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Dopo le bombe la libertà: è il 25 aprile

Ansia, paura, trepidazione e un improvviso senso di euforia: è un turbinio di emozioni quello che si scatenò la mattina del 25 aprile 1945 quando il Cln di Milano proclamò, via radio, l'insurrezione in tutti i territori occupati dai nazifascisti. Mentre Bologna era già stata liberata, altre città del Nord Italia si svegliarono in una atmosfera nuova, che lasciava presagire grandi cambiamenti. È quanto si percepisce con impressionante chiarezza nelle pagine dei diari custoditi dall'Archivio diaristico nazionale. Dalle oltre 2400 testimonianze della Resistenza affiorano con forza le emozioni di quei giorni. 
Il Fatto Quotidiano ...

Il partigiano Buby

  • Venerdì, 24 Aprile 2015 08:33 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
24 04 2015

Verso il 25 aprile. Massimo Ottolenghi, una vita lunga 100 anni (a giugno), militante di Giustizia e Libertà. Durante la guerra organizzò nelle Valli di Lanzo e a Torino, una rete di soccorso per ebrei e perseguitati. Protagonista della Liberazione dal nazifascismo, magistrato e poi avvocato, ora invita i giovani a ribellarsi e a difendere scuola pubblica e Costituzione

Non ha mai ceduto alla reto­rica. Mas­simo Otto­len­ghi com­pirà 100 anni a giu­gno. Par­ti­giano di Giu­sti­zia e Libertà, magi­strato e avvo­cato nel dopo­guerra, nato in una fami­glia tori­nese laica di ori­gine ebraica, è stato mili­tante del Par­tito d’Azione con Ada Gobetti, Ales­san­dro Galante Gar­rone e Gior­gio Agosti.

«Sono fiero di essere un uomo libero, un ribelle e di invo­care, ogni 25 aprile, un esame di coscienza. Noi ban­di­ten, che i fasci­sti vole­vano ammaz­zare, siamo stati i veri e soli difen­sori della legge. Ci era­vamo bat­tuti per la giu­sti­zia e la lega­lità, in tempi duris­simi». Classe 1915, come Pie­tro Ingrao («Una grande figura»), ha respi­rato anti­fa­sci­smo fin da gio­va­nis­simo. Il padre, pro­fes­sore di diritto inter­na­zio­nale, amico e col­lega di Luigi Einaudi, fu espulso dall’Università e can­cel­lato dall’albo degli avvo­cati, a seguito delle leggi raz­ziali del 1938.

Allievo di Augu­sto Monti, peda­gogo anti­fa­sci­sta, al mitico liceo D’Azeglio, Otto­len­ghi ha fatto parte di quella gene­ra­zione unica di ragazzi che veni­vano chia­mati «comu­ni­sti dalle braie curte» (cal­zoni corti): Ema­nuele Artom, Ore­ste Pajetta (cugino di Gian­carlo, sto­rico diri­gente del Pci, arre­stato a 17 anni nei cor­ri­doi della stessa scuola) e i loro fra­telli mag­giori Vit­to­rio Foa, Leone Ginz­burg e Franco Antonicelli.

L’indelebile ven­ten­nio

Ha vis­suto un secolo, ma quei vent’anni di fasci­smo riman­gono inde­le­bili. Nel 1937, alla vigi­lia della lau­rea in giu­ri­spru­denza e della par­tenza per il ser­vi­zio mili­tare, fece il suo primo e unico pos­si­bile viag­gio all’estero, a Vienna. Lì, si trovò coin­volto in un’improvvisa spa­ra­to­ria, pre­mo­ni­zione di un futuro nero, neris­simo. «Avevo il ven­tre a terra e mi ripa­ravo die­tro a due sca­lini, le raf­fi­che ci sfio­ra­vano. Era un’incursione delle Cami­cie brune, un pogrom. Un’esercitazione in vista del pros­simo Anschluss (1938), l’annessione dell’Austria da parte delle forze nazi­ste. Fu un’esperienza scioc­cante, ma allo stesso tempo istrut­tiva. Tor­nai a casa e lan­ciai l’allarme alla comu­nità ebraica tori­nese. Venni, però, visto come un gio­vane esal­tato e sug­ge­stio­na­bile. Invece, un anno dopo arri­va­rono le leggi per la difesa della razza e, nel 1940, l’entrata in guerra a fianco dei nazisti».

