presidio, sono corsa a vedere», racconta Ylenia D'Alessandro, proprietaria della vettura danneggiata. «Ho trovato il parabrezza sfondato e un pezzo di bastone chiodato a terra», continua. Difficile capire chi possa essere stato. L'attivista afferma di aver sentito «voci maschili, giovani e italiane, forse niscemesi». «In passato - sottolinea - il presidio è già stato danneggiato, ma sempre a ridosso delle manifestazioni».

Gli autori non sono entrati dal parcheggio sul retro, il cui accesso è libero, ma hanno buttato giù un pezzo di recinzione della stradina che conduce alla base. Forse per il poco tempo, visto l'imminente arrivo degli attivisti, non si registrano altri danni.

D'Alessandro presenterà denuncia stamattina ai carabinieri di Niscemi. «Stanotte ho subito chiamato la polizia, ma non è venuto nessuno, mi hanno risposto che erano troppo impegnati. Eppure - continua la giovane - fino a venti minuti prima si trovavano nella base per far scendere Turi dall'albero e qui è sempre un continuo via vai di volanti. Perché se ci muoviamo noi, veniamo subito identificati, mentre se chiamiamo per chiedere aiuto non c'è mai nessuno? Possibilmente chi ha sfondato il parabrezza era ancora lì intorno». Gli agenti sarebbero giunti sul posto solo stamattina, ma per prendere i dati degli attivisti che continuano a darsi il cambio. «Dopo che ho raccontato quanto successo stanotte, non hanno avuto la faccia di identificarmi», conclude D'Alessandro.

La polizia di Niscemi precisa di aver invitato la giovane a recarsi in commissariato per presentare denuncia. «Se si fosse trattato di un fatto più consistente saremmo intervenuti, ma per normali danneggiamenti invitiamo i cittadini a raggiungerci in sede, visto tutto quello che succede a Niscemi», precisa il dirigente Gabriele Presti. Dal commissariato inoltre, presa visione del danno e del bastone chiodato ritrovato, sollevano dubbi sulla compatibilità della spaccatura, considerata lieve, e la potenzialità distruttiva dello strumento usato.

Il pacifista Cordaro, intanto, abituato agli sforzi fisici - ultimo dei quali i 400 chilometri percorsi a piedi da Palermo a Niscemi - sta bene e anche stamattina continua a restare sull'albero. A vigilare sotto di lui è rimasto al momento solo un pick up delle forze armate statunitensi. La polizia italiana non sarebbe intenzionata a intervenire. «Si trova a un'altezza di non più di tre metri, non è quindi in pericolo - commenta il dirigente - lui è abituato a queste azioni e non ha viveri». Le forze dell'ordine sembrano dunque restare in attesa, la situazione potrebbe cambiare solo per una diversa decisione dai livelli più alti della Questura di Caltanissetta,

La Tunisia ferita si apre al Forum

  • Martedì, 24 Marzo 2015 12:37 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
24 03 2015

di Martina Pignatti Morano*


La traccia di sangue che un piccolo manipolo di terroristi ha lasciato su Tunisi, e su tante famiglie di turisti da tutto il mondo, non ha scosso la determinazione dei movimenti sociali internazionali. Saremo oltre 50.000 questa settimana (24-28 marzo) nel Campus Universitario di al-Manar a Tunisi per il Forum sociale mondiale del 2015. Lo dobbiamo ai compagni tunisini che ci hanno chiesto una presenza massiccia come segnale dimostrativo a chi vuole seminare terrore in nome del fondamentalismo e di malcelati interessi di controllo sui gasdotti che arrivano in Europa. Lo dobbiamo alla memoria delle vittime del Bardo che piangeremo a Tunisi, come piangeremo le vittime delle guerre che devastano la regione, e i morti che le mafie dei trafficanti e le politiche europee in tema di immigrazione fanno ogni mese nel nostro mare. Ce lo chiedono anche i nostri amici iracheni che nel 2013 ci avevano invitati al loro primo Forum sociale a Baghdad e che non sono mai arretrati di fronte alla minaccia di attentati.

