Infoaut
29 12 2014

Cade anche l'ultimo appiglio di Caselli, Padalino e Rinaudo ai loro teoremi-spauracchio sulla lotta al Tav e il terrorismo: anche per Francesco, Lucio e Graziano, in carcere dallo scorso 11 luglio per il sabotaggio del cantiere avvenuto a maggio del 2013, il Tribunale del Riesame di Torino ha annullato l'accusa di terrorismo.

Inizialmente i tre erano stati arrestati con l'accusa di “danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra” ma a inizio dicembre la Procura torinese aveva insistentemente riproposto l'impianto accusatorio del terrorismo applicato a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, già bocciato in estate dalla Cassazione e destinato a cadere definitivamente pochi giorni dopo in sede di Corte d'Assise.

L'inasprimento dell'accusa a carico di Francesco, Lucio e Graziano avvenuto poche settimane fa aveva comportato anche un ulteriore peggioramento delle loro condizione di detenzione ma gli avvocati avevano annunciato immediato ricorso contro gli accanimenti della Procura e così è stato.

I giudici del Riesame, chiamati ad esprimersi, hanno accolto oggi le richieste della difesa, facendo cadere l'accusa di terrorismo sulla scia di quanto già accaduto per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, imputati per lo stesso episodio. Restano però al momento in piedi gli altri reati per i quali Francesco, Lucio e Graziano furono arrestati durante l'estate.

Libertà per i No Tav, liber* tutt*!

Roma, distacchi dell'acqua: i Gap in aiuto dei morosi

  • Martedì, 16 Dicembre 2014 14:25 ,
  • Pubblicato in LETTERA 43

Lettera43
16 12 2014

Più che Robin Hood, Super Mario. Perché qui non si tratta di rubare ai ricchi per dare ai poveri, ma di aiutare le famiglie romane colpite da un distacco idrico di Acea Ato2, una delle aziende del gruppo che gestisce il servizio idrico capitolino.
Per i Gruppi di Allaccio Popolare, Gap, così si chiamano questi attivisti che intervengono armati di chiavi e tubi e dunque non potevano avere icona migliore del paffuto idraulico dei videogames della Nintendo, l’azienda nega «il diritto all’acqua dei cittadini». Che meritano l’intervento dei “supereroi”.

CIRCA 1.000 DISTACCHI AL GIORNO. Dietro la maschera dell’idraulico più famoso dei videogiochi ci sono i comitati per l’acqua pubblica sorti in occasione del referendum del 2011, sigle e spazi sociali e gli attivisti della rete “diritto alla città”.

Che hanno deciso di ricorrere alle maniere forti con azioni dimostrative contro quella che è vista come una “prepotenza” della società che gestisce l’acqua romana.

Secondo i dati raccolti ufficiosamente ogni giorno «l’Acea opera circa 1.000 distacchi ad altrettante famiglie “morose”, non in regola con il pagamento delle bollette. Super Mario è una goccia, ma il messaggio è chiaro», racconta a Lettera43.it una delle voci della campagna che, ci tiene a precisare, è sopratutto politica.

CONTRO LA «VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI». A essere colpiti dai provvedimenti sono soprattutto disoccupati e precari, famiglie povere, in difficoltà economiche, cui l’azienda non lascia altra scelta: mettersi in regola, oppure si rimane a secco.
«Una violenza che le istituzioni non intendono arginare, dato che è appena stato cancellato dal collegato ambientale alla Legge di stabilità 2014, approvato alla Camera lo scorso 13 novembre, un articolo che imponeva ai gestori di lasciare agli utenti morosi almeno il flusso minimo vitale», quel tanto che basta che sopravvivere, insomma, denunciano gli attivisti.

Che contrastano il recupero crediti dell’Acea - e l’assenza delle istituzioni, soprattutto del Comune di Roma - a suon di interventi per riallacciare gli utenti.

