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Come si diventa poveri in Italia? Come si vive quando si è perso tutto? Per rispondere a queste domande ho passato una settimana da senza dimora a Torino, sperimentando i servizi assistenziali e raccogliendo dal vivo le storie di chi è finito in mezzo a una strada per rovesci economici o familiari, per dipendenze da droghe o gioco d’azzardo o per una somma di questi fattori.

Roma TerminiWolf Bukowski, Internazionale
30 ottobre 2017

Faccio e rifaccio il conto, ma non riesco a credere al risultato. Eppure è sempre lo stesso: nella mia vita, tra anni di pendolarismo e stagioni di viaggi frequenti, ho attraversato la stazione centrale di Bologna almeno diecimila volte. E non una di queste mi sono sentito in pericolo.

Le diseguaglianze fanno male alla crescita, dice l'Ocse

  • Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
09 12 2014

ROBERTA CARLINI

L'aumento della distanza tra ricchi e poveri ha determinato una perdita di crescita che l'organizzazione calcola in 8,5 punti percentuali. Colpiti tutti i redditi medio bassi. Secondo l'organizzazione non bastano trasferimenti di denaro a invertire la rotta ma politiche di welfare

In Italia la distanza tra ricchi e poveri si è allungata sempre di più, e questo lo sapevamo. La crescente diseguaglianza ha finito per deprimere anche l’economia nel suo complesso, e anche questo l’avevamo intuito. Quel che invece non sapevamo – o almeno, non era stato conteggiato nei dettagli – è l’esatto costo economico della diseguaglianza. Lo ha calcolato l’Ocse, e le cose, secondo uno dei centri-leader del pensiero economico mondiale, stanno così: un ventennio di aumento delle diseguaglianze ha comportato una perdita cumulativa sul Pil di 8,5 punti percentuali. Vale a dire: nel loro complesso, se non fosse aumentata la diseguaglianza (misurata attraverso l’indice dei Gini sui redditi, che nella media Ocse è salito di tre punti percentuali), i Paesi che compongono l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico avrebbero oggi otto punti e mezzo di Pil in più. Per l’Italia, il tributo pagato alla diseguaglianza è di 6,6 punti di Pil: se non si fosse allargata la forbice tra ricchi e poveri (esattamente in linea con la media, con un “Gini” passato da 0,291 a 0,321), saremmo arrivati agli Anni Dieci con un Pil cresciuto, rispetto al ’95, del 14,7%, e non solo dell’8% come invece è stato.

Il rapporto che esce con il titolo “Does income inequality hurt economic growth?”, segna un’ulteriore svolta nella linea dell’organizzazione. Che ha cominciato a produrre focus sulle ineguaglianze da un po’, e da un pezzo, nell’approfondirsi della recessione, si è anche distaccata dalle ricette predominanti (e dalla stessa Ocse sostenute) in tema di stimoli all’economia e rigore fiscale. Ma in questo caso l’Ocse va oltre, proponendo un esercizio di simulazione econometrica che calcola i costi della diseguaglianza, e sostiene che non c’è trade-off, un’alternativa, tra le politiche per l’eguaglianza e le politiche per la crescita: anzi, facendo politiche che abbattono la diseguaglianza si stimola la crescita.

E qui fa due importanti precisazioni. La prima riguarda la “platea” interessata: non guardiamo solo alla forbice tra gli estremamente ricchi e gli estremamente poveri, dice il focus dell’Ocse. E’ vero che questa ci serve per capire l’enormità del fenomeno: la diseguaglianza, misurata nella differenza tra il 10% più ricco e il 10% più povero della popolazione, è ai massimi da trent’anni. Oggi il decile più ricco della popolazione Ocse guadagna il 9,5% in più del decile più povero; negli anni ’80, il rapporto era di 7 a 1.

Ciò detto, è tutta la fascia medio-bassa che è stata colpita: dividendo la popolazione in dieci piani e ordinandola in senso decrescente in base ai loro redditi, hanno perso tutti quelli dal quarto piano in giù. E’ a questo 40%, non solo alla fascia più bassa, che vanno destinate le politiche redistributive, chiede l’Ocse. Il secondo “dettaglio” della fotografia Ocse è la scuola. Uno dei principali meccanismi di trasmissione che fa diventare la diseguaglianza un problema economico oltre che sociale, scrive l’Ocse, è nel fatto che blocca “l’accumulazione di capitale umano”: e questo riguarda sia la quantità che la qualità dell’istruzione. Quanta e quale scuola ci si può permettere. Anche qui, il focus dell’Ocse si produce in una correlazione: quella tra matematica e diseguaglianza sociale. Ossia, si vede quanto, nei risultati degli studenti nelle competenze matematiche, conti l’ambiente familiare di provenienza. Il risultato documenta un crescente peso del background sociale nei paesi nei quali la diseguaglianza è più alta; abbassando le competenze dei ragazzi e la loro preparazione, questo “segna” le loro opportunità e la mobilità sociale.

Seguono consigli politici precisi. Per rilanciare la crescita, la lotta alle diseguaglianze può essere una buona idea. E va fatto con politiche fiscali e trasferimenti monetari, ma disegnate con cura, sulle famiglie con bambini e giovani, che devono prendere le decisioni fondamentali sul futuro dei figli. Dunque, non bastano programmi contro la povertà (ammesso che ne avessimo…), né solo trasferimenti “cash”: servono “investimenti sociali”, accesso universale ai servizi pubblici come l’istruzione, la formazione e la sanità, e programmi specifici per recuperare l’eredità negativa della sotto-istruzione e sotto-formazione delle persone che vengono dalle classi sociali più svantaggiate.

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