Dobbiamo piantare semi di pace

  • Lunedì, 19 Gennaio 2015 11:56 ,
  • Pubblicato in EURONEWS

Huffington Post
19 01 2015

Viviamo in tempi segnati dalla violenza. Dall'uccisione di 134 bambini innocenti a Peshawar alle 2000 persone massacrate da Boko Haram in Nigeria fino alle 17 vittime di Parigi, solo nell'ultimo mese.

Dobbiamo condannare questa violenza. Ma dobbiamo fare di più e capire le sue radici. Le esplosioni di violenza in luoghi imprevedibili contro innocenti stanno crescendo e quando qualsiasi processo cresce nella società, l'umanità ha bisogno di riflettere su ciò che lo sta alimentando, da dove arriva il suo nutrimento, e che cosa possiamo fare evitare che un futuro scoppio di violenza sconvolga la serenità e la stabilità della vita di tutti i giorni, in ogni parte del mondo.

La maggior parte delle analisi riduce e rende intrinseca la violenza a particolari culture. L'analisi dominante basata su frammentazione e riduzionismo, separa le azioni dalle loro conseguenze. Questo consente la deresponsabilizzazione della violenza strutturale fatta dalle società attraverso le guerre e un'economia globalizzata, che di fatto che ha tutte le caratteristiche di una guerra.

Ma la violenza non è essenziale per gli esseri umani o per una particolare cultura. Proprio come la pace, va coltivata - i suoi semi devono essere piantati. Come esseri umani, con tutte le diversità culturali e le nostre storie abbiamo in noi il potenziale per essere sia violenti che pacifici.

Il nutrimento per l'epidemia di violenza nei nostri tempi viene dalla violenza strutturale della guerra, dell'espropriazione, dello sradicamento e dell'esclusione. Proviene dal derubare la gente di senso, dignità, rispetto di sé, sicurezza. Questo furto di significato, ha svuotato i diritti e la dignità radicati nella diversità delle culture dell'umanità, crea un vuoto interiore che è riempito di identità posticce di tipo fondamentalista. Invece di identità coltivate in modo olistico e positivo da un senso di appartenenza e di cultura, queste identità vengono progettate in identità negative, definite solo come la negazione dell'altro.

La diffusione di guerre distruttive sia del punto di vista sociale che ecologico sta sradicando le persone in tutto il mondo. L'ultima espressione di questa logica basata sull'identità negativa è lo sterminio dell'altro. Attori potenti che hanno scatenato guerre in Afghanistan e in Siria non si assumono la responsabilità per lo sradicamento e la brutalizzazione delle comunità. In un solo anno, da metà 2013 a metà 2014, 3 milioni di rifugiati sono stati costretti ad abbandonare la Siria, 2,6 milioni l'Afghanistan, 1 milione la Somalia e 5 milioni il Sudan. E anche quelli che non hanno potuto lasciare le loro case come rifugiati sono stati trasformati in rifugiati culturali ed economici sottraendo loro sicurezza e stabilità. Gli esseri umani brutalizzati diffondono brutalità.

Samuel Huntington, famoso per il suo Clash of Civilizations (Scontro di civiltà), ha sbagliato quando ha detto "possiamo solo sapere che siamo, quando sappiamo che odiamo'. In India, la pratica del controllo del respiro il pranayama', recita così "sei, quindi sono". Seminiamo i semi della pace ogni volta che ricordiamo e celebriamo la nostra dipendenza dagli "altri". Essere aperti alla "diversità" degli altri crea le condizioni di compassione, pace e benessere di tutti.

Vandana Shiva

Attivisti sulle antenne, domani #nomuos in corteo

  • Venerdì, 08 Agosto 2014 11:11 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
08 08 2014

Blitz notturno e sette attivisti sulle antenne RTF a Niscemi, nonostante intimidazioni, misure cautelari e silenzio mediatico, il movimento No Muos si prepara a tornare in piazza domani.

Con un blitz al chiaro di luna questa notte sono tornati sulle antenne RTF sette attivisti No Muos, questa volta con i colori della Palestina dipinti sul volto. Si prepara cosi la manifestazione che partirà domani 9 agosto alle ore 15 dal presidio permanente No Muos, danneggiato da ignoti solo pochi giorni fa.

