«Non temere il proprio tempo è un problema di spazio»

  • Venerdì, 28 Novembre 2014 09:08 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
26 11 2014

Un decennio di autogestione, riappropriazione e conflitto. Il collettivo Esc compie dieci anni e invita gli spazi sociali a discutere del ruolo dei Centri Sociali al tempo della crisi. Il programma completo di "TEN • 28/29 NOV • 10 ANNI DI ESC"

Esc compie dieci anni. Così ci presentavamo al momento dell’occupazione:

Esc, eccedi sottrai crea, è un spazio occupato da studenti, dottorandi, ricercatori, precari. Un’occupazione, quindi un pezzo di felicità strappato alla speculazione. Un’occupazione, quindi uno spazio autogestito, forma di vita e sfera pubblica autonoma, recalcitrante nei confronti della democrazia delegata e della rappresentanza politica. L’unica forma democratica amata e praticata da Esc è la democrazia del «Tumulto». Il conflitto, intelligente, refrattario al ghetto e alle logiche tribali, è il linguaggio in uso. Esc è un’interfaccia tra Università e Metropoli. Per un verso la Metropoli e suoi flussi produttivi diffusi hanno sostituito la vecchia fabbrica fordista, mettendo al lavoro l’intera società, confondendo tempo di vita e tempo di produzione, rendendo inservibili le vecchie bussole del conflitto sociale. Per l’altro la conoscenza, l’innovazione, il linguaggio sono diventati principale risorsa produttiva. Tutto questo rende l’Università e il suo bacino un terreno non più separato dalla produzione di valore. Il confine tra Università e Metropoli sfuma, si fa sempre meno rigido. Dentro questo mutamento prende vita Esc.

Sin dalla sua nascita, Esc ha fatto della metropoli il luogo privilegiato della sperimentazione politica, un campo di battaglia e uno spazio da reinventare. Essere interfaccia tra l’Università e la Metropoli significava agire sulla sua linea di confine, spazializzando le pratiche di resistenza e di autoformazione che attraversavano le aule universitarie. Eccedi Sottrai Crea, non era e non è il rinvio a una pratica astratta, ma un concreto invito a trasformare la lotta politica in attività di reinvenzione radicale dello spazio urbano. A considerare la prassi politica come attività propriamente creativa.

Esc si è collocato all’interno di quella nobile linea di continuità – una continuità certamente discontinua – tracciata dalle tante generazioni di centri sociali che animano, in lungo e in largo, la città di Roma. Una città che deve orgogliosamente riconoscersi in questo dato, di essere la capitale europea delle occupazioni e dell’autogestione. E partendo da ciò, assumere che il violento attacco messo in campo in questi ultimi mesi contro gli spazi sociali è un attacco alle stesse condizioni di libertà della vita in comune.

I centri sociali devono avere oggi la capacità di difendere il patrimonio di lavoro politico, di produzione culturale alternativa, di attraversamento sociale dei territori, accumulato nel corso della loro esperienza e, nello stesso tempo, andare oltre sé stessi. Le reti e le coalizioni nate negli ultimi tempi dimostrano che questa sfida è realizzabile. I centri sociali possono trasformarsi, insieme, in Comuni urbane e in Camere del lavoro autonomo e precario: divenire luoghi di ricomposizione politica del lavoro precario e sfruttato, del non lavoro, dei non sindacalizzati e, insieme, basi di organizzazione del mutualismo e della solidarietà attiva nei quartieri impoveriti dalla crisi, dalla privatizzazione dei servizi e dalla finanziarizzazione delle risorse comuni.

Le lotte per i commons, la sperimentazione di pratiche dell'“inappropriabile” e dell’accesso comune ai servizi e ai beni, devono intrecciarsi con le lotte per la liberazione dallo sfruttamento del lavoro - è questa la vera portata del claim «diritto alla città».

Solo così possiamo riporre la questione delle periferie romane, esplosa con tanto clamore nel discorso pubblico e mediatico, su un piano verticale, individuando cioè il vero nemico.

Lotte contro lo spossessamento e lotte contro lo sfruttamento sono due facce della stessa medaglia: a noi spetta il compito di unificarle.

Per questa ragione invitiamo le esperienze di autogestione e occupazione della città di Roma e di molte altre città italiane a discutere di questi temi venerdì 28 novembre alle 18. E a festeggiare, con noi, i nostri dieci anni.

