Alla fiera dell'ipocrisia


Il pianeta degli obesi e quello dei denutriti, le food corporation e i piccoli produttori locali, i semi antichi e i robot che servono ai banchi del supermercato. Nel milione di metri quadri che dal primo maggio ospiterà Expo 2015 c'è posto per tutto. E il contrario di tutto. Un mix di ingredienti controversi conditi in salsa italiana: inchieste della magistratura, consumo di suolo agricolo e perfino una società civile divisa nel giudizio e nelle modalità di "presidiare" l'evento. Quello che non manca, di sicuro, sono i grandi sponsor, ognuno con la sua declinazione dello slogan "Nutrire il pianeta, energia per la vita".
Tiziana Barillà e Raffaele Lupoli, Left ...

Il tango del petrolio nigeriano

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 12:53 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune-info
09 03 2015

Quella che racconta “Soldi sporchi”, la graphic novel di Re:Common e Round Robin, è una storia vera. Le dimensioni colossali dell’operazione di riciclaggio del denaro, messa in atto con la complicità di fondi privati, istituzioni europee, cooperazione internazionale e faccendieri vari, potrebbero sembrare eccessive, incredibili. Eppure non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che, anche in materia di corruzione, la realtà suole superare agilmente anche la più bizzarra delle fantasie. Protagonista della storia è un cittadino nigeriano onesto, Dotun Oloko, che non si dà pace e bussa alle porte dei finanziatori pubblici coinvolti per metterli in guardia e indurli a fermare una delle più grandi frodi internazionali condotte con soldi pubblici negli ultimi anni. Shell ed Eni avrebbero pagato una mega tangente di oltre un miliardo di dollari al governo e a vari trafficanti nigeriani e italiani per ottenere la licenza del campo petrolifero offshore Opl245. La procura di Milano dispone un blocco senza precedenti su più di 200 milioni di dollari dell’Eni a Londra e in Svizzera…

George Osodi – Oil Rich Niger Delta
di Antonio Tricarico

Quando si guarda a fondo in questioni di corruzione, spesso la realtà va ben oltre la fantasia. Lo scandalo Mose-Expo degli ultimi mesi in Italia ne è prova tangibile. Una Mani Pulite 2, molto più elaborata e articolata, ha mostrato la corruzione sistemica dei controllori e dei super-manager e non solo dei controllati o dei soliti politici di turno. In questo caso tutte le parti in causa hanno avuto un ruolo preciso, senza distinzione tra “buoni e cattivi”. Dalla guardia di finanza al Magistrato delle Acque, ai vari super manager governativi dell’Expo nel gioco a premi fatto di corrotti e corruttori c’era spazio per tutti. Insomma un sistema altamente delinquenziale, che non risparmia nessuno, tranne quei magistrati coraggiosi che pazientemente lo indagano e poi smascherano.

Ma basta spostare la prospettiva e il punto di osservazione verso il Sud del mondo che tutto il “sistema” salta. Almeno agli occhi dell’opinione pubblica dominante, imboccata da media poco attenti, quando non del tutto assenti. In Nigeria, secondo questa logica, la corruzione è causata da avidi politici nigeriani che affamano il loro popolo tenendo per sé i proventi del petrolio. Addirittura estorcendo denaro alle “povere” multinazionali petrolifere occidentali, costrette a subire pur di lavorare e creare ricchezza oltre-confini, perché ovviamente quelle cinesi, di multinazionali, sono ancora più corrotte degli stessi politici nigeriani. Il risultato è un enorme ginepraio di luoghi comuni, disinformazione e scarica barile con cui i governi occidentali e i loro probi governanti possono lavarsi mani e coscienza invocando una assoluta estraneità ai fatti. Ipocrisia senza quartiere per alcuni, arte della diplomazia e della politica secondo altri. Appunto, basta spostare prospettiva e punto di osservazione.

soldi-sporchi-copertinaLa storia vera che questa graphic novel racconta è quella di un onesto cittadino nigeriano che, come tanti, crede che ci vogliano due partner consenzienti per ballare il tango della corruzione. In alcuni casi il maschio tanghero che guida lo show è occidentale, nigeriana invece – e ovviamente non priva di responsabilità – è la consenziente ballerina.
Dotun Oloko, il protagonista inconsapevole di questa spy story fatta di corruzione, giochi di potere, fiumi di denaro e violenza, ha bussato alle porte di tutti i finanziatori pubblici occidentali per allertarli, metterli in guardia e indurli a intervenire per prevenire una delle più grandi frodi internazionali con soldi pubblici degli ultimi anni. Una denuncia senza quartiere che lo ha portato lontano dalla sua terra. Giocatore involontario di un complicato Risiko tra Africa, Stati Uniti ed Europa, dove nulla è più distinguibile, dove esistono solo nemici da cui guardarsi.

