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Corriere della Sera
20 10 2014

Tedeschi immigrati negli Stati Uniti e diventati cittadini poi sono stati scovati dai cacciatori di nazisti: il Dipartimento di Stato lascia loro la previdenza

di Redazione Online

Jakob Denzinger a 90 anni vive in Croazia e riceve dagli Stati Uniti una pensione di 1.500 dollari al mese, retribuzione per il suo lavoro di imprenditore ad Akron, in Ohio. Ma nella vita “precedente” Akron era stato una delle guardie di Auschwitz. Ora, rivela l’agenzia Associated Press, emerge che oltre a lui anche decine di sospetti criminali di guerra nazisti hanno goduto dello stesso trattamento, e che le pensioni sono state pagate con la benedizione del Dipartimento alla Giustizia, che le ha usate come merce di scambio per i nazisti che accettavano di andarsene dagli Usa. Pagati almeno 1,5 milioni di dollari dei cittadini a stelle e strisce.

La proposta per fare allontanare i sospetti
Denzinger, infatti, ha vissuto in Ohio fino al 1989 quando, dopo essere stato scovato da una delle varie associazioni che vanno a caccia di nazisti. Allora il Dipartimento di Giustizia gli offrì di mantenere la propria condizione nella previdenza sociale americana se avesse accettato di andarsene, o di fuggire prima della deportazione in Germania.

L’elenco dei “rifugiati”
Come l’ex guardia di Auschwitz, in molti alla fine della Seconda Guerra Mondiale avevano mentito al momento dell’immigrazione negli Stati Uniti e, con il passare del tempo, ne erano diventati cittadini. Tra questi: i guardiani dei campi di sterminio; un membro delle SS che era presente durante il massacro del Ghetto di Varsavia, dove morirono almeno 13.000 ebrei; uno scienziato missilistico tedesco accusato di aver usato schiavi per costruire i V2 che bombardarono Londra e che in seguito collaborò con le missioni Apollo della Nasa.

1,5 milioni
Ap sottolinea come almeno 38 dei 66 sospetti nazisti fuoriusciti dagli Usa a partire dal 1979 abbiano mantenuto la propria pensione. Alcuni ne hanno beneficiato a partire da appena 15 anni fa.

l'Espresso
06 08 2014

La corte federale di Karlsruhe ha riaperto il processo sull'eccidio delle SS. Rompendo un silenzio "costruito dalle opportunità politiche". Parla Franco Giustolisi, il giornalista dell'Espresso che fece luce sui dossier della strage

“Si, è una vittoria, una vittoria tardiva ma una vittoria. Una vittoria della giustizia sull’oblio costruito dalle opportunità politiche”. Franco Giustolisi commenta così la sentenza della corte federale di Karlsruhe che, in Germania, ha sostanzialmente riaperto il processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944. Da quasi vent’anni Giustolisi si batte perché sia fatta giustizia per quella che definisce “la più grande tragedia del popolo italiano”. I 15-20 mila morti della guerra dei nazifascisti contro la popolazione civile italiana, le stragi che insanguinarono la penisola dal 1943 fino alla fine della guerra. Donne, bambini e anziani trucidati, famiglie annientate, interi paesi dati alle fiamme.

Su quelle stragi gli americani e gli inglesi, insieme ai carabinieri italiani, prepararono voluminosi dossier in cui i responsabili venivano indicati con nome, cognome e grado, i singoli atti criminali ricostruiti nei dettagli. Ma celebrati i processi per due stragi-simbolo (Marzabotto e Fosse Ardeatine) tutto cadde nel silenzio.

Un silenzio durato fino a metà degli anni Novanta, quando fu proprio Giustolisi, insieme ad Alessandro De Feo, a denunciare sull’Espresso il ritrovamento di tutti quei fascicoli riempiti cinquant’anni prima. Era quello che lo stesso Giustolisi definì l’Armadio della vergogna: 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 in seguito a un tacito accordo tra l’Italia e la Germania federale e chiusi in un armadio della procura generale militare.

“Una vergogna assoluta”, dice Giustolisi, “chiudendo quei fascicoli nell’armadio è come si fosse voluto negare un pezzo di storia drammatica del nostro paese, cancellare una serie infinita di crimini di guerra”.

