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Disertiamo le guerre sante

  • Venerdì, 09 Gennaio 2015 15:56 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
09 01 2015

Da dove ripartire quindi? Dalla costruzione di pratiche partigiane di libertà, che diano un significato materiale a questa parola e ricaccino indietro ogni fascismo: che esso sia statalista e mascherato con ideali repubblicani, o che sia islamico ed inneggi a califfati e jihad.

All'indomani della strage al Charlie Hebdo, in Francia si provano a riordinare i pezzi di un mosaico saltato. La tensione è palpabile per le strade, nelle scuole messe sotto controllo dalla polizia, negli sguardi impauriti delle persone quando la metro si ferma senza una ragione evidente tra due stazioni. Prendere parola e discernere è difficile: l'appiattimento del dibattito è totale ed il rischio, quando si apre bocca, è di stare su un terreno banalizzante e totalmente trasversale (anche a quelle forze che più di tutte odiamo), oppure di relegarsi nel minoritarismo.

Proviamo a tirarci fuori da queste derive partendo immediatamente da un assunto per niente scontato nel dibattito odierno: ad essere in gioco NON è la libertà d'espressione. L'obbiettivo degli attentatori non era colpire i nostri “diritti umani fondamentali”. Questo perché non sono le libertà formali ad essere un problema per i musulmani ed i discriminati tutti in Francia ed in Europa. La “libertà di satira”, che da ieri è tornata valore centrale della repubblica, si è semplicemente ridotta alla capacità di enunciare dei contenuti senza che più nessuno si curi della capacità di cambiare il corso degli eventi. Milioni di persone sperimentano quotidianamente l'inconsistenza di questa libertà di carta: nella tratta di schiavi sul mar Mediterraneo, nelle “guerre umanitarie” dell'occidente, nelle testarde e violente politiche di austerità, nella rimozione europea, francese in particolare, dei crimini coloniali. La libertà di parola ha abdicato ad ogni speranza di cambiamento (ed in questa abdicazione, la linea editoriale del Charlie è tragicamente invischiata).

Quindi, perché questo “11 settembre francese”? Cos'era quindi in gioco nell'assalto al Charlie? La messa in atto dello stato di guerra. La creazione, simbolica e quindi materialissima, di quella spaccatura della società francese che è una spaccatura di tutta l'Europa. E dobbiamo ammettere che il tentativo è andato a buon fine, perché si inserisce su un terreno preparato ad accoglierlo.

I proletari di fede islamica oggi ancora di più devono scegliere dove stare, tra uno stato che li considera meno cittadini degli altri, e la criminalizzazione automatica che sta già cominciando, con il Front National di Marine Le Pen ovviamente in prima linea nell'attacco. Ma anche i non musulmani devono piegarsi a questa imposta dicotomia. Le fucilate su Boulevard Richard Lenoir non accettano una risposta politica, chiudono il dibattito attorno ad una scelta univoca tra due fronti: o con la la “Francia Repubblicana” o con chi la insanguina in nome di Allah. Ha poca importanza che la “Francia Repubblicana” voti socialista o sia già dichiaratamente frontista, questo non interessa agli assassini ma nemmeno è un punto determinante nel discorso pubblico post-attentato. Si è scatenata nelle ultime ore una polemica sull'invito formale del FN alla “marcia repubblicana” di domenica, ma la sensazione è che il peso dell'estrema destra sia determinante al di là dei politicismi. Certo, da una parte, quella socialista, sentirete un maggiore richiamo alle “libertà fondamentali” ai “valori della repubblica” ai “punti di convergenza minimi per l'integrazione”, il centro-destra si accoda parlando di “unità nazionale”, e Sarkozy cerca di rendersi presentabile con gli occhi già alla campagna elettorale del 2017. Marine Le Pen, invece, si affretta a parlare di lotta all'islam e di identità nazionale da salvaguardare, nonché di reintrodurre la pena di morte. Ma il principale prodotto dell'attentato è una contrapposizione duale che risucchia tutto, verso gli estremi. Una volta che la dicotomia identitaria si afferma come egemone, dalla retorica sui “punti di convergenza minimi” si passa rapidamente alla guerra di civiltà. Perché quei punti minimi di convergenza sono esattamente ciò che nella Francia di oggi ha prodotto la spaccatura: città gentrificate in cui i confini etnici sono confini di classe, scuole in cui l'imposizione di non portare l'hijab è solo la misura più appariscente del divieto a vivere pubblicamente la propria religione. In generale una struttura di relazioni rigidissima, in cui la crisi è scaricata sui più deboli, la mobilità sociale è sempre minore e le “richieste minime”, continuamente ed estensivamente riprodotte, divengono imposizione costante.

