la Repubblica
14 05 2015

Accade che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che la storia finora sia rimasta nell'ombra? La vicenda che sto per raccontare parte da un'inchiesta della Dda di Napoli, l'Operazione Caleno portata avanti da Giovanni Conzo ed Eliana Esposito, e da una sentenza le cui motivazioni sono state depositate a febbraio dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: e dimostra per la prima volta come le organizzazioni criminali gestiscano le redazioni in alcuni quotidiani locali.

Un giornalista che racconta lo strapotere dei clan, un boss che pretende e ottiene il licenziamento del giornalista scomodo, un quotidiano che si piega al boss. Il giornalista si chiama Enzo Palmesano, il boss è Vincenzo Lubrano, la testata è il Corriere di Caserta (oggi Cronache di Caserta) che, insieme a Cronache di Napoli, è un quotidiano dalla storia controversa. Entrambi appartengono al gruppo Libra il cui editore, Maurizio Clemente, è stato condannato per estorsione a mezzo stampa: utilizzava le testate per scopi intimidatori, cioè "o paghi o scrivo contro di te".

Cronache di Napoli e Corriere di Caserta sono poi diventati famosi - loro malgrado - per aver infangato la memoria di Don Peppe Diana. Tutti ricordano il titolo del Corriere di Caserta: "Don Peppe Diana era un camorrista". Negli anni, questi due quotidiani hanno pubblicato messaggi dei clan. Quando venne sequestrato il piccolo Tommaso Onofri, Cronache di Napoli titolò: "Tommaso, il dolore dei boss". I boss volevano mandare ai sequestratori il messaggio: "Provate a toccarlo e in carcere passerete l'inferno ".

Quando il corpo di Tommaso fu rinvenuto, il titolo sempre di Cronache di Napoli fu: "Tommaso è morto: l'ira dei padrini". Sono titoli dietro ai quali c'è una strategia assai fina: influenzare l'opinione locale per arrivare a determinare la narrazione nazionale. Quando qui arriva un giornalista da fuori fa domande, raccoglie opinioni: e queste spesso sono determinate proprio dalla stampa locale. È così che questi piccoli giornali riescono poi a far passare messaggi che indirizzano l'interpretazione dei fatti. Ed è in questo contesto che ha provato a fare informazione Enzo Palmesano - lui stesso personaggio non ordinario, autodefinitosi "fascista di sinistra" negli anni più duri della guerra di camorra, militante Msi poi promotore al congresso di Fiuggi dell'emendamento con cui An prendeva le distanze dall'antisemitismo.

Cerchiamo allora di conoscerlo più da vicino questo contesto. Vincenzo Lubrano è stato uno dei boss più temuti della camorra campana, legato alla mafia corleonese attraverso il vincolo che univa la sua famiglia a quella dei Nuvoletta, mandatari di Cosa Nostra in Campania. Lello Lubrano, primogenito di don Vincenzo, aveva sposato Rosa Nuvoletta, figlia del capomafia di Marano, Lorenzo. I Nuvoletta, benché napoletani, non sono camorristi, sono l'unica famiglia esterna alla Sicilia che ha avuto un ruolo ai vertici di Cosa Nostra. Vincenzo Lubrano fu condannato all'ergastolo come uno dei mandanti dell'omicidio del sindacalista di Maddaloni, Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando Imposimato, l'11 ottobre 1983. E Imposimato fu ucciso per due ragioni: per colpire il fratello del giudice che stava indagando sul riciclaggio di Cosa Nostra a Roma; e perché si batteva sul territorio affinché le colline maddalonesi non fossero divorate dalle cave che oggi le deturpano. L'omicidio Imposimato, avvenuto in terra di camorra, è considerato un delitto di mafia, perché l'ordine ai campani arrivò direttamente dalla Sicilia. Ma tutto lo ricorda solo chi l'ha vissuto sulla propria pelle, perché la maggior parte delle cosche casertane, compresi i Lubrano, hanno sempre preferito mantenere un basso profilo, tenendosi ai margini della cronaca. Palmesano, invece, scrive e racconta.

Scrive del pellegrinaggio che Vincenzo Lubrano, assolto in appello per l'omicidio Imposimato, organizzò con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio.

Ricorda il restauro che Raffaele Lubrano fece della cosiddetta "Madonna della camorra", poiché a lei si rivolgevano durante la latitanza a Pignataro Maggiore i boss di Cosa Nostra. Palmesano racconta la presenza di Liggio e Riina sul territorio. Inizia a scrivere tutti i giorni del clan Lubrano e si concentra su Raffaele "Lello" Lubrano, ucciso a Pignataro Maggiore nel corso di una faida che vede coinvolti pignataresi e casalesi.

Il cronista sa che questa storia è nodale per comprendere gli equilibri politici che regolano il territorio. E proprio per questo Vincenzo Lubrano vuole a toglierlo di mezzo.