Gli attivisti: «Acea? Le priorità sono gli azionisti e la Borsa»

All’inizio di dicembre sono intervenuti sotto il temporale per aiutare decine di famiglie nel quartiere popolare di Torpignattara, periferia della capitale. «Non solo Acea calpesta il diritto all'acqua pur di costringere i morosi a pagare, ma non è in grado di garantire questo diritto nemmeno a chi moroso non lo è più», raccontano dall’organizzazione. «Il condominio in questione infatti, pur avendo saldato il suo debito, attendeva il riallaccio da una settimana, nonostante Acea dovrebbe effettuarlo il giorno successivo al pagamento».
Un'ulteriore prova «del fatto che le priorità dell'azienda sono altre: gli interessi degli azionisti e l'andamento del titolo in Borsa. Gli utenti senz'acqua possono aspettare. Super Mario però non la pensa così, e non si fermerà fino a quando non sarà garantito il deflusso minimo vitale anche in caso di morosità».

INTERVENTI ANCHE IN PERIFERIA. Gli interventi nelle ultime settimane si sono moltiplicati. Oltre 60 le segnalazioni, una decina i riallacci. Il supereroe ha oltrepassato i confini di Roma: sabato 6 dicembre ha fatto il suo esordio a Fiumicino, intervenendo in soccorso di una famiglia che, dinanzi all’impossibilità di pagare bollette per centinaia di euro e di ottenere una rateizzazione, era rimasta a secco.

La signora intestataria dell’utenza, con una figlia di quattro anni, ha versato all’Acea l’intera somma: di risposta, l’azienda ha comunicato che il riallaccio non poteva avvenire prima di 10 giorni. A quel punto è intervenuto Super Mario. Che prima di scendere in campo verifica accuratamente il caso: i pagamenti, se il gestore ha rispettato i termini per l’invio delle comunicazioni all’utente, se tutto in regola, se è possibile riallacciare l’acqua.

SQUADRE DI QUATTRO-CINQUE PERSONE. Per ogni intervento c’è una squadra di quattro o cinque persone. «Via telefono o via mail ci limitiamo a cercare di capire la situazione, diamo informazioni sulle possibilità di fare un reclamo o una diffida», spiega l’attivista, «questo perché si tratta di una situazione al limite della legalità e l’utente deve essere bene informato su cosa facciamo, perché, e quali sono i rischi. Se l’Acea infatti viola un diritto umano, l’utente che rompe i sigilli rischia una denuncia per furto d’acqua e allaccio abusivo, un reato penale punibile fino a sei anni di carcere».
L’obiettivo della lotta contro i gestori dell’acqua, che da settembre scorso hanno cominciato a staccare le utenze in modo “drastico”, non è «l’acqua gratis per tutti, assolutamente, ma che non venga gestita come una merce qualunque. Agli utenti morosi in difficoltà va garantita la possibilità di una rateizzazione consona, e in ogni caso il flusso minimo vitale. Basta rubinetti a secco».
La campagna non si ferma: dopo la partecipazione al corteo di sabato 13 dicembre per il “diritto alla città”, i gruppi di allaccio popolare stanno pensando all’apertura di sportelli informativi a cui le famiglie in difficoltà con Acea potranno rivolgersi per chiedere aiuto.

Dove tutto è di tutti

  • Martedì, 16 Dicembre 2014 10:48 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
16 12 2014

Maurizio Franco, ROMA, 14.12.2014

Roma. Il sogno di Communia prende forma e sostanza nelle ex officine Piaggio di San Lorenzo, a Roma. Un luogo strappato alla speculazione edilizia, «che si presta all’immaginazione», e alla condivisione delle arti e dei saperi, rifugio per studenti universitari e non solo.

