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Così le parole finirono al rogo come le streghe

  • Giovedì, 07 Maggio 2015 08:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
07 05 2015

Il 10 maggio del 1933 i nazisti bruciarono oltre 25mila libri in cima alla lista c'era Remarque. [...] Alla fine di gennaio i nazisti avevano preso il potere e s'era conclusa l'esperienza della Repubblica di Weimar, un mese più tardi bruciava il Reichstag e iniziava la caccia ai socialisti e ai comunisti, agli anarchici e ai sindacalisti. Per le cerimonie dei roghi dei libri si mise in moto il rituale. Tutti i parafernali del nazismo: bande musicali, fiaccolate, carridi buoi pieni di volumi, convocati per il grande atto purificatore della giovinezza contro l'intellettualismo ebraico: un grande rogo pubblico di libri. ...

la Repubblica
23 04 2015

"Un impulso l'ha fatta scattare mentre pensava: 'Sono incinta al settimo mese, non mi ammazzeranno mai...'". E invece le hanno sparato. Così, nel ricordo ancora straziato del figlio Mario, 82 anni, è morta ammazzata Teresa Gullace, la donna impersonata da Anna Magnani nel film di Roberto Rossellini Roma Città Aperta.

È il 3 marzo del 1944, un venerdì. Roma sotto l'occupazione nazista, flagellata dai bombardamenti, gli alleati alle porte, si combatte furiosamente "nella testa di sbarco di Nettuno". Pur sottoposto alla più rigida censura fascista, il Messaggero di quei giorni racconta un popolo stremato, senza acqua, senza cibo, centinaia e centinaia di morti sotto le macerie. In quelle pagine ingiallite si legge della "Deplorazione vaticana per la caduta delle bombe nelle adiacenze di San Pietro".

Il "Comando germanico" reagisce con feroci "rastrellamenti" alle incursioni dei partigiani gappisti. Incursioni che sarebbero culminate, di lì a poco, appena 20 giorni, con l'attentato di via Rasella. E la conseguente rappresaglia tedesca della Fosse Ardeatine con il massacro di 335 persone.

È in questo drammatico contesto che Teresa Gullace, 37 anni, cinque figli (tre maschietti, Mario era il terzo, e due bambine, il sesto in grembo) finisce davanti alla caserma dell'81esima Fanteria, in viale Giulio Cesare, a Prati, dove ha saputo che si trova rinchiuso il marito Girolamo, catturato in un rastrellamento all'altezza di Porta Cavalleggeri.

Davanti alla caserma si sono radunate decine di donne, mogli e madri, in ansia per la sorte dei loro uomini catturati dalla Gestapo. Teresa ad un certo punto intravede il marito che riesce ad affacciarsi a una finestra, dietro alle inferriate. Con un gesto di disperazione e di incoscienza tenta di raggiungerlo per portargli un po' di cibo che aveva racimolato alla Caritas. "Aveva paura - ricostruisce Mario - che le portassero via papà, e con lui il sostentamento della famiglia". Era un ragazzino, allora, di 11 anni. Né lui, né gli altri due fratelli sono presenti quando un soldato tedesco fulmina la madre con un colpo di pistola, una Luger.
Sul set, Rossellini si concede una licenza narrativa: la presenza del piccolo Mario (nel film ha il nome di Marcello, interpretato da Vito Annicchiarico), il figlio di Pina-Teresa, alias Anna Magnani.

"No, nella realtà noi figli lì non c'eravamo. E papà era in caserma, non sul camion che si vede in 'Roma città aperta'". "Io - ricorda oggi Mario con il suo romanesco così antico - stavo facendo la coda dalle monache di Santa Marta, accanto a San Pietro, per elemosinare una sgummarellata di cicerchia e polentina. Eravamo in parecchi a fare la fila per andare a prendere quella buiacca. Dentro alla cicerchia ci stavano dei bacarozzetti, io provavo a levarli, ma a forza di toglierli a un certo punto mi sono detto: "Ma che li levo a fa'? Facciamo conto che sia companatico"".

Continua: "Mentre aspettavo, sentivo della gente che urlava 'hanno ammazzato 'na donna!'. Ma non capivo cosa stesse accadendo. Pensavo che mamma sarebbe arrivata con i buoni per avere il pasto. Invece non arrivò, e la monaca mi cacciò via in malo modo".

"Mio fratello più grande, invece - aggiunge Mario - s'era precipitato in fretta e furia su, a Monteverde, per avvisare che papà non poteva andare a lavorare nel cantiere, perché era stato rastrellato". Gli altri figli di Teresa erano a casa: "Quando è stata uccisa, mamma era sola. Stava soltanto con la creatura che aveva nel grembo. Io ho saputo della tragedia quando sono arrivato a casa. Un macello, un disastro".

