Non abbiamo lavorato per cambiare la società

  • Mercoledì, 23 Ottobre 2013 08:17 ,
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GiULiA
23 10 2013

"Non ci siamo misurate con il potere considerandolo un tabù". Commento femminista assai critico sul femminismo: quello di ieri e quello di oggi. Di [Pina Mandolfo]


Mie care, fatemi essere drastica. Da Paestum 2013 mi sono portata a casa, nel mio lavoro, nella mia città, la delusione di quella che mi è sembrata un'altra occasione perduta. Per non dire dell'inutile diatriba tra femministe dell'ultima ora e storiche, che ha riempito il dibattito. Diatriba che si è spostata, a tratti con un livore malsano, nel folto gruppo su "Democrazia, autogoverno e istituzioni delle donne".
Cosa dire della frustrazione di molte, tra quelle che si erano iscritte, che fino alla fine abbiamo, inutilmente, sperato e tentato senza esito, che il battibeccare di poche donne "autorevoli", che nulla aveva a che fare con diritti e cittadinanza, ritornasse nel suo alveo?
Io oggi penso, e non sono la sola che: "L'illusione del femminismo sia stata quella che ciascuno di noi, individualmente o a piccoli gruppi, avrebbe cambiato la realtà. Ma non abbiamo mai immaginato, né lavorato per costruire un modello di società, di stato o di partito veramente alternativi a quelli esistenti. Soprattutto non ci si è misurate con il potere considerandolo un tabù. Tra ragionamenti sofisticati e divisioni, pur con la nostra libertà individuale, oggi siamo soggetti politici solitari e impotenti".

Bene, ribadisco quello che ho scritto pensando a Paestum. Forse ancora una volta parliamo ossessivamente delle stesse cose senza pensare che sia giunto il tempo di confrontarci e proporre strategie possibili per un cammino verso una reale libertà femminile. A che serve decantare la libertà senza pensare ai modi di guadagnarla? Mentre noi ancora parliamo da decenni delle stesse cose, oggi, in un'epoca di grande restaurazione, chi si occuperà dell'inarrestabile oltraggio simbolico che colpisce il genere femminile? Del fatto che i nostri figli non portano il nostro cognome? Del mancato riconoscimento che il corpo femminile appartiene alle donna? Che il lavoro di cura non è un obbligo di natura? Che la lingua e i linguaggi negano l'esistenza delle donne? Che i canoni culturali e didattici legittimano la creatività maschile? Che il corpo femminile è inviolabile? Che i nomi delle strade valorizzano solo gli uomini? Che i corpi delle donne come il mondo intero sono uno scenario di guerra perché luogo di scambio e di possesso maschile? Delle oscenità che la pubblicità riesce ad immaginare usando i corpi delle donne? Chi imporrà la pace in quella guerra tra i sessi che ha luogo nelle case, in seno alle famiglie, nelle relazioni sentimentali, in quei luoghi nei quali da millenni le donne immaginano di essere al sicuro?

Io credo che solo quando noi, le nostre figlie e i nostri figli, la nostra vicina di casa e suo marito, il nostro caporedattore e la sua segretaria, la donna che fa la spesa al supermercato o che si occupa dei nostri anziani genitori, la bambina che viene indottrinata dalla sua maestra, e tutti gli uomini autoimposti là dove si "comanda", si troveranno di fronte ad una rappresentanza equa dell'autorità, anzi del potere - che nomino senza rischiare di sporcarmi la lingua - quando vedremo scorrere le immagini di tante donne sui banchi della politica, un numero di donne pari se non oltre alla guida delle istituzioni, delle multinazionali, della finanza, dei partiti, quando i nostri figli e le nostre figlie porteranno il nostro cognome, quando leggeremo per le strade delle nostre città i nomi delle donne taciute dalla storia. Quando tutti e tutte nomineranno le donne nei discorsi privati, istituzionali, e didattici, quando i canoni letterari faranno posto alle donne solo allora avremo la coscienza che possiamo prendere in mano il mondo e starci dentro come soggetti liberi.

Pensavo che a Paestum, questa volta, fosse indifferibile pensare ad azioni, proposte, strategie "eversive" formulate a gran forza, per guadagnare una vera libertà femminile e infrangere uno schema simbolico arcaico e misogino.
Ma mi sbagliavo.

Conflitto tra generazioni e differenza

  • Martedì, 15 Ottobre 2013 08:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Dea - Donne a altri
15 10 2013

di Letizia Paolozzi

Riuscirà il figlio a prendere il posto del padre? Se i protagonisti più noti del sanguinoso “romanzo famigliare” sono Laio e Edipo, padre e figlio, per metonimia, finiranno per indicare un patto mancato, un ricambio impossibile tra la generazione dei giovani e quella dei vecchi.

La questione di chi ha il potere e di chi vuole prenderselo sembra messa a tacere da “una società senza padre” (dello psicoanalista Alexander Mitscherlich). Oppure, recentemente, dall’ ”evaporazione del padre” (dello psicoanalista Massimo Recalcati). Il parricidio (perlomeno simbolico) allenta la presa.