Il Forum sociale mondiale nasce a Porto Alegre (Brasile) nel 2001 come alternativa al Forum economico mondiale di Davos, e ha radunato ogni due anni in diversi continenti gli organizzatori di campagne sul clima, attivisti dei popoli indigeni, critici del sistema finanziario internazionale, operatori del commercio equo e solidale, pacifisti e movimenti per il disarmo. Due anni fa gli attivisti brasiliani – lacerati da polemiche interne tra sostenitori, tolleranti e oppositori ai governi di Lula e Dilma – hanno consegnato il testimone del Forum sociale mondiale e la sua segreteria ai protagonisti delle primavere arabe. Il Maghreb-Mashreq social forum si è rafforzato come coordinamento regionale, anche se rimane molto centrato su Tunisia e Marocco e stenta a coinvolgere realmente le organizzazioni del Medio Oriente. Nel 2013 ha convocato il primo Forum sociale mondiale svoltosi nel mondo arabo, è il successo è stato travolgente (qui il dossier sul Forum 2013, ndr): oltre 30 mila persone da 127 paesi impegnati a confrontarsi e costruire campagne comuni, nel protagonismo dei giovani tunisini e con lo spirito della rivoluzione ancora vibrante nell’aria, nonostante fosse stato appena ucciso dai salafiti il leader politico comunista Chokri Belaid.


La scorsa settimana il responsabile dell’omicidio di Belaid è stato ucciso dalle forze armate tunisine, e probabilmente per vendicare questa offensiva un gruppo di miliziani takfiri (il ramo ultra estremista dell’Islam salafita) ha sferrato l’attacco al parlamento e poi ai turisti del Museo Bardo. Quel giorno l’esitazione dei movimenti sociali è durata pochissimo: nel pomeriggio, dopo un breve incontro al ministero degli Interni, sindacati e associazioni tunisine hanno diffuso un comunicato che conferma il forum e chiede ancor più partecipazione alla società civile internazionale, alzando i toni dell scontro culturale e politico con la galassia salafita. La marcia di apertura del forum avrà come slogan “Popoli del mondo uniti contro il terrorismo” e terminerà proprio al Bardo. Un comitato del consiglio internazionale del forum stenderà una Carta internazionale del Bardo, sulla lotta al terrorismo da parte dei movimenti per un’altra globalizzazione. Ad oggi nessuna delle 4.343 organizzazioni registrate ha ritirato la sua delegazione, nessuna delle circa 1.100 attività e assemblee previste è stata cancellata.

Noi di Un ponte per… arriviamo al forum con una nutrita delegazione di italiani ma soprattutto con i nostri partner da Iraq, Marocco, Libano, persino Bahrein. Due gli assi che ci vedranno impegnati: da un lato le campagne per la lbertà di espressione e di stampa, dall’altro il sostegno alla società civile irachena e al Forum sociale iracheno. Questo Forum segna il compimento di un processo di due anni che ci ha visti lavorare per facilitare scambio, formazione, ricerca, divulgazione e advocacy presso le istituzioni tra giornalisti e mediattivisti di tutto il Maghreb e Mashreq sulla libertà d’espressione. È stata la nostra scelta strategica di sostegno a quel che resta delle primavere arabe, per difendere lo spazio in cui quelle rivendicazioni possono continuare ad essere espresse e articolate. I nostri partner porteranno le loro conclusioni al forum, decideranno assieme come proseguire il lavoro di pressione sulle loro istituzioni, e come dare voce ai media indipendenti che dal basso continuano a nascere e crescere nel mondo arabo. Per questo, con loro e con partner italiani come Ya Basta ed Esc, parteciperemo anche al Forum dei Media Liberi, uno dei forum tematici che precedono e si accavallano con il forum generale.