In questo gioco molto più grande di lui, Dotun ha scoperto che non vi è alcun vero interesse a porre fine alla corruzione e allo sperpero di fondi pubblici, a Londra come a Bruxelles. E che chi disturba il controllore, come ha fatto lui, poi finisce nel mirino dei corrotti con il tacito consenso dei finanziatori pubblici. Questa inquietante realtà è stata recentemente certificata dal garante europeo per la privacy, che ha fatto emergere come, dopo aver presentato l’esposto, Dotun e i suoi figli fossero stati sistematicamente spiati da investigatori privati assoldati dai manager del fondo di private equity tramite cui i governi occidentali hanno investito in Nigeria. L’ufficio anti-corruzione europeo (Olaf) alla fine ha chiuso le sue indagini sul caso con un nulla di fatto, ma la stessa indagine è stata riaperta quest’anno dal Serious Fraud Office inglese, dimostrazione che anche tra i controllori europei pare esserci qualche problema.

La tenacia e il coraggio con cui Dotun si è tuffato nello scandalo ECP non si è però limitata a questo. Insieme a Re:Common, Global Witness e The Corner House Dotun ha aiutato a ricercare e poi formulare un esposto alle autorità inquirenti di Regno Unito, Stati Uniti ed Italia sulla mega tangente di più di un miliardo di dollari che l’ENI e la Shell avrebbero pagato al governo e a vari trafficanti nigeriani e italiani per la licenza del campo petrolifero offshore Opl245. Anche in questo caso le indagini che ne sono scaturite, fino al blocco senza precedenti di più di 200 milioni di dollari dell’ENI a Londra e in Svizzera da parte della Procura di Milano, hanno dimostrato addirittura la possibilità che vi fosse una cospirazione da parte del senior management dell’ENI per defraudare la stessa società – ancora in parte pubblica – beneficiando di una parte della maxi stecca.

Lo scorso settembre la nuova indagine sul cane a sei zampe da parte della Procura di Milano è stata ampiamente riportata da tutti i media italiani e internazionali, e il primo ministro Renzi si è subito sperticato in una difesa (azzardata?) del nuovo amministratore delegato dell’ENI da lui nominato, pur se coinvolto fino al collo nella vicenda. La giustizia farà il suo corso, come si dice sempre in queste occasioni. Ma è importante aggiungere che anche la giustizia sociale perseguita dalla società civile lo continuerà a fare, ispirata dall’operato di persone come Dotun Oloko che, mettendoci la faccia, sfidano i veri poteri forti nel tango corrotto che costoro “insistono” a ballare indisturbati, in Italia come in Nigeria.

La lotta alla corruzione non ha bisogno solo di super-commissari e leggi a tolleranza zero – seppur necessarie – o di una cooperazione effettiva tra le autorità dei vari paesi che oggi è ancora un miraggio: oggi più che mai serve una società civile libera e indipendente che combatta in prima linea senza fare sconti a nessun governo, chiedendo e sostenendo l’azione della magistratura e dando voce e protezione a gole profonde così come a chi voce non ce l’ha. A partire dai milioni di diseredati del Delta del Niger in Nigeria, la cui vita è stata e continua a essere saccheggiata da governi corrotti e multinazionali “tanghere” del petrolio.

 

Contropiano
01 07 2014

Pochi giorni fa l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato una storica risoluzione che potrebbe permettere la vigilanza internazionale sul rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali in tutto il pianeta. Una possibilità tutta teorica, tenendo conto del fatto che nella maggior parte dei casi gli stati e anche la stessa Onu risponde e protegge gli interessi delle corporation, ma comunque il fatto che le Nazioni Unite stabiliscano un principio – le multinazionali devono essere controllate e non sono al di sopra della legge – è assai importante. Tanto che quasi tutti i rappresentanti delle grandi potenze occidentali hanno votato contro il progetto di risoluzione, passato giovedì a Ginevra con 20 voti favorevoli, 14 contrari – tra questi l’Unione Europea e gli Stati Uniti – e 13 astensioni. Approvando la risoluzione le Nazioni Unite si sono impegnate a creare un gruppo di lavoro con i diversi governi per creare un quadro legislativo e un trattato che permetta ai singoli stati di supervisionare il rispetto dei diritti umani da parte delle corporation.