La moto­ci­cletta saettava

Le bombe, il 1943 con 45 giorni di ebrezza, poi l’8 set­tem­bre: «Ci fu il tra­di­mento di tutte le parti. In via Corte d’Appello vidi un’automobile sco­perta con a bordo un gene­rale che aveva, da un lato, mezzo vitello e, dall’altro, una cas­sa­forte. Que­sto era il nostro eser­cito». E la straor­di­na­ria pagina della Resi­stenza (non solo armata), scritta sui monti della Val di Susa e di Lanzo e nelle città, con la gente comune e i coman­danti par­ti­giani (Giu­lio Bolaffi, Mario Andreis, Gianni Dolino, Bat­ti­sta Gar­don­cini, Pie­tro Sulis). Final­mente, giunse la Liberazione.

Il 25 aprile, a Torino, arrivò tre giorni dopo. «Il mio ricordo è quello di una moto­ci­cletta di grossa cilin­drata che, a fari spenti, saet­tava per le vie di una città ancora impau­rita. I cec­chini fasci­sti spa­ra­vano dai tetti del tea­tro Alfieri, lungo le strade c’erano morti e, intorno, tutto era sven­trato e fumante. Sul mezzo, c’eravamo io e Gio­vanni Tro­vati alla guida. Al tempo, era poco più di un ragazzo, in futuro sarebbe diven­tato il vice­di­ret­tore della Stampa. Aveva il com­pito di scor­tarmi in via Roma presso una tipo­gra­fia, biso­gnava fare uscire il primo numero di Gl, il nostro quo­ti­diano. Ope­rai, vec­chi e ragazzi, uomini di tutte le età, dopo aver sal­vato mac­chi­nari e scorte, sareb­bero affluiti alle prime luci del giorno, per chie­dere e por­tare notizie».

«Non è un sim­bolo posticcio»

Settant’anni fa, il mondo stava per cam­biare colore. «I signi­fi­cati che si pos­sono dare a Resi­stenza e a Libe­ra­zione – rac­conta, ora, dal tavolo del suo stu­dio – sono infi­niti, ma si rischia di farli diven­tare sim­boli posticci. La Resi­stenza è l’inizio del riscatto e la rina­scita di un popolo per la giu­sti­zia, la libertà e l’eguaglianza. Il 25 aprile segna la resur­re­zione. Per evi­tare di farne un gagliar­detto da alzare ogni dodici mesi, que­sta data dovrebbe, invece, diven­tare l’occasione per un reso­conto annuo sul pro­gresso della demo­cra­zia. Se c’è stato o meno». Come valu­tarlo? «Che tutti pos­sano, in senso egua­li­ta­rio, par­te­ci­pare alla vita poli­tica. Che i par­titi non ven­gano per­so­na­liz­zati o diven­tino stru­menti di potere e così i sin­da­cati e le coo­pe­ra­tive. Che la magi­stra­tura non venga assog­get­tata all’esecutivo e non si occu­pino posti pub­blici attra­verso cor­ru­zione e mafia. La vera rivo­lu­zione sarebbe il rispetto dei diritti e dei doveri, che agli ita­liani non piac­ciono particolarmente».

Nel 2011, al cre­pu­scolo del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano, Otto­len­ghi ha scritto Ribel­larsi è giu­sto (Chia­re­let­tere), un monito rivolto alle nuove gene­ra­zione: «Noi non ce l’abbiamo fatta, abbiamo fal­lito, ora tocca a voi», scriveva.

Auspi­cava «un mira­co­loso sopras­salto per evi­tare una nuova shoah dei diritti». Un appello tut­tora valido: «Nel dopo­guerra, ci siamo dimen­ti­cati che non dove­vamo solo rico­struire il Paese dalle mace­rie, ma anche gli uomini. Il mio auspi­cio è che il 25 aprile sia come il 14 luglio per i fran­cesi. I primi vent’anni di que­sta ricor­renza sono stati costrut­tivi, poi distrut­tivi, con Craxi e soprat­tutto Ber­lu­sconi: attac­chi con­ti­nui alla Costi­tu­zione, alla magi­stra­tura e leggi ad per­so­nam. Non siamo ancora usciti da que­sto periodo regres­sivo, basta vedere il discu­ti­bile qua­dro di riforme costi­tu­zio­nali che vede impe­gnata l’attuale mag­gio­ranza di governo».