Mario è un uomo anziano, scoppia in lacrime, è un pianto contagioso: "Da allora mi è mancato il terreno sotto i piedi". I suoi ricordi sono nitidi. "Era tutto un pianto, tanta gente ci veniva a trovare, la cosa aveva suscitato una grande reazione a Roma". I romani, nei giorni successivi e fino all'8 marzo, Festa della Donna, nonostante i divieti ricoprono di fiori e di mimose la macchia di sangue lasciata dal cadavere di Teresa Gullace sulla strada, sotto i platani di viale Giulio Cesare. "Quando mamma cadde a terra - racconta Mario, asciugandosi le lacrime - qualcuno l'ha presa e trascinata verso il marciapiede. In quel momento passava un camioncino che portava il pesce, l'hanno tirata su quel furgoncino e trasportata all'ospedale Santo Spirito".

Sabato 4 marzo 1944, i funerali. "La bara - ricorda Mario - era stata caricata su un carro a quattro ruote tirato dai cavalli. Ma appena siamo usciti dalla camera mortuaria, verso il Lungotevere, ecco che si avvicinarono dei militari e sciolsero il corteo funebre". Riflette: "Questa è stata la cosa che a me, ragazzino, mi ha fatto più male. Ma come? M'avete distrutto l'esistenza, mi avete ammazzato la madre e poi mi impedite di farle il funerale per motivi di sicurezza? Certo che le guerre ne fanno vedere di nefandezze. E fanno vedere quanto è cattivo l'uomo".

Il Messaggero del giorno dopo, sabato 4 marzo, continua a dare notizia dei bombardamenti: sulla stazione Tiburtina, sull'Ostiense, a Testaccio. Si legge dell'investimento mortale di un pedone da parte di un autocarro in via del Tritone, della morte di Gigetto, sagrestano 91enne della Chiesa del Gesù, della distruzione dell'abbazia di Montecassino, dell'uccisione da parte dei gappisti di un commissario di polizia fascista, probabile ritorsione alla morte della Gullace. Si dà perfino conto della distribuzione del sapone da bucato e da toeletta. Ma invano si trova traccia dell'uccisione di Teresa Gullace.

Il 27 settembre 1945, Mario Gullace, accolto da Rossellini e dalla Magnani, rivisse, pur nella fiction cinematografica, la tragica scena dell'uccisione di sua madre. E tra saponi e dolori, sangue, fame e stravaganze nasceva un capolavoro che a settant'anni di distanza ancora smuove i sentimenti.

Alberto Custodero

l'Espresso
17 04 2015

Il 20 aprile 1889 nasce a Braunau am Inn, nell’allora impero Austro-Ungarico, Adolf Hitler. Sono passati più di centoventicinque anni ma, nonostante l’orrore della Shoah, un intero continente devastato dalla guerra, morte e persecuzioni, qualcuno pensa che quella data sia un evento da festeggiare.

Non esiste più il Terzo Reich, la Germania è una solida e moderna democrazia guidata da Angela Merkel, eppure i neonazisti di casa nostra continuano a guardare a quel passato di totalitarismo e antisemitismo per dare un senso al loro futuro.

L’appuntamento è per sabato 18 aprile a Varese, culla del leghismo della prima che negli anni novanta si consegnò anima e corpo al nascente partito di Umberto Bossi e Roberto Maroni, entrambi varesini doc. Dal dopoguerra la città, dopo essere stata un serbatorio di voti dell’Msi, è diventata anche una fucina di sigle della galassia nera.

LA NOSTALGIA DELLA PROVINCIA
Ad organizzare l’evento per il terzo anno di fila è il fronte Varese Skinhaeads e la locale “Comunità dei dodici raggi”. Arriveranno le teste rasate da tutto il Paese per assistere al concerto che in scaletta prevede brani nostalgici dei “Garrota”, dei “Nessuna Resa” di Lucca, dei “Testudo Rac' N' Roll” di Bari e dei “Malnatt” di Milano.

I testi richiamano la battaglia, la terra nemica, il sistema anti-Stato, la rabbia, il coraggio, il mito dei legionari e la guerra come epopea di ardite gesta e tempi gloriosi.

Così, impastando note e parole, si alimenta l’odio. Per l’occasione gli organizzatori hanno diffuso anche una locandina, in cui è ritratto il Führer a Berlino durante un’adunata di massa. La Comunità dei dodici raggi, che si fa forte di eventi e date simbolo (foibe, 20 aprile, solstizio d’estate e d’inverno), si ritrova a giorni prestabiliti nella sede di Caidate (nel sud della Provincia). Il 10 febbraio scorso in duecento hanno sfilato in città per commemorare le «vittime delle foibe e dei comunisti di Tito». Un corteo che ha cercato di riunire le frange nere locali: da Forza nuova a Casa Pound.

