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Il buio oltre la Casa Bianca

"Anacostia? Mi spiace, non faccio servizio lì". Il tassista è risoluto [...]. Eppure il quartiere è a circa 6 chilometri dalla Casa Bianca
Donatella Mulvoni e Manuela Cavalieri, l'Espresso ...

Gli italiani poveri che usano le docce del Papa

"Non posso pagare le bollette e faccio la doccia dal Papa".  Sempre più italiani usano le strutture per i clochard. [...] Padri separati e famiglie che non riescono a far quadrare i conti...
Erica Dellapasqua, Il Corriere Della Sera ...

Disastro al Sud, la nostra Grecia

van_goghIl Sud, la nostra Grecia. Al settimo anno di crisi - sostiene un'anticipazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2015 presentata ieri a Roma - l'emergenza conclamata oggi è un disastro accertato. 
Roberto Ciccarelli, Il Manifesto ...

la Repubblica
30 07 2015

In tredici anni, dal 2000 al 2013, l'Italia è stato il Paese che e' cresciuto meno, +20,6% rispetto al +37,3% dell'area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo. Questa la fotografia scattata da Svimez nelle anticipazioni del Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2015, che sottolinea come la situazione e' decisamente più critica al Sud, che cresce nel periodo in questione la metà della Grecia, +13%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell'Europa a 28 (+53,6%).

Una situazione che Svimez fotografa così: "Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all'area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente". Un quadro che preoccupa il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il quale "non possiamo abbandonare giovani e Meridione".

Prodotto, la forbice si amplia. Il divario del Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud è tornato ai livelli del secolo scorso, dettaglia ancora il rapporto Svimez. In particolare, in termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 63,9% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Recentemente, uno studio di Confindustria aveva mostrato che il Mezzogiorno offre segnali di ripresa, dal calo della cassa integrazione al recupero dell'occupazione, ma aveva anche aggiunto che bisognerà aspettare il 2025 (assumendo per altro una crescita in linea con il resto del Paese) per recuperare i 50 miliardi di Prodotto interno dispersi negli anni della recessione.

Allarme lavoro e consumi. Tornando ai dati Svimez, resta comunque un allarme sul fronte del lavoro: "Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat". Al Sud, inoltre, lavora solo una donna su cinque. Nel 2014, a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 64% nell'Europa a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 35,6 per cento. Dal rapporto emerge poi che i consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Qui si è registrato un recupero dei consumi di beni durevoli, con un aumento delle spese per vestiario e calzature (+0,3%) e di altri "beni e servizi", categoria che racchiude i servizi per la cura della persona e le spese per l'istruzione (+0,9%). In crescita nel centro-nord anche i consumi alimentari (+1%), a fronte della contrazione del mezzogiorno (-0,3%). In generale, nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord.

Rischio povertà. In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord. Nel periodo 2011-2014 al sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190 mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511 mila a 704 mila al Sud e da 570 mila a 766 mila al Centro-Nord.

Desertificazione industriale. Nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%. In calo anche l'industria in senso stretto: -0,7% al Centro-Nord, -3,6% al Sud. Complessivamente, negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell'Area Euro del -3,9%. A pesare, ancora una volta, soprattutto il Mezzogiorno: dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio Prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%).

Non si fanno più figli. Oltre al tessuto economico, preoccupa la situazione demografica: "Nel 2014 al Sud si
sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l'Unità d'Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili", sono le parole del rapporto.

Il popolo dei precari in pensione con 160 euro

  • Mercoledì, 29 Luglio 2015 14:03 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
29 07 2015

hi sta peggio dei lavoratori atipici? Gli atipici in pensione. Stando ai calcoli dell'Inps percepiscono un assegno medio da 160 euro al mese. Loro sono quelli che, per almeno 20 anni di lavoro e stipendi striminziti, hanno versato i contributi alla gestione separata dell'ente previdenziale italiano, nella cassa dei parasubordinati perché erano inquadrati come co.co.co, contrattualizzati a progetto, parasubordinati o collaboratori esterni. Finalmente sono andati in pensione, ma avranno davvero poco tempo per rilassarsi, perché con un assegno da 160 euro dovranno darsi (ancora) da fare per arrivare a fine mese.