«Solo l’azione che nasce spon­ta­nea dall’indignazione muove la sto­ria»
Mas­simo Ottolenghi

Ogni anni­ver­sa­rio della Libe­ra­zione è tempo di memo­ria e di memo­rie. «I testi­moni sono pre­ziosi è bene che ci aiu­tino a ricor­dare, ma con con­sa­pe­vo­lezza cri­tica. La mia è una memo­ria foto­gra­fica o meglio radio­gra­fica. Degli amici, che non ho più, mi rimane impressa l’immagine della loro anima più che del loro volto. Gior­gio Ago­sti uomo appa­ren­te­mente rude, ma gene­roso e dallo humour vivis­simo. Galante Gar­rone, mite gia­co­bino come si auto­de­finì, un uomo di una dispo­ni­bi­lità ammi­re­vole». I ricordi lo ripor­tano ancora al pas­sato, all’omicidio dei fra­telli Ros­selli e al periodo in cui le dit­ta­ture arri­va­rono al mas­simo della loro potenza. Nel 1938 ini­ziò la resi­stenza di Otto­len­ghi, che ideò una rete di soc­corso e pro­te­zione per gli ebrei. «Le leggi raz­ziali furono accolte con indif­fe­renza in Ita­lia, d’altronde col­pi­vano solo 30 mila per­sone. Ci fu più coscienza umana nel popolo che nella bor­ghe­sia, igno­rando come la tra­ge­dia avrebbe coin­volto tutti. Nel 1941 vi fu a Torino un’improvvisa recru­de­scenza anti­se­mita. San Sal­va­rio e il cen­tro furono cosparsi di mani­fe­sti con la scritta “Nemici d’Italia” che aiz­za­vano al pogrom. Un gruppo di volon­tari e stu­denti ebrei, capeg­giati dalla futura pena­li­sta Bianca Gui­detti Serra, li strap­pa­rono dai muri, sor­pren­dendo la poli­zia fascista».

Un gior­nale, con Bocca e Casalegno

Dal 1944, Otto­len­ghi venne inqua­drato nella Divi­sione cit­ta­dina di Giu­sti­zia e Libertà; Buby, Oliva, Otto­lino, i suoi nomi di bat­ta­glia. Dopo la guerra, il gior­nale Gl, di cui Otto­len­ghi era ammi­ni­stra­tore e redat­tore, con Gior­gio Bocca e Carlo Casa­le­gno, durò poco; le pub­bli­ca­zioni ces­sa­rono il 4 aprile del 1946.

Era ini­ziata la dia­spora del Par­tito d’Azione. «Ricordo l’incontro con Fer­ruc­cio Parri (primo pre­si­dente del Con­si­glio dell’Italia libe­rata dal nazi­fa­sci­smo), il par­ti­giano Mau­ri­zio, che, con­sa­pe­vole di essere mino­ri­ta­rio, mi disse: “Siamo rima­sti in pochi; siamo pulci, che sanno però quello che vogliono e deb­bono volere. Dalla Repub­blica alla nuova Costi­tu­zione, al rin­no­va­mento di una coscienza democratica”».

Pesa le parole: «Ero un metic­cio figlio di un matri­mo­nio misto, libero dai rap­porti con Dio e cre­sciuto da uomo libero. Poi, sono diven­tato una cosa, vedendo scritto sui negozi che l’ingresso era vie­tato a ebrei e cani; infine, sono tor­nato uomo. Sem­pre libero, non ho mai voluto asser­virmi a nulla».

E con­clude: «I gio­vani devono difen­dere la scuola pub­blica, gli inve­sti­menti nella cul­tura e la Costi­tu­zione. Solo l’azione che nasce spon­ta­nea dall’indignazione muove la storia».

Ecco, essere par­ti­giani oggi.

Mauro Ravarino

Così Kim trovò la sua via sul sentiero dei nidi di ragno

  • Venerdì, 23 Gennaio 2015 15:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
23 01 2015

Le sue gesta da partigiano ispirarono il celebre personaggio del romanzo di Calvino. Nel dopoguerra fu pioniere della moderna medicina del lavoro. La storia non banale di Ivar Oddone, che in guerra scoprì "l'Altro" e iniziò il suo viaggio. Pubblicato su pagina99we del 6 dicembre

Quali sono le forze che muovono l’esistenza di un individuo? Verrebbe da rispondere – in un elenco tra l’evidente e l’ovvio – il carattere, la Storia (con le sue incisioni sul vissuto) e infine la più importante di tutte: la sorte. Ma forse, ragionando sulla straordinaria biografia di Ivar Oddone (1923-2011) – dapprima partigiano, poi pioniere della moderna medicina del lavoro italiana – si dovrebbe dire, prendendo in prestito le parole di Italo Calvino, che il suo motore fu «l’enorme interesse per il genere umano». Si può costruire la propria biografia sull’«enorme interesse per il genere umano»? Proviamo a verificarlo. E partiamo da un elemento unico che riguarda l’esordio di Oddone nelle gesta del mondo, e coinvolge pure Calvino, lo scrittore che lo narrò e in parte reinventò in un personaggio letterario.