Per tutti i camerati l’appuntamento è la sera del 18 aprile, quando saranno guidati dai cartelli con il simbolo “88” (l'ottava lettera dell'alfabeto indica il saluto nazista «Heil Hitler!»), alla fine dell’autostrada Milano-Laghi, per indicare la meta del concerto. Il luogo è segreto, ma un anno fa si ritrovano in quattrocento a Caidate. Birra, slogan antisemita, danze selvagge e truci canzoni contro gli ebrei con gente che dal palco si lanciava a corpo morto sulla folla. Nel 2013 erano finiti nella sede dell’associazione filoleghista “I nostar radiis” (le nostre radici in dialetto locale) che avevano un vecchio casello ferroviario in affidamento, alle porte del capoluogo nel comune di Malnate.

Ad inneggiare al torturatore di ebrei, rom, sinti ed omosessuali ci avevano pensato i neofascisti di provincia (sotto altre sigle) la prima volta nel 2007, con una festa sui generis, celebrata il 23 aprile al locale Biergarten, sulla rive del lago di Varese. I partecipanti cantarono inni nazisti, mentre festeggiavano il compleanno di Adolf Hitler. Gli uomini della Digos ripresero l’intera scena con una telecamera nascosta.

Secondo i verbali dell’inchiesta, quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «...la stella gialla sui negozi ebrei». Un crescendo di oscenità: «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale delle SS Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciaio e divenne «Priebke, cuore di acciaio...». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri, du du du, in cerca di guai».
Nonostante l’istigazione all’odio razziale e religioso dopo sette anni e mezzo il tribunale di Varese ha dichiarato i ventidue imputati innocenti per estinzione del reato.

ESTREMO NORD
Questa è terra ostile all’antifascismo, dove la sinistra non ha mai governato, un glorioso passato industriale e una fucina di eversione. il suo zoccolo duro di professionisti e imprenditori fino all'inizio degli anni Settanta ha garantito ai neofascisti dell’Msi un buon 10 per cento di voti, il doppio della media nazionale. Roma, Pisa e Varese sono le tre «piazze» su cui aveva puntato il leader erede della Repubblica sociale Giorgio Almirante.

E qui è nata una pletora di sigle neofasciste, censite dallo storico Franco Giannantoni: Partito della ricostruzione nazionale, Costituente nazionale rivoluzionaria, Comitato di emergenza e salute pubblica, Avanguardia nazionale, Squadre d'azione Zamberletti (è il titolare del bar più famoso del centro), Squadre d'azione gaviratesi, Squadre d'azione Ettore Muti. Agiscono come squadracce fasciste, specializzate in agguati e sono foraggiate da certa borghesia locale.

Durante gli anni di piombo, quando erano all’ordine del giorno scontri tra “rossi” e “neri”, la destra aveva un progetto ben preciso, come spiega Giovanni Bandi, laurea in filosofia, insegnante di storia e a quel tempo membro di Lotta Continua: «Volevano fare di Varese la Reggio Calabria del nord, laboratorio della protesta antisistemica e neofascista. C'era una strategia, teste pensanti, manovalanza pronta a eseguire gli ordini».

Dopo quella stagione, l’insana passione per le idee più radicali ha trovato legittimazione nel tifo organizzato delle squadre di pallacanestro e calcio. La curva è diventata il luogo ideale per diffondere idee e intolleranze. Non più caccia ai comunisti, ma odio contro i «terroni», «gli stranieri», «i rom» e «gli ebrei».

Già nel 1976 i tifosi della squadra di basket Mobilgirgi (la ex Ignis del patron Giovanni Borghi) accolsero i cestisti del Maccabi di Tel Aviv con slogan e simboli antisemiti. Una vergogna internazionale. Nel processo che ne seguì, la proprietà non si costituì parte civile, rifiutandosi di chiedere una simbolica lira come risarcimento.

Trent’anni dopo quelle idee continuano a diffondersi come un virus, con nuovi protagonisti come i naziskin di Blood&Honour, i supporter del Varese calcio che nel 2005 tentarono il linciaggio di un ragazzo albanese. Colpevole solo d'essere albanese, come il giovane migrante che uccise a coltellate Claudio Meggiorin, tifoso e simpatizzante delle teste rasate. Per il sindaco, il leghista Aldo Fumagalli, non c’era alcun allarme: «Bravi ragazzi», nonostante una settimana di cortei con croci celtiche e svastiche, saluti fascisti e caccia allo straniero.