Questi temi però non si trovano nel dibattito politico, non c'è traccia di una riflessione sul ruolo delle strutture pubbliche della “République” e dell'Unione Europea (da quelle che garantiscono i sussidi fino alle scuole), vissute come nemici da una parte della popolazione. Da nessuna parte ci si concentra sulla geografia delle nostre città, dove fette di territori periferici sono state in molti casi abbandonate dal resto della società. Proprio quei territori, in particolar modo francesi, dove negli ultimi anni l'islam è divenuto motore di un nuovo tessuto relazionale completamente sganciato e contrapposto allo stato. Nell'affanno di richiamare la sacralità della repubblica, ci si scorda che la polizia di quella repubblica è vista, a ragione, come un esercito di occupazione di quei territori.

Da dove ripartire quindi? Dalla costruzione di pratiche partigiane di libertà, che diano un significato materiale a questa parola e ricaccino indietro ogni fascismo: che esso sia statalista e mascherato con ideali repubblicani, o che sia islamico ed inneggi a califfati e jihad. Dentro una crisi che impoverisce tutti c'è bisogno di puntare l'attenzione sulle vere dicotomie, sulla contrapposizione tra chi crea la ricchezza ed il grande capitale che prova ad impoverirci. Ripartiamo da quei fischi che in Place de la République, durante un presidio partecipatissimo, si sono levati contro chi sollevava il tricolore: non c'è nessuna “comunità nazionale” da proteggere (né francese, né europea), ma un mondo da strappare alla paura. Ripartiamo da lotte comuni, contro l'immiserimento di molti in nome della ricchezza di pochi, contro il razzismo manifesto delle Le Pen, dei Salvini, dei Farage e contro quello più sottile imposto con la povertà e l'austerity.

P.s. C'è da aggiungere qualcosa sulla satira del Charlie e sul suo bacino d'acquisto. La linea che il settimanale ha scelto negli ultimi anni, parla soprattutto ad un pubblico storicamente “di sinistra”, di ceto medio-alto e ben formato, un pubblico che nella francia di oggi sembra mosso da sentimenti tanto dogmatici e non disposti al dialogo quanto quelli che vorrebbe criticare. Anche per questo l'attacco è stato uno shock: i lettori del Charlie si ritenevano tra i più vicini alle comunità islamiche senza farne parte, probabilmente erano tra i più lontani. Non è un esercizio vuoto sottolineare questo aspetto, perché la decostruzione della “guerra di civiltà” è un tema difficile, che dovrà necessariamente passare anche da sinistra.

Mattia Galeotti

Il Fatto Quotidiano
09 01 2015

Il massacro di Parigi è un attentato alla pace mondiale” dice Giulietto Chiesa “agli equilibri della pace internazionale” cioè è “la strattonata che punta a trascinare l’Europa in guerra”.

Abbiamo alle spalle mezzo secolo di pace (condita di stragi e terrorismo, ma anche di benessere) e davanti un possibile conflitto? Continua Chiesa dicendo che “l’Isis è una trappola ben congegnata, una creatura inquinata e molto dubbia, ma molti non hanno ancora capito la lezione” e poi si chiede “chi paga un esercito di oltre 50mila uomini? E poiché non è né la Russia né l’Iran… restano pochi mecenati…” Quali?

Dunque: chi sta cominciando questa nuova/strana guerra mondiale? Chi la avalla?

Io credo che intanto abbiamo un impegno: non accettare la posizione dei commentatori europei che hanno tante risposte certe (e spesso inutili), ma incominciare a porci delle domande, fare dei distinguo, avere dubbi.

E soprattutto dire, come tanti anni fa, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Non vogliamo essere colonialisti,

non vogliamo produrre e vendere armi,

non vogliamo mandare i nostri militari ad ammazzare gente in giro per il mondo,

non vogliamo continuare a bombardare i morti di fame in giro per il mondo,

i soldati ci piacciono di più quando spalano il fango e fanno attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali,

non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati,

non vogliamo dire che questi poveracci vengono nel nostro paese per spararci addosso
perché sappiamo che assistono i nostri anziani, puliscono le scale del nostro condominio e fanno la pizza sotto casa nostra,

non vogliamo avere rapporti commerciali con paesi ricchi, arricchiti, ma schiavisti,

non vogliamo, non vogliamo, non vogliamo,

noi non vogliamo!

La coscienza può cominciare anche dal rifiuto.

Ascanio Celestini

l'Espresso
09 01 2015

Era scontato: l’hashtag #JeSuisCharlie è diventato trending topic su Twitter. “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha riempito anche le cronache dei giornali e le trasmissioni televisive.

Ma cosa vuol dire “Siamo tutti Charlie Hedbo”? Di quali contenuti dobbiamo riempire questa frase perché non resti solo una forma moderna, digitale, per esprimere solidarietà alle vittime di un atto di barbarie? Probabilmente non c’è una risposta unica. Proverò allora a spiegare cosa significa per me.

La rabbia. Ognuno di noi ha una percezione di cosa è giusto e di cosa invece non lo è. Quando subiamo o siamo testimoni di un atto che percepiamo come profondamente ingiusto, proviamo rabbia, vorremmo reagire immediatamente, mettere in campo azioni che ripristino il corretto andamento delle cose per come le vediamo noi. Ma agire sotto impulso della rabbia quasi mai aiuta. Meglio riflettere, capire, soppesare le reazioni cercando di valutarne i benefici e le possibili conseguenze. Quindi agire per ristabilire il corretto equilibrio delle cose.

