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la Repubblica
28 08 2015

Per qualche ora l'Ile de la Cité, nel cuore di Parigi, si è trasformata nell`isola delle donne.

Strade, piazze e ponti sono stati ribattezzati con nomi di donne celebri, dalla scrittrice Toni Morrison all`artista Niki de Saint-Phalle, dalla navigatrice Florence Arthaud alla scultrice Camille Claudel.

Come in altre città francesi, ma non solo, la toponomastica della Ville Lumière è monopolizzata da cognomi maschili. «Sembra che le donne non abbiano mai fatto niente di importante. È come se non avessero lasciato nessuna traccia nella Storia e quindi neppure nelle città», osserva Aurelia Speziale, militante di Osez le Feminisme, che promuove una campagna per sollecitare il municipio della capitale a dedicare più vie a personaggi femminili.

«Oggi solo il 2,6% delle vie e piazze parigine portano un nome di donna», continua la ragazza che nella notte tra martedì e mercoledì ha organizzato la rivoluzione rosa all'Ile della Cité. ...

Anais Ginori

Ecco la Cité dei rifugiati

Clima di attesa, ieri mattina ai Docks, la Cité de la Mode et du Design, un vecchio magazzino sulla Senna, ristrutturato con gusto postmoderno, come un enorme battello verde sul fiume. C'è anche il Museo dell'Arte ludica in questo luogo che illustra come un simbolo la situazione contemporanea. [...] Una giungla di tende Quechua, verdi e blu, ospitano, si fa per dire, tra le 200 e le 300 persone. Sono i rifugiati arrivati ultimamente a Parigi, concentrati qui, sulla Rive Gauche.
Anna Maria Merlo, Il Manifesto ...

La 27 Ora
12 03 2015

Maryse incontrò Georges quando entrò come giornalista stagista al Journal du Dimanche, dove lui già collaborava come disegnatore. Era il maggio 1968, fu amore a prima vista. «Era l’opposto di tutti i ragazzi che avevo conosciuto fino a quel momento, e l’opposto di quel che i miei genitori avrebbero voluto per me. Sono cresciuta in una famiglia molto cattolica, molto severa. Georges era diverso. Lo trovavo molto seducente e mi faceva ridere, era come se mi aprisse le porte di un nuovo mondo, un nuovo universo». Lui, vedovo con due figlie, aveva 34 anni, lei 25. Si sposarono e non si lasciarono più.

Georges Wolinski è morto il 7 gennaio scorso nella strage di Charlie Hebdo. Maryse ha raccontato alla Bbc i momenti tremendi di quando ha capito che la sua vita non sarebbe mai stata più la stessa, e di come sta cercando di sopravvivere a questa prova. Georges aveva l’abitudine di lasciare in giro per casa dei post-it con piccoli disegni o più spesso parole d’amore per Maryse. Quei post-it sono adesso un modo per sentire che Georges è ancora con lei. «Come potete immaginare, dopo 47 anni che conosco Georges, adesso che se ne è andato, questi sono momenti molto difficili per me – dice Maryse -. Quel che ho fatto è stato mettere tutti questi post-it, uno dopo l’altro, in giro per il mio appartamento. L’ultimo che vedo prima di andare a letto dice Bonne nuit ma chèrie». Nei giorni in cui i due si vedevano poco, o uscivano per impegni diversi, Wolinski non mancava di scriverle qualche parola d’amore.

I post-it di Georges alla moglie sono uno schiaffo alle coppie incattivite dalla quotidianità. Le foto di casa Wolinski pubblicate dalla Bbc rivelano un uomo tenero, innamorato, delicato. Un’ottantenne con le premure di un adolescente. «Buona notte Maryse chèrie. Sono quarant’anni che ti amo e non è finita qui. G.». «Dormi bene, ti amo. Non vedo l’ora di essere nel Luberon con te. G.». «Chèrie, penso a te. Sono preoccupato per te. Ti amo. Georges». «Abbiamo bisogno di altrove, di amore e di vacanze. Ti amo. G.». Oppure, Georges condivide quel che ha fatto durante il giorno, e gioca ad aggiungere qualche parola in inglese come i ragazzini. «Ti amo. Ho mangiato del foie gras, della zuppa, un po’ di galette. Ho letto Adieu ma jolie. Penso a te. A domani chèrie. I kiss you, Maryse, darling. Georges». «21h40. Ti ho comprato i libri, ho dato i miei disegni a Cabu (anche lui morto nell’attentato terroristico, ndr). Véronique dorme già. Ho mangiato cinese. Penso a te e al tuo coraggio. Ti amo. Georges». «Chèrie, sono andato couscousser (a mangiare del cous cous, ndr) dal mio amico Nasser. Sono le 10, it’s time for sleep. I kiss you my love G.».