Esc - Eccedi, Sottrai, Crea

 

Occupy tre anni dopo

  • Martedì, 18 Novembre 2014 11:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
18 11 2014

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Nathan Schneider è un blogger ad attivista che ha seguito Occupy fin dall’inizio, da quando il 17 settembre 2011 Zuccotti Park, distretto finanziario di New York, è stata occupata per la prima volta. Raggiunto da Pagina99 racconta: “Prima che cominciasse tutto ho partecipato a numerose assemblee in cui si discuteva quello che da li a poco sarebbe diventato Occupy. A quelle riunioni c’erano vecchi attivisti del movimento no-global, ambientalisti, ma anche giovani universitari ritrovatisi tutti assieme sull’onda di quanto accaduto in Spagna con gli Indignados e in Medio Oriente. E ad ogni assemblea le domande erano le stesse: dobbiamo avere richieste ben precise? E nel caso perché? Perché dovremmo essere noi ad avere le risposte chi stava in cima non è riuscito a prevedere la crisi finanziaria? Occupare uno spazio pubblico in mezzo alla città come in Egitto è una strategia utile qui da noi? È giusto presentarci senza un leader o dovremmo averlo?”.

I dubbi raccontati da Schneider sono gli stessi che hanno caratterizzato Occupy per tutta la sua durata e ancora adesso, a tre anni di distanza, sembrano non aver trovato risposta. “Abbiamo optato per la piazza per un semplice motivo– racconta in un’intervista con Pagina99 Joel Handley, 25 anni, sorriso ancora pieno di speranza e capello molto più corto di quello di tre anni fa – la finanza era corrotta, la politica era corrotta, le organizzazioni no-profit e le amministrazioni locali erano corrotte. Allora cosa fare? Confrontarsi con queste entità per tentare di cambiare le cose dall’interno non era una via praticabile; bisognava pensare a qualcosa di diverso, di radicalmente diverso”. È per questo motivo che secondo Joel, la piazza, questo spazio vuoto in cui nulla era ancora definito e tutto in divenire rappresentava l’unica soluzione possibile. E il 25enne di Chicago non è stato l’unico a pensarla così.

Tra chi tre anni fa condivideva la stessa opinione c’è Tim, un’insegnate di storia di trent’anni che senza alcuna ritrosia si definisce un’attivista. Il capello biondo arruffato, gli occhi lucidi delle persone sempre curiose, in una conversazione con Pagina99 racconta come anche durante i primi giorni di Occupy Sydney la scelta della piazza è apparsa subito come la migliore opzione e come questo abbia “permesso a Occupy di trovare una soluzione ad uno dei grandi limiti delle manifestazioni tradizionali in cui ci si riunisce sempre con un motivo ben preciso, si protesta lungo un percorso prefissato, ma conclusa la marcia si torna a casa, si dimentica e torna tutto come prima, come se nulla fosse cambiato. Con Occupy no, almeno all’inizio mi è parso come se la solita routine della manifestazione fosse spezzata, l’atto della protesta si prolungasse nel tempo, la piazza diventasse una casa e si potesse come movimento avere un un’influenza di qualche tipo”.

Nonostante l’entusiasmo, le speranze di Tim sono durate poco: quello che per un attimo è parso rivoluzionario in meno di un mese si è trasformato “in una protesta come tutte le altre, con un’unica differenza appunto: il tempo impiegato a manifestare prima di tornare a casa perché appena sono giunte le prime difficoltà – polizia violenta, organizzazione da tenere in piedi, tempo da dedicare ogni giorno a costruire qualcosa che andasse al di là di una critica – la paura di perdere quanto posseduto ha preso il sopravvento e molti hanno deciso di tornate a casa. E per cosa: per una routine in cui si è per lo più sfruttati?”.

Mentre parla Tim gesticola sempre più velocemente e la voce si fa più amareggiata. Ed è forse per questi motivi che dopo Occupy Sydney Tim ha concluso che l’atto del manifestare è quasi del tutto inutile, espressione di una minoranza in antitesi ad una maggioranza fondamentalmente indifferente. “C’è una frase di Bush (George W.) – continua a spiegare – secondo me centrale per capire quello che sto cercando di dire. Quando gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iraq, a Londra tre milioni di persone sono scese in piazza per dire “no”. Bush si trovava in Inghilterra e lo sai cosa disse? Questa è la democrazia per cui stiamo andando a combattere in Iraq. Ecco: Occupy è stato un po’ come una giustificazione di un senso di colpa, uno strumento per dare legittimità, una parvenza democratica, a chi in realtà non vuole cambiamento”.