Molte sono poi le attività che gestiamo con l’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, la coalizione internazionale che abbiamo lanciato nel 2009 a sostegno degli attivisti iracheni e che ha co-organizzato il Forum sociale iracheno (Fsi). Quest’anno oltre 25 iracheni si sono coordinati per venire a Tunisi tramite la segreteria del Fsi che ha sede a Baghdad, presso l’Iraqi Network for Social Media. In varie attività del forum discuteremo assieme di transizione democratica in Iraq comparata a quella di altri paesi della regione, di fragilità delle politica e della società di fronte alla minaccia di Daesh, delle azioni e strategie per promuovere la coesistenza e costruire la pace tra le comunità dell’Iraq, e delle tante campagne per i diritti umani e ambientali su cui stiamo lavorando. Tra le altre: la campagna Save the Tigris per salvare l’ecosistema del Tigri e il diritto all’acqua, in un paese in cui l’acqua e le dighe vengono usate oggi come arma di ricatto politico o di distruzione di massa; la campagna Shahrazad per i diritti delle donne e la loro resistenza al fondamentalismo, alle molestie sessuali e ai matrimoni precoci; la campagna Sports Against Violence costruita con l’omonima associazione italiana, che punta all’organizzazione di una maratona internazionale a Baghdad come evento di pace.


Vogliamo che i giovani reclutati dai salafiti vedano l’energia prodotta dai movimenti sociali, siano tentati dal sogno di una società più giusta ed egualitaria, vengano trascinati nei balli dei giovani tunisini rivoluzionari. Solo un cambiamento culturale e l’ipotesi di una strada di sviluppo alternativa potrà togliere braccia e cuori al fondamentalismo, non certo i bombardamenti di una coalizione internazionale. Ci armiamo quindi di contenuti e proposte, bandiere e volantini, e partiamo.

 

*presidente, Un ponte per…

Donne che creano mondi nuovi

  • Martedì, 10 Marzo 2015 09:15 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune-info
10 03 2015

di Marina Sitrin*

Scrivo per celebrare la Giornata internazionale della Donna. Scrivo per celebrare tutte coloro che si identificano come donne e che lottano, in tutti i modi, in ogni campo, per essere più libere e per un mondo migliore.

Le lotte per la liberazione generale e quelle per la sopravvivenza quotidiana sono di uguale importanza. Scrivo per celebrare, non senza frustrazione, che abbiamo ancora bisogno di un giorno per celebrare le donne, che non siamo nemmeno lontanamente uguali e rispettate in tutto. Voglio scrivere di come solevamo dover celebrare le donne e le nostre lotte, ma oggi viviamo in un mondo libero in cui queste lotte sono cose del passato, in cui le ragazze non sono violentate e maritate a forza e le tossine non sono parte dei nostri pasti quotidiani. Ma quello non è ancora il nostro mondo. Così io scrivo per celebrare le donne combattenti di oggi, condividendo alcune storie di donne che stanno preparando il terreno per questo mondo nuovo, nelle nostre relazioni sociali, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle case e nelle strade e sulle barricate.


Argentina

Mi sono recata recentemente in Argentina per apprendere da, e collaborare con, chi difendeva la terra, l’acqua e i beni comuni, come sono definite le lotte (en defensa de la tierra, agua y bienes comunes). Dalle lotte contro le attività minerarie e contro la fratturazione idraulica a quelle contro l’irrorazione di pesticidi e i tentativi di deforestazione, le comunità resistono, vincono e spesso creano alternative negli stessi spazi della lotta. Mi sono stati dati nominativi di contatto per i vari movimenti in ciascuna città e paese; dopo i primi tre paesi ho cominciato a notare uno schema: Vanessa, Sofia, Gabriela, Monica, Paula … erano tutte donne. E una volta che ho cominciato a incontrare queste donne ispiratrici e ad apprendere le loro storie, ho anche notato alcuni tratti comuni.