Qualche anno fa Maryse ha scritto un libro, «Camere separate», sul mistero delle tante coppie di amici che hanno finito per lasciarsi, mentre il loro amore continuava imperterrito. Ci sono voluti i terroristi islamici, i fratelli Kouachi, per rovinare una vita meravigliosa. Quei foglietti senza importanza appiccicati al muro o allo specchio, pieni di parole enormi e bellissime, aiutano oggi Maryse a non farsi travolgere dall’orrore. «La mattina del 7 gennaio c’era la riunione di redazione a Charlie Hebdo, Georges non c’andava sempre ma siccome era la prima dell’anno aveva deciso di partecipare. Mi disse vado da Charlie, e uscì. Anche io sono uscita e siccome avevo una riunione ho spento il telefonino. Quando l’ho riacceso ho visto molti messaggi di persone che mi chiedevano come sta Georges? Ero in taxi e ho detto all’autista che strano, un mucchio di gente mi chiede come sta mio marito, lui mi ha guardata nello specchietto e mi ha risposto non sa che cosa sta succedendo? Non ha sentito la notizia? C’è stato un attacco a Charlie Hebdo, il quartiere è bloccato». Poi Maryse ha ricevuto la chiamata del genero che le ha consigliato di andare a casa ad aspettare, perché non si riusciva a sapere nulla.

«Ero estremamente preoccupata – continua il racconto di Maryse alla Bbc -. Ho aspettato per un’ora. E avevo questa tipica sensazione che era successo qualcosa, che la mia vita era cambiata. Poi mio genero mi ha telefonato di nuovo e mi ha detto, così di botto, Georges è morto».

Stefano Montefiori

Globalist
21 01 2015

"Abbiamo ricevuto segnalazioni da Venezia, da Messina, da Civitavecchia, da Belluno, da Verona, da moltissime zone: in tutta Italia stanno aumentando le discriminazioni verso i musulmani e gli arabi, sta aumentando la fobia nei confronti dei nostri figli che vanno a scuola". Per il presidente nazionale della Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia), Foad Aodi, che a Roma presenta il documento "Not in my name", l'onda lunga dei fatti di Parigi si sta riversando nella vita quotidiana di molte persone arabe e musulmane presenti nel nostro paese.

"Sono perlopiù situazioni in cui i genitori dei bambini e dei ragazzi italiani mettono in guardia i loro figli dal giocare o dall'avere rapporti stretti con i bambini appartenenti alla comunità araba o musulmana. A questo si aggiunge un gran numero di battute infelici da parte dei bambini o ragazzi italiani e che riprendono discorsi sentiti a casa: siete tutti terroristi e simili". Una cosa peraltro che si ripercuote su bambini e ragazzi che essendo nati in Italia non sempre sono al corrente esattamente di quale sia la situazione nei paesi di origine dei loro genitori". Ad essere colpito è soprattutto il mondo della scuola, ma casi arrivano anche dalle università e dai luoghi di lavoro.

Tutto questo, dice Aodi, è conseguenza anche delle "strumentalizzazioni politiche" che in Italia sono state fatte in queste settimane, che per il presidente Co-mai hanno un nome e un cognome, quelli del segretario della Lega". "Rispediamo al mittente le provocazioni di Matteo Salvini, la persona politicamente più pericolosa oggi in Italia: non si può dire alla gente che nel proprio palazzo hanno vicino qualcuno che potrebbe pensare a pianificare atti di terrorismo perché questo alimenta diffidenza e discriminazioni". "I suoi messaggi razzisti verso arabi e musulmani - attacca - servono solo a guadagnare qualche voto ma non portano da nessuna parte". "Quelle di Salvini sono strumentalizzazioni, tira sempre in ballo le moschee ma anche noi diciamo che vogliamo l'istituzione di un albo per gli imam in Italia: le moschee devono essere aperte a tutti, ma diciamo no alle moschee fai-da-te, che danneggiano anche la nostra immagine". "Uno non può svegliarsi la mattina, - dice Aodi - fare un regolamento personale e aprire una moschea, questo non si può". "Chiediamo anche però - dice - una maggiore collaborazione nel processo autorizzativo e più rapporti con le comunità arabe e musulmane, perché l'estremismo si combatte anche così".

"Non siamo ambigui, diciamo a chiare lettere che nessuno si deve permettere di utilizzare la religione musulmana o il mondo arabo per fini terroristici, noi siamo le prime vittime di chi usa l'Islam per fare violenza". Islam e democrazia sono compatibili a patto che si parli con l'Islam vero, non quello strumentalizzato a fini politici". "Usiamo le stesse parole di papa Francesco, "no al terrorismo ma anche no alla libertà di insultare".

La Co-mai chiede anche la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati dopo un ciclo scolastico e sottolinea la necessità di separare l'immigrazione irregolare e il terrorismo, perché "questo non arriva in Europa tramite canali irregolari". "Vogliamo assicurare - dice a sua volta l'ambasciatore della Lega Araba in Italia, Youssef Nassif Hitti - che l'Islam non è ignoranza: la differenza culturale è una ricchezza e abbiamo il dovere di creare armonia fra tutte le culture e le civiltà". "Non ci dobbiamo piegare all'odio - aggiunge il presidente della Fnsi Franco Siddi - non dobbiamo alimentare un circuito che poi genera nuova violenza".

Islamofobia e retorica

Il numero di coloro che cadono nell'integralismo armato è esiguo a fronte dei 6 milioni di musulmani che vivono pacificamente in Francia e che si sono formati più con i videogiochi che con il Corano. Il malessere che li muove è, come dicevo, legato ai conflitti mediorientali irrisolti e al doppio linguaggio dell'Occidente. In secondo luogo, sono colpevoli le politiche di integrazione, fallite, e profondamente discriminatorie nei loro confronti. Se uno si chiama Ahmed o Fatimah, l'accesso alla casa e all'impiego è reso più difficile, sono cittadini soggetti a incessanti controlli della polizia per strada, nella metro. 
Flore Murard-Yovanovitch, Left  ...

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