«Il tempo stringe. Il governo Renzi ha dichia­rato guerra a quella parte della società che da anni è costretta a pagare i costi della crisi», dice Fabio, gesti­co­lando nevro­tico sulla sedia. «Con un bom­bar­da­mento mas­sivo senza pre­ce­denti sul mondo della for­ma­zione e del lavoro», con­ti­nua lo stu­dente della Sapienza, sop­pe­sando lo sguardo sulle decine di volti appol­la­iati in sala. Il mani­fe­sto all’entrata ritrae un per­so­nag­gio sin­go­lare, giacca e cra­vatta e sor­riso sden­tato, con un car­tello tra le mani: «Merito. Im lovi­nit! La cat­tiva scuola di Renzi. Discus­sione pub­blica sulla riforma». Com­mu­nia, via dello Scalo San Lorenzo 33.

Le sette di sera si attar­dano nell’androne prin­ci­pale che pul­lula di stu­denti, inse­gnanti pre­cari e ricer­ca­tori. «Dob­biamo rove­sciare le nar­ra­zioni tos­si­che del governo, ribal­tarne il senso, pro­po­nendo un’alternativa reale che parta dai nostri biso­gni, dalle nostre neces­sità, met­tendo in discus­sione la logica dei diritti a ribasso, l’ineluttabilità della pre­ca­rietà, l’uso pri­va­ti­stico di scuola e uni­ver­sità», incalza Danilo, pre­ca­rio e docente. E poi Fede­rica, stu­den­tessa di Let­tere: «Abbiamo oggi la neces­sità di ripen­sare gli stru­menti e le pra­ti­che del nostro agire poli­tico quo­ti­diano, di ragio­nare sulla rico­sti­tu­zione di un ter­reno in cui sia pos­si­bile l’attivazione di per­corsi di autor­ga­niz­za­zione nei nostri ate­nei e nelle nostre scuole, den­tro e fuori i luo­ghi del lavoro».

Lo stan­zone riluce del chia­rore di un pome­rig­gio che len­ta­mente spira. Pro­ba­bil­mente una vec­chia rimessa, con il pavi­mento a mat­ton­cini rossi scre­ziati e il tufo delle pareti. All’esterno tTre capan­noni acca­ta­stati. Un can­cello rosso all’entrata, l’insegna raf­faz­zo­nata recita «Com­mu­nia». Il volto di Tho­mas Mun­tzer su una sara­ci­ne­sca: bom­bo­letta spray su ferro arrug­gi­nito, con un tocco di ele­ganza queer, lab­bra livide e arros­sate.
«Abbiamo lavo­rato giorno e notte, senza tre­gua per resti­tuire al quar­tiere uno sta­bile abban­do­nato da troppo tempo». La ver­nice fre­sca, righe viola su colate bian­che. Tom traf­fica con alcune travi di legno. «Que­sto a breve sarà il bar», spiega indi­cando lo stan­zone a sini­stra, quello subito dopo il viot­tolo. «Ten­tiamo di riqua­li­fi­care uno spa­zio, strap­pan­dolo alla spe­cu­la­zione edi­li­zia», bor­botta, infor­cando gli occhiali sudici di polvere.

«Vogliamo creare uno spa­zio di mutuo soc­corso, un luogo in cui con­di­vi­dere espe­rienze, creare legami di soli­da­rietà. Il nostro intento — con­ti­nua — è inte­la­iare una rete tra con­flitti che, oltre a costruire sac­che di resi­stenza, pro­pone una rot­tura con il sistema attuale. La parola d’ordine: spe­ri­men­tare». Guarda poi i divani all’angolo. «Gen­tile con­ces­sione della signora del palazzo accanto». Pan­che e sedie, arma­dietti rime­diati, tavoli e men­sole, «come se il quar­tiere ci avesse dato il benvenuto».