Parole dure, ma che tre anni dopo la fine di Occupy accomunano molti dei suoi ex partecipanti. Tra questi di nuovo Joel i cui pensieri sul post-Occupy fanno eco a quelli di Tim. “Quando Occupy Chicago è finito mi sono accorto di quanto il movimento fosse rimasto chiuso su se stesso. C’eravamo tutti dentro e pensavamo di essere al centro del mondo quando invece non era così: eravamo poco più di una notizia saltuaria sui giornali, un disturbo alla routine cittadina e mi chiedo come abbiamo fatto a non accorgercene prima”. Non a caso se a Joel fosse data la possibilità di tornare indietro, a quei pomeriggi passati davanti al Chicago Board of Trade, cercherebbe coinvolgere tutte quelle persone fuori dalla cerchia dei più immediati simpatizzanti di Occupy e soprattutto a spiegare come i punti fondamentali della protesta – ineguaglianza, corruzione, ambiente – siano di interesse comune e non di una sola minoranza. “Abbiamo fallito perché non siamo riusciti a coinvolgere l’americano di tutti i giorni, quello o quella che si alza al mattino, lavora e che è una delle vittime spesso inconsapevole della diseguaglianza e dei problemi che oggi attanagliano l’America”.

Altra critica frequente tra gli ex attivisti è quella di aver scelto una strategia senza leader. Secondo Schneider la decisione è la conseguenza di una generazione cresciuta con un rapporto ambiguo al potere, una generazione che per aggregarsi usa quasi esclusivamente i social media e che non aveva pensato a come l’aggregazione sarebbe stata gestita una volta avvenuta. “Per capire la relazione con il potere della nostra generazione basta guardare alla cultura delle start-up e di come al suo interno sia importante mantenere una parvenza di finta non-gerarchia, un’illusione ugualitaria a tutti i costi.” È forse proprio per questo che Occupy ha svolto i suoi ruoli più importanti dopo la fine ufficiosa del movimento.

Rose Seymour, 26 anni, iscritta alla facoltà di legge e al tempo uno dei membri più attivi di Occupy Portland racconta a Pagina99: “Nonostante il movimento si ritraesse come il 99 per cento ci siamo accorti di come questa categoria non fosse per nulla uniforme. È con Occupy che molti di noi si sono accorti – in maniera profonda – della discriminazione razziale e della violenza della polizia. Basta guardare cosa è successo nelle ultime settimane a Ferguson: molti di quelli che chiedono uno stop alla violenza della polizia e si sono attivati nell’ultimo mese sono ex Occupy che se non avessero avuto parte nel movimento tre anni mai si sarebbero accorti della profonda realtà del razzismo”. Non a caso i network creati nei mesi di Occupy sono rimasti solidi nel tempo e negli anni sono stati usati in diverse e più specifiche battaglie.

Un esempio eclatante è il lavoro svolto da molti ex Occupy dopo l’uragano Sandy abbattutosi su New York nel 2012 e a causa del quale migliaia di persone dell’area metropolitana della città sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. La rete lasciata dal post-Occupy è stata la prima a rispondere, a sapere chi contattare, ad organizzare la logistica degli aiuti tanto che uno studio della Homeland Security (il Dipartimento della Sicurezza Interna) ha tessuto le lodi di quella che i media hanno chiamato Occupy Sandy.

Occupy è finita si. Le piazze sono occupate sono vuote e ogni anno, il giorno dell’anniversario, il 17 settembre, sempre meno persone si presentano a ricordare. Qualcosa per è rimasto e non è trascurabile: nuovi network di attivisti pronti a mettersi in gioco, un po’ di delusione, ma anche una maggiore consapevolezza – tra gi ex attivisti, come per i politici e il resto del paese – su temi come la diseguaglianze e il debito e l’importanza di trovare una soluzione a questi problemi.

Il Fatto Quotidiano
29 10 2014

Appello di Papa Francesco ai movimenti popolari: “Proseguite con la vostra lotta”. Per tutti Bergoglio nell’incontro mondiale svoltosi in Vaticano e organizzato dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ha chiesto “terra, tetto e un lavoro” dicendo che quando affronta questi temi viene bollato come un “comunista”, ma “l’amore per i poveri è al centro del vangelo, è la dottrina sociale della Chiesa”, anche se il discorso, lungo e appassionato, lo fa apparire come un vero e proprio “Papa politico”. E poi ancora, punta il dito contro la finanza: “E’ un crimine che milioni di persone soffrano la fame, mentre la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come qualsiasi altra merce. Nessuna famiglia senza tetto. Nessun contadino senza la terra. Nessun lavoratore senza diritti. Nessuna persona senza la dignità del lavoro”. Ad ascoltare Francesco c’erano i membri di un centinaio di sigle provenienti dai cinque continenti che rappresentano reti nazionali e internazionali che operano nei Paesi ricchi e nel Terzo Mondo. Realtà che riuniscono lavoratori precari, esponenti dell’economia informale, migranti, indigeni, contadini senza terra e abitanti di zone periferiche.

