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Michele Giorgio, Il Manifesto
21 giugno 2014

In pochi giorni sono stati uccisi tre giovani palestinesi che protestavano contro le incursioni notturne delle forze di occupazione. Si contano anche numerosi feriti, senza dimenticare che i militari hanno effettuato raid in oltre 1.100 case ed edifici palestinesi e arrestato 330 persone. Israele non nega, anzi proclama l'intenzione di dare una pesante lezione ad Hamas.
In pochi giorni sono stati uccisi tre giovani palestinesi che protestavano contro le incursioni notturne delle forze di occupazione. Si contano anche numerosi feriti, senza dimenticare che i militari hanno effettuato raid in oltre 1.100 case ed edifici palestinesi e arrestato 330 persone. Israele non nega, anzi proclama l'intenzione di dare una pesante lezione ad Hamas. Ma "Brother's keeper" ormai appare per quella che è: una punizione contro l'intera popolazione palestinese, ritenuta colpevole del rapimento dei tre ragazzi, peraltro mai rivendicato da Hamas. ...

Dalla Cisgiordania al Messico. Così il mondo riscopre i Muri

  • Martedì, 03 Giugno 2014 11:05 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
03 06 2014

La priorità degli egiziani oggi è la sicurezza. L’elezione di Sisi alla carica che fu di Mubarak e di Morsi sta lì a dimostrarlo. Garantire quella stabilità che possa far recuperare al Paese il terreno perduto in questi tre anni è la sfida del nuovo governo, una sfida multipla di cui il Sinai infiltrato di jihadisti rappresenta uno dei fronti più caldi. Alla luce di questo scenario va letto il progetto per la costruzione di un muro di 320 chilometri per proteggere dal terrorismo il Canale di Suez, uno dei principali asset nazionali. I cantieri, prossimi all’apertura, dovrebbero ultimare nel giro di 8 mesi la barriera alta dai 4 ai 6 metri, sovrastata da filo spinato e sensori notturni ed eretta sui due lati del corso d’acqua artificiale scavato nel XIX secolo per collegare il Mediterraneo col Mar Rosso. Costo previsto: 200 milioni di dollari.

Nel venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il terremoto geopolitico del 1989 che avrebbe dovuto seppellire sotto le macerie della Guerra Fredda l’era dei muri (e secondo l’economista Francis Fukuyama anche la Storia), sembra essere tornata in voga l’antica vocazione alla separazione difensiva tra nemici. Se l’Egitto vuole tutelare le navi in transito nel Canale di Suez dai lanciarazzi del gruppo qaedista Ansar Beit al Magdis (autore di numerosi attentati contro le forze di sicurezza del Cairo costate la vita a 500 persone in un anno), altri paesi, dalla Grecia alla Bulgaria, hanno adottato e stanno adottando la medesima linea difensiva contro altre minacce.

Fino a pochi anni fa infatti, dicevi Muro e pensavi automaticamente ai circa 700 chilometri di cemento e reticolato costruiti nel 2002 da Israele lungo il confine con i territori palestinesi occupati di Cisgiordania. Un serpentone ben visibile da ambo i lati, definito dagli israeliani “barriera difensiva dai kamikaze della seconda intifada” e dai palestinesi “muro del nuovo apartheid”. Quel muro ha acceso dibattiti infiniti che hanno visto sul fronte dei critici le maggiori organizzazioni umanitarie internazionali e artisti come l’iconosclasta Banksy (anche il quasi ex presidente israeliano Simon Peres è sempre stato scettico) e sul fronte opposto grandi intellettuali israeliani pacifisti come Abraham Yehoushua, tra i primi sostenitori della necessità di una separazione fisica tra israeliani e palestinesi per dare ai primi sicurezza e ai secondi la piena sovranità su un territorio ben definito (a favore del muro si è espresso in passato Elie Wiesel mentre lo scrittore David Grossman è contrario). Il punto però è che quel dibattito appare decisamente superato (Israele ne sta costruendo anche un altro di 250 km lungo il confine con il Sinai egiziano) alla luce dei nuovi muri come quello che “protegge” le enclave spagnole di Ceuta e Melilla dal Marocco e soprattutto degli immigrati che dal Marocco vorrebbero sbarcare sulle due isole alla volta dell’Europa.

Chi è stato almeno una volta a Ceuta e/o Melilla non se ne dimentica. C’è un braccio di mare strettissimo (la costa marocchina è visibile dall’altra parte) illuminato a giorno anche di notte e presidiato da sensori, barriere elettriche lunghe 8 km a Ceuta e 12 km a Melilla e alte 6 metri, mezzi militari, controlli e check point di standard più che israeliani (ricordano il blindatissimo valico di Erez da cui si accede a Gaza). Il “Muro” di Ceuta e Melilla è stato costruito nel 2005 al costo di 30 milioni di euro per fermare l’accesso all’Europa di immigrazione clandestina e contrabbando (nel 2005 molti migranti morirono sotto i colpi della polizia marocchina nel tentativo di forzare i blocchi ma gli incidenti si ripetono di continuo).