C'è un'intercettazione telefonica tra Lubrano e Francesco Cascella, il nipote acquisito del boss che medierà tra il clan e il direttore del quotidiano per l'allontanamento di Palmesano. Dice Lubrano: " Ma come si deve fare, non posso, non posso nemmeno andare a pisciare più... ho passato un guaio con questo giornalista.

Mi sta rompendo il cazzo sai perché, mette sempre in mezzo la morte di Lello, che hanno ucciso a Lello, nello stesso articolo. Ma se tu scrivi una cosa che nomini a fare quello che ormai è morto? Hai capito? E qualche giorno mi fa perdere la testa e mi fa passare un guaio grosso. Pure a Marano.

A Marano uccisero Siani, ebbero 7 ergastoli. Quello pure lo stesso rompeva il cazzo a tutti quanti, vedeva a uno di quelli là magari a prendere il caffè, prendeva e scriveva, quello si è stufato e l'hanno ucciso. Hanno avuto 7 ergastoli. Adesso dico io perché devo prendere l'ergastolo per un uomo di merda di quello? Magari, gli devi dire che non nomina più a Lello Lubrano, che lo lasciasse stare in grazia di Dio ". Il riferimento all'omicidio di Giancarlo Siani è particolarmente inquietante perché a farlo è una famiglia legata per sangue e affiliazione agli esecutori di quell'omicidio.

I Lubrano, come detto, sono imparentati con i Nuvoletta di Marano, che nel 1985 decretarono la morte del giornalista del Mattino. Per evitare che parta l'ordine di morte, Cascella va a parlare con il direttore del Corriere di Caserta , Gianluigi Guarino, e gli chiede di ridimensionare Palmesano e di impedirgli di citare nei suoi articoli Lello Lubrano; poi riporta a don Vincenzo il contenuto di quella conversazione: " Comunque, l'importante, ho detto: Gianluigi (Guarino, ndr ), che almeno queste due cose qua, ho detto, tu me le fai, me lo devi, perché se no io ti ho sempre fatto un sacco i favori, io a te, Gian-lui', ho detto, questo, ti ripeto, è mio zio, è il fratello di mia suocera, ti prego, almeno... gli ho detto, facciamo riposare in pace quest'anima che già ne ha passate abbastanza... dice: no, no, dice, digli a don Vincenzo che questo lo può ritenere fatto, per quanto riguarda il fatto di non scrivere dice, piano piano, anche questo Palmesano, dice, mi crea solo problemi ". Poco prima, Cascella attribuisce a Guarino queste parole: " Questo Palmesano è un " cacacazzo", dice, piano piano se io ci riesco a ridimensionarlo ".

Accade dunque che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che questa storia rimanga nell'ombra?

Roberto Saviano

Studente ucciso alla fermata del pullman nel Nuorese

  • Venerdì, 08 Maggio 2015 08:40 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
la Repubblica
08 05 2015

Gianluca Monni, 19 anni, assassinato a colpi di fucile a Orune. Stava aspettando il mezzo che l'avrebbe portato a scuola nel capoluogo

Un ragazzo di 19 anni, Gianluca Monni, è stato ucciso a colpi di fucile intorno alle 7.30 mentre aspettava il pullman che lo avrebbe portato a scuola a Nuoro.

Lo studente delle superiori sarebbe stato raggiunto da più di un colpo. Sull'omicidio stanno indagando i carabinieri.

L'Onu: ogni giorno nel mondo 500 bimbi muoiono sulle strade

  • Venerdì, 08 Maggio 2015 08:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
08 05 2015

Ogni giorno, dice l`Onu, muoiono circa 500 minorenni sulle strade di tutto il mondo a causa di incidenti. Il tragico totale, alla fine dell`anno, è di oltre 182 mila giovani vittime.

Numeri che hanno indotto le Nazioni Unite a moltiplicare gli sforzi per sensibilizzare i ragazzi proponendo la «Settimana mondiale della sicurezza stradale» che si concluderà domenica io maggio.

Una campagna che vuole andare incontro ai giovani con il loro stesso linguaggio «social» e per questo è stato lanciato un hashtag sui social network (#SaveKidsLife), un sito internet (www.savekidslives2o15.org) e una petizione rivolta ai leader di tutti i Paesi membri dell`Onu con cui viene chiesto che la sicurezza stradale venga inclusa negli obiettivi di sviluppo sostenibile che l`Onu presenterà a settembre per sostituire gli attuali «Millennium development goals».

Anche in Italia, nel 2013, sono morti oltre due bambini a settimana e, in tutto, 123 minorenni. ...