Al processo contro Charlie Hebdo, nel marzo del 2007, il Presidente della Repubblica François Hollande, chiamato a testimoniare in qualità di segretario del Partito socialista disse: «La libertà d’espressione è un principio assoluto. Possiamo denunciare il terrorismo escludendo il legame con la religione quando invece sono i terroristi stessi a fare questo legame?».

Nella sentenza di assoluzione del giornale satirico francese i magistrati ricordarono che la libertà di espressione vale anche per le idee che “feriscono, scioccano o inquietano”.

La libertà. L’assalto a Charlie Hebdo non è solo un attentato contro la libertà di stampa. E’ un attentato contro la libertà di tutti. Una libertà conquistata con battaglie che alcuni giornali quotidianamente cercano di difendere. Libertà di critica, di satira, di controllo sui poteri. Questo fanno, o dovrebbero fare, i giornalisti. Questa libertà di esprimere le proprie opinioni, anche in modo a volte irriverente, grazie alla Rete e ai social media, oggi è garantita a tutti. E a tutti è dato facoltà di difenderla.

Ecco perché “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha un significato preciso per ognuno di noi. Vuol dire difendere l’identità, la cultura, i valori, i diritti, il modo di vivere e di lavorare in cui crediamo. #JeSuisCharlie vuol dire continuare a fare le cose che abbiamo scelto, che riteniamo giuste. Vuol dire rispettare la libertà che vogliamo difendere. Vuol dire continuare a fare quello che abbiamo scelto di fare ogni giorno, difendere il nostro modo quotidiano di vivere in mezzo agli altri. Senza cedimenti. Battersi per i diritti di tutti, anche con una penna contro i kalashnikov, è la risposta.

Marco Pratellesi

Viva la satira (in Francia)

  • Venerdì, 09 Gennaio 2015 10:26 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
09 01 2015

Commovente questa appassionata difesa della libertà assoluta di satira da parte dei peggiori censori italiani.

Gente che per vent'anni ha leccato politici e potenti di ogni colore, praticato e giustificato censure, chiesto e ottenuto la cancellazione di programmi in tv fino alla totale abolizione della satira dalla Rai, si lancia ora come scudo umano a protezione dei corpi ormai esanimi dei giornalisti e vignettisti di Charlie Hebdo, quindi a costo e rischio zero, difendendo il diritto-dovere della satira di attaccare chiunque, senza limiti di tono nè di buon gusto, foss'anche una divinità o un'intera religione, in qualunque parte del mondo.

Purchè, of course, non in Italia. Il loro motto è: scherza coi fanti e pure coi santi, ma lascia stare i politici italiani. ...

La Repubblica
09 01 2015

Nello scontro a fuoco avvenuto poco prima delle 9 ci sarebbero stati due morti e almeno venti feriti, ma la gendarmeria non conferma la notizia. Inseguiti i due presunti killer si sono poi rifugiati in una fabbrica e hanno preso un uomo in ostaggio. Prefetto Parigi: "L'epilogo è vicino". Sulla zona fermi cinque elicotteri della polizia, iniziati i negoziati

I due fratelli Kouachi, sospettati per il massacro nella redazione parigina della rivista satirica Charlie Hebdo, sono braccati. Dopo la fuga tra i boschi nella notte, l'inseguimento con la polizia a bordo di un'auto rubata e una violentissima sparatoria dove ci sarebbero stati morti e feriti, i due si sono barricati nell'agenzia di consulenza pubblicitaria Creation Tendance Decouverte di Dammartin en Goele, che si trova a Rue Clement. Lo ha confermato a Le monde il sindaco della cittadina nel dipartimento di Senna e Marna, nella regione dell'Ile-de-France, a una quarantina di chilometri a nord-est di Parigi. Hanno preso due ostaggi: l'agenzia in questione è una piccola azienda, che ha solo cinque dipendenti. Le forze dell'ordine avrebbero per il loro rilascio. E' una delle più gigantesche cacce all'uomo degli ultimi tempi.

A tutti gli abitanti della cittadina è stato ordinato di rimanere in casa, lontano dalle finestre, mentre gli alunni delle scuole sono confinati negli edifici. Il prefetto di polizia di Parigi prevede che "l'epilogo è vicino". Anche il ministro dell'Interno, Bernard Cazeneveu, ha confermato che è in corso l'operazione per "neutralizzare" i due fratelli.

I due fuggitivi Cherif e Said Kouachi, rispettivamente 32 e 34 anni, sono stati riconosciuti giovedì mattina dal gestore di una stazione di servizio che hanno aggredito nei pressi di Villers-Cotterets. A volto scoperto, secondo la videosorveglianza, avevano kalashnikov e un lanciarazzi all'interno della loro auto. Un altro killer è attivamente ricercato dalle forze dell'ordine: quello che in una sparatoria ha ucciso ieri mattina una poliziotta nella periferia parigina.

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