Ma non finisce qui. Un anno e mezzo fa, di fronte al trasformarsi della guerra civile siriana in un esodo di disperati in fuga dalla mattanza, la Grecia, a sua volta nel pieno di un tsunami economico, ha ultimato la costruzione di una barriera lunga 10 km e alta 4 metri al confine con la Turchia accessoriata di filo spinato e tecnologie super moderne al prezzo totale di 3 milioni di euro per bloccare gli immigrati irregolari in arrivo attraverso il fiume Evros dalla Siria ma anche dall’Africa e dall’Asia (oltre 100 mila erano stati arrestati lungo quella frontiera nel 2011). Grossomodo nello stesso periodo si è allineata la Bulgaria che al costo di 2,5 milioni di euro ha tirato su un muro di 3 metri lungo 33 dei 274 chilometri del confine bulgaro-turco da cui entrano l’85% dei rifugiati siriani (la Bulgaria ne ospita circa 10 mila). Anche la Turchia, inizialmente il maggior hub della resistenza siriana (armata e non) comincia a cautelarsi e alcuni mesi ha deciso di eirigere un muro di 2 metri nel distretto di Nusaybin, un piccolo tratto dei 900 km di confine con la Siria.

Dall’altra parte del mondo c’è poi ovviamente la barriera tra Stati Uniti e Messico, il Muro di Tijuana avviato nel 1994 e ultimato nel 2012 al costo di 6 miliardi di dollari (ma c’è chi dice molto di più, fino a 30 miliardi di dollari), uno dei confini più presidiati del mondo nonostante le difficoltà poste da oltre 3000 km di frontiera. E se non ancora muri veri e propri, ci sono tentazioni “murarie” negli Emirati Arabi Uniti, tra l’Arabia Saudita e lo Yemen, il Botswana e lo Zimbabwe, la Cina e la Corea del Nord.

Un paio d’anni fa fece molto discutere un libro dell’intellettuale francese, già amico di Che Guevara, Regis Debray intitolato “Eloge des frontieres”, in cui l’autore invitava a riscoprire le frontiere in funzione anti-muri. La tesi era più o meno lo smantellamento dell’illusione di un mondo che “senza frontiere” sarebbe felice e cancellerebbe ogni diversità: “Viviamo una situazione schizofrenica. Da un lato si fa l’ elogio dell’universalità e della globalizzazione che trascendono i confini, dall’ altro, dal 1990 ad oggi, abbiamo creato 29.000 chilometri di nuove frontiere, ai quali vanno aggiunti 18.000 chilometri di barriere elettroniche in costruzione. Quasi tutte le guerre in corso nascono da problemi territoriali e la questione della frontiera è cruciale perfino in Europa, come dimostra la crisi del Belgio. Insomma, tra il discorso dominante, pieno di buoni propositi e ideologie nascoste, e la realtà concreta, la distanza è sempre più grande. Per questo, è urgente ripensare senza paure e senza tabù la problematica della frontiera, una problematica che in passato è stata spesso connotata negativamente rimossa”. Nel mondo che abolisce l’idea di frontiera, sostiene Debray, viene meno l’antitesi dentro/fuori e va in crisi l’idea di identità con il risultato che, spesso, s’innalzano i muri. Con buona pace della fine della Storia.

Articolotre
27 08 2013

Da venticinque anni combattono per il proprio diritto a pregare presso il Muro del Pianto. Le fedeli israeliane, però, sono costantemente oggetto di violenze e offese da parte degli ultra-ortodossi, che le vorrebbero soggiogate al potere maschile. E il governo parteggia per essi.

La battaglia delle "Donne del Muro", assaltate perché vogliono pregare-Redazione- -26 agosto 2013- E' una vera e propria battaglia, quella che si sta consumando di fronte al Muro del Pianto, in Israele, laddove le donne pretendono di pregare come gli uomini e di far officiare la celebrazione da altre donne. Un sacrilegio, per gli ultra-ortodossi, che vorrebbero vedere le fedeli sottoposte a una serie di limitazioni e soggiogogazioni simili a quelle che vengono inflitte alle donne arabe.
Le Donne del Muro però non ci stanno e, così, ogni mese, da 25 anni da questa parte (ovvero da quando una sentenza concesse alle femmine il diritto di pregare presso il Muro) si recano presso il luogo, laddove vengono letteralemente assaltate dai fanatici che lanciano loro addosso pietre e offese, mettendo, tra l'altro, a rischio la sicurezza del sito che dovrebbe essere, almeno in linea teorica, di pace.

Ora la situazione appare degenerata. Gli assalti si sono fatti più feroci e la battaglia non accenna a placarsi. Per questo, il ministro per Gerusalemme de la Diaspora, Naftali Bennet, ha tentato di conciliare le posizioni delle fedeli e quelle degli ultra-ortodossi, predisponendo alle prime un luogo ad hoc che, però, è nei pressi del Muro del Pianto. E che dunque non ha risolto assolutamente niente, ma anzi ha peggiorato ulteriormente la situazione, dato che né le donne, né gli uomini vogliono sottostare ad un simile compromesso.

Il risultato è grave: non solo non si è trovata una soluzione per permettere alle donne di esercitare un proprio diritto, ma, in più, sono stati sprecati 80.000 dollari; quelli, ovvero, spesi per sistemare la piazzetta dell'Arca di Robinson, laddove, secondo il ministro, si sarebbero dovute incontrare ogni mese le fedeli. In tutto ciò, il primo ministro Netanyahu ha semplicemente preso le distanze, di fatto ignorando la questione e, conseguentemente, dando l'impressione neanche troppo velata, di parteggiare per gli ultra-ortodossi.

Diverse centinaia di donne ebree "haredi" (timorate) hanno manifestato ieri davanti al Muro del Pianto per impedire alle "Donne del Muro" di pregare come gli uomini, così come previsto da una decisione di una Corte di Gerusalemme. ...

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