Tra i movimenti italiani presenti all’udienza col Papa anche la Banca etica, il Centro sociale Leoncavallo di Milano e la rete “Genuino clandestino”, un network di centri sociali che coordina i No Tav e i movimenti No Expo. Ad ascoltare Francesco c’erano anche gli “indignados” spagnoli e moltissime organizzazioni impegnate nella difesa della sovranità alimentare dei popoli in tutto il mondo. “Il Papa – ha spiegato il cancelliere della Pontificia accademia delle scienze, monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, che ha coordinato l’incontro – non teme la politicizzazione, anzi questa è necessaria perché i politici si rendano conto dei problemi e dunque ci vuole una certa pressione”. Tra i partecipanti all’evento anche Evo Morales, appena riconfermato presidente della Bolivia, in veste di leader storico dei “cocaleros” del suo Paese, il movimento di contadini che hanno rivendicato la coltivazione della foglia di coca come coltura nazionale e non come base del narcotraffico. “L’incontro privato e informale tra il Papa e Morales – ha spiegato ai giornalisti il portavoce vaticano padre Federico Lombardi – è un’espressione di affetto e vicinanza al popolo e alla Chiesa boliviana e un sostegno per il miglioramento dei rapporti fra le autorità e la Chiesa nel Paese”.

Un intervento appassionato quello di Papa Francesco, ricco di speranza e di denuncia al tempo stesso con il valore, per ampiezza e profondità, di una vera e propria piccola enciclica sociale. Già nella sua Buenos Aires il cardinale Bergoglio era sempre stato vicino alle comunità popolari come i “cartoneros” e i “campesinos” nelle villas miseria. Francesco ha, quindi, ripreso il filo di un impegno in fondo mai interrotto neppure a Roma dove più volte ha denunciato la “cultura dello scarto”, evidenziando come i poveri oggi sono messi ai margini della società e la solidarietà è soffocata “dagli effetti distruttivi dell’impero del dio denaro”. Per il Papa, infatti, non si vince “lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che solamente convertono i poveri in esseri domestici e inoffensivi”. Chi riduce i poveri alla “passività”, secondo Francesco, oggi sarebbe chiamato da Gesù “ipocrita”.

Rivolgendosi ai “campesinos” Bergoglio ha espresso la sua preoccupazione per il loro sradicamento dalla terra a causa “di guerre e disastri naturali”. E ha aggiunto che è un crimine che milioni di persone soffrano la fame, mentre la “speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come qualsiasi altra merce”. Di qui, l’esortazione a continuare “la lotta per la dignità della famiglia rurale”. Quindi ha rivolto il pensiero a quanti sono costretti a vivere senza una casa e ha rilevato con amarezza che “nel mondo delle ingiustizie abbondano gli eufemismi per cui una persona che soffre la miseria si definisce semplicemente ‘senza fissa dimora'”. Sul tema dell’occupazione il Papa ha precisato che “non esiste una povertà materiale peggiore di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro”. Il risultato è quello “di un’opzione sociale, di un sistema economico che pone i benefici prima dell’uomo”. Bergoglio ha sottolineato che il tasso di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi supera perfino il 50 per cento. “Qui – ha affermato il Papa – ci sono ‘cartoneros’, venditori ambulanti, minatori, ‘campesinos’ a cui sono impediti i diritti del lavoro, a cui si nega la possibilità di sindacalizzarsi. Oggi desidero unire la mia voce alla vostra e accompagnarvi nella vostra lotta”. Ma Francesco ha ribadito anche che stiamo vivendo la “Terza guerra mondiale a pezzi”, denunciando che “ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra”. Un sistema economico, incentrato sul denaro sfrutta la natura “per sostenere il ritmo frenetico di consumo” e di qui derivano effetti distruttivi come il cambiamento climatico e la deforestazione. Tematiche che saranno focalizzate nell’enciclica sull’ecologia che Bergoglio sta preparando e nella quale ci saranno anche le preoccupazioni dei movimenti popolari.

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