 

La lingua del combattente

Nel punto geometrico del Novecento dove storia e letteratura s’incontrano, e la carta nomina la vita in ogni riga di narrazione che offre, si può apprendere un giovane che ebbe il privilegio di abitare un romanzo. Se apriamo Il sentiero dei nidi di ragno (1947), opera prima di Calvino e uno dei classici della nostra letteratura sulla Resistenza, la formula iniziale che troviamo è una dedica: «A Kim, e a tutti gli altri»; dove Kim è proprio lui (o a lui si ispira): Ivar Oddone, coetaneo e amico dell’autore, e tra i protagonisti della lotta partigiana in Liguria cui prese parte lo stesso Calvino.

 

Col nome di battaglia di “Kimi” (riporta il Dizionario della Resistenza in Liguria) Oddone, «studente in medicina, è tra i primi antifascisti a salire in montagna», dove aderisce al gruppo di Inimonti nell’imperiese. Commissario di distaccamento fino al luglio 1944, «assume il ruolo di vicecommissario della brigata Belgrano». Partecipa, tra le altre, alle battaglie di Chiappa in Val Steria (dove la squadra al suo comando elimina la postazione fascista San Marco) e di Montegrande. In seguito, e fino al 25 aprile 1945, è commissario politico della divisione Felice Cascione.

 

Questo lo scheletro dei fatti militari dalla vita di un ventenne precipitato in grandi responsabilità, che affrontò con uno spirito che proprio il romanzo di Calvino ci aiuta a comprendere: «C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui – ecco di nuovo la formula che descrive Kim nel Sentiero –. (...) Il medico dei cervelli, sarà (…). Non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia».

 

Fra personaggi memorabili come il bambino Pin, il Dritto, Lupo Rosso (l’ultimo dei protagonisti del romanzo, al secolo Sergio Grignolio, è morto il mese scorso), il Cugino s’aggira questo giovane, figlio di «padri borghesi», preso da un fervore mentale incessante, dedito a governare e comprendere le ragioni che hanno spinto operai e contadini, ma anche disertori e sbandati a combattere la guerra civile contro il nazifascismo. «Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico», racconta Calvino. E ancora: «Gira ogni giorno per i distaccamenti con lo smilzo sten appeso a una spalla, discute coi commissari, coi comandanti, studia gli uomini, analizza le posizioni dell’uno e dell’altro, scompone ogni problema in elementi distinti, “a, bi, ci”, dice». Il suo punto d’arrivo è «poter ragionare» come i suoi compagni, «non aver altra realtà all’infuori di quella» che comprende loro tutti. Non è altro che la costruzione di un linguaggio comune, indispensabile a un agire di gruppo, quello che cerca Kim/Oddone.

 

Anni dopo (1964), nella prefazione alla riedizione del Sentiero, Calvino tornò sulla “nascita” del personaggio Kim: «Con un mio amico e coetaneo (...) passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale (...). Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario». L’amico era Ivar Oddone e «l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto». Discutendo, i due giovani polemizzavano «contro tutte le immagini mitizzate» e, ricorda ancora Calvino, desideravano ridurre «la coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura».

 

Tra gli operai

«Calvino ebbe una grande intuizione – spiega Alessandra Re, vedova di Oddone e come lui psicologa del lavoro –, seppe leggere molti dei tratti che poi rimasero delle costanti nella maturità di Oddone». Non solo la curiosità per gli altri, ma anche il sentirsi parte di una spinta storica e costituente (la «storia presente e futura») che nacque dalla vittoria sul fascismo e che portò Oddone a aderire al Pci e, sul piano teorico, al marxismo e alla lezione di Antonio Gramsci.

 

Smessi i panni di Kim, si laureò in medicina a Torino ed esercitò come assistente, fino alla fine degli anni ’60, nella clinica medica universitaria. Proprio al principio di quel decennio Oddone – adesso un adulto quarantenne – diventa protagonista di un’altra fase storica. È il momento che segna l’ascesa e le più importanti conquiste della classe operaia. Siamo nella stagione del boom, ma anche del “supersfruttamento” della forza lavoro. Un sistema concentrato sulla produttività e la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra ha trascurato quasi del tutto la condizione umana degli operai, e la loro sicurezza. Si susseguono incidenti e stragi nelle miniere e nelle fabbriche.