Oggi quella sigla si è estinta ma resiste il filo nero, la tradizione di eversione, gli uomini e i simpatizzanti di quelle idee, riassunte in uno slogan efficace: «Difendi il tuo simile, distruggi il resto».

Michele Sasso

l'Espresso
22 01 2015

Sono stati riuniti per la prima volta in un libro, curato dal poeta e pittore Arturo Benvenuti, 250 disegni realizzati dai prigionieri dei lager del Reich. Con la prefazione, di cui vi offriamo un estratto, scritta nel 1981 da Primo Levi

"A misura che il passare degli anni ce ne allontana, e benché i decenni che sono seguiti non ci abbiano risparmiato violenze ed orrori, la storia dei Lager hitleriani si delinea sempre più come un unicum, un episodio esemplare a rovescio: l’Uomo, tu uomo, sei stato capace di far questo; la civiltà di cui ti vanti è una patina, una veste: viene un falso profeta, te la strappa di dosso, e tu nudo sei un mostro, il più crudele degli animali. Da allora, il nazionalsocialismo (a meno di poche voci deliranti che ne giustificano i crimini, o li negano, o addirittura li esaltano) vale come riferimento, come il nodo da evitarsi. Su di esso sono comparse innumerevoli opere di testimonianza e di interpretazione, ma mancava finora in Italia un libro come questo. Penso che, al di là della pura commemorazione, esso abbia un valore suo specifico: a descrivere quell’orrore, la parola risulta carente. Le immagini qui riprodotte non sono un equivalente o un surrogato: esse sostituiscono la parola con vantaggio, dicono quello che la parola non sa dire. Alcune hanno la forza immediata dell’arte, ma tutte hanno la forza cruda dell’occhio che ha visto e che trasmette la sua indignazione". (Primo Levi)

Così nel 1981 Primo Levi scriveva nella prefazione al lavoro di documentazione, scelta e ricerca portato avanti da Arturo Benvenuti sulle opere visive prodotte nell'orrore dei lager nazisti. A distanza di oltre trent'anni l'opera ha visto la luce e arriva in libreria, qualche giorno prima della giornata della Memoria e di un anniversario importante, quello dei settant'anni dalla liberazione di Auschwitz. Si intitola K.Z. Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti (edizioni BeccoGiallo ). Scorrendone le pagine si è presi da un senso di vertigine. E' vero ciò che scrive Levi, che il tratto di una matita o di una penna può "sostituire la parola con vantaggio". E a dirlo è lo scrittore che ha inventato con 'Se questo è un uomo' una lingua capace di raccontare i meccanismi della macchina dello sterminio. Dalle ombre e dai chiaroscuri di queste tavole, realizzate all'interno dei lager con mezzi di fortuna o, più di rado, subito dopo la fine della guerra, emergono potenti come fantasmi tragici uomini e donne senza nome e senza volto. Ridotti a figure, a emblema stesso del dolore. Fuggono dai cani e dalle percosse dei loro carcerieri, si accasciano gli uni sugli altri nelle baracche, emergono come corpi scheletrici, ormai indistinguibili gli uni dagli altri, dalle cataste di cadaveri agli angoli del campo.

Scrive Arturo Benvenuti, classe 1923, che il libro costituisce "un contributo alla giusta “rivolta” da parte di chi sente di non potersi rassegnare, nonostante tutto, ad una realtà mostruosa, terrificante". Un tentativo di resistenza senza "vuote parole, senza retorica. Così come senza parole e senza retorica hanno saputo resistere gli autori di queste immagini, tremende “testimonianze” di una immane tragedia. Atti di accusa, ma anche inequivocabili messaggi di ieri per l’oggi. Senza inutili discorsi. Non ce n’è davvero bisogno".

Di discorsi inutili non c'è bisogno. Ma di arte al servizio della memoria, che sia musica, letteratura o disegno, c'è ancora bisogno eccome.

K.Z. sarà presentato attraverso una serie di mostre nelle principali città italiane.
Qui le prime date confermate:
Dal 22/01 al 22/02 | Padova, Centro Culturale San Gaetano
Dal 27/01 al 27/02 | Roma, Libreria Fandango. Inaugurazione ore 18.00

Lara Crinò

Capirete cosa è il contagio del male

Non più di venti anni fa, e nel cuore di questa civile Europa, è stato sognato un sogno demenziale, quello di edificare un impero millenario su milioni di cadaveri e di schiavi. Il verbo è stato bandito per le piazze: pochissimi hanno rifiutato, e sono stati stroncati; tutti gli altri hanno acconsentito, parte con ribrezzo, parte con indifferenza, parte con entusiasmo. Non è stato solo un sogno: l'impero, un, effimero impero, è stato edificato: i cadaveri e gli schiavi ci sono stati.
Primo Levi, La Stampa ...

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