"Nel pomeriggio di sabato 2 agosto" infatti, scrivono sul sito nomuos.info "alla luce del sole, il Presidio permanente NO MUOS di Niscemi è stato saccheggiato; ogni oggetto e suppellettile presente dentro la baracca è stato distrutto o reso inservibile. Il vile gesto vandalico rappresenta un chiaro messaggio intimidatorio verso il movimento NO MUOS che si accinge a dare vita al campeggio resistente e alla manifestazione del 9 agosto, e si aggiunge agli altri fin troppo chiari segnali arrivati in queste settimane: dai fogli di via a 29 attivisti, cui è stato proibito di entrare nel territorio di Niscemi, al rifiuto apposto al percorso della manifestazione del 9 dentro la Sughereta, al continuo stillicidio di denunce e convocazioni per attivisti rei di aver preso parte a manifestazioni e iniziative diversi mesi fa."

Ultima ondata intimidatoria, i 29 avvisi relativi al divieto di dimora a Niscemi recapitati il 27 luglio scorso a attivisti no muos di diverse città siciliane: il comitato di Niscemi denuncia "l’intento, attraverso questa limitazione della libertà personale, di far fallire il corteo previsto il prossimo 9 agosto. Gli attivisti colpiti dai provvedimenti provengono da ogni parte della Sicilia, da Siracusa a Palermo, da Catania a Caltanissetta. Non potranno, nel periodo del campeggio No Muos dal 6 al 12 agosto, accedere al territorio niscemese. In questo modo tentano di intimidire una protesta che non da segni di cedimento, nemmeno dopo il montaggio delle parabole, nemmeno dopo il voto di Camera e Senato. Non saranno certo i divieti a fermare gli attivisti No Muos."

Ed infatti dopo settimane dense di intimidazioni, minacce, divieti della Questura rispetto al percorso del corteo, devastazioni del campeggio, il movimento no muos oggi raccoglie adesioni di decine di sindaci, amministratori locali, associazioni, attivisti, e si prepara a tornare sotto le antenne, ad un anno dalla grande manifestazione del 9 agosto scorso, quella dell'invasione della base militare da parte di migliaia di persone.

Si tornerà quindi in piazza per fermare il Muos, e per reclamare con forza la fine del massacro israeliano, ma anche per una politica di inclusione, apertura dei confini e di pace nel mediterraneo.

Per lo smantellamento della base e la sua riconversione in centro internazionale per l'accoglienza, la solidarietà e la pace, il trasferimento del denaro per gli F-35 per progetti sociali ed ecologici elaborati dal basso, la fine della collaborazione militare e commerciale con Israele, da poco condannato per violazione dei diritti umani, fino a quando si arrivi a una soluzione giusta e condivisa tra Israele e Palestina. Il blocco delle vendite di aerei e armi da combattimento da parte delle nostre fabbriche a tutti i paesi violatori di diritti umani.

Ed infine, contro il Mediterraneo come frontiera e cimitero di migranti, la manifestazione chiede la conversione del denaro e degli sforzi militari e polizieschi (Marenostrum, Cie, Cara) usati per solo per rinchiudere migranti e deportarli, creando e rendendo operativo da subito un piano di accoglienza solidale e diffuso che preveda il salvacondotto consolare europeo per i migranti che scappano da guerre e dittature, dando l'esempio agli altri paesi.

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Processo a Gandhi

  • Lunedì, 04 Agosto 2014 09:33 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Repubblica
04 08 2014

La scrittrice del "Dio delle piccole cose" Arundhati Roy mette sotto accusa l'apostolo della "nonviolenza" e il padre dell'indipendenza indiana: benché facesse la carità ai fuori-casta, gli Intoccabili, li trattava con condiscendenza e disprezzo. Ecco in anteprima il testo che presto verrà pubblicato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e già getta ombre sulla figura del Mahatma. ...

Pacifisti d’Israele

Internazionale
31 07 2014

I refuznik israeliani (in ebraico " chi rifiuta") sono giovani che rifiutano di fare il servizio militare. La leva è un passaggio obbligato nella società israeliana.

In Israele a scuola i ragazzi incontrano i rappresentanti dell’esercito che gli spiegano il ruolo e l’importanza delle forze armate e aver svolto il servizio militare è richiesto in ogni posto di lavoro.

Le forze armate israeliane hanno circa 186.500 soldati, ma possono richiamare fino a 445mila riservisti. Gli israeliani si arruolano a 18 anni e sono previsti 3 anni di servizio militare per gli uomini e 2 anni per le donne. Sono esclusi gli arabi israeliani (il 18 per cento della popolazione) e gli ebrei ultraortodossi che sono esonerati per lo studio della religione.

La maggior parte dei refuznik è composta da pacifisti o da persone che rifiutano di combattere nei territori palestinesi occupati. Alcuni hanno ragioni personali di studio o di lavoro. A causa della loro scelta finiscono in prigione per disobbedienza. Nel 2014 cinquanta giovani hanno rifiutato di arruolarsi e per questo finiranno in prigione a ottobre.