 

Alla fine degli anni ’50 la media degli infortuni è impressionante: 171 per mille occupati, ma nell’industria metallurgica 231 ogni mille addetti. Nelle grandi fabbriche del Nord esplode la domanda di avanzamento salariale, sociale e dei diritti, compresi quelli alla salute e alla sicurezza. Si abbandona la «monetizzazione del rischio», l’idea che gli infortuni siano un tributo da pagare al progresso, tutt’al più da risarcire in termini economici. Anche il sindacato cambia strategia sull’ambiente di lavoro.

 

La nuova parola d’ordine è che «la salute non si vende»: impiegherà più di dieci anni ad affermarsi ma – grazie all’opera di un gruppo di attivisti tra i quali Oddone è protagonista – è qui e ora che inizia il suo percorso. Per esempio nel 1961 a Torino dove, per iniziativa della Cgil, la Camera del Lavoro istituisce una commissione medica mista cui affida il compito di affrontare la questione della nocività attraverso, in particolare, una “indagine-intervento” negli stabilimenti di Farmitalia. Si tratta di raccogliere informazioni e conoscenze da sfruttare per impostare una nuova medicina preventiva.

 

Della commissione fanno parte sindacalisti, studenti, assistenti sociali, medici; lo stesso Ivar Oddone, che si dà un obiettivo preciso: bisogna ascoltare gli operai (perché «non c’è salvezza senza che essi lo vogliano», dice), raccogliere le loro esperienze, i disturbi di cui soffrono, quali protezioni adoperano, così da poter delineare un quadro epidemiologico da un lato, e dall’altro creare le condizioni della «non-delega», ossia affermare nelle fabbriche la convinzione che la gestione delle condizioni di lavoro non va lasciata alla proprietà. Questa “alleanza” tra tecnici e operai è destinata a seguitare: nel 1964 con la realizzazione di un centro di medicina preventiva “partecipata” presso l’azienda elettrica municipale di Torino; e poi col varo di un progetto insieme alla Quinta Lega Mirafiori (l’organizzazione dei metalmeccanici in Fiat Auto) per l’elaborazione di una linea sindacale contro malattie e infortuni.

 

«Per raccogliere le testimonianze», ricostruisce Stefania Tibaldi, «si realizzarono una serie di interviste agli operai: Ivar Oddone voleva analizzare nei dettagli il loro lavoro, i tempi e i ritmi che dovevano rispettare, le posizioni che assumevano, la fatica che provavano, la monotonia, la ripetitività dei gesti, il significato e gli obiettivi delle loro lotte e soprattutto l’influenza dell’ambiente di lavoro sulla loro salute». «Ma non era facile», spiega Alessandra Re, «in fabbrica, allora, non si poteva entrare, le prime indagini venivano condotte ai cancelli, dopo il turno». Questa mole di “azioni-ricerche” sul campo portò Oddone alla pubblicazione della famosa dispensa L’ambiente di lavoro (1969, milioni di copie diffuse e tradotta in molte lingue), uno strumento che rivoluzionò la formazione sulla sicurezza e salute, raccolse i fattori nocivi in poche categorie e adoperò soluzioni grafiche innovative che comunicassero con immediatezza i pericoli e le pratiche da seguire.

 

È lo stesso Oddone a ricordare quel periodo in una nota autobiografica: «Passavo il mio tempo nella sezione universitaria dell’ospedale. Talora anche le feste. Al mattino e al pomeriggio. Mi guadagnavo da vivere con un’ora nell’ambulatorio della mutua dalle 19 alle 20, poi facevo le visite a domicilio, poi la cena, poi scrivevo. La quinta lega Mirafiori era il mio terreno di ricerca». Prosegue Oddone: «Alcuni gruppi di operai mi posero un problema che non sapevo risolvere. Mi chiedevano delle informazioni sul rischio che la loro condizione di lavoro poteva rappresentare per la loro salute». Cerca di rispondere a quella domanda – ricostruisce Alessandra Re – «ma non riesce ad applicare le sue conoscenze ai “posti di lavoro concreti”, perché la medicina non ne possiede il linguaggio, non li conosce».