Da allora, grazie anche al continuo, incessante lavoro di Giustolisi, di strada ne è stata fatta. La magistratura militare, e soprattutto l’attuale procuratore di Roma Marco De Paolis, ha istruito molti processi per i quali c’erano ancora imputati in vita. Molti sono andati in dibattimento e a sentenza. I tribunali e le corti di appello militari hanno assolto e condannato: più di quaranta ergastoli comminati ad altrettanti ex militari delle forze armate tedesche, ufficiali e sottufficiali.

“Di tutte queste condanne”, dice Giustolisi, “nessuna, dico nessuna, è stata però eseguita. Nessuno è andato a bussare alla porta di questi criminali di guerra per dirgli che da quel momento erano agli arresti domiciliari. Colpa dell’Italia, colpa della Germania, colpa di tutti quelli che pensano che la giustizia non sia il bene più prezioso, un bene da difendere a tutti i costi e contro tutti. Un’ingiustizia nell’ingiustizia”. Adesso la sentenza di Karlsruhe.

A Sant’Anna di Stazzema le SS della 16^ divisione, la stessa di Walter Reder, il maggiore condannato all’ergastolo per la strage di Marzabotto, uccisero 560 persone. Ma è un numero approssimativo perché non è mai stato possibile contarle con esattezza. Guidate dai fascisti locali, le SS andarono per i borghi di Sant’Anna uccidendo e bruciando. Sulla piazzetta della chiesa vennero accatastati almeno cento corpi, il prete ucciso, tutto dato alle fiamme.

I tribunali italiani avevano comminato, per quella strage, dieci ergastoli. C’è anche Gerhard Sommer tra gli “ergastolani italiani”, lo stesso SS contro il quale adesso può procedere la magistratura tedesca. “Probabilmente”, dice adesso Giustolisi, “non sono cadute nel vuoto le parole pronunciate dal presidente della Repubblica tedesca e dal ministro della Difesa di Berlino. Il primo, proprio a Sant’Anna di Stazzema, nel 2013, disse, insieme a Giorgio Napolitano, che i tribunali non avevano fatto il loro dovere. Il secondo, il 29 giugno di quest’anno, ha presenziato, insieme al nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini, alla celebrazioni per i 70 anni di un’altra terribile strage, quella di Civitella in val di Chiana, compiuta da reparti dell’aviazione tedesca. E ha detto di vergognarsi. 'Mi inchino - ha detto - di fronte a questi morti'. La nostra ministra, invece, è stata zitta… Ecco, in Germania qualcosa si sta muovendo, in Italia è il silenzio assoluto”.

“Spesso”, conclude Giustolisi, “mi chiedono perché mi batto per cose di 70 anni fa, che senso ha chiedere che ultranovantenni vengano condannati. Io rispondo prendendo in prestito le parole del diritto, l’azione penale in Italia è obbligatoria, e seguendo la straordinaria indicazione del presidente della repubblica di Germania: quando i tribunali non fanno il loro dovere è il popolo che deve andare avanti. Ecco io sono il popolo, e vado avanti. Anche se ho 89 anni e qualche acciacco. Vorrei che il popolo italiano raccogliesse questa triste eredità. E andasse comunque avanti nella ricerca della verità che, come diceva Gramsci, è rivoluzionaria”.

Pier Vittorio Buffa

Lo storico Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah, sta preparando la grande mostra che a Roma, dal 27 gennaio, racconterà la storia delle liberazioni e della "Endphase" decisa dai nazisti accerchiati ...

Il corpo del nemico (Adriano Sofri, La Repubblica)

  • Giovedì, 17 Ottobre 2013 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Non sappiamo niente degli altri. Dobbiamo immaginarli, e abbiamo un solo modo: immaginarli per somiglianza o per differenza da come siamo noi, da quello che crediamo di sapere di noi stessi. Parecchi anni fa, fui costretto a immaginare Priebke. Immaginai che, per vanità e per cattiveria, sarebbe vissuto fino a cent'anni, che sarebbe stata la sua vendetta: l'ottusità del male ha molto di cui vendicarsi. ...
Il fatto più importante è che la condanna di Erich Priebke è uno degli ultimi atti rilevanti e positivi della cultura antifascista. Dagli anni Novanta in poi sono dilagati in Europa due fenomeni: sul piano culturale il revisionismo storico e il negazionismo della Shoah, mentre sul piano concreto sono nati movimenti neonazisti e xenofobi. ...

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