Lo spa­zio di mutuo soc­corso Com­mu­nia nasce a Roma il 7 aprile 2013. «All’inizio abbiamo por­tato le nostre idee a via dei Peli­gni, denun­ciando il peri­colo dell’amianto che rico­pre ancora il tetto del capan­none alla fine della via — rac­conta Gio­vanna, pre­ca­ria della scuola -, abbiamo svi­lup­pato poi il pro­getto occu­pando per quat­tro mesi le ex fon­de­rie Bastia­nelli in via dei Sabelli, patri­mo­nio sto­rico e archi­tet­to­nico della città. Il 16 ago­sto però — pro­se­gue Gio­vanna abboz­zando un ghi­gno, men­tre Tom cin­ci­schia con dei chiodi — in una Roma deserta, la poli­zia ci sgom­bera. La Sabelli Tra­ding prende pos­sesso dei locali e dopo nove mesi demo­li­sce tutto». Il 7 set­tem­bre 2013 «cen­ti­naia di per­sone, una fiu­mana di gente in cor­teo, giunge all’interno delle ex offi­cine Piag­gio» in via Scalo di San Lorenzo 33».

Tom­maso spiega che «lo spa­zio si pre­sta all’immaginazione: vive attra­verso lo sport e la scuola popo­lare, con corsi d’inglese, tede­sco e di lin­gua ita­liana per stra­nieri, gli spor­telli legali e psi­co­lo­gici, i gruppi di acqui­sto soli­dale a sfrut­ta­mento zero. Abbiamo ospi­tato un festi­val di let­te­ra­tura — aggiunge -, ini­zia­tive cul­tu­rali e spet­ta­coli teatrali».

Teli rossi pio­vono dal sof­fitto di una stanza — «l’aula stu­dio auto­ge­stita», spiega Tom­maso — su ban­chi, ban­coni e seg­giole di legno; libri che pen­zo­lano dagli scaf­fali, eti­chet­tati, sche­dati, illu­mi­nati da luci per­la­cee che bal­lon­zo­lano per le ner­va­ture del tetto; men­sole e cas­setti, foto­co­pie spil­late, le dispense di Filo­lo­gia romanza, di Sto­ria medie­vale e di Diritto pub­blico, un voca­bo­la­rio su una men­sola, penne e pen­na­relli. Uno stri­scione, tes­suto nero e chiazze verdi: «Scuola e Uni­ver­sità fuori Mer­cato, la vostra meri­to­cra­zia è auste­rità e pre­ca­riato». Chi rimu­gina sulla tastiera del com­pu­ter, chi legge e chi sma­netta un foglio di carta con equa­zioni e for­mule, la matita spun­tata, cal­coli che non tornano.

«Tro­vare una biblio­teca aperta tutto il giorno è un’impresa impos­si­bile, spe­cial­mente alla Sapienza: orari ridi­coli, pochi posti, uno sopra all’altro, cen­tel­li­nando i secondi, con­tando i cen­ti­me­tri, reclusi in gab­bia», si lamenta una stu­den­tessa che ha sco­perto l’aula pas­seg­giando per i cor­ri­doi della facoltà di Fisica, leg­gendo un mani­fe­sto che ripor­tava «Share­wood è un pro­getto in con­ti­nua costru­zione, file-sharing, biblio­teca, copi­ste­ria popo­lare, aperta tutto il giorno, tutti i giorni, tutte le settimane».

«Que­sto è uno spa­zio dove incon­trarsi, con­fron­tarsi — pro­se­gue — in un’epoca in cui essere stu­den­tessa e stu­dente signi­fica vivere una vita pre­ca­ria, fram­men­tata, divisa tra mille lavori per pagare le tasse, l’affitto e mille altre spese». «Vogliamo ria­prire le nostre aule, le nostre biblio­te­che, gli spazi abban­do­nati, equi­li­brare i nostri tempi di stu­dio, discu­tere e imma­gi­nare insieme un’altra uni­ver­sità» sus­surra, per non distur­bare, Giu­lia, stu­den­tessa di Filo­so­fia. Un altro, grat­tan­dosi la testa, aggiunge: «Qui pos­siamo stu­diare, impar­tire ripe­ti­zioni, acqui­stare, ven­dere e scam­biare libri, con­di­vi­dere dispense e docu­menti, senza ren­dere conto a nes­suno, senza pagare pegno alle grandi case edi­trici o alle penne stri­min­zite dei baroni universitari».