Nessuna aveva fatto politica prima. Tutte erano arrivate all’attività organizzativa per quello che chiamavano un istinto e una reazione alla contaminazione o alla potenziale distruzione della loro comunità. La maggior parte di loro aveva figli e dappertutto si organizzavano in assemblee orizzontali.

C’è una potente intenzione di fare di tutte delle leader, di non avere gerarchie, e di condividere tra tutte il processo decisionale. Sono coinvolti anche gli uomini delle comunità, ma in tutti i casi la convocazione delle assemblee è fatta dalle donne. E significativamente la maggior parte delle azioni dirette militanti sono anch’esse guidate e condotte da donne.

A Malvinas, Argentina, sono lo donne dell’assemblea che hanno incrociato le braccia settimana dopo settimana e hanno impedito il passaggio ai camion della Monsanto. E hanno vinto! La Monsanto non sta più realizzando nella loro città l’impianto di lavorazione di semenze geneticamente modificate più grande del mondo.


A La Rioja la difesa del monte La Famatina è stata organizzata dalle donne e, di nuovo, i blocchi stradali e l’erezione di barricate sono state guidate dalle donne. E stanno vincendo! Hanno costretto due compagnie minerarie a revocare la loro intenzione di avviare attività minerarie nella montagna.

Viaggiando e parlando con persone in giro per il paese i racconti sono stati costanti: orizzontalismo, azione diretta, assenza di gerarchie, autonomia … tutte prevalentemente organizzate e dirette e messe in atto da donne.

Canada: Non Più Passive

Sheelah, Nina, Sylvia e Jessica: queste sono le donne che hanno avviato Non Più Passive.

Theresa Spence, il capo Attawapiskat che ha stimolato altre azioni di massa in tutto il continente e nel mondo con il suo potente sciopero delle fame.

Il movimento iniziato con quattro donne che si scambiavano e-mail e che hanno deciso di essere “Non Più Passive” è decollato in Canada e negli Usa con molte migliaia a tenere manifestazioni e marce, bloccando strade, ponti e autostrade e danzando in centri commerciali, aree di negozi e incroci. Queste azioni hanno forzato una conversazione sulla protezione della terra. Inizialmente in reazione a una potenziale legislazione canadese, leggi che avrebbero cancellato le protezioni della terra e dell’acqua e in particolare di terre indigene; il movimento è ora cresciuto e si è evoluto in una rete internazionale di popoli indigeni e loro sostenitori con una vasta base. Il movimento e quasi dovunque diretto da donne, dalla gestione di molte centinaia di siti internet alle portavoci, coordinatrici e agevolatrici del movimento in molte località.

Ciò che Widia Larivière, una ventinovenne Anishinabe del Quebec leader di Non Più Passive, ha scritto sul suo sito è coerente, credo, con quanto sentono tante migliaia.

“Per me essere una giovane attivista significa parlare apertamente e agire per la mia gente nonostante gli ostacoli che incontriamo come giovani, donne, indigene, eccetera e creare spazio per emancipare altri giovani a fare lo stesso”.

Dappertutto donne sono alla guida ma, come spiega Widia, non solo alla guida per sé stesse, per il presente, ma insegnando ad altre a guidare, e per il futuro.

Fukushima, Giappone

Ciò che si mangia sta diventando sempre più una questione di vita o di morte in molte parti del mondo. Luoghi come l’Argentina dove i raccolti sono irrorati di pesticidi a base di napalm, da lungo vietati anche negli Stati Uniti oppure come il Giappone, dove dopo la fusione dell’impianto nucleare nel 2011 il terreno non solo è contaminato, ma intenzionalmente sparpagliato in tutto il paese, rendendo contaminate anche località dove e se non c’era alcun terreno tossico.

