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Il Paese delle donne
25 09 2013

Documento inviato alla Presidente della Camera, alla Vice-ministra alle Pari Opportunità, alla Ministra dell’integrazione, a tutti i gruppi parlamentari, alle e ai parlamentari con una sintesi dell’analisi critica e delle proposte di emendamento del decreto legge sulla sicurezza emerse in occasione dell’assemblea svolta il 18 settembre presso la Casa internazionale delle donne a Roma.

La Convenzione NO MORE! Contro la violenza sulle donne – femminicidio, ha espresso valutazioni critiche sulle misure in materia di violenza di genere contenute nel d.l. 93/2013, critiche rappresentate in audizione nelle Commissioni Giustizia ed Affari Costituzionali della Camera dei Deputati; ha quindi indetto in data 18 settembre un’Assemblea alla Casa Internazionale delle Donne di Roma a cui hanno partecipato associazioni nazionali e locali, magistrati/e, avvocate e parlamentari di diverse forze politiche per un confronto di merito tra realtà diverse sul testo legislativo in discussione alla camera, un approfondimento reso quasi impossibile dai tempi ristretti posti dal decreto legge.

Dal confronto tra le diverse competenze e posizioni è scaturito da parte di tutte le persone presenti un giudizio critico sui tempi e sui modi con cui il governo ha licenziato il decreto legge sulla sicurezza: in particolare tutte/i hanno convenuto che è un errore politico e culturale considerare la violenza contro le donne alla stregua di un reato qualunque e affrontarlo, come altre volte è avvenuto, all’interno della logica emergenziale e securitaria, sbagliata e inadeguata ad affrontare il fenomeno che ha ragioni e caratteristiche particolari, da non sottovalutare o trascurare,

Nell’assemblea si è inoltre convenuto che, soprattutto dopo l’approvazione unanime da parte del Parlamento italiano della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza contro le donne e la violenza domestica, adottata il 7 aprile 2011 (c.d. Convenzione di Istanbul), altri avrebbero dovuto essere gli atti e le definizioni da usare per affrontare il fenomeno della violenza maschile, e che la Convenzione stessa debba essere il riferimento essenziale per le definizioni delle forme di violenza in modo organico, senza restrizioni per costruire i passi successiva alla sua compiuta applicazione.

L’ Assemblea ricorda che la Convenzione di Istanbul attua una strategia di intervento che privilegia la prevenzione del fenomeno, e soprattutto la protezione delle vittime per contrastare la violenza contro le donne, lasciando alla repressione penale il ruolo sussidiario che le compete. Tale strategia si fonda sulla convinzione che un’efficace azione di protezione delle vittime, sia dalle iniziali manifestazioni criminose (stalking, maltrattamenti, lesioni personali,violenze sessuali) può inibire i successivi comportamenti di sopraffazione che caratterizzano le violenze contro le donne, comportamenti che spesso conducono al femminicidio.

L’Assemblea ritiene fondamentale che la conversione in legge che il Parlamento si appresta a votare debba essere conforme agli obblighi internazionali e comunitari assunti dallo Stato italiano in materia di violenza maschile sulle donne, al fine di ridurre l’impatto negativo nei confronti delle vittime di violenze, o la discriminazione tra vittime di maltrattamento e altre vittime di atti parimenti gravi .

Unanime è stata la valutazione che sia fondamentale per la legge di conversione riesaminare l’art.5, in cui il richiamo alla necessità di un Piano nazionale parta dalla raccolta dati in modo strutturato ed organico che agevoli tutte le misure politiche necessarie del Piano stesso che deve essere ordinario, funzionale e adeguatamente finanziato e risponda ai criteri riconosciuti come validi a livello degli organismi istituzionali; che la predisposizione del Piano sia valutata oltre che con le istituzioni coinvolte, con le realtà delle donne, degli operatori e degli enti locali; che il Piano sia adeguatamente finanziato in ogni azione di prevenzione, di formazione in ogni struttura dello Stato coinvolta e di sensibilizzazione e promozione di una cultura rispettosa della libertà femminile, oltre che repressiva delle azioni violente, in tutto il sistema statuale italiano.

E’ necessario implementare la Convenzione di Istanbul anche sotto il profilo delle azioni da essa contemplate sulla prevenzione attraverso i media: per il superamento degli stereotipi che alimentano la cultura della violenza contro le donne, è fondamentale che la comunicazione e l’informazione siano improntate a un linguaggio e a una rappresentazione del femminicidio, e più in generale delle donne, rispettoso, corretto, consapevole: obiettivo da perseguire con la formazione professionale.