 

«Il primo problema era dunque di comunicazione», ricorda ancora Oddone. Per risolverlo, a Ivar serviva lo stesso «enorme interesse» del giovane Kim, quella disposizione (quasi una “lunga durata” biografica) a costruire nuovi codici tra persone e gruppi che fu un suo tratto tipico. Il medico doveva capire l’operaio, così come il commissario partigiano aveva compreso ciascun compagno di lotta. È in questo momento che abbraccia la psicologia, ne teorizza anzi la «priorità sulla medicina del lavoro – racconta Re –, capisce che è l’unica disciplina in grado di mettere in contatto l’esperto della salute e il portatore di rischio». Da qui, poi, doveva nascere un nuovo gruppo sociale, tecnico, politico: la «comunità scientifica allargata» – nelle parole di Oddone – di «operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori» che «si incontrano per discutere di situazioni concrete e di modi per fare ricerca. Io definisco questi soggetti “esperti grezzi”. Uomini nodali (…) che tendono a strutturare diversamente le informazioni nella mente degli altri».

 

L’esperienza raggiunse il suo culmine nel 1973, quando un gruppo di delegati della Fiat Mirafiori, nel quadro delle 150 ore di formazione previste dal nuovo contratto, partecipò al corso di Psicologia del lavoro tenuto da Oddone all’università. Qui si concretò la comunità scientifica da lui teorizzata. Gli operai portavano le loro competenze, e gli esperti della salute le proprie. Anche attraverso pratiche di simulazione innovative (come le istruzioni al sosia) costruivano un sapere comune. Tra quei lavoratori c’era anche Gianni Marchetto (ex delegato Fiom), che strinse un’amicizia profonda col medico/psicologo e ancora oggi ricorda: «Trovai un linguaggio completamente nuovo per un operaio come me. Oddone era spregiudicato, autorevole, a volte autoritario. Aveva un carattere terribile. Eppure la formazione con lui ci servì a diventare individui autonomi, non solo operai consapevoli. Ci ha cambiato per sempre».

 

L’inizio del viaggio

Succede a ogni spinta che la sua propulsione si esaurisca. Oddone, però, ne ebbe fino alla fine. Elaborò progetti di mappatura del territorio tuttora applicati in Francia, esplorò le possibilità didattiche del web e del videogaming. Ma testimoniò anche il riflusso dell’epoca, i passi indietro nelle battaglie sulla sicurezza, la nuova metrica del lavoro nelle fabbriche Fiat (diceva di Marchionne: «Non vuole usare il cervello delle persone, ma i muscoli»). Il secondo millennio, insomma, gli portò rabbia e amarezza.

 

Quanto a Calvino – lo scrittore che per primo l’aveva capito e “predetto” – i due restarono amici. «Avevano un rapporto molto forte, diretto e libero», rammenta la moglie, «anche quando erano in disaccordo». Potremmo immaginarli di nuovo giovani, al principio della storia presente e futura. Potremmo immaginare Kim che, con le parole di Calvino, cammina «per un bosco di larici», o nella valle «piena di nebbie», o «su per una costiera sassosa come sulle rive di un lago», mentre ogni suo passo «è storia». Ma forse vale la pena di citare uno dei pochi episodi della Resistenza raccontati da Oddone (lo riferì sia alla moglie, sia a Marchetto) e che, a suo dire, l’avrebbe tormentato per anni.

 

I partigiani di Kim hanno catturato un gruppo di soldati tedeschi. Decidono di passarli per le armi. Un istante prima che il plotone apra il fuoco, uno dei prigionieri, già di spalle alla morte, alza il pugno, lo chiude e urla: «Heil Stalin!». Nella sua lingua. Una lingua straniera che però, in quel grido, riesce a creare un significato comprensibile ai partigiani, e assurdo, e paradossale. Perquisiscono il suo cadavere. Sul risvolto interno dell’uniforme trovano cucita una piccola falce e martello. «C’era un antifascista anche tra loro! – ricordava Oddone sconcertato –. Ma come potevamo riconoscerlo? Come?». Forse inizia da questo giorno il lungo viaggio del partigiano Kim alla scoperta dell’Altro.

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La Repubblica
05 01 2015

E' morta questa mattina Elena Bentivegna, 69 anni, figlia dei partigiani protagonisti della Resistenza romana Carla Capponi e Rosario Bentivegna, gappisti di via Rasella.