A rivelare gli importi in questione è Tito Boeri, presidente dell’Inps, che ha deciso di pubblicare sul sito www.inps.it il monitoraggio dei flussi di pensionamento relativo al 2014 e al primo semestre di quest'anno.

Come prevedibile, i parasubordinati sono la categoria più povera. Complessivamente il traguardo del buen retiro è stato raggiunto da 326mila ex lavoratori parasubordinati e nel 2014 la pensione è stata raggiunta da 26.294 di loro, altri 13.531 ci sono arrivati nei primi sei mesi di quest’anno. Tutte pensioni di vecchiaia, guadagnata cioè per raggiunti limiti di età, mentre nessuno ha ottenuto una pensione di anzianità, quella che si conquista sgobbando per 41 e mezzo per le donne e 42 anni e mezzo per gli uomini. L'età dei pensionati atipici è piuttosto alta, 68 anni, sono per lo più uomini (73 per cento) e la metà di loro proviene dal Nord Italia, mentre solo un decimo risiede al Sud o nelle isole.


I problemi dei futuri pensionati atipici sono due e hanno origini storiche. Innanzitutto l'aliquota versata dai precari nella loro cassa previdenziale è inferiore rispetto a quella pagata dai colleghi che un contratto vero e proprio ce l'hanno. Nel 1996, quando è nata la gestione separata, i primi co.co.co versavano all'Inps il 10 per cento del loro stipendio lordo, poi il 27 per cento ed entro il 2016 l'aliquota sarà alzata al 30 per cento. Comunque meno rispetto al 33 per cento versato dai lavoratori dipendenti.

Per i collaboratori il calcolo della pensione si fa esclusivamente con il metodo contributivo (cioè dividendo il totale dei contributi versati per un coefficiente di aspettativa di vita) e se nei primi anni di lavoro i soldi accantonati nel fondo Inps sono pochi si finirà per scontare questa carenza quando si andrà in pensione. Ecco perché Tito Boeri sarebbe favorevole all'introduzione di un contributo di solidarietà da parte dei pensionati di oggi a quelli di domani, che nel frattempo devono fare i conti con un secondo problema. Infatti quando l'atipico perde il lavoro smette anche di versare la quota previdenziale all'Inps e rischia così assegno pensionistico groviera, con un sacco di buchi contributivi.

La nostra previdenza è strutturata in modo che pochi abbiano tanto e, negli ultimi anni, la spesa per le pensioni sta ingessando sempre di più l'economia, penalizzando chi ancora non ha raggiunto l'età. Mentre sul fronte dell'invalidità, il divario Nord-Sud è abissale

In autunno Tito Boeri invierà ai lavoratori dipendenti la busta arancione con all'interno un calcolo di quando si potrà andare in pensione e a quanto ammonterà l'assegno. Dal 2016 sarà inviata anche ai parasubordinati. Ma farsi un'idea della pensione a dimensione di precario è già possibile usando il calcolatore online elaborato da Itinerari Previdenziali, comitato scientifico dell'economista Alberto Brambilla, in collaborazione con la società informatica Epheso e il Mefop, la società del ministero dell'Economia per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione.

Ad esempio, un collaboratore a progetto quarantunenne, con alle spalle 13 anni di contributi e un reddito che si aggira attorno ai 15 mila euro lordi all'anno, andrà in pensione a 69 anni e 3 mesi. Ponendo che la sua carriera sia già piuttosto assestata e dunque non preveda particolari aumenti di retribuzione (al punto che l'ultima busta paga si assesterà intorno ai 19.500 euro), nella peggiore delle ipotesi (cioè con una crescita del pil nazionale dello 0,5 per cento) percepirà un assegno di 13 mila euro.
Quanto varrà la pensione: cosa c'è nelle buste arancioni

Se invece l'economia andrà meglio e il prodotto interno lordo crescerà almeno dell'1,5 per cento, allora potrà ritirarsi con una pensione annua da 14.500 euro.

Dunque, nell'ipotesi più rosea, la pensione si aggirerà attorno ai due terzi dell'ultimo stipendio. Tutto questo ammettendo che riesca a lavorare in modo continuativo per i prossimi 28 anni. Traguardi difficili da raggiungere, come dimostrano le attuali pensioni degli atipici.

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