Sulle norme penali si è convenuto che nel decreto legge sulla sicurezza pur in presenza di alcune norme positive, che vanno precisate e migliorate in ambito di discussione in commissione e in aula, il provvedimento rimane disorganico e lontano dalle reali esigenze delle donne che vogliono uscire da situazioni di violenza e degli operatori e operatrici che devono supportarle in questo percorso. Come dimostrano molti tragici episodi, alle donne non è mancata la coscienza del pericolo, ma esse non sono state sostenute né protette dalle istituzioni alle quali pure si erano rivolte e che avevano il dovere di agire e non lo hanno fatto.
Infatti, pur in presenza di valutazioni diverse sullo strumento della querela irrevocabile, che per alcune realtà potrebbe essere utile per ovviare alle condizioni di ulteriore violenza e ricatto sulle donne da parte di uomini violenti, tutti/e hanno sottolineato le condizioni inadeguate in cui versano le forze dell’ordine per dare risposte celeri ed adeguate alla donne, i tempi troppo lunghi della magistratura e l’assoluta carenza di servizi specializzati in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Questi dati reali, al di là delle diverse valutazioni sul diritto all’autodeterminazione delle donne o sulla necessità di tutela di cui lo Stato sembra farsi carico, rischiano di spingere le donne in una logica di vittimizzazione secondaria che le porterebbe a sottarsi alla querela stessa, rendendo il fenomeno ancora più clandestino.

Le associazioni e gli operatori e operatrici presenti alla Casa Internazionale chiedono a tutti e a tutte le parlamentari che sia fatto ogni sforzo, in base alla particolare natura di questo fenomeno, di emendare il decreto legge, attraverso la modifica nella legge di conversione dei singoli istituti previsti, per renderli compatibili con gli obblighi internazionali ed europei assunti dalle Istituzioni e per renderli più efficaci / meno dannosi nell’impatto sulla vita reale delle donne e degli operatori tenendo conto di tutti i rilievi nati dalla attuale discussione.

In particolare chiediamo che le donne migranti, come prevede la Convenzione di Istanbul, siano trattate dallo Stato nello stesso modo delle donne italiane e comunitarie quando sono vittime di violenza domestica. La concessione di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie è una posizione condivisa a condizione che l’accesso a questa possibilità sia semplice e diretta da parte delle donne che si rivolgono alle forze dell’ordine o direttamente o tramite i centri antiviolenza o i servizi sociali esistenti. La proposizione nel decreto della stessa modalità usata per le persone trafficate appare non solo impropria ma incapace di raggiungere l’obiettivo dichiarato dal governo nel decreto.

Convenzione No More!

Roma 18 settembre 2013

Quell'aula semideserta contro il femminicidio

Huffington Post
28 05 2013


di Celeste Costantino

Oggi pomeriggio voteremo alla Camera il ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ieri una bella discussione in Aula è stata purtroppo rovinata dall'assenteismo di moltissimi colleghi e da sterili polemiche tra M5s e l'ex ministro Mara Carfagna.

Eppure il tema del contrasto al femminicidio non meritava un'aula semideserta. Non la meritava nemmeno Fabiana, sedici anni, ennesima vittima della violenza maschile: accoltellata e bruciata viva da un suo coetaneo a Corigliano Calabro. Per lei, prima della discussione della ratifica, abbiamo iniziato con un minuto di silenzio. E la Camera sembrava più silenziosa di altre volte. La presidente della Camera Boldrini non ha potuto che mostrarsi dispiaciuta per le tante assenze nell'emiciclo. Ma la discussione è cominciata: un confronto maturo, lucido e responsabile. Sebbene tanti deputati l'abbiano perso.

 

Quello che è accaduto a Corigliano - che alcuni giornali continuano a titolare colpevolmente "dramma della gelosia" - non è diverso da ciò che si consuma quotidianamente: quello che cambia ogni giorno è solo il nome, l'età, la provenienza geografica, lo stato sociale della vittima e del carnefice. Perché purtroppo quando pronunciamo la parola "femminicidio" ci riferiamo proprio alle tante Fabiane di questo Paese.

Troppo non è abbastanza. La Convenzione, che l'Italia si appresta a ratificare, sottolinea la necessità di iniziare un percorso culturale che parta dallo sguardo sociale sulle donne. Parta cioè dalla decostruzione di quell'idea per cui tutto dipende dai nostri comportamenti.

C'è ancora chi pensa che se fossimo donne ubbidienti e caste forse gli uomini non sarebbero così violenti: come se una prostituta invece meritasse di essere violentata, picchiata o uccisa. La verità è che "Troppo non è mai abbastanza", come ci ha raccontato Ulli Lust, facendoci vergognare del nostro Paese.