Nei mesi scorsi Elena Bentivegna era stata al centro delle cronache per la vicenda legata alla sepoltura delle ceneri dei suoi genitori. Dopo il "no" del cimitero acattolico romano, aveva annunciato che il 5 giugno scorso, anniversario della Liberazione di Roma, avrebbe disperso le ceneri di Sasà Bentivegna e della Capponi nel Tevere, "come era nei loro desideri".

In seguito, per offrire una soluzione, si era fatto avanti Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, proponendo di accogliere temporaneamente le due urne in via Tasso.

"La città di Roma si stringe intorno al dolore dei familiari e ricorda con affetto Elena Bentivegna che ci ha lasciati nella giornata di oggi- ha dichiarato in una nota il sindaco Marino- Figlia dei partigiani Carla Capponi e Rosario Bentivegna, tra i principali protagonisti della Resistenza romana, Elena ha contribuito nella sua vita, con instancabile caparbietà e orgoglio, a ricordare chi, attraverso il sacrificio anche della propria vita, ha liberato Roma e l'Italia dalle forze nazifasciste. Come le avevamo più volte promesso, continueremo a portare avanti il suo impegno per la difesa della Memoria".

I funerali di Elena Bentivegna - rende noto l'Anpi Roma - si svolgeranno lunedì 5 gennaio in forma privata nella chiesa del Sacro Cuore a Grottaferrata."Con dolore apprendiamo la morte di Elena, provata negli ultimi mesi dalla triste vicenda della mancata sepoltura delle ceneri dei suoi genitori nel cimitero acattolico", ha dichiarato Ernesto Nassi, presidente dell'Anpi di Roma: "La ricordiamo con grande affetto e siamo vicini alla famiglia".

Ad esprimere cordoglio per la scomparsa di Elena Bentivegna anche Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio. "Insieme a lei nei mesi scorsi abbiamo tentato di dare una degna sepoltura ai genitori, gli eroi della Resistenza, Rosario Bentivegna e Carla Capponi- spiega Smeriglio- Elena ha provato con grande determinazione a dare seguito al desiderio espresso dai genitori, impegnandosi con tutte le sue forze nonostante le condizioni di salute. La ricordiamo come una donna determinata e orgogliosa dell'eredità culturale dei genitori".

Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, ricorda che "Elena Bentivegna ha lottato nel corso della sua vita affinché la Memoria degli eroi che liberarono l'Italia dal nazifascismo resti per sempre viva. Per questo ci siamo sentiti al suo fianco e continueremo a portare avanti anche il suo immenso lavoro. Ci siamo sentiti sentimentalmente vicini a lei quando nei mesi scorsi cercava una soluzione alla sepoltura delle ceneri dei genitori, poi disperse nel Tevere lo scorso 5 giugno come aveva annunciato. A Elena Bentivegna va il nostro ultimo saluto e in sua memoria pianteremo degli alberi in Israele".

 

La Repubblica
26 11 2014

I colori e le ragioni dell'antifascismo. Le radici della nostra Costituzione. La cultura della democrazia. Temi che saranno moltiplicati in 130 piazze lungo tutta l'Italia. Spalmati da nord a sud, dalle città metropolitane fino ai centri urbani più piccoli. Un gazebo, ad esempio, sarà allestito anche in piazza Giacomo Leopardi a Recanati. Proprio nelle Marche, peraltro, oggi c'è anche la vicepresidente più giovane: 19 anni. Ad Arcore in Lombardia, invece, la sezione è guidata da un 35enne, a testimoniare, di fatto, il ruolo attrattivo di un'associazione nei confronti di chi, per evidenti motivi generazionali, la Resistenza non l'ha vissuta né fatta. I partigiani dell'Anpi sono pronti a dare il via alla giornata nazionale del tesseramento di domenica 30 novembre. Una giornata a cui, tra gli altri, anche la cantante Giorgia ha voluto fornire il proprio sostegno.

L'appuntamento. Per l'Anpi la giornata di domenica sarà un'occasione per incontrare i cittadini e riflettere con loro "del difficile momento che sta attraversando il nostro Paese, per parlare di neofascismo e di antifascismo, di lavoro come fondamento della Repubblica, di rinnovamento della politica, di democrazia". Un'attenzione particolare riguarderà le riforme costituzionali del governo Renzi.