Aki, Sersuko, Tatsuko, Yukiko, Kazue e Setsuko sono sei delle migliaia di donne coraggiose schierate contro il governo giapponese, le loro comunità e persino i loro mariti e famiglie. Sono della prefettura di Fukushima, dove ha avuto luogo la fusione nucleare, ma rappresentano tante donne che si oppongono alla contaminazione dei loro corpi e, per estensione, delle loro menti. Il governo ha condotto una massiccia campagna di propaganda sostenendo sin dall’inizio della crisi che è sicuro uscire, giocare per terra e nella sabbia e mangiare il cibo. Si è spinto sino a sostenere che non fare queste cose è antipatriottico, non giapponese e perciò punibile. Chi si oppone ha perso il lavoro ed è stato emarginato dai propri vicini e dalle proprie famiglie. C’è un clima tale di controllo sociale che dissentire, dire “No, io verificherò il mio cibo prima di darlo a mia figlia” oppure “Verificherà la sabbia prima che mio figlio ci giochi” è un atto di resistenza, e un atto di forza. Sono le donne che stanno manifestando questa forza.

Le donne sono, e sono state, in prima linea in questa resistenza in Giappone. Immediatamente dopo la fusione le donne si sono organizzate per acquistare contatori Geiger, allora illegali, per misurare i livelli di contaminazione nei loro quartieri. Hanno condiviso tra loro queste informazioni, facendo sapere ad altre donne quali alimenti erano sicuri da mangiare o quali terreni erano sicuri per i giochi dei bambini. Si oppongono, rifiutandola, alla propaganda dello stato sostenendo che obbedire potrebbe significare morte e certamente malattia. Opporsi allo stato in Giappone non è cosa semplice e molte donne raccontano che i loro mariti hanno divorziato da loro e che non sono più invitate alle occasioni familiari. È un prezzo pesante da pagare per cercare di sopravvivere e di tenere al sicuro la propria famiglia.

Molte delle donne, come Setsuko, oggi stanno organizzando non solo la sopravvivenza delle loro famiglie e comunità ma anche il cambiamento generale. Come dice nel film Donne di Fukushima “Dobbiamo far cadere questo governo”.

India, bande Gulabi

Le storie dell’orrore di matrimoni infantili e di stupri di giovani donne e ragazze in India sono devastanti, e in aumento. La reazione dei media, dei tribunali e dell’opinione generalizzata della maggior parte degli uomini del paese, che sono da incolpare le donne e le ragazze, aggravano ancor più tutto.

Nell’ultimo decennio si è andata levando una nuova forza – una forza rosa – non basata sul sistema legale, poiché è totalmente corrotto, bensì organizzata esclusivamente da donne di paesi e villaggi in tutta la regione settentrionale del paese. Questa nuova forza chiama gli uomini a rispondere delle violenze e così facendo cerca di prevenirle per il futuro.

Quella iniziata con poche donne è oggi una rete informale dovunque da decine di migliaia a 400.000 donne, vestite di sari rosa e che brandiscono bastoni di bambù. Sono chiamate Banda Gulabi (Banda Rosa) e mentre progrediscono la loro visione consiste nel “proteggere gli impotenti dalla violenza e combattere la corruzione”.

La loro attenzione è ai diritti delle donne e alla lotta alle violenze contro le ragazze e le donne. Sono prevalentemente note per picchiare gli uomini fino allo svenimento quando violano donne o ragazze, ma combattono anche contro i matrimoni infantili, aiutano a organizzare matrimoni basati sull’amore e operano in vari modi per assicurare che i poveri siano protetti.

“Sì, combattiamo gli stupratori con i lathis [bastoni]. Se scopriamo il colpevole lo facciamo nero e blu così non tenterà più di fare del male a una ragazza o a una donna”, ha spiegato la fondatrice dei gruppi, Sampat Devi Pal.

Ma la difesa non è la loro sola attività. Come scrivono sul loro sito web, “assistono e addestrano [anche] le donne ad accrescere le loro competenze per diventare economicamente sicure e sviluppare fiducia per proteggersi dagli abusi mediante scelte di sostentamento sostenibili”.