Donne pensate e immaginate come oggetti di proprietà, come cose da possedere. E più vivono condizioni di precarietà economica e sociale e più facile diventa la reificazione. Che c'è di meglio per esempio delle donne migranti? Badanti sequestrate dentro le case degli anziani che accudiscono. Famiglie italiane che pensano che pagando un lavoro comprano la vita di queste donne.

Ho intrapreso un viaggio per i centri antiviolenza del nostro Paese. L'ho voluto chiamare #RestiamoVive. La prima tappa è stata proprio a Cosenza al Centro Roberta Lanzino a pochi passi da Corigliano. Quel Centro qualche anno fa è stato costretto a chiudere la casa rifugio per donne maltrattate per mancanza di fondi. E sempre in questo viaggio al Centro Ester Scardaccione di Potenza ho ascoltato, tra le altre, le testimonianze di tante donne straniere a cui per lavorare veniva chiesto anche di accettare clausole non scritte come far godere sessualmente il malato o un parente vicino.

Decostruire modelli e stereotipi. Bisogna avere la capacità di ripensare un nuovo concetto di cittadinanza, per tutti coloro che nascono e vivono in Italia. Ed ecco perché un ruolo centrale in questo percorso lo rivestono la scuola e l'università, i mezzi di comunicazione, l'informazione. La Convenzione di Istanbul, al Capitolo III (dall'art. 12 all'articolo 17), parla proprio dell'importanza, per esempio, dell'insegnamento dell'educazione sentimentale, della formazione all'affettività per far sì che i bambini non seguano quelli che in tutti questi anni sono stati spacciati come elementi innati e che invece sono soltanto le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile.

Bisogna mettersi dalla parte di tutte le bambine e di tutti i bambini. Un accesso alla scuola libero, pubblico e laico come ha stabilito il referendum a Bologna. In cui restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di autodeterminarsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.

Si deve ripartire da un'ammissione di colpevolezza da parte della politica, dall'atteggiamento miope di chi in questi anni ha preferito parlare di "sicurezza" e convocare Consigli dei Ministri d'urgenza quando era del tutto evidente che l'emergenza fosse strutturata e radicata. Da chi utilizza il corpo delle donne per portare aventi della propaganda razzista e moralista che non contrasta ma aumenta l'odio nel Paese.

Abuso mediatico del corpo femminile. Tra qualche giorno compierò 34 anni. Sono nata nel 1979, sono figlia della tv commerciale, mi sono imbevuta nel corso della mia vita di cartoni animati con principesse e streghe, telefilm americani con papà a lavoro e mamme a fare biscotti, programmi come "Non è la Rai". Sognavo da adolescente di essere bella come quelle ragazze e quindi lungi da me uno sguardo giudicante o bigotto nei confronti di chi investe sulle propria fisicità e sul mondo dello spettacolo. Ma oggi c'è un vero e proprio abuso mediatico del corpo femminile che viene associato a qualsiasi prodotto da reclamizzare fino ad arrivare addirittura a inscenare un femminicidio per pubblicizzare un panno per la polvere.

Faccio parte di quella generazione che ha ereditato dal movimento delle donne il concetto di libertà e di autodeterminazione e tanto altro ancora. E pensavo ingenuamente che quei concetti e quei diritti nessuno li avrebbe più messi in discussione. Oggi invece di parlare della precarietà come tratto della mia generazione - che figli non ne fa più perché non è neanche nelle condizioni di poterli fare - devo ancora stare qui a difendere la legge 194 dagli obiettori di coscienza e dai movimenti pro life spalleggiati da corpuscoli politici fanatici e anacronistici. E a rabbrividire sui dati dell'aborto clandestino.

Con la ratifica a Istanbul rinunciamo a tutto questo e proviamo finalmente a ridare dignità a Fabiana, a tutte le vittime, a tutte le donne e gli uomini di questo Paese.

Un "patto" e un impegno unitario contro le discriminazioni di genere, per i diritti delle donne, contro "la famiglia violenta", contro mistificazioni come la cosiddetta sindrome di alienazione parentale o pas "inventata dalla lobby dei padri separati, una patologia che magicamente smette di esistere al compimento del diciottesimo anno" ...

No more femminicidio: quando le parole contano

di Monica Lanfranco, Il Fatto Quotidiano
25 ottobre 2012

Convenzione non è una parola molto usata nella politica italiana, nemmeno nei movimenti delle donne. La rimise al centro dell’attenzione, negli anni ’90, Lidia Menapace, una delle più autorevoli esponenti del femminismo italiano, non solo per lanciare una convenzione di donne contro le guerre, con la quale dire che la dimensione bellica doveva essere messa al bando dalla storia umana, ma anche per indicare una strada politicamente interessante:

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