Il reportage di Martin Barzilai è stato realizzato nel 2009, Mediapart lo ha attualizzato nel 2014.

In questa foto: Tamar, 20 anni. "Sono pacifista e nel 2008 ho scelto di andare in prigione per spiegare che è possibile rimettere in discussione il tabù del servizio militare. Ho passato tre mesi in prigione e l’ultimo in isolamento perché rifiutavo di indossare l’uniforme. L’odio e l’intolleranza per scelte come la mia sono ancora più forti in momenti come questi. La mia generazione è cresciuta senza alcun contatto con la società palestinese. In questo modo l’odio nasce più facilmente". Tel Aviv, Israele, 2014.

Alex, 22 anni, operatore cinematografico. "A 17 anni sono andato nei territori occupati per aiutare i palestinesi a raccogliere le olive. Questa esperienza mi ha molto toccato. Mi sono reso conto che la parola sicurezza per giustificare l’occupazione era una menzogna. Ho deciso che non avrei fatto il servizio militare. Ho passato cinque mesi in prigione per disobbedienza". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Neta, 18 anni. "Ho ricevuto un’educazione molto tradizionale, ma a 15 anni ho scoperto che esiste l’occupazione dei territori palestinesi. Ho scelto di andare in prigione perché credo che le persone debbano sapere: l’esercito israeliano non rispetta i diritti umani e commette crimini di guerra." Haifa, Israele, luglio 2009.

Giyora Neumann, 55 anni, giornalista. "A 17 anni, nel 1971, sono stato il primo a rifiutare di fare il servizio militare e ad andare in prigione. L’ho fatto per ragioni politiche, all’epoca militavo in Matzpen, un partito politico socialista, rivoluzionario e antisionista. Ma l’ho fatto anche per ragioni personali: la mia famiglia aveva sofferto un’altra occupazione... in Polonia". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Omer, 20 anni, studentessa. "L’esercito funziona bene. Non lascia il tempo di riflettere. Penso che i giovani israeliani debbano concoscere la situazione dei palestinesi per poter scegliere se fare il servizio militare o no. Mio padre è un generale importante del Mossad, siamo agli opposti io e lui. Ho passato due mesi in prigione. È stato difficile, ho perso cinque chili". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Ben, 27 anni, lavora in una videoteca. "Mio padre ha passato 40 giorni in prigione perché non ha voluto arruolarsi a Gaza. Quando è stato il mio turno anche io ho scelto di non andare. Ho parlato con l’ufficiale incaricato dei disturbi mentali. Gli ho detto che non volevo portare armi e che se mi avessero costretto le avrei usate contro i miei superiori". Tel Aviv, Israele, 2014.

Or, 19 anni. "Sono cresciuta in una famiglia molto tradizionale ed ero sicura da bambina che mi sarei arruolata. Durante una manifestazione contro il muro in Cisgiordania a cui ho partecipato, l’esercito ha sparato contro di noi. Quel giorno ho capito che non avrei fatto il servizio militare". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Daniel, 24 anni, studente. "Sono socialista e ho deciso di non arruolarmi perché sono contro l’imperialismo. Inoltre, nella società israeliana, la guerra è sempre stata sinonimo di ingiustizia sociale". Haifa, Israele, luglio 2009.

Naomi, 20 anni, studente. "Non ho fatto il servizio militare perché sono contro l’occupazione e contro la militarizzazione della società israeliana. Abbiamo uno degli eserciti più importanti al mondo, ma siamo un piccolo paese. È stato un problema quando ho cominciato a cercare lavoro. Dovevo essere assunta in una libreria, ma quando il proprietario ha scoperto che non mi ero arruolata ha cambiato idea". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

Haggai, 26 anni, giornalista. "Nel 2001 quando abbiamo scelto di andare in prigione per protestare contro l’occupazione eravamo in 25. Era un movimento molto importante. C’è stato un processo contro di noi trasmesso in tv. E dal punto di vista del diritto questo processo è diventato un esempio sia dal punto di vista politico che filosofico. L’esercito ci ha usato come esempio per spaventare gli altri. Mi hanno condannato a due anni". Tel Aviv, Israele, luglio 2009.

L'incredibile can can organizzato intorno alla ricerca dei tre giovani rapiti ha anche dato la stura a tutto il veleno accumulato sottopelle nella società israeliana: razzismo, fondamentalismo religioso e nazionalismo integralista hanno alimentato forti ondate di fascismo, rasentando il neonazismo. Il culmine è stato raggiunto con il barbaro assassinio del giovane palestinese, picchiato, cosparso di benzina e bruciato! ...

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