La caf­fet­tiera stride sul for­nel­letto a gas. Sul tavolo un gior­nale spie­gaz­zato sul quale si legge: «La legge di Sta­bi­lità appena varata dal governo Renzi pro­muove una serie di misure sul fronte dell’istruzione. I tagli a scuola e uni­ver­sità, con­si­de­rando tutte le voci, arri­vano a quota 615 milioni di euro a fronte di oltre un miliardo di stan­zia­menti sul 2015». E una decina di righe più in là: «Sul Fondo di finan­zia­mento ordi­na­rio delle uni­ver­sità ita­liane ven­gono messi 150 milioni e si sta­bi­liz­zano anche per il pros­simo anno risorse finora oscil­lanti. Gli stu­denti orga­niz­zati spie­gano, però, che con i tagli alle Regioni sal­tano 150 milioni che le Regioni avreb­bero desti­nato alle borse di stu­dio uni­ver­si­ta­rie per gli aventi diritto».

L’ultima stanza a destra: un pic­colo sipa­rio addob­bato e una pedana in legno. Al cen­tro della pla­tea, file di sedie, una die­tro l’altra, una scala su cui è seduta una ragazza che legge ad alta voce un copione: pan­ta­loni neri, giacca e col­letto della cami­cia sbot­to­nati. Strim­pel­lata elet­trica di getto, fra­stuono assor­dante: micro­foni, casse e mixer fun­zio­nano. Le prove per uno spet­ta­colo tea­trale. Tutte donne nella stanza. Una di loro mostra un volan­tino: «Siamo stu­den­tesse, pre­ca­rie, donne, lesbi­che, lavo­ra­trici, disoc­cu­pate. Siamo un col­let­tivo. Degen­der Com­mu­nia è il nome che abbiamo scelto per­ché pen­siamo che il genere sia una costru­zione sociale e non un dato deter­mi­nato dal sesso bio­lo­gico. Ci riu­niamo sepa­ra­ta­mente — pro­se­gue — per­ché cre­diamo che sia fon­da­men­tale per la nostra auto­de­ter­mi­na­zione, ma non rinun­ciamo alla sfida dei luo­ghi misti, che attra­ver­siamo, con­ta­mi­niamo, stra­vol­giamo». Fatima, ultimo anno della trien­nale in Antro­po­lo­gia: «Adesso stiamo ria­dat­tando alcuni testi tea­trali rivol­tan­doli com­ple­ta­mente: inter­pre­tiamo la realtà sociale con chiavi di let­tura che met­tono al cen­tro la que­stione di genere, le sue riven­di­ca­zioni, le com­plesse rela­zioni che esi­stono al suo interno». Bat­tute, scambi repen­tini, inter­mezzi musi­cali che accom­pa­gnano le fisio­no­mie acci­gliate, i com­pleti neri, com­ple­ta­mente ano­nimi, mesco­lano sulla scena arte e poli­tica. «Io non ho la pos­si­bi­lità di pre­fi­gu­rare un futuro in que­sto mondo. Con­qui­sto i miei diritti e affermo me stessa lot­tando. Dal momento che il mio corpo non è nient’altro che pura fisi­cità, prono al tiranno della pro­du­zione e del con­sumo alie­nante, dato che il mer­cato gesti­sce i miei tempi, che lo spread scan­di­sce le mie gior­nate con alti e bassi, non ho nulla da per­dere nell’oppormi radi­cal­mente a tutto que­sto». Le prove con­ti­nuano fino a tarda notte.

La sera è piombo fuso sulle strade del quar­tiere. Alla spic­cio­lata qual­cuno esce, salu­tando calo­ro­sa­mente, altri riman­gono, ras­set­tando l’androne con scopa e paletta. Le luci si spengono.