 

Fisco e appalti irregolari: un Paese a delinquere

Un paese illegale. È questa l'Italia che emerge dal rapporto 2014 della Guardia di Finanza. Non che sia una sorpresa: ma a leggerli tutti in fila, cifre e fatti spiccano ancora più crudi. Sono cifre e fatti di un paese in cui si froda su tutto. Sul fisco, naturalmente, ma anche sugli appalti (uno su tre è risultato irregolare, per un totale di quasi 1,8 miliardi) e sull'energia, sulla previdenza e la sanità, sui fondi comunitari e sugli incentivi alle imprese. Un paese che accumula illegalmente tonnellate di rifiuti industriali.
Nunzia Penelope, Il Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano
03 04 2015

Ammazzare due rom a caso. Pescarli tra le baracche e spararli a bruciapelo. Un’azione punitiva per vendicare lo sgarro subito. Sangue innocente per dare ‘soddisfazione’ al boss. Camorra assassina, camorra vigliacca, camorra stracciona. Mirko e Goran Radosavljevic, due giovanissimi, tornavano al campo nomadi di Secondigliano a Napoli. Erano usciti per comperare le pizze. Improvvisamente il raid del ‘gruppo di fuoco’ all’interno della baraccopoli. I killer, incuranti dell’affollata comunità, con estrema freddezza, violenza e cinismo sotto lo sguardo di bambini e donne, estraggono le pistole e fanno fuoco contro i due ragazzi appena giunti.

Il duplice omicidio – siamo nel 2004 – viene catalogato come probabile lite tra rom o un effetto collaterale della sanguinosa faida di Scampia. La storia di Mirko e Goran Radosavljevic è una storia che chiede vendetta. Dopo undici lunghi anni di dolore, rabbia e ingiustizia: i senza voce, gli ultimi tra gli ultimi, i zingari finalmente possono guardare in faccia i mandanti e gli assassini di qull’eccidio. I familiari di Mirko e Goran a denti stretti come nel traversare il deserto si erano arresi, al destino.

E’ stato Giuseppe Persico, un nuovo collaboratore di giustizia, affiliato al clan Mazzarella con il ruolo di reggente, a raccontare la verità, a spiegare le cose come andarono, a certificare come i due rom furono colpiti a bruciapelo e senza colpa solo per punire un furto di connazionali messo a segno nella casa sbagliata. All’epoca dei fatti Giuseppe Persico ricopriva il ruolo di luogotenente del clan Mazzarella a piazza Mercato nel cuore della città.

Il boss Franco Mazzarella, figlio del capostipite e vecchio contrabbandiere Gennaro, è su tutte le furie. Mentre era nella sua abitazione e dormiva con la propria famiglia, dei nomadi entrano e rubano. Il boss non si dà pace. L’irruzione nella sua casa è un’offesa grave, uno sberleffo, una mancanza di rispetto. Una cosa gravissima. C’è chi parla e c’è chi sparla. “Un capo che si fa rubare in casa, che capo è?”. Il boss è furioso. Convoca il gruppo di vertice della cosca e ordina di effettuare delle indagini per conoscere chi sono gli autori del furto. Vuole i colpevoli al suo cospetto. Non ammette discussioni. Minaccia perfino di fermare le attività del clan per liberare uomini da sguinzagliare sulle tracce degli “infami”. I suoi più fidati scherri devono dedicarsi a scovare i furfanti. E’ la fissazione di Franco Mazzarella. L’immagine conta nella camorra 2.0. Nessun tentennamento c’è in ballo l’onore e la rispettabilità di un boss davanti ai suoi familiari, affiliati e perfino nemici. Pochi giorni e riescono a sapere con certezza che il domicilio di Franco Mazzarella è stato violato da due nomadi provenienti dal campo di Secondigliano e precisamente quello ubicato dietro il carcere, periferia nord della città.

Gli autori del furto non saltano fuori. Minacce, ritorsioni e pestaggi, la comunità rom è coesa: nessuno parla. Il boss taglia corto. Scatta la vendetta. Occorre dare una lezione, far capire agli zingari che con la camorra non si scherza. Che mancare di rispetto a un capo clan equivale a scavarsi la fossa. L’ordine è perentorio: colpire nel mucchio. Uccidere qualcuno appartenente alla stessa etnia degli autori del furto. Parte il raid. Nel mirino finiscono Mirko e Goran Radosavljevic, due ragazzi innocenti che nulla c’entravano con il rubare, con i boss, con i clan, con la camorra. Sangue innocente. Trucidati dalla follia criminale e razzista.

A distanza di 11 anni la Squadra mobile di Napoli dopo una attenta indagine ha acciuffato il boss Mazzarella e i componenti del commando. Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio della città. Con il Comune di Napoli, le altre istituzioni e le associazioni costituite parte civile nel processo. Che Napoli con la sua generosità ricordi i nomi di Mirko e Goran con una targa. E che la loro storia non sia dimenticata e accolta nelle memorie delle vittime innocenti. Ai congiunti si diano tutti i benefici di legge prevede per i familiari delle vittime innocenti della criminalità in Campania.

Arnaldo Capezzuto

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