D’altronde, molto è cambiato proprio sulla scena del potere. Preso a spallate il Muro, destra e sinistra annaspano. Un concetto come quello di popolo passa dalla sinistra alla destra e viene ribattezzato populismo. Tramontate le grandi narrazioni, la crescita si arresta mentre la politica non sa rispondere alla crisi. Dipende dal crollo dell’autorità maschile? Da un lato spariscono il senso di responsabilità, il Super Io, le regole e la disciplina. Frantumati i codici tradizionali, ecco s’avanza “una società orizzontale”. Senza età, senza differenza di sesso e d’età, la madre imita le figlie (vedi la genitrice addetta al Karma in “Bling Ring”). Dall’altro, nei partiti, è assalto all’establishment. Espugnato (nel Pd) dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che scommette sulla “rottamazione” ovvero sul rinnovamento per via anagrafica. Certo, il tema del ricambio generazionale esiste. Peccato che tra maschi venga affrontato in modo così sguaiato. Attraverso conflitti portati avanti senza cura. Per non parlare del Pdl e di Silvio Berlusconi che, da padre immobile e onnipotente, si era immaginato una successione finta, addomesticata. Successione che gli si è rivoltata contro.
Cosa accade invece nel passaggio tra generazioni di donne? Per essere più precisa, c’è un modo di restituire l’eredità (simbolica) ricevuta dal femminismo, modificandola perché non si irrigidisca nelle Tavole della Legge ma senza perdere i guadagni ottenuti dalla pratica politica (il partire da sé, dal quotidiano, le relazioni, l’importanza del corpo)?

A Paestum, nell’incontro “Libera ergo sum” è andato in scena questo interrogativo. Alcune hanno cercato di tenere insieme soggettività femminile e condizioni materiali di vita; altre (le F9, le femministe nove) hanno risposto srotolando sul palco (vuoto) lo striscione “Stato di eccitazione permanente” e leggendo un testo collettivo. Con sprezzo del pericolo giacché il muoversi insieme corale, comunitario riduce a unità la varietà di voci e di esperienze.

D’altronde, si può capire. Le F9 vogliono essere figlie di se stesse. Senza gratitudine e senza dipendenza dalle femministe “storiche”. A costo di passare sopra alla cura delle relazioni e all’intensità degli scambi. In questo modo però sarà difficile trovare nuove definizioni del lavoro, del salario, della cittadinanza sociale e della vita precaria capaci di trasformare una realtà che non ci piace. Che non piace alle donne venute prima e a quelle più giovani. Anzi, a guardare bene, non solo alle donne, ma anche agli uomini.

Il femminismo radicale non punta alla rivendicazione di diritti per le donne attraverso le istituzioni del potere maschile, punta a cambiare l'ordine sociale e simbolico maschile attraverso la presa di coscienza delle donne e la scommessa su relazioni e mediazioni femminili. ...

Non ero a Paestum

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 16:05 ,
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Lipperatura
09 10 2013

Non ero a Paestum, ma ho letto di Paestum. Ho letto il blog di Femministe nove. Ho letto il resoconto di Luisa Betti sul Manifesto (e per averlo commentato e condiviso su Facebook ho ricevuto una rapida espulsione dalle altrui amicizie: segnale indicativo), ho letto l’intervento di Incroci de- generi e i commenti su Abbatto i muri, ho letto il resoconto de La27ma ora.

Fatevi un’idea direttamente.

Per quel che mi riguarda, e per quel che vale, osservo rischi e istanze: il partire da sè che può diventare un chiudersi in sè, il rapporto con la politica dei partiti, il non dover e voler scindere rivendicazioni di genere da rivendicazioni di classe (sì, classe). Infine, l’appello contro questo decreto sul femminicidio, che trovate qui (qui trovate il post del 9 agosto in proposito).

Non ero a Paestum perché sono una femminista sui generis. Mi piace agire, e se possibile agire sulle parole, che sono tutto quel che ho e che so. Perchè se cambiano le parole cambiano le pratiche. Forse cambierà anche l’eterna lotta per conquistarsi una fetta di potere personale all’interno del movimento: quella che ha reso invisibile i vecchi movimenti degli anni Settanta, quella che sta minando da vicino alcuni di quelli attuali.
Non ero a Paestum, e quel che leggo non mi rende ottimista. I conflitti sono benefici, certo, ma se producono cambiamenti. E nulla cambia se l’abbraccio soffocante delle madri non si affievolisce e il coinvolgimento degli uomini (cinque su cinquecento) non aumenta.
Ma si continua, comunque e nonostante tutto.

È invece mancata ancora la presenza delle donne migranti. Riteniamo che per questo dialogo, che consideriamo importante, serva più tempo, per via di un lavoro che probabilmente è ancora da iniziare e che rappresenta per noi uno degli obiettivi principali per un eventuale prossimo incontro nazionale. ...

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