Clau­dia, capelli ros­sicci, zaino a tra­colla e un libro tra le brac­cia, stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria, fissa la sara­ci­ne­sca con il fac­cione imbel­let­tato di Tho­mas Mun­tzer. La domanda è lecita. Per­ché pro­prio lui? «Tho­mas Mun­tzer fu un ere­tico — risponde senza vol­tarsi -, un pastore pro­te­stante, un teo­logo inviso ai potenti. Soprat­tutto però fu un rivo­lu­zio­na­rio. A capo dei ribelli nella guerra dei con­ta­dini, aveva com­preso la neces­sità dell’insurrezione con­tro la nobiltà. In migliaia mori­rono in bat­ta­glia, con­ta­dini tru­ci­dati dai lan­zi­che­nec­chi, città sac­cheg­giate dalla furia dei prin­cipi. Così venne rista­bi­lito l’ordine nella Ger­ma­nia del 1500. Alla fine Tho­mas Mun­tzer venne deca­pi­tato. Per secoli però nes­suno dimen­ticò il suo grido di bat­ta­glia: omnia sunt com­mu­nia. Tutto è di tutti».

LO SPAZIO

Ser­vizi di mutuo soc­corso nella fore­sta di Sharewood

Com­mu­nia nasce il 7 aprile 2013 in via dei Peli­gni, alle porte del quar­tiere capi­to­lino di San Lorenzo. Dopo il recu­pero e la riqua­li­fi­ca­zione del vec­chio depo­sito, ven­gono occu­pate le ex fon­de­rie Bastia­nelli in via dei Sabelli. Lo sgom­bero arriva il 16 ago­sto. Il 7 set­tem­bre le ex offi­cine Piag­gio in via Scalo di San Lorenzo 33 diven­tano la nuova casa. L’obiettivo è creare uno spa­zio in cui poter rea­liz­zare pro­getti di mutuo soc­corso tra stu­denti, pre­cari di ogni genere, lavo­ra­tori, abi­tanti del quar­tiere, uomini e donne, rico­struire una rete di rap­porti di soli­da­rietà e con­fronto. Com­mu­nia è ani­mata dall’aula stu­dio Share­wood, da uno spor­tello legale e psi­co­lo­gico, con mol­te­plici atti­vità, dai gruppi di acqui­sto popo­lare a sfrut­ta­mento zero ai corsi di tea­tro, di lin­gua, di ita­liano per stra­nieri, dalla scuola allo sport popolare.

#Processo No Tav - Torino - 17 dicembre #TUTTI LIBERI!!!

  • Martedì, 16 Dicembre 2014 09:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Radio Out
16 12 2014

Liberamente tratto da www.notavbs.org e www.notavliberi.org

E’ prevista mercoledì 17 dicembre la sentenza per il compressore che vede imputati 4 militanti NO TAV (Chiara Zenobi, Mattia Zanotti, Claudio Alberto, Niccolò Blasi), accusati di avere distrutto un compressore che rischiano 9 anni e 6 mesi di galera, per una accusa di terrorismo. Oltre al presidio davanti l’aula bunker di Torino in concomitanza con il processo a partire dalle 9 sono previste iniziative di solidarietà in tutta Italia.

La sentenza rappresenterà uno spartiacque nel percorso di resistenza e lotta che ormai da più di vent’anni il movimento NO TAV porta avanti.