L'appello del presidente. Classe 1923, avvocato, politico, docente e partigiano, il presidente nazionale Anpi, Carlo Smuraglia, dice no alle modifiche della Costituzione e no ai cambiamenti senza che i cittadini siano consultati. Non è casuale, dice, la disaffezione dimostrata in Emilia Romagna alle elezioni regionali del 23 novembre scorso. Nel mirino soprattutto la riforma del Senato "già approvata in prima lettura in una versione che non potrebbe essere più inadeguata" - sostiene - "anche rispetto alle linee portanti della Costituzione, nonché alla legge elettorale, passata alla Camera in un testo contrario alle indicazioni della Corte Costituzionale e non corrispondenti alle attese e ai diritti dei cittadini". Smuraglia ribadisce, di contro, "l'opportunità, se non anche la necessità, di differenziare il lavoro delle due Camere; l'esigenza di mantenere comunque un valido sistema bicamerale, rinnovato, ma sempre con due Camere che hanno uguale prestigio".

All'aula di Palazzo Madama sarebbero da attribuire "alcune funzioni fondamentali come la partecipazione effettiva alla formazione delle leggi in materia costituzionale ed elettorale, trattati e rapporti internazionali, principi generali in materia di autonomie e diritti fondamentali. Al Senato sarebbero da attribuire, poi, seri e severi poteri di controllo sull'esecutivo, sull'amministrazione pubblica e sulla concreta applicazione ed efficacia delle leggi approvate. Se si realizzassero questi obiettivi si otterrebbe il risultato di eliminare il bicameralismo perfetto e nel contempo si terrebbe fermo quel sistema di garanzie, di pesi e contrappesi che, con intelligenza e sensibilità costituzionale, fu costruito dal legislatore costituente e che deve essere mantenuto". Proprio l'Italicum, già approvato a Montecitorio ma in attesa di approdare a Palazzo Madama, fa dire a Smuraglia "meno male che il Senato c'è".

Identikit del tesserato e numeri. Nel 2013 gli iscritti all'Anpi erano 130mila. Di questi, il 40% donne e il 20% giovani tra 18-25 anni. Sul totale, i partigiani tesserati erano 10mila. Alcune particolarità: la sezione di Lazzate (in provincia di Monza) ha un presidente di 26 anni e un vice di 27. La sezione di Arcore ha una presidente di 35 anni. Ad Ascoli Piceno nel 2012 è stato ricostituito il comitato provinciale con una vicepresidente di 19 anni. Presente in tutte le 110 province italiane (al sud si distinguono Taranto, Potenza, Salerno, Benevento, Catanzaro e Palermo), l'Anpi è anche in Belgio, Lussemburgo, Francia, Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca, Svezia e Svizzera. Per la prima volta, l'anno prossimo la ricorrenza del 25 Aprile sarà celebrata assieme a Colonia e Francoforte, in Germania.

A Milano contro il raduno 'nazi'. Rispetto al calendario e alla data del 30 novembre, l'eccezione sarà Milano dove la giornata del tesseramento sarà anticipata a sabato 29. Una scelta dettata - dice l'Anpi - dalla necessità di contrastare il raduno neonazista degli Hammerskin "nel quadro preoccupante di un crescendo di provocazioni in camicia nera, in una città medaglia d'oro per la Resistenza" E per rispondere alla "manifestazione paramusicale animata da band provenienti da diversi Paesi europei, tutte con una inequivocabile matrice nazi", andrà in scena una mobilitazione democratica che culminerà sabato dalle 14 alle 18.30 con un raduno antifascista alla Loggia dei Mercanti: qui, infatti, ci sarà una 'pagoda' dell'Anpi con l'intervento del presidente nazionale Carlo Smuraglia.

I messaggi. Dalla cantante Giorgia alla segretaria della Cgil, Susanna Camusso, fino al fumettista Sergio Staino passando per l'Arci guidata da Francesca Chiavacci (che all'Anpi è legata da "vicinanza storica" oltre che da "un vincolo di amicizia") e pensionati dello Spi con Carla Cantone in testa, non mancano i messaggi inviati ai partigiani da artisti, intellettuali e associazioni in vista di domenica. Scrive Giorgia: "È con gratitudine che seguo l'Anpi e con coscienza la sostengo, perché è alla coscienza che l'Anpi si rivolge, in senso di consapevolezza. L'anima di questo si nutre e in un tempo di follia e oblìo come questo è fondamentale il riconoscimento per chi si è battuto con estremo sacrificio prima di noi e per noi, per il naturale e ovvio, ma troppo spesso negato, diritto alla libertà, che è base dell'etica universale ed è altrettanto fondamentale ricordarsi ogni giorno che questa è una lotta tutt'ora in atto ed ogni piccolo gesto verso la libertà, la verità e l'uguaglianza nei diritti fa la differenza".

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