“L’idea è creare un trattato vincolante per tutte le multinazionali affinché non possano violare i diritti umani nei paesi che lo ratifichino. Ora iniziano i negoziati, è una cosa che non ha precedenti. Prima esistevano solo norme che proteggevano gli interessi degli investitori, come i Trattati di Libero Commercio, ma non c’era nessuna norma vincolante nel diritto internazionale rispetto alle violazioni da parte delle multinazionali. Ci sono molti casi in cui si è cercato di portare le aziende davanti ai tribunali dei singoli paesi ma per limiti vari non ci si è riusciti” spiega Diana Aguiar, ricercatrice del Transnational Institut, una delle realtà promotrici dell’iniziativa insieme a un vasto arco di forze ecologiste, ong e paesi del Sudamerica.

Il trattato dovrebbe permettere – gli Stati che lo adottassero avrebbero due anni di tempo per metterlo in pratica a partire dal 2015 – di proteggere i lavoratori da condizioni di supersfruttamento e schiavitù, i minori, le donne, garantendo condizioni di lavoro minimamente accettabili. Ma secondo la Aguiar la norma permetterebbe anche di tutelare l’ambiente e gli ecosistemi dalla rapacità delle multinazionali.

Tra i paesi che hanno votato a favore della risoluzione proposta ufficialmente dall’Ecuador e dal Sudafrica ci sono la Cina, la Russia, Cuba, l’India e il Venezuela, mentre contro quella che viene denunciata come un’ingerenza indebita della politica nelle questioni economiche si sono pronunciati non solo i rappresentanti di Ue e Stati Uniti, ma anche della Germania, della Francia, della Gran Bretagna. E anche il rappresentante italiano non ha fatto mancare il suo sostegno agli interessi delle multinazionali e delle banche invece di sostenere un’iniziativa che almeno potenzialmente potrebbe consentire di frenare gli abusi delle corporation e degli stati conniventi con esse. Di fatto a bocciare la risoluzione, chiarisce la Aguiar, sono stati quei paesi dalle quali provengono la stragrande maggioranza delle multinazionali che operano sul mercato mondiale. “La rappresentante di Londra ha criticato la risoluzione perché a suo dire potrebbe disincentivare gli investitori dall’investire nei paesi del sud del mondo” denuncia la ricercatrice intervistata dal quotidiano Publico. Comunque per ora alcune centinaia di organizzazioni che operano per la difesa dell’ecosistema e dei diritti umani in tutto il mondo si godono la vittoria parziale. Sapendo che per trasformare la risoluzione in qualcosa di più effettivo dovranno continuare le mobilitazioni e le pressioni nei confronti delle stesse Nazioni Unite e dei singoli governi.

In ballo c’è una posta in gioco molto alta, soprattutto per i popoli e i paesi del sud del mondo. “Comincia a farsi strada anche all’Onu l’idea che non necessariamente le imprese debbano essere difese a spada tratta dai governi dei paesi in cui esse sono basate – spiega la Aguiar – Nel caso della Chevron (autrice di una contaminazione della giungla amazzonica in Ecuador alla base di un annoso contenzioso internazionale, ndr) le vittime hanno vinto il processo ma prima della sentenza la Chevron è fuggita dal paese e quindi i tribunali di Quito non hanno potuto rivalersi sulle sue proprietà per risarcire le vittime. Se si approva il trattato di cui siamo promotori, in un caso simile lo Stato potrebbe espropriare parte delle proprietà di una multinazionale per sostenere le rivendicazioni delle popolazioni colpite”.

Durante la scorsa settimana, per sostenere l’approvazione della risoluzione, da diversi paesi le organizzazioni sociali, i movimenti indigeni, le ong hanno presentato nel corso di un’udienza speciale del Tribunale Permanente dei Popoli di Ginevraben 12 casi di violazioni sistematiche dei diritti umani da parte delle multinazionali. Tra questi, quelli della società petrolifera Chevron-Texaco in Ecuador e della Shell in Nigeria, dell’israeliana Mekorot in Palestina, della multinazionale mineraria anglo-svizzera Glencore Xstrata in 7 diversi paesi, della Lonmine in Sudáfrica o della Coca Cola in Colombia, e infine della impresa spagnola Hidralia in Guatemala.

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