Per i quattro attivisti No Tav sotto processo, la Procura di Torino ha chiesto una condanna per attentato con finalità di terrorismo, sostenendo, per la prima volta in base all’articolo 270sexies del codice penale, che l’azione è stata terroristica perchè aveva lo scopo di costringere lo stato a rinunciare alla realizzazione del TAV. Ma poiché il movimento No Tav da decenni cerca di impedire la realizzazione dell’opera, è evidente che con questa accusa si cerca di criminalizzare un’intera lotta. Il tentativo della Procura è di avere la possibilità di qualificare come terroristico un qualsiasi atto di Resistenza a quanto deciso dai poteri economici e politici, uno schema che un domani potrebbe essere applicato anche in altre occasioni: per uno sciopero, un blocco a una fabbrica o altro.
A maggio un ricorso dei difensori dei quattro attivisti in carcere è stato accolto dalla Cassazione che ha bocciato l’uso dell’articolo 270sexies, ma i PM dalle strane amicizie Padalino e Rinaudo non hanno ritirato l’accusa e anzi l’hanno riformulata anche per altri tre attivisti No Tav, in carcere dallo scorso luglio per lo stesso episodio.
Insomma sulla vicenda del sabotaggio di Chiomonte e sulla pelle dei militanti del movimento No Tav si gioca una partita che va ben oltre la lotta No Tav: ne va della libertà di tutti di manifestare e opporsi concretamente alla devastazione dei territori, al saccheggio delle risorse pubbliche, alle misure di precarizzazione contenute nei provvedimenti governativi, come il Jobs Act. Una libertà di cui tutti abbiamo bisogno visto le prospettive di lotta cui saremo chiamati anche nell’immediato futuro.
Perciò da Torino alla Valsusa, da Niscemi alla Sardegna, passando per L’Aquila, Vicenza, Potenza, Taranto, Genova etc. etc, tutta l’Italia è chiamata ad una giornata di mobilitazione per il prossimo 17 dicembre, per gridare ad alta voce che Claudia, Mattia, Niccolò e Claudio li vogliamo con noi, #TUTTI LIBERI!!!

APPUNTAMENTI

Mercoledì 7 dicembre

TORINO
AULA BUNKER ORE 09,00

BUSSOLENO (TO)
DOPO LE 19:00, RITROVO PRESSO LA PIAZZA DEL MERCATO DI BUSSOLENO

Piazza Cavalieri di Vittorio Veneto

Notav.info
09 12 2014

Siamo tutti Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò

14 maggio 2013. Un gruppo di No Tav compie un’azione di sabotaggio al cantiere di Chiomonte.
Quella notte venne danneggiato un compressore. Un’azione di lotta non violenta che il movimento No Tav assunse come propria. Un’azione come tante in questi lunghi anni di lotta contro
l’occupazione militare, contro l’imposizione violenta di un’opera inutile e dannosa.

Il cantiere/fortezza è ferita inferta alla montagna, un enorme cancro che ha inghiottito alberi e prati, che si mangia ogni giorno la nostra salute. In questo paesaggio di guerra ci sono gli stessi soldati che occupano l’Afganistan. Un compressore bruciato è poco più di un sogno, il sogno di Davide che abbatte Golia, il sogno che la nostra lotta vuole realizzare.
Il 9 dicembre del 2013 vengono arrestati Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. Quattro di noi.

Nonostante non sia stato ferito nessuno, sono imputati di attentato con finalità di terrorismo sono accusati di aver tentato di colpire gli operai del cantiere e i militari di guardia.

Ai nostri quattro compagni di lotta viene applicato il carcere duro, in condizioni di isolamento totale o parziale, sono trasferiti in carceri lontane. Volevano rendere difficili le visite, volevano isolarli ma non ci sono riusciti. Noi andiamo e torniamo insieme: non lasciamo indietro nessuno.

Nonostante la Cassazione abbia smontato l’impianto accusatorio della Procura di Torino, negando che i fatti del 14 maggio possano giustificare l’utilizzo dell’articolo 270 sexies, che definisce la “finalità di terrorismo”, il processo va avanti. In novembre dovrebbe essere pronunciata la sentenza.
Decine di migliaia di No Tav, sin dai primi giorni dopo gli arresti, hanno detto: “quella notte in Clarea c’ero anch’io”. Il 22 febbraio e il 10 maggio si sono svolte le manifestazioni più importanti, ma non è mancato giorno in cui non vi sia stata un’iniziativa di solidarietà attiva.

Il 24 settembre in aula bunker Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, per la prima volta dall’inizio del processo, hanno preso la parola, dicendo che quella notte, la notte del 14 maggio 2013, c’erano anche loro.

Le loro parole, pronunciate con fierezza di fronte a chi li ha rinchiusi in una gabbia da quasi un anno, sono le nostre parole, i nostri sentimenti, la nostra stessa strada.

Movimento No Tav

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