Resistenza quotidiana come una barricata in fiamme

Ci sono innumerevoli lotte, come quelle che ho citato in Argentina, Canada, Giappone e India, in cui le donne lottano per sopravvivere, proteggere chi è loro attorno, e si sforzano di costruire un mondo migliore, insegnando contemporaneamente ad altre come fare lo stesso. Veniamo da una lunga tradizione di donne di tutto il mondo che si sono costantemente organizzate per un mondo migliore, difendendo il prossimo e tutto ciò che deteniamo in comune.

E poi ci sono le lotte per la sopravvivenza che spesso ricevono meno attenzione poiché possono apparire meno eccitanti – possono non esserci barricate o azioni nelle strade – ma queste storie di sopravvivenza non sono meno potenti e sono anche parte di ciò che sta trasformando il nostro mondo – creando mondi nuovi – e proponendo alle giovani donne e alle ragazze un esempio che ci sono modi diversi di vivere, di essere e di relazionarsi.

Nel celebrare la Giornata Internazionale della Donna celebriamo tutto ciò che abbiamo realizzato, la forza che abbiamo e creiamo, e ricordiamo che questa forza si manifesta in ogni sorta di modi, dalle barricate in fiamme alle reti di case sicure per le donne violentate, dagli slogan dei nostri raduni pubblici emancipati alla nostra sopravvivenza giorno dopo giorno.

 

Fonte: teleSUR, tradotto da Giuseppe Volpe per znetitaly.org (creative commons CC BY-NC-SA 3.0)

* Scrittrice e insegnante. Il suo ultimo libro, scritto con Dario Azzellini, è They Can’t Represent Us! Reinventing Democracy from Greece to Occupy.

Fermarci è davvero impossibile

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 14:14 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune-info
24 02 2015

Il commento di notav.info dopo la grande manifestazione di Torino.

Quando l’assemblea popolare di Torino scelse Torino come sede della manifestazione ci dicemmo che sarebbe stata una scommessa. Lasciare la Valle, con le certezze sulla partecipazione, era un rischio eppure il movimento ha dimostrato di avere ancora una volta coraggio quando è chiamato a fare delle scelte.

Abbiamo scelto Torino perché volevamo un corteo che lasciasse il segno, in risposta alle condanne del maxiprocesso, per chiedere la liberazione dei notav ancora in carcere e di dimostrazione di come saremmo ancora una volta ripartiti, perché è tornato il momento di non solo difenderci da arresti e condanne, ma di far capire a tutti perchè tanto accanimento nei nostri confronti.

E questo è stato, una manifestazione grande, veramente grande, che sotto una pioggia battente ha mostrato le facce di chi lotta, le fasce dei sindaci, le bandiere di tanti, il trenino con i bambini e gli anziani, i cartelli con i costi del tav, gli striscioni di solidarietà, la geografia resistente delle lotte per il territorio.

Mancavano i notav da Milano, bloccati prima alla stazione centrale, poi a Biella e infine a Porta Susa e poi dirottati a Porta nuova e fatti scendere a corteo finito. Un’assurdità targata Trenitalia e forze dell’ordine.

Anonymous nel frattempo manifestava a modo proprio mandando in tango down il sito del Cipe, del tribunale di Torino e del sen Esposito.

I sindaci della Valle hanno deliberato in piazza Castello davanti alla Regione, il no al tav e nei prossimi giorni invieranno la delibera a tutti i comuni italiani. Il movimento ha lanciato la campagna con #1metrodiTav e rilanciato verso il futuro. Non bastano le condanne, l’ennesima approvazione fuffa del Cipe, lo scavo al contrario da Chiomonte a Susa per far abbassare quelle bandiere.

La scommessa che avevamo fatto l’abbiamo vinta, ora lo diciamo con ancora più convinzione: fermarci è veramente impossibile!

facebook